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23 Ottobre 2007

Opere di Architettura

L’Hôtel de Ville di Arles.
La volta del vestibolo dell’architetto Jules Hardouin-Mansart, 1673-1676.

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Vista generale della volta del vestibolo (Fotografia: Stefano Zerbi)

L’Hôtel de Ville della città di Arles è stato definito da Jean-Marie Pèrouse de Montclos un capolavoro della “maniera francese”1. L’attuale edificio è il risultato di diversi interventi iniziati con l’inaugurazione della nuova casa consolare nel 1455, in parte conservata nell’attuale edificio, e terminatisi nel 1676. I progetti realizzati e quelli in parte eseguiti sono numerosi e la loro successione complessa2. Il progetto finale fu quello degli architetti Jacques Peytret e Dominique Pilleporte del 1673. Quello stesso anno però i Consoli di Arles richiesero il consiglio dell’architetto parigino Jules Hardouin-Mansart (1646-1708), pronipote e allievo di François Mansart (1598-1666), di passaggio con il fratello Michel in Provenza. Dopo aver visitato il cantiere appena iniziato ed aver consultato i disegni di Peytret e Pilleporte, Jules Hardouin-Mansart decise di proporre ai Consoli la propria variante per la costruzione dell’edificio. Essa consisteva soprattutto nel disegno delle nuove facciate, volte ad unificare l’insieme che comprendeva anche la Cinquecentesca Torre dell’Orologio, e nella copertura del vestibolo d’ingresso con una sola volta senza appoggi intermedi. Peytret rimase al seguito di Jules Hardouin-Mansart per alcuni mesi al fine di realizzare i disegni per l’Hôtel de Ville, del quale diresse la costruzione.

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La facciata dell’Hôtel de Ville vista dalla Place du Marchè. L’alzato originale di Mansart fu in parte modificato da Peytret (Fotografia: Stefano Zerbi)

Nel presente contributo intendo soffermarmi soprattutto sulla volta del vestibolo che Pèrouse de Montclos ha definito il “capolavoro della stereotomia francese”3
La copertura del vestibolo dell’Hôtel de Ville tramite una volta senza appoggi intermedi era già stata preconizzata in un progetto per lo stesso edificio antecedente a quello di Peytret e Pilleporte, in due diverse varianti realizzate da Nicolas Lieutard agli inizi del 16734. Questa soluzione, ardita per uno spazio di 16x16m circa, era la risposta in prima luogo all’esigenza di poter disporre di un ampio spazio pubblico coperto. Come asserito da Jacques-François Blondel “è l’arte del tratto (la stereotomia, n.d.A.) che produce nei luoghi pubblici degli spazi liberi”5. In secondo luogo essa costituisce un esempio perfetto della volontà degli architetti francesi di spingere al limite le possibilità offerte dalla stereotomia nella copertura, ovverosia di produrre delle volte ribassate che riducono gli ingombri delle stesse nei locali sovrastanti. Queste opere sono l’espressione di un’estetica basata sulla verità costruttiva, sulla nudità delle superfici sulle quali l’unica decorazione è la commettitura.
Il risultato, ossia la volta che possiamo osservare oggi, presenta una freccia di solamente 2,4m. Essa riunisce tutte le caratteristiche della volta francese6, in primo luogo la ricerca dell’altezza minima, l’utilizzo di elementi modulari ed un certo virtuosismo nella soluzione degli innesti spaziali tra tipi di volte diversi.
La volta si compone di cinque tipi diversi di volte che si innestano formando, grazie all’utilizzo di un modulo comune per tutti corsi di conci7, un’unica figura spaziale. L’effetto generale è accentuato dal fatto che unicamente i giunti “verticali” tra i conci sono stati annegati nella malta, mentre quelli orizzontali sono continui e formano delle linee chiuse, per lo meno nella parte centrale della volta.
La volta è costituita da due volte a botte e da lunette con profilo ad ansa di paniere (o profilo ellittico ribassato). La volta a botte principale termina, alle due estremità, con due volte semisferiche (en “cul-de-four”) ed è intersecata da una seconda volta a botte trasversale, la quale termina in una grande lunetta. Abbiamo quindi quattro lunette al centro di ogni lato ed agli angoli quattro doppie lunette. Le due porte d’entrata sono sovrastate da archi ribassati (“arrière-voussure”), integrati nella volta generale. I piani di imposta poggiano sui muri laterali e su venti colonne perimetrali, d’ordine dorico senza basamento, di cui sedici accoppiate e quattro disposte agli angoli dell’ingresso dalla Place du Marchè.
La pietra utilizzata è quella di Fontvieille, una pietra calcarea estratta ancora oggi nell’omonima località della Provenza.

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La volta maggiore ed una della doppie lunette laterali (Fotografie: Stefano Zerbi)

La costruzione della volta è stata in parte spiegata nell’articolo di Luc Tamborèro e Joël Sakarovitch “The vault of Arles City Hall: A carpentry outline for a stone vault?”. Cercherò qui di seguito di riassumerne i tratti salienti.
Il disegno generale della volta è basato su due tracciati regolatori. Il primo dipende direttamente dal modulo utilizzato ossia “la Canne d’Arles” misura che equivale a 204,6cm. In effetti il vestibolo è un quadrato di lato 8 cannes, il modulo delle colonne corrisponde a 1 “pan” (che equivale a 1/8 di canne) e la loro altezza è di 16 pans (409,25cm). Il secondo tracciato è costituito da un pentagono regolare, non tangente al cerchio di base.
Per quel che concerne il disegno delle volte e soprattutto degli archi degli innesti tra volte diverse, il metodo utilizzato da Mansart, e da Peytret, si basa sull’utilizzo di una sola proiezione, quella piana, sulla quale sono determinati i tracciati degli archi. Mansart ha voluto in questo modo definire in primo luogo i tracciati degli archi degli innesti spaziali e dedurre in seguito la forma generale del volume. Così facendo egli ha potuto mantenere un’impressione generale di continuità dell’intradosso della volta, anche se esso è costituito da curve diverse tra loro.

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Il tracciato dell’innesto tra la grande e la piccola volta (Fotografia: Stefano Zerbi)

Tutti gli archi utilizzati hanno un profilo ad ansa di paniere con cinque centri, tranne quello principale tra le due volte che ne possiede tre. Quest’ultimo arco è stato inoltre suddiviso in 45 parti eguali che determinano la disposizione delle commettiture dei conci di pietra.
Gli autori fanno inoltre notare che la sequenza di disegno corrisponde a quella di messa in opera della volta, ossia: archi dei piani d’imposta e doppie lunette; il grande arco; la volta minore e la lunetta dell’entrata principale; la grande volta.
Il metodo utilizzato per il taglio dei conci non è stato, secondo gli autori, quello facente ricorso alle forme, di largo utilizzo all’epoca. Questo metodo avrebbe necessitato di un numero troppo elevato di forme (una per arco) ed avrebbe prodotto un conseguente allungamento dei tempi di esecuzione (la volta è stata terminata in circa 18 mesi). Si applicò presumibilmente una tecnica direttamente ispirata dalla carpenteria, ossia il metodo detto “à la sauterelle” (falsa squadra da carpentiere), che permetteva di realizzare il tracciato per il taglio dell’arco riportando semplicemente gli angoli determinati tramite il disegno di ogni concio. Si utilizzò anche in questo caso la proiezione piana per determinare l’ampiezza reale degli angoli necessari al taglio delle pietre.

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Gli strumenti dello scalpellino, tra i quali la falsa squadra da carpentiere (Fotografia: Stefano Zerbi)

In conclusione mi pare giusto segnalare, come già fatto da Tamborèro e Sakarovitch, il fatto che l’interesse di questa volta va ben al di là della sua particolarità estetica o formale, ma risiede nell’esemplarità del metodo progettuale seguito da Jules Hardouin-Mansart e da Jacques Peytret. Il progetto architettonico non è semplicemente ridotto alla definizione di una forma ed in questo caso preciso non si è limitato nemmeno alla definizione geometrica e alla fornitura dei tracciati, esso comprende anche la proposta di un sistema costruttivo e di produzione dei conci lapidei. Si è dunque confrontati ad un processo nel quale l’architetto è obbligato a pensare anche in termini di costruzione, particolarità questa tipica della stereotomia francese, che dovrebbe farci riflettere oggi in un momento dove sempre più progetto e costruzione diventano due ambiti professionali e intellettuali slegati. È forse questo, insieme ad altri, un indicatore della necessità e dell’utilità di ritornare a parlare della pietra naturale sia nel mondo professionale che in quello dell’insegnamento.

Stefano Zerbi

Biografia essenziale di Jules Hardouin-Mansart

Nasce nel 1646 a Parigi.
Dal 1675 è architetto del Re, poi intendente ed infine sovrintendente generale ai Bâtiments du Roi.
Muore nel 1708 a Marly.
Tra le opere principali si annoverano: il Dôme des Invalides, a Parigi, 1680-1707, il completamento di Versailles (tra gli interventi la Galerie des Glaces ed appartementi, 1678-1684, l’Orangerie, 1684-1686, il Grand Trianon, 1687). È inoltre conosciuto per le sue importanti realizzazioni urbanistiche, tra le quali la Place Vendôme, 1677-1698, e la Place des Victoires, 1682-1687, entrambe a Parigi.

Piccola bibliografia
Bourget, Pierre, Cattaui, Georges, Jules Hardouin Mansart, (“Les Grands Architectes”), Paris, Éditions Vincent, Frèal, 1960, pp.193.
Boyer, Jean, Jules Hardouin-Mansart et l’Hôtel de Ville d’Arles, Arles, Ville d’Arles, 1969, (una versione comprendente il solo testo è disponibile in formato elettronico all’indirizzo http://www.patrimoine.ville-arles.fr/arles/ville.cfm?action=fiche_document_edifice&id_document=433&id=20).
Pèrouse de Montclos, Jean-Marie, Hôtels de ville de France, s.l., Éditions Imprimerie Nationale, 2000, pp.157.
Pèrouse de Montclos, Jean-Marie, L’Architecture à la française. Du milieu du XVe siècle à la fin du XVIIIe siècle, Paris, Éditions A. et J. Picard, 2001, pp.350.
Tamborèro, Luc, Sakarovitch, Joël, “The vault of Arles City Hall: A carpentry outline for a stone vault?”, in Huerta, Santiago, ed., Proceedings of the First International Congress on Construction History. Madrid, 20th-24th January 2003, Madrid, Instituto Juan de Herrera, 2003, Vol.3, pp.1899-1907.

Note
1Pèrouse de Montclos, Jean-Marie, Hôtels de ville de France, s.l., Éditions Imprimerie Nationale, 2000, p.74.
2Si veda a riguardo il testo di Boyer, Jean, Jules Hardouin-Mansart et l’Hôtel de Ville d’Arles, Arles, Ville d’Arles, 1969.
3Pèrouse de Montclos, Jean-Marie, L’architecture à la française. Du milieu du XVe siècle à la fin du XVIIIe siècle, Paris, Éditions A. et J. Picard, 2001, p.116.
4Boyer, Jean, op. cit., p.3 del documento elettronico.
5Jacques-François Blondel, Discours sur la manière, p.9, citato in Pèrouse de Montclos, Jean-Marie, L’architecture à la française…, nota 17, p.116 (“c’est l’art du trait qui produit aux lieux publics des espaces libres”).
6Ibidem.
7Tranne in corrispondenza delle imposte dove sono stati utilizzati dei corsi di spessore maggiore nei quali sono stati incisi dei falsi giunti. Cfr. Pèrouse de Montclos, Jean-Marie, L’architecture à la française…, nota 18, p.341.

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