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13 aprile 2017

Osservatorio Litico

GLI ARCHI DELLA LESSINIA TRA ARTE E SCIENZA DEL COSTRUIRE


Tavola con lo studio della meccanica dell’arco (da L. Salimbeni, Degli archi e delle volte, Verona, 1787

L’arco rappresenta uno di quei casi in cui la tecnica ha anticipato la scienza: la loro costruzione ha infatti preceduto di gran lunga la formulazione scientifica, che fu il risultato dell’applicazione dei principi della meccanica del corpo solido al problema della statica e segnò una del tappe del passaggio dall’arte del costruire alla scienza delle costruzioni.
La teoria dell’arco in muratura venne studiata in Francia da Philippe De la Hire (1640-1718) e da Charles Augustin de Coulomb (1736-1806), mentre in Italia i contributi principali furono del veronese Antonio Maria Lorgna (1735-1796), di Lorenzo Mascheroni (1750-1800) e Leonardo Salimbeni (1752-1823).
Precedentemente il tracciamento dell’arco e quindi la sua costruzione seguiva procedure basate su metodi che si fondano su regole proporzionali dedotte dall’osservazione di strutture esistenti. La nuova scienza invece, superando tali regole, partì dall’osservazione dei dissesti creatisi su strutture dimensionate con principi esclusivamente geometrici. L’arco, struttura iperstatica, veniva reso isostatico ipotizzando la presenza e la posizione di lesioni (cerniere plastiche) e studiato nelle condizioni di equilibrio limite. I principali meccanismi di collasso per l’arco individuati furono: rottura per scivolamento della parte centrale dell’arco, studiato da De La Hire e De Belidor, e la rottura flessionale della porzione centrale dell’arco studiata da Coulomb e Mascheroni. Questi studi condussero anche a regole costruttive per il progetto di nuove strutture che non erano più basate sul “saper fare” di generazioni di scalpellini, ma sulla scienza degli ingegneri, come testimonia la manualistica del XIX secolo.
Gli archi costruiti in Lessinia costituiscono un’importante campo di indagine per la storia delle costruzioni e il passaggio – maturato nel XIX secolo – dall’arco a tutto sesto con grandi conci a settore di cerchio a quello a sesto acuto con conci “a mattone”, sembra essere la concretizzazione di quanto studiato dagli scienziati del XVIII secolo e successivamente messo in pratica dagli ingegneri. A cavallo tra Sette e Ottocento, inizia a diffondersi la nuova tipologia strutturale che, come abbiamo visto sembra far propria la nuova scienza del costruire: la riduzione del numero dei conci come la loro “standardizzazione” in forme regolari si spiegano con l’affermazione del della nuova cultura del progetto, che non si basa più solo sull’esperienza. Da un lato infatti la riduzione delle dimensioni dei conci migliora il loro comportamento strutturale e facilita la posa in opera, mentre la loro regolarità rende la costruzione più economica.
Questa coincidenza di date e modi di costruire può essere spiegata in parte dalla presenza a Verona nella seconda metà del ‘700 di scienziati che si dedicarono allo studio della meccanica e in particolare quella dell’arco, come Lorgna e Salimbeni. Entrambi infatti erano insegnanti presso la Scuola Militare di Castelvecchio, nella quale si formavano gli ingegneri militari della Serenissima. Al momento della chiusura della scuola da parte del Governo napoleonico è verosimile che alcuni allievi ingegneri abbiano trovato impiego nel campo civile.
Pur rimanendo necessari ulteriori approfondimenti in campo storico e archivistico, scorrendo le pagine del testo “Degli archi e delle volte” (1787) di Salimbeni, non si può non pensare alle strutture costruite nei baiti, nelle casare e nelle stalle della Lessinia.

Angelo Bertolazzi

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