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8 febbraio 2017

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Interpretazione di una forma
Testo critico di Barbara Martusciello

La Casa dell’Architettura di Roma ospita fino al 28 Febbraio la mostra di Claudio Nardulli
In questa personale, che si posiziona come un punto importante della sua lunga ricerca, Claudio Nardulli espone una serie di sculture e di fotografie accorpate sotto una titolazione eloquente: Interpretazione di una forma.
Le due diverse concretizzazioni visive, con le grammatiche che le costituiscono, sono in dialogo tra loro: la scultura, essenziale e dalle volumetrie morbide perché biomorfe, è elemento solido tridimensionale e tattile; la fotografia è bidimensionale e campo della luce, ovvero quanto di meno oggettivamente solido esista. L’architettura immortalata è altrettanto di cubatura, ben salda e concreta. Insieme annullano le eventuali contrapposizioni che possono manifestare per attuare una pratica della sinergia. A che fine? Per restituire, analizzandole e affiancandole, le rappresentazioni espressive per agire nella plasticità, leggerezza e dinamicità di una forma a partire dalle superfici a guscio.
Ne derivano fotografie che fermano il tempo, congelandolo nella fissità dell’immagine, e nel nostro caso ci danno una rarefatta astrazione e la sintesi geometrica – non euclidea – derivanti dall’esplorazione del mondo della pura forma. Per quanto concerne la scultura, la caratterizzazione è simile – rarefatta astrazione e sintesi geometrica – ma per giungere alla costruzione di una forma integrale e a suo modo autentica e originaria.

Interpretazione di una forma, dunque: ma che tipo di configurazione? Di quella basata sulle ellissi, sul concavo e il convesso, sulle flessuosità e che richiama organismi unicellulari.
Le sculture di Nardulli, marmoree solidità che alludono alla malleabilità, accolgono la luce nei propri incavi e nelle sporgenze animando quel lato dell’opera che quasi vibra e pare viva sostanza della Natura. Le fotografie anatomizzano un’architettura che guarda alla stessa Natura – i gusci, le conchiglie, i paraboloidi iperbolici, le estensioni rientranti o bombate di certi carapaci – ispezionata anche da Felix Candela per conseguire il suo Oceanografic di Valencia. Lo storico architetto spagnolo naturalizzato messicano intellettualizza tale forza generatrice naturale, la liofilizza nel linguaggio del progetto umano: il suo.

La statuaria di Nardulli ha uno specifico idioma – interno alla Scultura – che assume parte di quegli stessi fraseggi e molto del senso da essi incarnati e trova un suo posto svincolato da quella prima ispirazione. Se ne è nutrita come humus su cui è cresciuta ogni sua analisi che ha portato nella sua lunga ricerca di anni, fatta di manualità certosina, conoscenza e trattazione dei materiali sofisticata e di manufatti che comprendono e citano la tradizione ma la superano: non con un’evidenza esuberante ma scegliendo il dettaglio, la minuzia, il minimo spostamento, quella modificazione della forma che è sostanza e che una lettura sapiente può cogliere nella sua globalità.


Claudio Nardulli (2017) – Installazione con scultura di marmo girevole e video

Che si tratti di una manifestazione tridimensionale o di quella a due dimensioni, Nardulli è lontanissimo da qualsiasi tentazione oleografica e trasforma la complessità dell’esistente nella sua sintesi, ovvero riassunto dell’ardimento monumentale in espansione, versione astratta, tensioni dinamiche, potenza geometrica: sia scolpita in pietra, sia manifestata dal bianco-e-nero della luce e dei megapixel. Inutile cercare in tutto ciò altri significati, il simbolico, perché – parafrasando Renè Magritte – la poesia e il mistero inerenti sono tutti nelle immagini, nella forma.

di Barbara Martusciello

La mostra è stata prorogata fino al 28 Febbraio

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