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3 novembre 2016

Opere di Architettura

Alle radici dell`architettura: la costruzione in pietra a secco

Per descrivere le sensazioni suscitate dalla vista delle costruzioni in pietra a secco, mi sia consentito di citare il grande storico dell’arte, Cesare Brandi1. Nel momento in cui si accinge a descrivere i trulli sparsi a vista d’occhio nelle campagne tra Locorotondo e Martina, lo assale il ricordo di un suo viaggio in Siria. Egli sta percorrendo le strade impervie che vanno verso Palmira; il terreno è pietroso e arido per la mancanza di corsi d’acqua e il sole incombente. All’improvviso si presentano ai suoi occhi delle costruzioni molto simili a quelle pugliesi… Grande è la sua sorpresa, ma, poi, qualcuno gli spiega che quei piccoli edifici non costituiscono un caso isolato: essi sono tipici esempi di costruzioni rurali siriane.
Si potrebbero aggiungere, a questa, molte citazioni, tutte simili, tratte dai ricordi di altri viaggiatori. Tutte esprimerebbero quella stessa sorpresa, sfumata poi in una sensazione vagamente nostalgica. Pur essendo strettamente legate alla natura dei singoli luoghi, queste costruzioni rievocano regioni e tempi lontani, dando l’impressione di esistere da sempre e dappertutto, in forme identiche. Chi le nota, non manca di pensare a un substrato mitico, intermedio all’abitare e al costruire, sopito nella coscienza dell’uomo ma pronto ad emergere ogni volta che le condizioni geografiche e sociali siano favorevoli. Possiamo cogliere lo stesso fenomeno in un altro genere di viaggi, digitando su un motore di ricerca una delle seguenti espressioni: “pietra a secco”, “pierre sèche”, “dry stone”, “piedra seca”, ecc… Anche in questo caso ci sarà la sorpresa di vedere apparire sullo schermo una grande quantità di costruzioni in luoghi distinti l’uno dall’altro, tenuti assieme dalle passioni e dagli interessi di soggetti diversi: studiosi, cultori di storia locale, operai, contadini, pastori, piccoli proprietari, acquirenti e venditori di seconde residenze…
Perché queste forme di esasperato localismo hanno tanto successo nella rete globale? E perché la costruzione in pietra a secco ha generato forme simili in tutti i luoghi dove ha trovato condizioni favorevoli per la sua applicazione?
Lasciando queste domande sul fondo, provo a fare, qui, una serie di riflessioni sul versante architettonico della tecnologia. Il mio riferimento sarà la Puglia. Questa regione, per il suo ricchissimo e variegato patrimonio di costruzioni in pietra a secco, può costituire un utile termine di confronto per studiare le altre aree di diffusione.


Costruzioni derivate da spietramento. Da sinistra a destra: Specchia dei Mori a Martano, Lecce; Muragghio del Ragusano, Sicilia; Specchia a ripiani presso Castellana Grotte, Puglia

Un tentativo di definizione
Per intendere correttamente il senso2 dell’espressione “costruzione in pietra a secco”, si devono, innanzi tutto escludere le tecniche di montaggio che realizzano la coesione delle parti elementari tramite chiodi e bulloni e simili connessioni, e riferirsi, più che a precisi caratteri distintivi, a tendenze, da un lato, relative agli aspetti tecnici, nella scelta dei materiali e nel modo di porli in opera, e dall’altro, relative all’ambiente fisico e sociale.
Sotto l’aspetto tecnico, la costruzione in pietra a secco impiega materiali litici di non grandi dimensioni, spesso estratti dal luogo stesso della costruzione, li pone in opera dopo una lavorazione minima, senza leganti e connessioni. Sotto l’aspetto ambientale, dobbiamo osservare che il campo di applicazione della tecnologia è prevalentemente fuori le mura della città, ed è costituito dai pascoli e dai territori sottoposti alla bonifica e alla colonizzazione, purché le loro caratteristiche pedologiche siano favorevoli, per la presenza di rocce affioranti e per l’abbondanza di materiali lapidei, eventualmente portati in superficie dai lavori agricoli. In queste situazioni la tecnologia ha il vantaggio di rendere minimi i costi dei materiali, spesso raccolti negli stessi luoghi della costruzione dai coloni, che possono essere impegnati, pertanto, oltre che nel recupero, anche in una forma parziale di autocostruzione.
Il primo utilizzo degli accumuli di sassi e di spezzoni di roccia divelta, è la delimitazione dei campi, poi vengono le costruzioni funzionali e le abitazioni e queste operazioni riguardano, sia le grandi proprietà soggette ad imponenti trasformazioni agrarie, che i piccoli appezzamenti dati in enfiteusi ai coloni che vi investono, al lungo termine, le loro energie lavorative. In sostanza, l’ambito in cui la tecnologia si è qualificata in senso ambientale e di recupero, è essenzialmente rurale, apparendo inadatta alla città e alla sua edilizia civile e religiosa. Quando le sue produzioni sono state finalizzate all’abitazione, sono oggetto di un pregiudizio di povertà e di precarietà. Un mutamento avviene alla metà dell’Ottocento, quando le leggi di eversione feudale e di soppressione degli enti ecclesiastici contribuiscono a redistribuire il possesso dei suoli agricoli su diverse classi sociali. Prende avvio, allora, una grande trasformazione delle campagne pugliesi e, in particolare si forma il paesaggio della cosiddetta Valle D’Itria, interamente basato sulla costruzione in pietra a secco e sulla proliferazione dei trulli nella forma evoluta adatta all’abitazione permanente. Rinviando alle pubblicazioni specialistiche per il singolare3 insediamento di Alberobello, non posso qui esimermi da un breve cenno su questo grande raggruppamento di case interamente costruito in pietra a secco. Le alterazioni e l’involgarimento purtroppo dovuto allo sfruttamento turistico dell’immagine dei trulli riducono notevolmente il godimento di questo bene culturale, che pure è stato recentemente dichiarato Sito UNESCO. Gli storici hanno descritto la nascita di questo abitato in una grande area boschiva che i feudatari hanno tentato di colonizzare infrangendo le leggi dell’antico regime contrarie alla fondazione dei nuovi borghi e al taglio indiscriminato degli alberi. Nel racconto di queste prime vicende, il ruolo della costruzione in pietra a secco appare quasi favoloso, ma è un dato di fatto che essa era un obbligo imposto ai coloni, per fare apparire precarie le loro case e potere, all’occorrenza, demolirle più facilmente. La tecnologia della pietra a secco si adattava poi, allo scopo, per l’assenza del legno nella produzione, non solo, come combustibile per la preparazione della calce, ma anche per i ponteggi, le puntellature e le centine, e, infine, per le parti strutturali, come travi, solai, incavallature dei tetti. Si comprende, quindi, come sia poco appropriato l’attributo di “spontaneità” che si è dato anche a questa produzione, ma ci si rende conto, anche, di quanto siano ricche di implicazioni, le varianti vernacolari dell’uso della pietra. Principi formali Ma per fare chiarezza su queste ultime osservazioni è necessario ragionare per differenze e per confronti sul tema della costruzione.


In alto: costruzioni in pietra a secco con coperture a zolle di terra; sotto, a sinistra: pajaro nella campagna di Presicce; a destra, truddi gemellati a Monacizzo, Taranto

La malta, con la sua presenza, tende a restituire ai materiali la continuità e la stabilità possedute prima dell’estrazione dalla cava; questo effetto è raggiunto, sia attraverso il riempimento dei vuoti tra le superfici di contatto, che con la consistenza lapidea della malta al termine della sua presa. I materiali hanno, tuttavia, una temporanea e precaria stabilità, prima di essere utilizzati nella costruzione, quando sono depositati a piè d’opera, talvolta gettati uno sull’altro, e, in altri casi, distribuiti secondo un ordine congruente con la loro forma e al loro futuro impiego. In questi insiemi, le singole parti si assestano in una posizione di mutuo contrasto e di equilibrio tra le forze di gravità e l’attrito, oppure, con la loro forma, suggeriscono il loro impilamento, restando immobili nell’attesa della messa in opera. Si direbbe che il costruttore in pietra a secco, nella sua azione, tragga ispirazione da questi depositi monomaterici e discontinui: di fatto egli alterna getti disordinati di pietre, a disposizioni ordinate dello stesso materiale, ricercando la stabilità nella discontinuità. La diversità del procedimento costruttivo diventa ancora più evidente quando vediamo il maestro murario cercare la pietra. Avendo disponibile un solo materiale, egli volge il suo sguardo ai frammenti lapidei sparsi sul terreno, per sfruttare di ogni pietra l’occasionalità in rapporto al vuoto da occupare in quel determinato momento di sviluppo dell’accumulo.
A questo modo di costruire per accumuli4, sembra corrispondere, al livello architettonico, un modo di riunire, nell’icona dello stesso edificio, archetipi diversi, come la grotta, il tumulo, la torre a gradoni, la tenda, la capanna circolare a tetto conico, quella quadrata o rettangolare col tetto a due o a quattro falde, ecc…; la costruzione in pietra a secco interagisce con questi archetipi non tanto per configurarsi secondo uno schema tipologico, ma assumendo su di sé i loro “principi formali”, nel senso che l’icona dell’edificio emana suggestioni visive percepibili come scritture sovrapposte in una sorta di palinsesto.
Osservando una foto panoramica degli anni Cinquanta del XX secolo, della cosiddetta Valle d’Itria, si scorgono due sistemi di segni che, poi, l’incremento della vegetazione arborea originaria con piante ornamentali, ha completamente occultato: il primo è un estesissimo reticolo di segni lineari corrispondenti alle divisioni delle proprietà e ai muri di sostegno dei terreni e di fiancheggiamento delle strade vicinali, il secondo è una diaspora di segni puntiformi qui rappresentati delle case sparse, altrove dagli accumuli di spietramento, indicati nei dialetti pugliesi con il termine specchia. A riprova del coinvolgimento mitico e nostalgico prodotto dall’immagine della costruzione in pietra a secco, gli eruditi locali5, quando si sono trovati davanti ad accumuli di una certa dimensione, non hanno esitato a considerarli molto antichi e a darne delle interpretazioni non strettamente connesse con lo spietramento dei lavori agrari. Per Antonio De Ferraris, detto il Galateo6, erudito vissuto tra XV e XVI secolo, le più grandi specchie salentine erano monumenti funerari eretti per importanti personaggi, poiché, a suo dire, esisteva una tradizione, presso gli Iapigi, prima ancora che presso i Greci, di accumulare sulle spoglie mortali di uomini illustri grandi quantità di pietre e di terra, in modo da formare dei tumuli. Questa tesi, confermata, in parte, dagli scavi archeologici più recenti, si alterna con l’altra che pone il termine specchia in relazione etimologica con il latino specula, cioè luogo elevato per osservare il territorio. Non sono mancate, anche in questo caso, interpretazioni tendenti a considerare remotissima la costruzione di questi manufatti che sarebbero stati, già in origine, collegati ad altri accumuli lineari detti in dialetto paretoni per la loro grande lunghezza e per la disposizione, talvolta, avvolgente rispetto ai centri abitati collinari.


In alto a sinistra talayot a Minorca; a destra, Naveta des Tudons, Ciutadella, Minorca; in basso barraca a Minorca

In effetti, gli accumuli costituiti da progressivi accrescimenti contenuti da pareti periferiche a scarpata, sono talvolta conformati a ripiani collegati da scale che consentono di raggiungere la sommità costituita dalla piccola terrazza terminale che, per la sua altezza, è particolarmente adatta all’osservazione del territorio. È interessante, in questo senso, una specchia a ripiani nell’agro di Castellana, la cui sommità è accessibile con una scala ricavata in un incasso della massa di pietrame. L’icona della torre a terrazze degradanti, accessibili mediante rampe di scale che si avvolgono a elica sui fianchi, è, anche, il motivo ricorrente delle rappresentazioni della torre di Babele di cui è ricchissima la storia dell’arte europea, che ha conservato, al livello di immagine, la tradizione architettonica di alcuni tra i più grandi edifici funerari e templari della remota antichità, come le piramidi, le mastabe, le ziggurat e le torri a gradoni, ancora oggi visibili in Egitto, Asia Minore e America meridionale. Perciò, se, da un lato, la torre a terrazze degradanti rientra in una visione deterministica, come espressione architettonica di un procedimento costruttivo per accumuli e contenimenti strutturati, dall’altro, è sorprendente che questo “principio formale” sia stato adottato dalla costruzione in pietra a secco di ambiente rurale in tutto il bacino del Mediterraneo che presenta un’infinità di piccoli edifici con o senza vano interno, con l’aspetto, o di semplici torri tronco-piramidali o tronco-coniche, o di torri gradonate con una successione di ripiani. Ritroviamo queste tipologie con diverse varianti e denominazioni ad esempio, in Puglia, nel Salento (pagghiari) e a Nord di Bari, nei monti Iblei, in Sicilia, presso Ragusa7 (Muragghi), nelle Baleari (Barraques)… Per quanto possa apparire vana e difficile, la ricerca su questa diffusione, forse vale la pena di tentarla, cominciando l’indagine su aree limitate, poiché potrebbe portare all’evidenza una storia minore, ma di grande interesse, di flussi migratori e di trasferimenti di maestranze.
Il materiale gettato tra le pareti di contenimento può essere mischiato a zolle di terreno. Questo strato, trattiene l’umidità, arrestando le infiltrazioni nell’ambiente sottostante e consente la crescita della vegetazione in continuità con l’ambiente circostante. Il basamento dà un aspetto unitario alla composizione, anche se l’interno può avere due o più ambienti variamente distribuiti e articolati. Il cumulo di terra risponde allo stesso principio formale di una tenda, poiché sovrasta le strutture sottostanti inviluppandole. È bene osservare che, a prescindere dalle loro dimensioni e dal loro aspetto arcaico, questi edifici non sono più antichi di duecento anni. Anche per questi manufatti, non sono mancati gli eruditi, soprattutto stranieri, in cerca di testimonianze classiche, che hanno creduto di vedere in essi tombe greche o romane, mentre erano ancora all’opera maestranze itineranti nei latifondi intenti a recuperare il pietrame rimosso dall’impianto delle nuove colture per farne dei ripari per i braccianti impegnati nella stagione dei raccolti, tra settembre e novembre, soprattutto nelle Murge del Nord di Bari. Architetti, geografi e cultori di studi locali hanno studiato soprattutto gli edifici dotati di spazio interno, assimilabili per forma e funzioni alle capanne, anche se costruite interamente in pietra a secco. Rinvio alle tavole qui presenti e alle pubblicazioni specialistiche per i tentativi di classificazione delle forme assunte da questo genere di manufatti, precisando che, a questo tema, è strettamente collegato quello della cosiddetta “falsa cupola”. È questa una soluzione coerente con la tecnologia della pietra a secco, poiché consente, in teoria, di coprire il vano con un unico materiale, senza malta, né centine e impalcature. Nella costruzione della tholos8 possono distinguersi tre modi di porre in opera le parti elementari, che spesso troviamo combinati insieme. Una prima possibilità consiste nel porre ogni pietra a sbalzo su quelle inferiori in modo da conservare l’equilibrio statico per il contrappeso della parte posteriore che resta, poi, inserita nella massa muraria in costruzione. Una seconda consiste nel coprire, con ogni pietra, la porzione di vuoto formato da due pietre sottostanti, sovrapponendosi di sguancio sull’angolo da esse formato. Infine, un altro procedimento, forse più evoluto, utilizza pietre, opportunamente regolarizzate, disposte su anelli orizzontali di minor raggio al crescere della quota, messe opportunamente in contrasto sulle superfici laterali, in modo da evitare il ribaltamento e la caduta. Non vanno trascurate le relazioni della falsa cupola vernacolare con le tholoi megalitiche e con le cupole in generale, anche in rapporto alle soluzioni adottate per passare dal quadrato della pianta, alla circonferenza della cupola. Rinviando tali complesse questioni ad altra sede, osserviamo che, se, da un lato, la pietra a secco si presenta come una tecnologia di “recupero”, “povera“ o “popolare”, ciò nondimeno essa ha un suo linguaggio, nello stesso tempo radicale e universale. Se questo è ciò che si pensa sia avvenuto, quando, dall’imitazione della capanna primitiva, è scaturito il sistema di segni e significati degli ordini architettonici, anche per i manufatti in pietra a secco, possiamo dire che la loro qualità architettonica è quella di essere vettori di messaggi relativi all’origine della loro costruzione intesa nel significato più generale del termine.


Muragghiu di Villa Trippatore, Sampieri, Ragusa, Sicilia

Questa espressività è ottenuta con mezzi in apparenza semplici: un certo modo di unire tra loro le pietre, sbozzare i blocchi, lasciare prive di rivestimento le pareti, alzare i muri a scarpata, risolvere gli estradossi delle coperture dei vani o separandoli, nell’esaltazione della geometria conica, o unendoli, in un complesso raccordo di superfici, ecc. Perciò, la costruzione in pietra a secco, oltre ad avere dei propri “principi formali”, ha anche dei propri stili che possono caratterizzare, in modo specifico, l’icona di uno singolo edificio o la produzione di una determinata zona. Alcuni studiosi hanno considerato il tipo Alberobello, come l’esito finale dell’evoluzione della “capanna ad alveare” nella combinazione con le forme derivate dall’accumulo. In sostanza, queste forme andrebbero progressivamente dal semplice riparo costruito in pietra a secco, alla casa contadina, fino al villino del primo novecento della Selva di Fasano che conserva qualche principio formale, allontanandosi nelle caratteristiche tecnologiche. Si deve considerare però che gli archetipi sono ancora vitali e che li ritroviamo, anche se sporadicamente, in manufatti recenti, come le pinnettas sarde il cui tipo è presente anche in Puglia, riconoscibile dal basamento di pietra a secco costruito intorno ad un unico vano e dalla soprastante copertura conica, fatta di fogliame steso su rami rettilinei uniti al vertice. La separazione tra la parte inferiore e quella superiore è presente nel tipo Alberobello nella sua forma unicellulare, che, forse, può essere considerato la versione lapidea di questa capanna a tetto vegetale, presentando lo stesso “principio formale”, negli strati di lastre più sottili del tetto conico e nella soluzione terminale della cuspide, spesso segnata da un triangolo o da un cono rovesciato o da una sfera. È rievocato, qui, sia il palo centrale, che il fascio dei rami salienti che dalla base convergono verso un punto centrale in alto, dove sono raccolti in un nodo. Il tetto conico, facendo corrispondere una copertura ad ogni singolo vano, ricorda il “principio formale” dell’edicola isolata a pianta centrale, in genere eretta per svolgere una funzione commemorativa. Un’altra conseguenza del principio formale del tetto conico è la tendenza generalizzata a distribuire il tutto sul piano terreno, in modo possa crescere in funzione delle esigenze familiari aggiungendo altri coni, per cui, il loro numero rende immediatamente percepibile la consistenza e l’importanza dell’edificio. Ritornando a guardare, pertanto, la fotografia panoramica della Valle D’Itria, ci si rende conto come ogni singolo vano, con la cuspide del suo tetto conico, partecipi all’immagine complessiva e generale del territorio, diventando il simbolo di un ideale rapporto tra l’individuo e la natura domata dal duro lavoro contadino.

Conclusioni
Ritornando alle considerazioni iniziali, osserviamo che l’elencazione delle forme pugliesi è valida per tutte le aree di diffusione, sia pure con notevoli varianti. Ritroviamo costruzioni in pietra a secco in molte aree circostanti al bacino del Mediterraneo: oltre alla Puglia, esse sono presenti in varie zone dell’Italia peninsulare, in Sicilia, in Liguria, in Abruzzo, in Sardegna, in Grecia, in Croazia, in Turchia, nell’Africa settentrionale, nelle Baleari, nella Spagna, nella Provenza. Superando l’idea di un carattere esclusivamente “mediterraneo” della tecnologia, si devono citare come aree di diffusione, sia pure sporadica, varie zone dell’Europa centrale, Svizzera e Francia, e dell’Europa del Nord, Scozia e Irlanda, fino alla sperduta isola di Skellig Michael.


Muragghiu in Villa Ottaviano, Sampieri, Ragusa, Sicilia

Di fronte a questa diffusione e alla sostanziale uniformità della costruzione in pietra a secco lo studioso può cercarne le ragioni nelle invarianti della storia dei luoghi, interessandosi al primo possesso dei territori e alle diverse riforme agrarie, non trascurando gli eventuali scambi culturali e i trasferimenti di coloni e di maestranze. Gli aspetti fisici sono, infatti, solo uno dei fattori concomitanti al manifestarsi di un fenomeno che è essenzialmente culturale. La ricerca è difficile per mancanza di documenti scritti, ma, a ben riflettere, la costruzione in pietra a secco, proprio per il suo stretto legame con le modifiche del territorio, è frequente oggetto di registrazioni notarili ed è spesso rappresentata nelle cartografie storiche fino al dettaglio. C’è poi l’idea che queste formule costruttive e architettoniche siano già presenti, quasi geneticamente, nella mente dell’uomo, pronte a manifestarsi in determinate condizioni ambientali e in particolari situazioni di sopravvivenza e di emergenza abitativa entrando così nella tradizione e perdurando fino ad una eventuale sparizione, per sorgere poi a nuova vita in forme che per quanto modeste possono apparire monumentali, perché legate al ricordo di avvenimenti lontani. Si tratta, evidentemente, di una suggestione, che non deve essere rifiutata a priori, poiché la ricerca di continuità tra costruzioni in pietra a secco e testimonianze preistoriche o medievali, può rivelarsi feconda di risultati.

di Angelo Ambrosi

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Rieditazione tratta da RE-LOAD Stone, a cura di Vincenzo Pavan pubblicato da Marmomacc

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