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12 Marzo 2013

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Lo styling e la natura equivoca del disegno industriale


Natalie Du Pasquier, orologio da tavolo in alabastro colorato per Cooperativa Artieri Alabastro, 1985.

«Il concetto di “funzionalità”, a suo tempo considerato determinante per l’oggetto industrialmente prodotto, può essere sostituito da quello di semanticità: ossia che un oggetto, per essere funzionale nel vero senso della parola, dovrà rispondere oltre che alle esigenze pratiche, utilitarie, di adeguatezza ai caratteri del materiale usato e ai costi, ecc. anche alle esigenze semiotiche, di corrispondenza tra la forma dell’oggetto e il suo significato.
Ed è a questo punto che credo si possa utilmente introdurre una breve nota su quei casi in cui la semanticità dell’oggetto viene caricata di valori eccessivi che corrisponde al cosiddetto fenomeno dello styling […].
È proprio allo styling che si possono attribuire importanti trasformazioni nello “stile” di molti oggetti d’uso che oggi a distanza di anni sarebbe inconcepibile immaginare quali erano in precedenza: si pensi al passaggio dallo stile lineare e rettangolistico del primo razionalismo […] a quello aerodinamico e sinuoso del periodo dal 1930 al ’40. Una precisa e quasi inarrestabile evoluzione del gusto era stata resa possibile solo per l’intervento di una serie di “stilisti” che avevano applicato le loro ricette formali senza preoccuparsi più che tanto delle ragioni tecniche ad esse sottese.
[…] Potremo notare a questo proposito come assai spesso tali trasformazioni stilistiche vadano di pari passo con analoghe trasformazioni “simboliche”; ossia di quegli elementi simbolici che sono determinanti per sottolineare la funzione d’un dato prodotto. È spesso a seconda del valore di tale funzione simbolica che muta anche la linea costruttiva, per cui nel periodo in cui ebbe a predominare la aerodinamicità, si assistette al dilagare di questa persino sugli oggetti che non avevano nessuna ragione per essere considerati “dinamici” […].


Elio Di Franco, orologio da tavolo in alabastro per Comunità Montana Alta Val di Cecina, 1989.

Lo styling si potrebbe addirittura considerare come una forma di “arte popolare”, una sorta, cioè, di sottocategoria artistica il cui valore estetico è soltanto aleatorio ma la cui importanza nel rispondere alle esigenze delle masse è di primaria necessità.
[…] Il caso dello styling ci deve ammaestrare sopra la particolare natura equivoca del disegno industriale, la cui caratteristica è appunto quella di essere un anello di congiunzione tra il dominio dell’estetica e quello della produzione; tanto che non è possibile prescindere mai da un elemento pubblicitario e di allettamento commerciale anche là dove può sembrare più rigorosamente rispettato l’unico imperativo della funzione e della “buona forma”.
[…] Sarebbe difficile poter solleticare l’acquisto di nuova merce e di modelli nuovi, se non ci fosse un elemento estetico (di novità e piacevolezza) a potenziarlo. […] Quel desiderio di differenziazione, tipico d’ogni individuo umano, dallo stadio di selvaggio piumato a quello di nobile azzimato, a quello di borghese meccanizzato, non verrà comunque mai meno; il fatto di ricorrere a oggetti “diversi” non ancora posseduti da tutti o che comunque presentino delle particolarità tali da conferire al loro proprietario quella invidiabile preminenza che solo l’insolito, il nuovo, l’inedito sono in grado di conferire, difficilmente sarà estirpato da un’umanità, anche socialmente evoluta e non più classisticamente retriva».

Gillo Dorfles, Introduzione al disegno industriale, Torino, Einaudi, 2001, pp. 51-57, (I ed. 1963).

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