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5 Gennaio 2011

Appunti di viaggio

Murzuq


Dune nel deserto del Murzuq

Ho sentito persone lamentarsi perché in pieno deserto le guide non ancora attrezzate alle soglie del futuro hanno servito “pepsi calde”; ho sentito di donne europee cercare nei loro viaggi africani e desertici l’approccio gioioso con il sesso esotico assieme alle guide locali che, vi assicuro, mai primi nei loro approcci, non sono disponibili con le clienti europee, al punto da dar l’impressione di non vederle; ho visto persone letteralmente illuminarsi alla vista delle dune, quando, finalmente, hanno potuto percorrerle in lungo e in largo con le loro moto, con i loro fuoristrada, alla ricerca della libertà assoluta (no, il silenzio no, perché loro di solito sono molto rumorosi), rincorrendo un divertimento più grande, più bello, più elevato e molto più affascinante, impegnativo e fantastico di quello di Disneyland; ho visto persone millantare il loro “machismo” per queste loro avventure, “così estreme, impegnative e pericolose” (?), e guardarti fisso negli occhi con sguardo testosteronico, quasi a sottolineare “eh sì, sono un mito, grande, forte, quasi un eroe…”.


Dune giallo aranciate

Ah la psiche umana …valla a capire! Io comunque con questo viaggio sono entrata in crisi. Perché viaggio? Perché mollo tutte le comodità per partire e ritrovarmi a dormire in una tenda senza la possibilità di un bagno e di una doccia per giorni e giorni? In un viaggio itinerante lungo posti scomodi (estremi?) lontani da alberghi, comfort, negozi (e voi certo sapete quanto questi siano importanti per una donna!). Perché non amo parlare dei miei viaggi se non in forma anonima? (sì, io ve ne parlo, ma voi non mi vedete mentre scrivo queste cose, né io vi identifico in un volto). Perché alcune notti mi sveglio con il desiderio di parlare di un luogo, mentre di altri …?
Il Murzuq è un deserto situato a sud delle Libia, nel Fezzan. È un’imponente distesa di dune al confine con Algeria e Niger, dai fantastici e rassicuranti colori rosa, arancio, pesca e giallino con leggere pennellate nere, bianche, verdine ma, a dispetto di questa eterea e fantastica tavolozza, è il più arido deserto al mondo. Un’area di 450×400 km nel cui interno non si trovano né pozzi, né sorgenti, ma solo imponenti dorsali di dune (afrath), alte fino a 200 metri, o enormi dune a struttura piramidale (ghurda). Tra il loro sinuoso dipanarsi si aprono gassi e hamadat, aree pianeggianti di sabbia compatta dove pochi mezzi – prevalentemente legati alle attività petrolifere – possono muoversi agevolmente salvo poi, improvvisamente, trovare la pista bloccata dall’imprevedibile e capriccioso andamento sinuoso delle dune che vanno quindi, con difficoltà, superate. Sempre in agguato, specialmente nei catini, tra una cresta e l’altra il fech-fech, le insidiose sabbie mobili, sottilissime, inconsistenti – quasi talco al tatto – per le quali l’imperativo è: 1. imparare a riconoscerle dal colore e dalla tessitura superficiale; 2. allontanarsene quanto prima, per non trovarsi irrimediabilmente infossati, il che significa dover spalare ed usare scale e verricelli per uscirne.


Dune: la momentanea perfezione dell’essere

E così mentre tutto attorno a 360° si vede solo il rosa aranciato intenso della sabbia, dall’alto delle dune, giù in basso, si vedono alcune spianate argillose (sebkhe) con abbondanti sedimenti bianchi giallastri, talora striati di nero;e quando ti fermi, magari per il campo notturno, questi antichi laghi prosciugati si aprono e ti risucchiano in un altro mondo, lontano migliaia di anni. Molto spesso, per terra, specialmente lungo i bordi di questi bacini, frammenti di vita passata: pezzi di uova di struzzo, macine, lisciatoi, e, anche se più raramente, frecce in selce, asce in pietra, strumenti bifacciali la cui età può andare, secondo alcuni studiosi, dagli 8-10.000 fino ai 300.000 anni. Antichi utensili litici che come sirene incantatrici ti paralizzano in una ricerca spasmodica (una piccola freccia, almeno una piccola freccia …).


Dune, o “Della libertà assoluta”

I sebkha sono i testimoni dei laghi che nel paleolitico impreziosivano l’antica savana del Murzuq, dove la vita, prima di essere spazzata via per lasciar posto all’attuare deserto, cresceva rigogliosa in un lussureggiante mondo verde con animali di tutti i tipi. E qui, cristallizzato in un apparente eterno presente, un passato importante. Tracce di una vita nuova, la “nostra”, in crescita ed evoluzione, dove la pietra era lo strumento più importante e la sua lavorazione è andata via via evolvendosi lasciando testimonianze di una umanità genialmente folle. E scovarle è una emozione unica. Non vi nascondo che quando ho trovato la prima ascia in pietra l’emozione è stata così forte che ho pianto. Quanti sentimenti ha smosso quell’oggetto: chissà chi l’aveva fabbricato, chissà perché aveva scelto proprio quella pietra: sapeva che sarebbe andata bene? E come faceva a saperlo? Oppure semplicemente gli piaceva il colore? Come e con chi viveva quel nostro antenato? Cosa pensava del suo mondo? Quali erano i suoi Dei? I suoi sogni? I suoi desideri? Era felice? Ed io sono felice? Ed in quel momento, accarezzando quell’ascia per me più preziosa del più prezioso gioiello presente su qualsiasi mercato, ho capito. Ho capito che per me viaggiare è ricerca. Voglia di capire e vedere quanto più posso del mondo, e specialmente di quello più lontano da me, per cercare di comprendere, finalmente, me stessa.

di Anna Maria Ferrari

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