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L’artigianato alabastrino nel panorama contemporaneo

Banco alabastrino
Il banco di lavoro dell’alabastraio (foto: Sara Benzi)

Giunti all’ultima tappa del cammino attraverso i panorami litici del territorio volterrano, soffermiamo la nostra attenzione sulla realtà contemporanea, avvalendoci dell’incontro con ciò che significa oggi la parola “alabastro” per la città di Volterra.
Una narrazione necessaria per completare il percorso intrapreso attraverso questo territorio e la sua storia; una storia spesso stentata, a volte luminosa, che ha contribuito in maniera preponderante a intessere l’identità del luogo, costituendone ancora il settore trainante dell’economia ed il principale elemento caratterizzante la sua cultura.
Oggi questa preziosa tradizione è affidata alle mani di pochi artigiani, capaci di portare avanti una lotta quotidiana a difesa di questa antica passione, alla quale hanno dedicato una vita di lavoro.
Grazie all’esemplare disponibilità degli alabastrai ed alla insostituibile guida di Giovanni Nerei, attuale presidente della Società Cooperativa Artieri Alabastro, è stato possibile avvicinarsi in maniera diretta a questa affascinante realtà, simbolo di un pregiato artigianato italiano che nel tempo si rinnova, di un connubio di risorse territoriali e capacità tecniche che rendono Volterra un gioiello da conservare. Insieme a loro abbiamo esplorato i luoghi di questa magica pietra; questo compatto, ma nello stesso tempo fragile materiale, che abbiamo conosciuto tramite la visita di una delle poche cave sopravvissute e delle principali botteghe artigiane presenti oggi nel territorio.
È stato quindi possibile ripercorrere il ciclo completo della lavorazione dell’alabastro ed addentrarsi in quelli che sono i principali dettagli tecnici, riuscendo ad analizzare, da una parte, un artigianato rimasto invariato nei secoli, dall’altra, le evoluzioni tecniche e gestionali degli ultimi anni.

L’identità del luogo
L’identità storica conosciuta attraverso i libri, trova un riscontro ed una continuazione tangibili, a contatto con gli abitanti e gli artigiani della Volterra contemporanea. Insieme a loro la rievocazione di un passato, ripercorso attraverso i ricordi o le storie ascoltate, e la narrazione di un presente raccontato attraverso la realtà vissuta ed osservata quotidianamente. Un presente fortemente sofferto, una tradizione tenacemente custodita in una realtà dove una manifattura come quella alabastrina stenta a conservare un proprio spazio, pur nella consapevolezza di rappresentare il valore aggiunto e la vera ricchezza che la rende diversa ed unica al tempo stesso. L’incontro con persone che ancora possono affermare di avere dedicato la loro vita alla realtà litica della propria terra, rievoca atmosfere lontane velate di nostalgici ricordi e nitide disillusioni nei confronti di una contemporaneità dove i percorsi dell’economia si stanno evolvendo e spostando verso panorami sempre più lontani dal puro gusto della bellezza legata al piacere della materia.
L’esplorazione di ciò che ancora la realtà alabastrina può offrire, avvicina a saperi pressochè sconosciuti e, attraverso il ripercorrere dei luoghi appartenenti alle varie tappe, proprie del cammino di questa pietra, ci è data la possibilità di ricostruire quali sono le singole fasi della sua lavorazione, quali i luoghi e quali i personaggi che vi corrispondono, mettendo in luce le trasformazioni o le caratteristiche invariate dei processi di fabbricazione e di un peculiare sistema culturale e tecnico.
Queste si suddividono in precise e distinte fasi, a seconda del prodotto che si vuole ottenere. Dall’escavazione del materiale, i blocchi di alabastro passano nelle mani dello scultore o dell’animalista piuttosto che nel laboratorio del tornitore – colui che prepara i pezzi tondi – o dello squadratore – colui che prepara i pezzi quadri -, per poi essere completati nella bottega dell’ornatista. È così che si viene a creare una precisa suddivisione di tempi, luoghi ed attori che portano alla creazione dell’oggetto in alabastro.

Dalla cava al laboratorio artigiano
I grandi ovuli di solfato di calcio, denominati “arnioni”, i cui più estesi giacimenti italiani si trovano fra i comuni di Castellina Marittima, Orciano Pisano e Volterra, provengono oggi in gran parte dai giacimenti spagnoli del territorio di Saragozza.
Dinamiche economiche e territoriali hanno portato all’abbandono della maggior parte delle cave toscane, dalle quali si estraeva questo prezioso materiale litico, privando l’artigianato volterrano di un materiale dalle qualità eccelse di cui il territorio è ancora ricco, e costringendo la maggior parte degli artigiani a lavorare un materiale qualitativamente più povero.
Fra i pochi siti estrattivi sopravvissuti, Giovanni Nerei ci porta a visitarne uno della zona di Volterra. Cava a cielo aperto, da distinguere da quelle sotterranee, la cui attività estrattiva è stata abbandonata ormai da molti anni, conserva fra le tortuosità della sua terra interi arnioni e frammenti di alabastro pronti ad essere estratti e ripuliti dalle abili mani dei cavatori. Un tempo muniti di piccone e martelli a punta, spesso appositamente modellati dai fabbri e dai magnani, dagli anni Cinquanta gli escavatori si sono perlopiù avvalsi dei moderni martelli pneumatici.
Una volta estratto e ripulito, l’ovulo di alabastro, a seconda del proprio destino, si avvia verso i laboratori artigianali, ordinati in una sorta di scala gerarchica dagli stessi alabastrai: scultura, animalistica, ornato e tornitura, a seconda della tecnica richiesta, l’abilità impiegata ed il manufatto prodotto.
È da questo momento che ci si addentra nel seducente mondo delle botteghe artigiane, quei luoghi ricoperti di polvere bianca, dove disordinati e vecchi banchi di lavoro accolgono sulla propria superficie moltitudini di utensili, famiglie di modelli in gesso, serie di campioni e disegni di ornato. Dove vecchie fotografie, melodie radiofoniche o stridenti suoni di macchinari si diffondono nell’aria, accompagnando i gesti esperti dell’artigiano che modella con maestrìa teneri blocchi della sua amata pietra.

Bottega ornaista
La bottega dell’ornatista (foto: Sara Benzi)

La bottega dell’alabastraio, custode di antiche tecniche di lavorazione
Tipico personaggio della realtà volterrana, l’alabastraio ha da sempre rivestito un ruolo singolare. Portavoce di una tradizione, custode di un sapere e membro di una vivace comunità distinta fra i gruppi sociali dell’ambiente limitrofo, l’alabastraio è divenuto oggi un raro superstite desideroso di raccontare e spiegare al mondo esterno la propria realtà. Accoglie con benevolenza il visitatore nel proprio regno, mostrandogli i principali strumenti del mestiere e facendolo partecipe di ciò che lo circonda.
La bottega artigiana, che ha accolto dagli anni Sessanta le innovazioni tecnologiche portatrici di nuovi strumenti di lavoro, è divenuta luogo della tradizione e del cambiamento al tempo stesso. La meccanizzazione del processo produttivo, oltre a contribuire ad un’accellerazione dell’iter di fabbricazione e, purtroppo, ad una frequente diminuzione della qualità dei manufatti, ha portato alla trasformazione delle dinamiche di produzione, contribuendo alla drastica riduzione del numero di maestranze ed alla sparizione di antiche usanze come l’apprendistato a bottega.
Seguendo il cammino dei blocchi di alabastro, una delle prime tappe è il laboratorio del tornitore; questo, spesso situato a fianco della bottega dello squadratore, è collocato perlopiù al di fuori del centro storico, sia per l’inquinamento acustico che può provocare, sia per la necessità di ampi spazi, difficilmente individuabili all’interno della fitta trama del centro cittadino.
Fra le botteghe appartenenti alla Cooperativa Artieri Alabastro un laboratorio di tornitura a mano è quello di Peretti. Veniamo accolti in maniera ospitale e, attraverso gli angusti spazi lasciati vuoti dai possenti macchinari, avanziamo calpestando uno spesso strato di polvere induritosi nel tempo e trasformatosi in terreno irregolare.
In questo laboratorio si creano vasi, piatti, colonne che l’ornatista dovrà decorare e finire in una fase successiva. Il tornitore ci illustra la sua arte e capiamo che dall’ovulo di alabastro si ricava lo “sbozzo” per poi proseguire con la “scandagliatura” che si effettua con martellina, seste e trincione (pressochè sostituito dalla sega a nastro dagli anni Venti del Novecento), dal quale si ottiene un cilindro con base conica. A questa fase seguono la “sbronconatura”, la “scorollatura”, la “spessoratura” e la “levigatura”. Il pezzo viene fissato al tornio che, girando a velocità crescente, insieme a rampini e compassi maneggiati dall’artigiano, assume la forma finale pronta a sottoporsi agli strumenti dell’ornatista.
Il tornio elettrico, utilizzato oggi dalla maggior parte degli artigiani, è stato preceduto da quello a pertica, in uso fino a circa il 1910. Questo era un particolare tipo di tornio a pedale, dove la spinta dell’alabastraio dava il movimento ad una pertica che innescava una rotazione alternata dell’appicco, il dispositivo su cui era fissato il pezzo da lavorare.

Tornio
Il tornio a macchina (foto: Sara Benzi)

Oggi invece il tornio più comune, che unisce l’abilità dell’artigiano alle potenzialità della macchina, è in competizione con un nuovo macchinario: il “tornio a macchina”, il quale arriva a meccanizzare l’intero processo di lavorazione del pezzo. È Giuseppe Famiglietti che ci mostra la sua produzione, facendoci toccare con mano i vantaggi del progresso e la velocità con la quale può essere modellata la copia di un oggetto in alabastro, grazie alla precisione di una semplice sagoma.
Se il pezzo base pronto ad essere ornato non deve assumere forme curvilinee, ma una conformazione squadrata, l’ovulo grezzo passa invece dalle mani dello squadratore. Ci viene mostrata la tecnica del taglio e della squadratura dei blocchi da Piero Melani. L’ovulo, inizialmente, viene sbozzato tramite seghe a strascico (che lavorano in senso orizzontale), per poi, grazie a seghe verticali e modani, essere sagomato secondo la forma richiesta.
Per avvicinarsi alle altre fasi di lavorazione, è necessario addentrarci nel centro storico della cittadina. Ci rendiamo subito conto che la realtà non è più quella di cent’anni fa, descritta dalla letteratura dell’epoca, dove ad una bottega se ne affiancava subito un’altra e un’altra ancora, e dove le stesse strade si impolveravano di bianco. Passeggiando per gli stretti vicoli, però, capiamo che i negozi di oggetti in alabastro, principale attrattiva del turista, non sono ancora rimasti realtà isolata, ma qua e là scopriamo con piacere l’esistenza di botteghe la cui porta, sempre aperta, ci introduce in suggestivi ambienti.
Abbiamo anche qui la possibilità di conoscere alcuni degli artigiani custodi del prezioso sapere.
Quasi a seguire i blocchi di alabastro precedentemente torniti, ci troviamo nel laboratorio di Renzo Gazzanelli prima ed in quello di Valdo Gazzina poi, due ornatisti che si dedicano con cura a mostrarci utensili, materiali, oggetti in lavorazione, manufatti finiti e pronti al tavolo del commercio. Osserviamo le mani dell’artigiano che lavora; l’esperienza e la maestrìa dei suoi gesti rende la lavorazione così naturale, che foglie, fiori e volute sembrano fuoriscire dalla pietra spontaneamente.

Utensili e opera
Gli utensili e l’opera di ornato (foto: Sara Benzi)

Prima fase dell’ornato è il disegno preparatorio, segue la “spartizione” del pezzo per mezzo di sesti, la “raspatura” e la “modellaura”. Grazie a strumenti che un tempo venivano modellati appositamente dal fabbro – scuffina, raspa, gradina, violino (trapano a vite) e svoltino, oggi affiancati da moderni trapani – si tratteggiano e modellano le decorazioni. Per finire, la “levigatura” o “dipesciatura” (un tempo effettuata con pelle di pescecane, oggi sostituita da tele smerigliate in alluminio o carbonio) e la “lucidatura”, portano a termine il processo.
In ultimo l’animalistica e la scultura, tra loro affini. Per la prima due maestri, anch’essi appartenenti alla Cooperativa Artieri, sono Aulo Grandoli, soprannominato “Pupo” e Daniele Boldrini. Per la seconda , ritenuta l’arte più prestigiosa e completa, l’unica bottega rimasta è quella di Alab’Arte, di Roberto Chiti e Giorgio Finazzo, affiancata da laboratori di singoli artisti, ciascuno creatore di un proprio linguaggio. Fra questi Paolo Sabatini può essere ritenuto uno dei maestri dotato di maggior talento, nella creazione di originali sculture dove l’alabastro dialoga magistralmente con materiali quali il legno ed il bronzo.
Cercando di avvicinarsi a queste singolari tecniche di lavorazione, ci addentriamo nella piccola bottega di Aulo Grandoli dove scopriamo un mondo al confine con la realtà, nel quale fantasia e libertà guidano le mani dell’artista, nella creazione di piccole sculture rappresentanti animali di ogni sorta. Appartenente ad una famiglia che da sempre ha maneggiato la tenera pietra volterrana, Grandoli ha scelto di dedicare la propria vita all’arte figurativa inventandosi tecniche, strumenti e cercando di scoprire ed esplorare materiali diversi. La fauna è il suo regno, tanto da ritenere ormai superflua la presenza del bozzetto iniziale, proprio di questa arte. Anche a lui piace raccontare e raccontarsi, descrivendo la propria professione con fare critico nei confronti di una realtà ormai ostile, ma con passione verso un’arte sempre più rara.

Scultura
Una scultura dell’animalista in fase di lavorazione (foto: Sara Benzi)

La catena operativa di questo processo tecnico si differenzia nei modi e negli appellativi da quelli già decritti; è così che la prima fase viene denominata “contornatura”, primo taglio della pietra effettuato con lo svoltino, che porta al contorno dell’animale; segue la “sfaccettatura”, eseguita grazie all’aiuto della minarola e del gattuccio. La sfaccettatura esterna e la ripulitura interna vengono effettuate con svoltino e scuffina, per concludere con piccoli strumenti di ferro attraverso i quali si tratteggiano i movimenti e la muscolatura dell’animale.
In ultimo la scultura, l’arte meno definibile e forse più complessa ha, per l’alabastro, da sempre costituito il sapere più prestigioso attraverso il quale sono state create mirabili copie delle opere d’arte più conosciute. Anche in questo caso la gentilezza dell’artigiano volterrano ci introduce alla conoscenza del suo candido regno, ed anche qui analizziamo le successive fasi della lavorazione grazie alla quale ogni opera prende vita. Spesso la scultura richiede la precedente preparazione di un modello in gesso o di un disegno, cui segue la “segatura”, eseguita spesso dalla collaborazione di due artigiani che si avvalgono di trincioni, seghe a nastro o a morsa. Segue la “sgrossatura” con la martellina, da cui si ricava una prima bozza, per poi procedere alla “modellatura” tramite scalpelli, raspe, ferri e scuffine, dove l’artigiano si attiene a misure e forme del modello, per poi terminare con la levigatura e la lucidatura a olio e cera.
Con questa sintetica descrizione delle principali tecniche di lavorazione dell’alabastro, siamo giunti al termine di questo viaggio, un cammino di scoperta all’interno di uno dei mondi litici della nostra Italia. Dalla tenera terra, al banco di lavoro dell’artigiano, ai preziosi oggetti che popolano le vetrine di Volterra, ma che ancora affrontano lunghi viaggi verso Paesi lontani, siamo forse riusciti a dare un piccolo contributo alla conoscenza di questa preziosa materia, che ci ha coinvolto nell’affascinante esplorazione della sua misteriosa natura.

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Sara Benzi

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