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22 Dicembre 2009

Eventi

Michele De Lucchi, “I nostri orribili meravigliosi clienti”
Lectio 5 novembre 2009, Facoltà di Architettura di Ferrara

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Michele De Lucchi in conferenza a Ferrara

Il saluto inaugurale del Preside prof. Graziano Trippa agli studenti di Design del prodotto Industriale, nuovo corso di Laurea istituito quest’anno dalla Facoltà di Architettura di Ferrara, ha voluto ospite l’architetto-designer Michele De Lucchi, ferrarese di origine e oggi protagonista della scena internazionale.

«Per un artista le ricerche di mercato sono ridicole. Per un designer sono fondamentali. Se un artista si concentra verso l’interno su una visione del mondo, il designer lo fa verso l’esterno, verso gli altri. Un artista dipinge un quadro, lo guarda e dice “Non è bello, ma esprime perfettamente la mia visione interiore”. Il designer dipinge un quadro, lo guarda e poi lo gira verso il pubblico e chiede: “Vi piace? No? Allora lo cambio”».
Con questa citazione dell’artista americano Rich Gold, autore del saggio “Le leggi della pienezza. Creare, innovare, produrre cose”, il prof. Alfonso Acocella introduce alla conferenza del maestro ed avvia una riflessione sul rapporto tra arte e design. È ancora possibile un legame tra le due?
È Michele De Lucchi a tratteggiarci la figura del designer attraverso il racconto dell’incontro con i suoi “clienti”.
«Noi siamo tutti progettisti. Siamo impegnati ad immaginarci una vita dell’uomo migliore su questo pianeta. […] Noi designer non la possiamo migliorare se non abbiamo dei clienti. Noi stessi siamo clienti e progettisti. Dobbiamo vivere con loro e sono al contempo orribili e meravigliosi».
De Lucchi avvia così la prolusione, presentando i “clienti” non tanto come entità fisiche ma come passaggi di stato fondamentali nella sua crescita umana e progettuale.
Primo cliente individuato è “il signor identità”. Progettare nel campo dell’industria significa ricercare l’identità, conferire personalità, individuare specificità affinché l’azienda produttrice sia riconoscibile. Se le cose non sono riconoscibili, non esistono.

Scorriamo i principali passaggi della produzione creativa del maestro.
Durante gli studi universitari a Firenze, tra i monumenti antichi e l’incontro con le correnti di architettura contemporanee, De Lucchi ha conosciuto “il signor spirito del tempo”. Condizione necessaria per il progettista è nutrire una sensibilità globale nei confronti del proprio tempo. Se non è in grado di afferrarlo è allora “fuori tempo”, non in sintonia con il sistema organizzativo industriale e soprattutto non è in grado di captare i messaggi che la cultura dell’uomo rivela.
La prima esperienza come designer-progettista, dopo il conseguimento della laurea in Architettura a Firenze è stata quella dell’“architettura radicale”. Quest’ultima corrisponde a ciò che in arte si chiama “arte concettuale”. Come gli artisti si interrogavano sul significato dell’arte e sul servizio che essa offriva alla società, non producendo più quadri e sculture ma “idee”, così gli architetti e designer individuavano il senso del proprio lavoro nello stimolare la creatività altrui.
Dopo il concettualismo degli anni ’70, De Lucchi approda propriamente alla professione di designer. «Essere designer significa sì disegnare le forme delle cose ma come mestiere è in realtà molto più profondo, scava al di sotto della forma stessa delle cose».
Design e architettura sono strumenti di espressione personale. All’interno di ogni prodotto industriale, anche entro quelli in apparenza più freddi, vi è una parte del credo, della filosofia del designer che lo ha ideato. Il prodotto è quid della comunicazione.
Sotto la guida di Ettore Sottsass, De Lucchi individua la necessità fisica di creare oggetti piccoli, facili da produrre e diffondere. Disegna allora la sua prima lampada, “Sinerpica”, per Alchimia, nel 1978; fioriscono poi le sette collezioni della linea “Memphis”. Ed è grazie a questa esperienza che s’imbatte nella “signora libertà”, il cliente che lo introdurrà anche al rapporto con la moda.
Nel 1979 con Ettore Sottsass si lega all’Olivetti dove incontra ancora un nuovo cliente “la signora tecnologia”. Tecnologia: sempre nuova nel futuro e sempre vecchia nel presente. Se il ruolo dell’artista nel tempo antico era quello di mostrare la bellezza della natura, il compito del designer oggi è rivelare la bellezza dell’industria. Costui si serve proprio della tecnologia per industrializzare la sua idea.

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Michele De Lucchi, con Alberto Nason, lampada Bonne Nuit, Produzione privata, 2009

Ma è solo nel suo laboratorio personale e nella collezione unica da lui realizzata, denominata “Produzione Privata”, che Michele De Lucchi può incontrare “la signora sperimentazione” e “il signor artigianato”. Due entità che non possono esistere indipendenti l’una dall’altro. Oggi far artigianato è fare sperimentazione. L’artigianato italiano può fare il lavoro di sperimentazione per la grande industria, diventarne il laboratorio ideale e impedirne il danneggiamento. L’artigiano acquisisce fondamentale esperienza dall’errore commesso e ciò consente di evitare il medesimo nel processo produttivo finale.
Sono ancora molti i clienti che il designer deve affrontare.
Il “signor intrattenimento culturale”, per esempio, è il cliente di cui ha più bisogno la nostra società. La cultura si diffonde per piacere. Se il piacere non c’è, è solo sforzo di conoscenza ma mancano lo stimolo intellettuale e la curiosità.
“Signor stile”, “signora energia”, “signor orgoglio nazionale”, “signora natura”, “signora proporzione” e “signora dimensione”, “signor spazio”, “signora storia” e “signora luce”… e infine un cliente che quando si crede di averlo raggiunto scappa sempre, il “signor futuro”.

Il tempo, nel buio avvolgente dell’Aula Magna, scorre veloce, scorrono le immagini del protagonista, nel silenzio la voce suadente dell’architetto inebria il pubblico. Il maestro, figura imponente, lunga barba, si svela uomo di grande sensibilità, attenzione, umanità.
«Il cliente più difficile, conclude, è “la signora coscienza”, quella dell’autore… essa è gentile ma estremamente esigente».

Marco Cicognani e Giampaolo Landolfi

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