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8 luglio 2017

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Pensare in pietra

Vorrei che considerassimo la pietra un materiale che, al pari di altri, consegue bellezza nel dispiegarsi dell’attività costruttiva tra concetto e regole dell’arte.
Pensare in pietra. Ma formulare un pensiero con chiarezza e precisione che muovono dalla padronanza di grammatica e sintassi, e con toni e timbri che derivano dall’impiego sapiente di un vasto strumentario.
Farsi alunni del linguaggio delle pietre, che affonda nel corpo di una tradizione millenaria, tanto ideale quanto tecnica.
Molto ha pensato in pietra il mondo antico, tutto impietrando, in una febbrile attività che – riflesso di un’aspirazione all’eterno – tendeva a conferire al deperibile e al transitorio solidità e durata.
Due i concetti guida: trasformazione e trasferimento – metamorfosi e metafora.
Violenta è l’azione che esercitiamo sulla natura quando trasformiamo un banco roccioso in materiale da costruzione.
I blocchi squadrati poco conservano del masso naturale: né la complessità originaria dell’aggregazione, né gli effetti superficiali dell’azione del tempo – ossidazioni, erosioni, dilavamenti, concrezioni, muschi – che anzi vengono accuratamente eliminati, come difetti, nella prima scelta dei materiali.
Un blocco di pietra fresco di cava è la drastica riduzione dell’ordine naturale – violato – a un ordine umano, dominato da un pensiero astratto.
V’è poi l’azione del trasferimento dei blocchi dal sito della cava a quello del cantiere, dove essi, al termine di un breve o lungo viaggio, giacciono alfine senza ordine a piè d’opera, in attesa di ricevere, nell’edificio, la configurazione che il progetto ha predisposto.
La sfida dell’architettura è mettere in moto su questa materia umanizzata una nuova azione del tempo, calcolata nei suoi effetti con precisione, eppure soggetta agli imprevedibili umori meteorici.
La distanza che riusciamo a distendere tra edificio e cava contribuisce a conferire all’opera quella profondità temporale che tanto conta nel nostro lavoro.
V’è poi altro trasferimento, il trasferimento di relazioni da un sistema materiale – e costruttivo – ad un altro.
I costruttori greci trasferirono nella durezza del calcare o del marmo dei loro templi l’elastica consistenza del legno di fusti travi assi chiodi dei primitivi edifici e – con la materia – i nessi sintattici e grammaticali, in un autentico tour de force della metafora.
E, prima di loro, i costruttori egizi avevano trasferito nella durezza del porfido o del granito dei loro ipostili la tenera consistenza di fasci di giunchi – ingigantendoli a dismisura. Commovente intenzione, forse, di dare forma durevole, per il mezzo di pietre cavate e trasportate da remoti altipiani, al caduco mondo acquatico del Delta.
E poteva accadere che il Nilo, inondando periodicamente la piana – e i resti di quegli ipostili -donasse l’immagine di giganteschi fasci di giunchi e papiri impietrati realmente nascenti dalle acque. Se questi furono i concetti originari, il linguaggio delle pietre andava assumendo, nel tempo, ricchezza e varietà di toni e timbri con la messa a punto di un vasto strumentario per il taglio e la lavorazione di assetti e di faccia-vista.
Quando la febbre costruttiva dell’Ordine Cistercense si andò diffondendo, nove secoli fa, nell’intera Europa, ben centocinquanta strumenti erano nella disponibilità di quei monaci costruttori per conferire alle pietre dolcezza o brutalità, per rivelare le infinite modulazioni della luce dei giorni e delle stagioni che trascorreva – e trascorre – sui muri e sulle membrature delle loro mille abbazie.
In tempi di risorse limitatissime, di una vita materiale austera, si riteneva irrinunciabile tanta ricchezza di strumenti per far cantare le pietre, per dare al pensiero espressione poetica.
Oggi quello strumentario si va impoverendo in maniera indecente e, con esso, il linguaggio che ci possa consentire di esprimere in pietra compiutamente il nostro pensiero.
L’architettura cede al design.

di Francesco Venezia

Rieditazione tratta da Il senso della materia, a cura di Vincenzo Pavan pubblicato da Marmomacc

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