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28 Novembre 2007

Appunti di viaggio

Di Kaštilac e di altre pietre dalmate
Appunti dal diario di bordo

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Carnet, Veronica Dal Buono

Scegliere una rotta imprevista, dettata dalla prosastica necessità di sostituire la bombola del gas… può rivelarsi una magica sorpresa. Così la navigazione, altrimenti tesa alla ricerca delle condizioni ottimali per veleggiare-ancorare-tuffarsi quindi banchettare, ripiega verso un luogo ai margini delle rotte consuete che passerebbe inosservato se non dirigendo la prora verso il porto orientale di Spalato.
Mentre i mesi estivi si susseguono sotto il segno del maestrale gli arcipelaghi della Dalmazia sono ormai un parco a tema per il turismo nautico stagionale, eppure, con le sue inesauribili meraviglie, l’altra sponda adriatica mai è stanca di sorprendere persino il gitante più svagato.
Posizione 43°32’9″N 16°24’5″E, manovriamo lentamente per raggiungere l’approdo. Le costruzioni si stagliano contro il profilo dei nudi monti alle spalle, quando per l’occhio addestrato, è una in particolare a prendere forma: interamente in pietra denuncia timida la propria monolitica presenza contro le bianche case dai coppi arancio che l’accerchiano, constante cromatica della (ri)costruzione postbellica. L’oggetto ancora non si distingue con precisione ma già pare offrirsi per l’equipaggio una curiosa occasione di perlustrazione del territorio, a compensare quella piuttosto seccante per ricostituire l’assetto ideale della cambusa…
Poi le mura, la torre e la geometria si delinea con chiarezza.
Immaginate di ritrovare un frammento di Medioevo sul mare, intatto e vivo, che il tempo ha segnato manontroppo lasciandolo qui per noi, indizio di storia, fondale di avventure.

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l castello ritrovato (foto di Enrico Geminiani)

Entro le sue mura è ritrovarsi prima dell’avvento del moderno e l’atmosfera non sapora affatto degli accattivanti recuperi in stile per assecondare il turismo culturale della postmodernità, ma di semplice vita di borgo antico: una fortezza difensiva dalla pianta quadrata, le fondamenta immerse nelle acque limpide, collegata alla terraferma solo da un ponte, chiusa e protetta agli attacchi esterni da possenti mura in blocchi di pietra che guardano l’Adriatico attraverso piccole aperture. All’interno le mura stesse divengono costruzioni edificando gli spazi abitati. Solo gatti, bambini e anziane signore. Fiabesco, eppure, più reale che mai, ancora domina l’ampio golfo mentre le fabbriche cercano di nasconderlo ed un moderno marina attrezzato si insinua nelle vicinanze – i moli in cemento come pesanti tentacoli.
Riflettendo, in realtà, non vi è da stupirsi del castello ritrovato: siamo molto vicini alla fortificata Trogir (Traù) il cui fascino è ineludibile e che fino ad ora dominava incontrastata nella mia memoria, fra i gioielli dell’architettura di pietra e di mare delle mie crociere. Lo schema si ripete: un’isola-borgo fortificato, un ponte d’accesso, la pietra protagonista.

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Pietre d’accesso (foto di Enrico Geminiani)
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Eppure KaÅ¡tel Gomilica – per battezzarlo è d’aiuto il portolano – profuma di scoperta. Ed è soltanto il primo di una serie di fortilizi che vedono il tramonto sul mare di Spalato; ancora abitato da una piccola comunità, essa si serve del moletto sul versante Ovest per le piccole imbarcazioni da pesca, sorprendendosi ancora dell’ingresso di uno straniero – magari curioso e dotato di machina fotografica… La sera indugiano seduti ai tavoli tra le mura, nei campielli o sulla banchina: un bicchiere, una lanterna e la tranquillità del firmamento del cielo d’estate. In prossimità, sulla terraferma, brani di altre costruzioni risalenti al passato accorpate alle nuove abitazioni offrono gli essenziali servizi: un chiosco, un panificio, un bar, la chiesa, il mercato ed il cimitero. È facile dedurre partecipando alla formicolante vita mattutina di questi luoghi, come la costellazione di castelli concentrati nella zona fungesse da rifugio d’emergenza; che la vita si svolgesse al di fuori ma allorchè invasi (da razzie, pirateria e guerra di corsa delle unità approssimativamente definibili come “turche”), gli antri dei castelli si trasformassero in luogo di stazionamento e abitazione per le comunità locali.
Eppure il turismo della modernità post-industriale preferisce perdersi tra gli shoppingmall insediatisi fra le storiche mura della città, fra gli anfratti del Palazzo di Diocleziano, senza riuscire ancora del tutto ad offendere di banalizzazione il possente cuore di Spalato, abitato da più di tremila persone e ancora pulsante di colonne, capitelli, sfingi, archi, portali…

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Riva (foto di Enrico Geminiani)

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È bastato poco, questo frammento di storia sedimentato di valori marittimi e cultura veneziana (inconfondibilmente panadriatica), bizantina e romana ancora prima, perchè l’ispirazione e l’attitudine del viaggio si trasformino e l’attenzione, oltre ai piaceri che queste isole odorose di lavanda, rosmarino e fichi offrono, ricada sulle loro pietre.
Parlare di pietra in Dalmazia è un passaggio obbligatorio, quasi scontato, ma le pietre dalmate ogni volta che le incontro, sono sempre diverse da loro stesse.

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Isole (foto di Enrico Geminiani)

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Prima viene il profilo delle isole intagliate nell’aria chiara come un sol blocco di roccia bianca, abbacinante di calcare, come la gobba di una balena. Qua e là qualche casa di pietra pian piano si distingue, oppure è un faro, bianco e solo, perfetto.
Le isole-balena da lontano immote, avvicinandosi dal mare mostrano talvolta ripide scogliere e pare strano che quelle rocce indomite sian state piegate nella storia alle forme di tutte le città di mare, dall’Istria al Montenegro che si distendono tra gli arcipelaghi, tra bora e scirocco.
Altre isole sono tatuate di segni, di scritture di pietra lunghe quanto un campo a scandire lo scorrere della corrente, disegnate dai muretti a secco degli orticoltori.
Come i blocchi informi sian stati composti in questi tracciati, sui profili impervi e isolati, risulta difficile immaginarlo ancor oggi; gli stessi blocchi si ritrovano ammonticchiati per le vie dei paesini, le lastre accatastate, pronti per ritrovare vita, smontati da chissà quale dove, per essere intessuti in nuove abitazioni e rinfrescare i pomeriggi assolati dei viaggiatori. E rocce scolpite in forma di colonnine e capitelli che han perso la loro originaria collocazione per sostenere ora pergolati di viti ed edere, oleandri e bouganville.
Penso al lungo e faticoso lavoro degli scalpellini: il filo d’acciaio penetra un sasso alla volta, caldo, e intorno alla pietra tagliata la polvere bianca, finissima, al primo colpo di vento si disperde in mare e sui filari di viti attigui alla cave. Rocce pesanti che hanno costruito le città e pietre leggere come pomici, prive di peso, che raggiungono rive di baie lontane da tutto, se non dal sole, dai flutti e da qualche navigatore-bagnante.

La pietra calcarea è il singolare marchio di tutta la sponda orientale adriatica, parte nel paesaggio e raggiunge borghi e città. Osservarle dal mare lo rende ancor più evidente: sono le rinomate costruzioni di Cres e Rab (Cherso e Arbe), dell’importante Zadar (Zara), delle vivaci Sibenic (Sebenico), PrimoÅ¡ten (Capostesto) e Korčula (Curzola), Hvar e Dubrovnik (Lesina e Ragusa), fino alla graziosa Cavtat ed alle infinite pietre senza nome delle isole tra queste disseminate.
Ogni isola una sorpresa, eppure tra pietra e pietra il mare ha ancora la placidità del sogno.

Veronica Dal Buono

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Occaso dall’altra sponda (foto di Enrico Geminiani)

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