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7 Agosto 2008

Appunti di viaggio

Quattro passi nelle Apuane

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La cava dismessa sopra Fociomboli nella quale si apre l’ingresso del Becco.

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Ormai sono mesi che se ne parla, e per il 20 di luglio la data è ormai fissata: si faranno i famosi 4 passi nelle Apuane. Sì, “nelle” Apuane, dove “nelle” è proprio complemento di moto attraverso luogo, e sarà una spedizione speleologica di circa 7/8 km meglio conosciuta come “traversata Becco Corchia” che, entrando dall’ingresso del Becco (eh povero quello speleo che uscito troppo tempo prima del previsto da una grotta si è trovato becco lui, ex la moglie, ma ha dato un nome sicuramente indimenticabile alla grotta…) a circa 1560m s.l.m. ci porterà fuori passando dall’antro del Corchia, sfruttando quindi proprio quella parte di grotta che è stata resa ultimamente turistica e che si apre sopra Levigliani.
Becco – Corchia, circa 15 ore di traversata. Per carità, tutte in discesa, ma pur sempre dentro il cuore del monte. È una di quelle opportunità uniche, accidenti. Non sono in forma, lo sento, ma come si può rinunciare ad una cosa del genere? Non si può. Mi sa che è destino…stavolta sarò costretta ad essere io l’embolo di turno (gergo tecnico per definire chi, poco autonomo per qualsivoglia motivo finisce per bloccare un po’ tutti…). La partenza quindi è dal ramo del Becco, e poichè la Concetta (la 4×4 del Giulio, “l’armatore” spezzino) perde olio dal cambio, fino alla cava dismessa sopra Fociomboli bisogna andarci a piedi, e dopo circa una ora di salita a piedi, alle sette di sera, ci infiliamo nell’ingresso.

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Lo splendido paesaggio che si può vedere dalla cava.

E via. I primi pozzi, il bivio, la strada sbagliata fino al Nodo dell’OM, e poi indietro. La lunga galleria e poi, finalmente, il pozzone gigantesco del Meinz in marmo bianchissimo. L’impressionante traverso sul pozzo dei Titani (un nome una garanzia!) con 80 metri di nulla sotto il frazionamento, con il nero più assoluto non attraversato neanche dalla nostra luce che confina con il chiarore del materiale di questi pozzi. Si va in silenzio. Al massimo sono io che mi lamento pensando al bel tempo fuori, ma quando mi dicono che “fuori” sono 3 di notte, capisco che devo necessariamente fare mio il motto degli alpini: “tasi e tira!” “quanto manca?” “sei, sette ore…”. Il gigantesco pozzo di Nostradamus, e giù, lontani e piccoli i primi che sono scesi, mentre il Franco scherza sul fatto che le corde sono vecchie e che sarebbe ora di cambiarle…”Almeno aspetta che siamo scesi, prima di dirci ‘ste cose”, comunque nel dubbio piano piano, senza movimenti scomposti…non si sa mai… “Quanto manca?” “cinque ore…”. Finalmente la tenda rossa! Qui ci si prepara un tè caldo e si mangia qualcosa mentre qualcuno si addormenta come un sasso, ma la sosta deve essere breve, e allora via di nuovo. L’interminabile serie di saltini, le strettoie! Mancavano solo quelle… (ed intanto è già da qualche ora che mancano sempre cinque ore!). Traverso, risalita e finalmente il Salone Manaresi. Gli scivoli. Il Pozzo delle Lame. Trattengo il respiro mentre con un tempismo stratosferico il Giulio racconta dello speleo morto per la corda tranciata da una lama di roccia….”Di tacere neanche parlarne, vero?” Finalmente il Portello, ultimo pozzo “serio”, solo 30 metri, ma chissà perchè, scampanando da tutti i lati dà anche esso un senso di “molto profondo”, o perlomeno molto più dei suoi 30 metri nominali…comunque è quasi fatta: qui sosta per l’ultimo tè con foto di gruppo e poi ci siamo quasi.

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Al frazionamento del primo pozzo.

Ultimo pozzetto di 10 metri. Ed eccole, sono loro, le passerelle. Zompetto dalla gioia, sì ce l’ho fatta, non ci credevo, ero veramente troppo stanca ma ce l’ho fatta! Manchi quello che manchi ora sono sulle passerelle e mi sento una turista qualsiasi, non fosse che per la nostra aria sconvolta dopo una notte in bianco appesi a corde e a muoverci nelle gallerie del monte. E nel momento in cui si esce, quando l’ossigeno ti penetra nelle narici assieme al profumo di erba e fiori e violentemente prendono il posto dell’odore di acetilene che ti ha fatto compagnia per 16 ore, botte, fatica e stanchezza cominciano ad importare poco, e in quel preciso momento pensi a quando sarà la prossima volta.

di Anna Maria Ferrari
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