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Carlo, Piero e Maria Teresa Telara

Telara
Carlo, Piero e Maria Teresa Telara

Intervista a cura di Davide Turrini

Questa intervista a più voci con i rappresentanti di un’importante realtà produttiva del marmo di Carrara, condotta dalla famiglia Telara da oltre tre generazioni, nasce nel contesto dei reportage sui litotipi toscani già pubblicati in questo spazio virtuale nell’ambito del progetto Pietre di Toscana. Dopo i contributi sul travertino di Rapolano, sull’alabastro di Volterra e sul marmo giallo di Siena, la conversazione con Carlo, Piero e Maria Teresa ha consentito di osservare la realtà dei marmi apuani dalle molteplici angolazioni del mondo produttivo, della cultura artistica contemporanea, delle tematiche sociali ed ambientali connesse all’attività estrattiva.

Davide Turrini: La grande famiglia dei marmi apuani comprende un ampio numero di varietà commerciali che, con i loro caratteri espressivi così diversi, hanno rappresentato storicamente, e continuano a costituire, una risorsa di inestimabile valore per questo vasto comprensorio estrattivo: al bianco e allo statuario si aggiungono i venati e i nuvolati, gli arabescati e i bardigli, i calacatta, i cipollini, le brecce. Soffermiamoci su questo aspetto cercando descrivere il successo di alcune varietà, la loro fortuna dovuta alle mode, alle caratteristiche tecniche o alla più facile reperibilità, i marmi “vecchi” e quelli “nuovi”, quelli scomparsi.
Piero Telara: Indubbiamente la fortuna commerciale recente dei nostri marmi ha risentito in misura ridotta rispetto ad altre pietre e marmi della concorrenza dei nuovi prodotti esteri. Il bianco ha ancora una buona tenuta e le diverse varietà di Calacatta, unitamente allo Statuario Venato, hanno avuto negli ultimi anni un’ottima affermazione su quasi tutti i mercati mondiali. Ma come abbiamo detto la “galassia” delle nostre pietre è ancora vastissima e vorrei seguire con la memoria le sorti di alcune di esse, magari meno note e diffuse, ma non per questo meno belle e pregiate.
Attualmente poco richiesti sono i bardigli, marmi grigi, o grigio-azzurri, in genere di grana finissima e di tessitura colorica raffinatissima: tra tutti ricordo il Bardiglio Pescina, cavato nei pressi di Torano, di cui sopravvive soltanto una piccolissima produzione. Ancora, cavato in piccole quantità fino al secondo dopoguerra, ricordo il Nero di Colonnata, dal colore saturo e profondo, ma di difficile lucidabilità e per questo mai realmente entrato nel mercato. Per venire poi ai materiali più tipici dell’area versiliese di grande pregio sono gli arabescati, e in particolare l’Arabescato Corchia ed il Cervaiole, entrambi ancora molto ricercati, mentre le bellissime brecce dello stesso comprensorio sono attualmente di difficile reperibilità a causa di problemi di escavazione.

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Marmi: Pavonazzo Apuano, Nuvolato di Carrara, Calacatta Vagli Rosato, Arabescato Cervaiole (dall’alto a sinistra in senso orario)
(da Giorgio Blanco, Dizionario dell’architettura di pietra, vol. I, Roma, Carocci, 1999, pp. 300).

D.T.: Oggi, a nord di Carrara nei pressi di Bergiola, abbiamo visitato una cava di Verdello. Di che materiale si tratta?
P.T.: Il Verdello, o Verde Pastello, cavato sul versante settentrionale del Monte Brugiana tra Massa e Carrara, è un marmo estratto in piccole quantità che stiamo riscoprendo per la sua ottima lavorabilità e per le sue caratteristiche cromatiche e tessiturali assolutamente originali. Si tratta di un materiale caratterizzato da un fondo verde chiarissimo con sfumature dorate e rosate e con venature grigiastre rettilinee e parallele, che può essere valorizzato al meglio principalmente nel design d’interni. È ancora apprezzato sui mercati europei, soprattutto in Francia e in Inghilterra.

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La “vena” del Verdello emerge nel fronte della cava di Bergiola, sulle Alpi Apuane (foto Davide Turrini)

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Dettaglio di un blocco di marmo Verdello (foto Davide Turrini)

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D.T.: La vostra famiglia opera nel settore dell’estrazione e della trasformazione dei lapidei a Carrara da oltre tre generazioni. Cosa ha significato e cosa vuol dire attualmente essere imprenditori del marmo?
Carlo Telara: Significa innanzitutto un lavoro di lunga durata, svolto con passione, tenacia, e attraverso una presenza ed un’attenzione costante in tutti i passaggi produttivi e commerciali. Abbiamo sempre avuto cave in concessione e ci siamo perlopiù occupati in passato di lastre, di semilavorati. Da circa dieci anni inoltre, accanto ai semilavorati, abbiamo sviluppato il settore dei lavorati, finalizzato principalmente alla realizzazione di prodotti finiti di pregio per allestimenti d’interni.
Da sempre privilegiamo mercati come l’Inghilterra, la Francia, gli Stati Uniti, e fortunatamente abbiamo potuto contare nel tempo su di una clientela consolidata e affidabile. La nostra strategia aziendale è stata all’insegna della continuità, ed è stata costantemente caratterizzata dal concetto di “misura”, sia nel mantenimento di un portafoglio clienti estremamente fidelizzato e non sconfinato, sia nella scelta di commesse medie o medio-piccole ma di alta qualità. Siamo cresciuti insieme ai nostri clienti in un rapporto di scambio reciproco.

D.T.: Come è cambiato il lavoro di cava negli ultimi anni?
C.T.: La diffusione e il perfezionamento delle tecnologie del diamante hanno ridotto i tempi estrattivi, hanno permesso di ottimizzare l’attività riducendo lo stress sul materiale e hanno indubbiamente abbattuto il numero della manodopera. Un’ulteriore passo verso la razionalizzazione dell’estrazione è stato fatto grazie al coordinamento amministrativo dell’attività con piani di coltivazione di bacino finalizzati a perequare, nei diversi siti, i ritmi di lavoro e le moli di materiale scavato. Questo è un momento particolarmente importante per Carrara, direi storico, infatti è allo studio un importante progetto di riassetto dei bacini marmiferi che cambierà molto il sistema delle cave. E non bisogna dimenticare che è in via di realizzazione un importante infrastruttura, la via dei marmi, che solleverà la città dal traffico pesante diretto alle cave.
Bisogna aggiungere inoltre che oggi il lavoro di cava è molto meno pericoloso che in passato; in tal senso è stato compiuto un grande percorso ma proprio in questi giorni, con grande dispiacere, abbiamo avuto notizia di un incidente mortale in un sito estrattivo del nostro comprensorio: evidentemente il problema della sicurezza è ancora aperto ed è vietato abbassare la guardia.

D.T.: E le problematiche ambientali e sociali connesse all’attività estrattiva?
Maria Teresa Telara: E’ un tema che mi sta molto a cuore e su cui ho un’opinione personale molto chiara. Come altrove – e qui a Carrara con più di duemila anni di escavazione e produzione alle spalle – l’industria lapidea non sarebbe mai nata senza l’istanza immaginativa di artigiani, artisti, architetti e di una committenza illuminata. In una realtà come la nostra dominata dalla materialità e da un immaginario di durezza e resistenza è importante non dimenticare mai che il motore di tutto è ed è stato qualcosa di molto effimero ma concreto: l’immaginazione appunto.
Senza questo valore e senza quegli individui che hanno usato i marmi apuani in tutto il mondo, la nostra città non sarebbe mai esistita. Solo l’arte e la cultura hanno giustificato per secoli le ferite inferte alle nostre montagne, solo la creatività ha giustificato la distruttività. È come se la definizione data da Michelangelo della scultura – “quella che si fa per forza di levare” – delineasse in qualche modo la lunga storia vissuta, per certi versi drammaticamente, da Carrara. Questo è accaduto ovunque c’era una cava di pietra, ma le proporzioni del fenomeno in questi luoghi sono forse uniche al mondo.
Oggi il progresso nei processi di escavazione può portare ad un lavoro di cava sempre più intenso, rapido, caratterizzato da un “gigantismo” dimensionale impensabile fino a pochi anni fa, il titanismo industriale può sovrastare e cancellare l’apporto immaginativo e creativo che nasceva un tempo sin dal momento dell’estrazione della pietra; inoltre la sempre minore trasformazione in loco dei materiali contribuisce a diffondere a tutti i livelli una cultura an-estetica che impoverisce la nostra terra ricca di risorse e di bellezze. Ecco allora che la creatività come giustificazione della distruttività tende a dissolversi. I vecchi cavatori parlavano di coltivazione della cava e non di escavazione, ancora oggi si parla di agri marmiferi come se il marmo fosse una risorsa rinnovabile. Ed è evidente che non è così e che invece il territorio tutto è sempre più povero. C’è poi un dato di fatto evidente per chiunque visiti Carrara oggi: nonostante la spettacolarità del paesaggio, le nostre montagne, le cattedrali naturali di marmo, sono invase dalla polvere. I viaggi dei camion che salgono e scendono dalle nostre cave sono quasi 1000 al giorno e su 10 carichi che scendono a valle grossomodo solo 2 sono di blocchi che andranno in lavorazione e circa 8 sono di detriti (il 30% dei quali è destinato alla produzione di carbonato di calcio). Dando retta alle prospezioni statistiche il concetto di estrazione di un materiale (il marmo) si sta rapidamente spostando verso il concetto di estrazione di una materia prima che con la cultura dei lapidei ha ben poco a che fare: il carbonato di calcio appunto.
Detrito, rifiuto, scarto sono le parole chiave oggi a Carrara, parole che pesano nella rielaborazione dell’identità di una città: è importante considerare l’incidenza che queste parole hanno sull’immaginario di una collettività, sulla sua auto-rappresentazione, oltre che ricercare soluzioni per uno sviluppo/riconversione legati alla sostenibilità.

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Blocchi di Verdello sullo sfondo del paesaggio apuano (foto Davide Turrini)

D.T.: In questo contesto quali devono essere le politiche produttive del domani?
M.T.T.: La complessità del lavoro estrattivo pone molte sfide sia al mondo industriale che alla città nel suo complesso. I costi collettivi differiti nel tempo dell’attività di cava sono elevati, ecco allora che per rendere più forte e convincente il nostro prodotto non dobbiamo certo smettere di estrarre la pietra ma abbiamo il dovere di farlo in modo sempre più consapevole, dobbiamo cavare meglio, in modo rispettoso, ragionato, disciplinato.
Dobbiamo ricercare con convinzione strade nuove verso la sostenibilità ambientale delle nostre attività; non basta più richiamare a livello di marketing generici concetti di naturalità della pietra, bisogna in futuro che anche il mondo delle imprese di settore si impegni in prima persona nel perseguire una sostenibilità vera e fattiva dei propri sistemi di produzione. E si badi bene il mio non è soltanto un discorso etico, è una prefigurazione che guarda alle forti ricadute economiche e commerciali che un simile impegno potrebbe avere per tutti.

D.T.: Maria Teresa dopo gli studi condotti nel campo della storia dell’arte ed un lungo periodo che ti ha vista impegnata come attrice ed autrice teatrale tra la Toscana e Roma, oggi, qui a Carrara, coniughi il tuo ruolo di imprenditrice con una intensa attività di promozione di eventi artistici e culturali; e tutto ciò si esplica ancora una volta nel segno unificante della presenza della pietra. Puoi parlarci della tua esperienza personale?
M.T.T.: Come tu hai detto la mia formazione è artistica e non manageriale, mi sono appassionata sin dagli anni degli studi giovanili di arti visive contemporanee ma soprattutto mi sono occupata di sperimentazione teatrale. Circa dieci anni fa, in un percorso di vita piuttosto complesso, mi sono ricongiunta a Carrara e alla storia della mia famiglia che lavora nell’industria del marmo dal 1925, prima con mio nonno, poi con mio padre e oggi con me e mio fratello.
E qui ho riscoperto quel mondo problematico che ho descritto sopra, fatto di legami viscerali con la natura, fatto di un lavoro umano secolare e di forti contrasti, ho riscoperto quello che poteva diventare insomma un laboratorio culturale privilegiato dove i temi legati all’arte, all’architettura, al design si intrecciano in modo complesso e fertile con i temi ambientali, economici, sociali. Così nel 2001 ho contribuito alla nascita dell’associazione Opera Bianca, fucina di idee multidisciplinare per promuovere attività ed eventi culturali incentrati sulla sperimentazione dell’arte contemporanea in relazione al luogo, allo spazio vissuto e alla memoria.
In cinque anni l’associazione è cresciuta e con il sostegno della Provincia di Massa e Carrara e della Regione Toscana con le sue reti TRAART e Porto Franco ha potuto organizzare quattro importanti manifestazioni con valenze non solo locali: la prima “Andata e ritorno per vedere” nel 2001 ha dato vita ad un percorso di opere site specific all’interno della nostra segheria; la seconda “Trovanti. Terre e uomini in passaggio” del 2003, sempre nello stabilimento, ha continuato ad affrontare il tema del viaggio della materia già presente nel primo progetto; nel 2004 poi abbiamo realizzato “Distruggere e Creare. Quella che si fa per forza di levare” riflettendo appunto sul significato della creatività e della distruttività non solo nell’arte; infine nel 2006 il cantiere d’arte “Luogo comune” e la performance “Light and Gravity” per cui rimando alle numerose pubblicazioni in questo stesso blog.
Sempre nel 2001, contemporaneamente alla nascita di Opera Bianca, all’interno della segheria del marmo abbiamo ristrutturato gli spazi in passato adibiti alla carpenteria e al magazzino per ospitare giovani scultori italiani e stranieri. È nato così Apparatus Sculptoris, un tentativo di ricreare le condizioni per una contaminazione proficua tra arte e produzione, per una rinascita insomma di quella attività immaginativa che si è andata perdendo nel recente passato. Attualmente in questi spazi lavorano 6 artisti con una grande passione per il mestiere artigianale, per la scultura in marmo, per l’architettura e per il design; sono Jeung Boung-Ki, Dan Istrate, Emiliano Moretti, Matteo Peducci, Luca Poli, Mattia Savini. Nel loro lavoro c’è una grande qualità.
L’idea non è stata quella di avere all’interno dell’azienda un normale laboratorio con artigiani per lo sviluppo di commesse legate alla scultura, piuttosto si è voluto predisporre uno spazio consono al lavoro creativo degli scultori con i quali di volta in volta allacciare collaborazioni in un esperienza di Arte-Industria. Un risultato pratico di questa attività è visibile nel nostro stabilimento in questi giorni: nell’ambito di una commessa per rivestimenti nel Regno Unito, in un ampio progetto di nuova edificazione, si è creato lo spazio per la collocazione di una grande scultura: ecco allora che i nostri artisti hanno realizzato una serie di studi, di bozzetti, e dopo aver scelto insieme al committente la soluzione finale oggi stanno realizzando l’opera in Bianco di Carrara qui, negli spazi della segheria.

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Scultura in marmo di Matteo Peducci, Mattia Savini e Luca Poli in corso di realizzazione presso lo stabilimento Carlo Telara di Carrara
(foto Davide Turrini)

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