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19 Giugno 2012

Appunti di viaggio

Il Ladakh e la valle dello Zanskar


Lamayuru.

Questo è un viaggio. Anzi, sono due viaggi.
Il primo è nel luogo più incredibile e fantastico che abbia mai visitato. Il secondo è un viaggio nel tempo: venticinque anni fa. “Il VIAGGIO”, voluto e vissuto con il profondo desiderio di un’esperienza unica: Ladak, perla preziosa dell’Himalaya.
Sono passati tanti anni ormai – ero una giovane universitaria – e tanti viaggi, luoghi e genti, ma è innegabile, il mio cuore è ancora là, tra quelle cime e quelle persone sorridenti: il loro ricordo è il più intenso della mia memoria. Le emozioni di allora, fatte di attimi cristallizzati, di colori, odori, sguardi, sono lì, pure e incorruttibili

Ci ho pensato molto prima di scrivere queste righe. Da giovane perché chi ascoltava un’entusiasta dell’India traeva sempre la stessa conclusione (nel mio caso errata):…. mmm chissà quante canne!!! (e chi ne ha mai viste?). Da “grande” perché temevo che parlare dei ricordi potesse sembrare un resa all’età. Ebbene no, e chi è stato in Ladakh sicuramente lo capirà.


Om Mani Padme Hum, il mantra dei mantra scolpito nella roccia.

L’India è un paese ancora oggi di grandi contrasti; allora, alla fine degli anni ’80, l’arrivo a Delhi è stato per me troppo gravoso: un vago sentore di morte che aleggiava su una povertà palesata in maniera quasi oscena. Io, giovane donna che al di fuori dell’Italia aveva visto solo l’America, New York e i suoi negozi scintillanti…, mi ritrovavo improvvisamente in una metropoli dove il confine tra povertà, malattia, visi sfigurati dalla lebbra ed una normalità così dissimile dalla nostra mi sembrava troppo aleatorio. È stata l’unica volta in cui, durante un viaggio, mi sono sentita spaventata, e se avessi potuto sarei tornata immediatamente a casa. Ma ormai il dado era tratto, ero lì, e come per fortuna ho imparato fin da piccola, ho fatto buon viso a cattivo gioco. Quindi “tasi e tira” e via, in cerca di un passaggio su un bus, per un trekking nel nord. Prima tappa Srinagar con un viaggio di quelli infiniti, lunghi decine di ore, dove sembra che la meta giochi a rimpiattino allontanandosi sempre più ad ogni ora che passa, e dove impari a dormire a comando appena il mezzo – qualsiasi esso sia – si mette in movimento: troppo rischioso vedere a cosa si sta andando in contro.


Houseboats sul lago Dal.

Finalmente ecco Srinagar, capitale estiva dello stato del Jammu e Kashmir, conosciuta anche come la Venezia indiana; adagiata lungo il lago Dal dove si trovano le più belle houseboats, geniali soluzioni di un delicato problema diplomatico, oggi prevalentemente trasformate in hotel. Il maharaja, infatti, non concedeva agli inglesi del British Raj di soggiornare sulla terraferma. D’altro canto, per non essere “troppo” scortese concesse loro la possibilità di costruire queste dimore galleggianti di gran lunga più affascinanti di qualsiasi hotel sulla terraferma; con arredamenti spesso in stile inglese, tappeti, poltrone, un persistente profumo di cedro ed attorno, tra le ninfee del lago, un brulicare di shikara che alla mattina danno vita ad un vero e proprio mercato su barche, in mezzo al lago.


Il tetto dello Spituk Gompa (a sinistra) e il Maitreya del Thikse Gompa (a destra).

Poi via di nuovo, in autobus verso il Ladak. Un viaggio spettacolare ed indimenticabile, di più di 15 ore, passando per una retata effettuata da militari sull’autobus per arrestare un uomo.
Ecco prima Kargil e poi Leh, attraversando lo Zoji La ( La = passo), a 3.450 metri sull’altopiano infinito del Kharbathang; qui l’autista, senza tanti preamboli, ci fa scendere nei pressi di una improbabile pompa d’acqua per lavare l’autobus.
Poi ancora i tanti monasteri: Shey Palace, Hemis, Lingshet, Thiksey Gompa. Luoghi in cui l’animo si riconcilia col mondo, dove tutto trasuda serenità e pace e si è sempre ben accolti; luoghi dove è irrispettoso rifiutare il te condito con burro di jak e farina, dal cui contenitore può succedere che faccia capolino un irriverente scarafaggio…
E, dopo i monasteri, via per il trekking nella valle dello Zanskar, dove le tremende alluvioni di quest’anno hanno ahimè mietuto vittime e distruzioni.


Ruote della preghiera nel monastero di Hemis.

Il percorso va da Lamayuru a Padum, 177 km a piedi in otto tappe, con dislivelli che superano i 4.000 metri; zaino in spalla ad attraversare il Sirsir-La (4.900 m), il Singi-La (5.200 m), Hulumala (5.000 m). Un alternarsi di rocce dai colori incredibili, che rendono strepitoso l’ambiente desertico di queste alte quote; dove una semplice ed esile rosa canina ha il coraggio di diffondere il suo profumo a centinaia di metri di distanza; dove la luna è così splendente e grande, ma così grande da lasciare attoniti.
Il sorriso dei residenti parla di serenità e contentezza del nulla: che vergogna, e che senso di inadeguatezza per me europea abituata a lamentarmi per le inesistenti difficoltà quotidiane…
Ed il festival nel Linshat Gompa, centro religioso e culturale dell’area, ed ancora i Gompa, i chorten e i muri mani (mani = pietra preziosa) detti anche mendong, a secco o cementati col fango, la cui superficie è interamente costituita da pietre scistose o da ciottoli sui quali sono state scolpite figure sacre o le sacre lettere dei mantra. Om Mani Padme Hum, il mantra dei mantra. O ancora le nostre canzoni, rigorosamente degli anni settanta, stonate al cielo mentre in fila indiana percorrevamo la valle dello Zanskar.


Nel monastero di Linshat.

[photogallery]ladakh_album[/photogallery]

Tornerò ancora nel Ladakh? Non so. Se ne parla per il prossimo anno, ma ho la grande, grandissima paura che anche là – giustamente – il mondo sia cambiato. Mi hanno raccontato di una strada nella valle dello Zanskar, di centri commerciali dove è estremamente conveniente acquistare attrezzature alpinistiche, di ristoranti dove si mangia italiano (!?!), di agenzie di viaggio che portano nei santuari più mistici, turisti caciaroni e mentalmente poco preparati alla sacralità di quei luoghi.
Mi hanno raccontato che sono passati venticinque anni, e che forse posti così non ce ne sono più …, ma nel mio cuore e nella mia memoria esistono ancora.

di Anna Maria Ferrari

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