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Intervista a Alberto Bartolomei


Alberto Bartolomei Contitolare Il Casone s.p.a.

Davide Turrini: molti settori del mondo produttivo dei lapidei sono attraversati da una forte crisi. Qual è la situazione nel comprensorio estrattivo di Firenzuola?
Alberto Bartolomei: il nostro comparto è caratterizzato da un’estensione di ridotte dimensioni ed anche le sette aziende estrattive che vi sono insediate hanno strutture di taglio medio-piccolo. Tutti i produttori di lapidei che operano attorno a Firenzuola eseguono cicli di lavorazione completi, dall’estrazione in cava fino alla realizzazione del prodotto finito da destinare al mercato edilizio; così, col passare degli anni, non si è mai creata una dissociazione tra aziende specializzate eminentemente nell’estrazione ed operatori vocati esclusivamente alla trasformazione. Tutto ciò ha rappresentato certamente un punto di forza.
Inoltre, per un comparto così piccolo è stato abbastanza agevole muoversi con efficacia nel campo della promozione, ed oggi la nostra pietra gode di un momento di buona affermazione commerciale. La domanda internazionale del prodotto è cresciuta, soprattutto per quanto attiene al design e alla progettazione d’interni. Negli ultimi quattro anni il fatturato dell’intero comprensorio estrattivo è aumentato di circa il 40%.

D.T.: impieghi tradizionali in interventi di restauro e riqualificazione o applicazioni inedite per il progetto contemporaneo? Qual è il futuro della pietra di Firenzuola?
A.B.: sino ad ora, purtroppo, il nostro paese si è fermato troppo spesso ad un uso tradizionale di questa pietra e non ha accolto le applicazioni più innovative del prodotto, che già esistono e sono state impiegate all’estero con risultati più che soddisfacenti. Le concause principali di questo fenomeno sono due: le specifiche imposte dai necessari vincoli sugli abitati storici e i costi del materiale lapideo che non si adattano alle scarse risorse economiche dei programmi italiani di architettura contemporanea. A questi fattori si deve aggiungere una certa mancanza di coraggio progettuale dovuta fondamentalmente ad una cattiva conoscenza tecnica del materiale.
L’azienda cresce se c’è la domanda, se c’è la sfida di utilizzare un prodotto innovativo all’interno di un progetto dotato delle giuste risorse finanziarie. Ecco allora che si devono incontrare un committente, un progettista ed una azienda disposta a seguire nuovi percorsi di ricerca e di produzione. Io auspico che ciò possa accadere sempre di più, soprattutto in Italia. Solo in questo modo la pietra di Firenzuola, oltre a continuare ad alimentare i programmi di restauro dei nostri centri storici, potrà esplicare le sue potenzialità costruttive nel progetto contemporaneo.


Vista di Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste con la nuova pavimentazione in pietra di firenzuola fornita da Il Casone s.p.a. Progetto di Bernard Huet con Gaetano Ceschia e Federico Mentil.

D.T.: mi pare che a questo punto del nostro dialogo si debbano affrontare due problematiche di grande attualità: la prima è quella della diffusione della conoscenza tecnica dei materiali lapidei; la seconda riguarda un settore in cui spesso l’innovazione è confusa con il mero ampliamento dell’offerta commerciale attraverso nuove cromie litiche o nuove finiture di superficie.
Come incrementare allora il grado di consapevolezza dei progettisti nei confronti delle reali caratteristiche dei materiali e come innovare in modo sostanziale il prodotto litico e le tecnologie costruttive ad esso connesse?
A.B.: credo che un rapporto stretto di collaborazione con i progettisti sia indispensabile per innovare realmente l’impiego dei lapidei naturali, che per loro natura lasciano pochi margini di “reinvenzione” rispetto, ad esempio, ai prodotti delle industrie laterizie o ceramiche. In pratica i risultati migliori si ottengono quando l’azienda opera come un vero e proprio ufficio tecnico del progettista.
In questo senso sono indispensabili investimenti consistenti nel campo della ricerca e della certificazione di qualità: le aziende del settore devono fornire al progettista un materiale di cui sono state completamente analizzate e chiarite le caratteristiche fisico-tecniche. Per suscitare un rinnovato interesse nei confronti dell’architettura contemporanea di alto profilo progettuale, il mondo dei lapidei deve rifondare la caratterizzazione del prodotto su basi serie ed aggiornate.
Spesso le specifiche tecniche richieste nei capitolati per i nostri materiali sono sbagliate, tuttavia come aziende non abbiamo voce in capitolo per ridiscuterle, non abbiamo credibilità poichè siamo i venditori del prodotto. Ecco allora che ci dobbiamo preoccupare di coinvolgere enti esterni, come ad esempio le Università o altri centri di ricerca, per studiare il nostro prodotto e per comunicare all’esterno dati attendibili.


Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste. Dettagli delle lavorazioni superficiali delle lastre in pietra di Firenzuola fornite da Il Casone s.p.a.

D.T.: al contrario di ciò che accade per le industrie del laterizio o del cemento, il quadro d’insieme delle associazioni di settore dei lapidei è estremamente frammentato. Su tutto il territorio nazionale esistono numerosi consorzi ed enti di promozione che operano con strategie molto diversificate, e non sempre efficaci per l’affermazione del prodotto. L’associazionismo di settore può rappresentare un punto di forza per il futuro del mondo dei lapidei?
A.B.: è vero che la frammentazione esiste e che costituisce certamente un aspetto di debolezza della nostra realtà produttiva. Credo che in questo campo sia necessario un lavoro enorme sì nei contesti locali ma, soprattutto, nel più ampio quadro nazionale, dove le associazioni dovrebbero finalmente diventare dei centri propositivi, capaci di gestire il rapporto col legislatore, per risolvere in modo organico e coordinato le problematiche specifiche delle attività estrattive.
In qualità di vicepresidente del COPSER, cioè del consorzio che riunisce i cavatori del comprensorio di Firenzuola e tiene i rapporti con le istituzioni, posso dire di credere molto in queste tipologie di enti, in cui le singole aziende si possono riconoscere e possono trovare strategie comuni. A livello locale abbiamo già lavorato molto e vogliamo continuare ad impegnarci.
Per l’esattezza nella nostra realtà coesistono tre enti associativi legati alla produzione della pietra: il primo è appunto il COPSER, un consorzio di servizi con magazzino centralizzato e macchine consortili che fanno lavorazioni per tutti gli associati; il secondo è il COREFA che si occupa del recupero e dello smaltimento dei rifiuti di estrazione e di lavorazione dei lapidei; infine esiste il Consorzio delle Città delle Pietre Ornamentali, che si occupa principalmente di promozione del prodotto ed è costituito dalle imprese e dai Comuni dei tre comparti delle pietre “minori” della Toscana, cioè pietra serena, travertino e alabastro.
L’esempio di Firenzuola è un esempio importante di funzionamento dei consorzi. Grazie alle sinergie che abbiamo creato con gli enti locali siamo riusciti a gestire in modo vincente il problema dell’impatto ambientale delle cave. Nel nostro Comune l’attività estrattiva è stata sempre e comunque salvaguardata; i luoghi di escavazione della pietra sono stati circoscritti ad un’area ben precisa, limitando al minimo le ricadute negative sull’ambiente e sul paesaggio.
Un altro risultato importante che abbiamo ottenuto grazie all’attività del Consorzio, è stato quello relativo all’ampia divulgazione di un corpus aggiornato ed attendibile di dati sulla qualità delle nostre pietre. Coinvolgendo le Università di Firenze e di Bologna, abbiamo pubblicato uno studio importante sulle caratteristiche fisico-meccaniche dei materiali che produciamo e sui requisiti minimi che le pietre possono garantire a seconda del tipo d’impiego. Il prossimo impegno del Consorzio è quello di studiare il marchio di origine e qualità per prodotto lapideo, per il quale stiamo già lavorando nell’ambito di una convenzione con il Politecnico di Torino e l’Università di Bologna; queste istituzioni redigeranno a breve il disciplinare tecnico indispensabile per ufficializzare poi la certificazione.

(Vai al sito Casone)

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