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Torri di Svaneti
Villaggi difensivi di pietra nel Caucaso
Georgia

Lo studio sistematico e paziente del paesaggio rurale e dell’architettura che ne forma parte, lungi dal convertirsi in una operazione nostalgica, risulta essere un passo obbligato per interpretare il presente, dato che ci permette di comprendere, nella sua globalità la configurazione del territorio e ci pone nella condizione di affrontare il progetto con immaginazione e rigore.1
Carlos Martí Arís

Una curiosa analogia con il paesaggio medievale italiano inducono al primo sguardo le immagini dei villaggi dell’Alto Svaneti, remota regione della catena montuosa del Caucaso al confine settentrionale della Georgia. Grappoli di torri di pietra, sparse o raggruppate in insediamenti compatti lungo i declivi di alte vallate simili all’ambiente alpino, creano un surreale contrasto, uno spiazzamento visivo spazio-temporale, quasi un “capriccio” pittorico, che evoca inevitabilmente gli assai noti profili turriti delle piccole città-stato e dei borghi fortificati del XIII secolo.
Ciò senz’altro è dovuto alla sorprendente similitudine architettonica con le slanciate case-torre urbane o con i torrioni dei complessi castellari che popolavano in quell’epoca non solo città e territori italiani ma anche quelli di altri paesi europei. Ad accrescere questo senso di spiazzamento interviene però un altro aspetto che emerge subito dopo il primo impatto: gli insediamenti difensivi dello Svaneti non hanno mura di cinta, come invece tutti i sistemi fortificati e l’iconografia medievale ci mostrano. È come se il palese ruolo difensivo di questi edifici fosse esclusivamente destinato alla protezione individuale dei loro singoli possessori, senza che vi fosse una organizzazione solidale che avesse fisicamente organizzato una forma di difesa comune.


Veduta di Chazhashi e Murkmeli (Ushguli)

Queste erano le impressioni che ben prima degli architetti avevano raccolto i non pochi viaggiatori europei che transitavano in quelle valli isolate: alpinisti, naturalisti, geologi, topografi e avventurosi esploratori. Già alla fine dell’Ottocento il grande alpinista-fotografo italiano Vittorio Sella, aveva documentato i caratteri architettonici dei villaggi svani nei tre viaggi di esplorazione alpinistica da lui compiuti nel Caucaso. Le sue foto, che avevano come primo obiettivo i ghiacciai e le vette della catena caucasica, costituiscono uno straordinario documento del patrimonio storico architettonico e antropologico di quella regione.
Un ulteriore approfondimento documentario fu portato negli anni ’10 e ’20 del secolo scorso dalle testimonianze fotografiche del russo Dimitri Ermakov e del glaciologo americano William Osgood Field. Nel 1930 le torri svane entrano nel cinema con il film del regista russo Mikhail Kalatozov “Il sale della Svanezia”, un documentario di epica sovietica sulla vita delle popolazioni caucasiche. Ma solo negli anni ’60 questo eccezionale episodio di architettura vernacolare fa il suo ingresso nel circuito informativo degli architetti grazie al libro e alla mostra “Architecture without architects” di Bernard Rudofsky, che gli dedica una efficace documentazione fotografica. Da parte georgiana è dagli anni ’20, ma ancor più dagli anni ’60, che si sviluppa lo studio sistematico e la classificazione dell’architettura vernacolare dello Svaneti, fino al suo inserimento nel 1996 nella Word Heritage List dell’Unesco.


Rilievo di torri difensive e machubi a Chazhashi (Ushguli): piante, prospetti, sezioni

Alcuni aspetti interpretativi
Proprio la chiarezza e perentorietà della forma emergente del costruito, le torri, costituisce per certi aspetti una complessità interpretativa sull’origine e funzionalità del sistema insediativo. Queste costruzioni difensive vengono fatte risalire al Basso Medioevo nel periodo tra l’XI e il XIII secolo, in una fase storica della Georgia in cui si alternano invasioni di potenze straniere e stabili periodi di governo come quelli della dinastia Bagrat durante la reggenza di David e della leggendaria regina Tamara. Le condizioni di isolamento dell’Alto Svaneti esponeva i villaggi delle vallate alle incursioni del brigantaggio proveniente da altri versanti del Caucaso ma anche dei clan rivali della stessa regione. L’assenza di mura di cinta negli aggregati edilizi identifica inoltre le torri come dispositivo difensivo adottato dai clan familiari in lotta talvolta all’interno delle loro stesse comunità e le configura come strutture architettoniche specialistiche, distinte dalle abitazioni ma a esse strettamente collegate. La torre infatti, ancorché l’elemento più esuberante, era solo una parte del sistema abitativo; mentre il magma quasi indistinto di severi e ermetici volumi quasi privi di aperture, su cui esse svettano, nasconde organismi più complessi che formano la vera sostanza degli insediamenti. Accorpati a ogni torre, apparentemente come una incrostazione secondaria, ci sono i machubi, le stalle-abitazione che costituivano in realtà il centro vitale dei nuclei familiari. Questi complessi autosufficienti, simili a masserie difensive di montagna costituivano le cellule degli aggregati di cui si compongono i villaggi. Esse rappresentano, insieme a una terza tipologia composita, le abitazioni difensive, uno degli esempi più originali di architettura vernacolare litica: una variabile singolare che la natura e la cultura hanno imposto all’essenziale repertorio architettonico di queste popolazioni montane. Il riferimento alle masserie di alcuni regioni del meridione italiano, anche se può aiutare a comprendere e definire il carattere degli organismi architettonici svani, è però limitativa. Infatti se da un lato indica una analogia generale nel sistema di funzioni (abitative, lavorative, difensive), dall’altro differisce dalle costruzioni dei villaggi turriti caucasici per il modo in cui queste funzioni si combinano nelle tipologie edilizie. Infatti le masserie pugliesi, ad esempio, sono caratterizzate da due parti ben distinte: una costruzione verticale dominante – tipologicamente assimilabile alla torre anche se morfologicamente più tozza – destinata all’abitazione e all’avvistamento, e un recinto costituito da mura e edifici rustici, stalle, fienili e magazzini, aventi anche un ruolo di difesa e delimitazione dello spazio abitativo di pertinenza. La grande varietà di combinazioni in cui questi elementi si sono aggregati configura le masserie come strutture aperte, capaci di trasformarsi nel tempo. L’altra tipologia a cui far riferimento in relazione alla torre svana è l’architettura dei castelli. Sviluppato in tutta Europa come recinto turrito, attrezzato per la difesa delle residenze dei feudatari e per il controllo del territorio, il castello medievale costituisce un dispositivo organicamente integrato di funzioni difensive e residenziali dove torri e mura si saldano nella protezione del recinto e della residenza in esso contenuta. Il caso svano è diverso perché la torre si relaziona alla residenza come “corpo separato” ossia come strumento di difesa degli abitanti ma non dell’edificio principale o dello spazio di pertinenza.


Complesso di abitazioni fortificate, torri difensive e machubi a Chazhashi (Ushguli)

Tipologie complesse
Una scomposizione tipologico-architettonica dei complessi abitativi fortificati ci permette di comprenderne meglio il carattere in relazione allo stile di vita delle popolazioni locali e alla loro adattabilità ai mutamenti intervenuti nei secoli. La torre, la parte meno enigmatica ma più identificativa del vernacolo architettonico, è dal punto di vista formale associabile a modelli e tecniche difensive diffusi in differenti territori europei in epoca medievale. Nei villaggi svani è presente in due versioni: una più scarna e priva nella sommità di parti estruse, e un’altra maggiormente elaborata munita di un coronamento aggettante sorretto da piccoli archi. La tecnica costruttiva e le caratteristiche dei materiali litici usati hanno dato luogo a un profilo a entasi delle torri, una rastremazione dettata da necessità statiche. L’interno è formato da stanze a pianta quadrata o rettangolare disposte in successione verticale di quattro o cinque piani, tra loro comunicanti attraverso una piccola apertura del soffitto, tranne i primi due. Infatti il dispositivo difensivo della torre prevedeva la incomunicabilità tra il piano terra e il primo piano, che veniva raggiunto da una apertura esterna attraverso una scala retrattile. La funzione difensiva vera e propria era assegnata alla stanza sommitale, una piattaforma fornita di caditoie, piccole aperture protette che permettevano il lancio di pietre sugli eventuali assalitori. Nella maggior parte queste stanze sommitali sono coperte da un tetto di legno con manto di lastre di pietra, che le rende simili a una piccola casa pensile, mentre in altri casi si presentano come terrazze scoperte. Ma al di là della mera difesa la torre veniva utilizzata per altre funzioni: come ricovero di materiali al piano terra in certi periodi e come magazzino e granaio ai piani superiori. In queste costruzioni troviamo anche una insolita particolarità che riguarda le strutture orizzontali di separazione delle varie stanze. Anziché la consueta volta a botte che spesso negli edifici a torre divide il livello di terra da quello superiore, e che serve a consolidare staticamente la base, nelle torri svane sono state impiegate “finte volte”, ossia dei solai in muratura divisi in due falde inclinate che assumono la funzione di scarico delle forze sulle pareti laterali, come avviene con l’impiego degli archi e dei soffitti voltati.


Rilievo di machubi, stalla-abitazione, a Chazhashi (Ushguli): piante, prospetti, sezioni Clicca per ingrandire

Talvolta troviamo delle “finte volte” anche in altri livelli della torre, in alternanza con i solai lignei. La quasi millenaria permanenza di queste costruzioni sembra indicarne, oltre alla consueta funzione di avvistamento e segnalazione, un uso difensivo occasionale a cui si associa il ruolo di landmark dei clan familiari, come avvenne anche nelle città medievali europee.
Contrariamente alle torri, che per la loro perentoria verticalità si impongono visivamente nell’ambiente, i machubi sembrano mimetizzarsi nel paesaggio come corpi rocciosi compatti, simili a grandi blocchi staccati dalla montagna. Queste costruzioni costituiscono le cellule aggregative degli insediamenti svani, la sede dei nuclei familiari che riunisce in una inedita commistione la casa, la stalla, il fienile-magazzino. Nel suo possente guscio litico di proporzioni cubiche, reso impenetrabile dalla quasi totale assenza di aperture, il machubi accoglie in un unico ambiente uomini e animali. L’edificio a base quadrata, spesso irregolare, è formato da due grandi vani unici sovrapposti. A livello terra, il machubi vero e proprio ospita l’abitazione invernale che, condivisa con gli animali, si avvale del calore di questi per la sopravvivenza della famiglia nel durissimo inverno caucasico alle altitudini di 1800-2200 metri. La stanza, al cui centro è posto il focolare privo di camino, è fasciata su tre o quattro lati da pareti lignee traforate che coprono una struttura a più livelli. I primi due, organizzati come stalli che si aprono con sequenze di piccoli archi sul grande spazio centrale, ospitavano gli animali – a livello terra i bovini e al primo piano gli ovini – mentre al livello superiore era sistemato il giaciglio della famiglia. Questa si riuniva nello spazio centrale intorno al fuoco per il pasto e per i piccoli lavori invernali. L’isolamento per lunghi periodi dai centri maggiori a valle e le primitive tecniche di sopravvivenza non escludevano un livello significativo di cultura estetica come testimoniano le boiserie e i mobili intagliati con ricche decorazioni nei machubi, o gli eleganti costumi da cerimonia delle famiglie più agiate. Il livello superiore dell’edificio, soprastante il machubi, è anch’esso formato da un’unica grande stanza, il darbazi, che durante l’inverno era adibita a magazzino-fienile per alimentare uomini e animali. Nei mesi estivi, quando questo spazio si vuotava, la famiglia vi si trasferiva come in una seconda casa, fornita anch’essa di focolare senza camino, per far nuovamente ritorno nel machubi in autunno quando il fienile si riempiva nuovamente di provviste. Anche questo edificio, all’apparenza così scarno e laconico, nasconde all’interno originali soluzioni costruttive come la struttura di sostegno del tetto. È il caso di alcuni machubi di Chazhashi, piccolo centro ancora intatto della località Ushguli, dove il tetto a capanna, data la grande dimensione dell’edificio, è fornito di uno speciale supporto che sostituisce la capriata, necessaria a dimezzare dei punti di sostegno delle travi primarie. Si tratta di un sistema di travi orizzontali sormontate una sull’altra, di misura opportunamente scalata per formare una parete lignea triangolare che segue l’inclinazione delle due falde del tetto.


Vedute interne di machubi di Chazhashi, trasformato in museo

Le “travi di riposo”, come vengono chiamate, sono a loro volta sostenute da un pilastro di legno posto in mezzo alla stanza che in tal modo risulta completamente libera da altre strutture murarie. Una soluzione questa che consente di ottenere un supporto più efficiente della capriata per un tetto assai pesante coperto di lastre di pietra e forti carichi di neve, ma che contiene forse anche qualche nascosto significato simbolico.
Una terza tipologia che associa le funzioni e i caratteri specifici della torre e del machubi è l’abitazione fortificata. Simile all’esterno alla torre difensiva, ma con proporzioni diverse (più bassa e con base più ampia), distribuisce in verticale tre livelli: a piano terra il machubi con gli stalli per gli animali, al primo piano il magazzino-fienile darbazi, e alla sommità la piattaforma difensiva con le caditoie. Come le torri, alcuni di questi edifici si concludono con un coronamento sostenuto da archetti, e sono muniti di “false volte” che separano i livelli abitativi da quelli adibiti a difesa. Per tali costruzioni, presenti soprattutto nei villaggi della comunità di Ushguli, sembrerebbe più appropriata la denominazione di case-torre.
Carattere dominante dello Svaneti è la costruzione litica, anche se in varie zone sono presenti strutture lignee destinate a funzioni ausiliarie. Le spesse murature degli edifici sono costruite con conci irregolari di pietra ricavati dalle rocce scistose di cui è ricca la zona. Facilmente fessurabili alla percussione vi si possono ottenere lastre di spessore di 15-20 cm da cui si ricavano i singoli pezzi. Legati con malta di calce e sabbia del luogo, i conci di pietra compongono tessiture murarie arcaiche e severe ma ricche di straordinarie cromie, dal rosso mattone all’ocra al nero al grigio, con tonalità dominante ruggine. Gli unici edifici coperti d’intonaco, ora in gran parte caduto, sono le torri che mostrano anch’esse sotto la pelle chiara e luminosa la preziosa policromia della sostanza litica. I tetti dei villaggi più alti sono coperti di lastre di ardesia, come pure della stessa pietra sono lastricati i pavimenti dei piani terra dei machubi.


Esterno di machubi

Sul destino dell’eredità vernacolare
Solidità costruttiva a parte, una serie di condizioni geografiche e circostanze storiche aiutano a spiegare la ragione della permanenza fino a oggi di costruzioni come le torri, antiche almeno otto secoli. Certamente la loro funzione difensiva le ha preservate come potenziali strutture riutilizzabili anche in periodi in cui non erano necessarie per quello scopo. Ma forse l’aspetto più rilevante che spiega la loro durata va rintracciato nell’isolamento in cui questa regione si è trovata fino ai tempi recenti. Collocato a ridosso delle cime maestose del Grande Caucaso, l’Alto Svaneti è sempre stato un territorio “estremo” per condizioni climatiche e per marginalità rispetto alle principali vie di transito del paese. Circostanza questa che lo ha escluso dalle numerose aggressioni esterne e dai rovesci militari subiti dalla Georgia nella sua storia millenaria. È infatti risalendo le tortuose vallate tracciate dai fiumi Inguri e Tskhenistkali che si incontrano i villaggi turriti dominati dalle colossali cime dell’Ushba e del Shkhara. In particolare nell’alta valle dell’Inguri, e in quelle a essa confluenti, troviamo i siti più importanti dell’antica architettura vernacolare come Ezeri, Latal, Mazeri, Mestia, Lenncer, Mujal, Adish, Ushguli. Di alcuni di essi è possibile un raffronto con le foto scattate alla fine dell’Ottocento da Vittorio Sella. In taluni casi tutto o quasi è rimasto immutato, in altri il paesaggio è completamente cambiato. Per esempio a Mestia, divenuta città capoluogo della regione, dove l’antico sistema di villaggi turriti disseminati nella valle a breve distanza uno dall’altro è stato fagocitato da una vasta espansione edilizia che ha annullato l’individualità spaziale dei singoli insediamenti. La spinta in atto verso un forte sviluppo del turismo rischia di creare in questi luoghi un impatto ambientale difficilmente sostenibile se non si cerca un equilibrio con la delicatezza del patrimonio storico architettonico. Un altro aspetto che può mettere in pericolo l’autenticità o addirittura l’esistenza degli insediamenti storici è il degrado in cui versano le torri e i machubi a causa dell’abbandono degli abitanti. Delle centinaia di torri esistenti fino a un secolo fa, poco più di centocinquanta sono ancora in piedi, ma tutt’oggi molte sono in pericolo di crollo nonostante la campagna dello Stato georgiano per il loro restauro. Particolarmente coinvolta in questi temi, è Ushguli, l’area di maggior pregio per la qualità dell’architettura e del paesaggio, che raggruppa i villaggi di Murkmeli, Chazhashi, Chvibiani e Zhibiani in una vallata di incomparabile bellezza. Il “Conservation Plan” redatto dalla sezione georgiana dell’ICOMOS nel 2001 per il villaggio di Chazhashi ne ha indagato in modo esemplare la struttura urbanistica e le tipologie architettoniche, prospettando precise metodologie di intervento di restauro sugli edifici storici e sulla architettura della prima metà del xx secolo. A dieci anni di distanza lo stato di degrado delle costruzioni non sembra arrestato e molti edifici necessitano di urgenti interventi di recupero. L’architettura vernacolare di Svaneti, riconosciuta oggi internazionalmente, attende impegni e iniziative urgenti per non perdere o vedere snaturate le proprie straordinarie qualità.

di Vincenzo Pavan

Nota
1 Carlos Martí Arís, Prefazione, in Carlo Pozzi e Simonetta D’Alessandro, Alba Dominica, Palomar, Bari 2007

Rieditazione tratta da Glocal Stone, a cura di Vincenzo Pavan pubblicato da Marmomacc

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16 novembre 2016

News

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10 novembre 2016

Opere di Architettura

Bureaux SNBR Saint-Savine-Troyes FR

L’edificio per uffici SNBR è stato progettato per l’omonima società francese di Saint-Savine-Troyes, specializzata nel restauro e nella realizzazione di manufatti in pietra attraverso lavorazione con macchine a controllo numerico.
La richiesta del committente era di realizzare un edificio dal carattere rappresentativo ed eloquente dell’identità della società, che lavora la pietra, materiale antichissimo con tecniche fortemente innovative.
Dal rapporto, quindi, tra tradizione ed innovazione è stata condivisa l’idea di costruire una struttura in pietra portante concepita e realizzata secondo le più moderne tecnologie di lavorazione del materiale.
La volontà di realizzare la forma-struttura dell’arco come solido “ponte” tra passato e futuro rappresentava una sfida molto complessa, ovvero intraprendere un confronto diretto con l’architettura del passato provando a dire nel frattempo qualcosa di nuovo.
L’edificio è concepito come una grande copertura, sotto cui organizzare liberamente il programma funzionale, in sintonia con il genius loci della campagna francese disseminata di tetti a doppia falda inclinata, utilizzando la logica degli archi diaframma disposti su piani paralleli.
L’idea di realizzare un tetto coincidente con lo spazio interno dell’edificio è un archetipo dell’architettura, legata al concetto di appropriazione e protezione dello spazio dell’uomo dall’ambiente esterno, in sostanza un gesto unico per creare uno spazio architettonico.

A sostenere la grande copertura sono presenti quattro archi in pietra, con luce pari a 16 metri ed un’altezza in chiave di 6 metri (intradosso), quindi dalle proporzioni molto ribassate. Gli archi si impostano su otto piedritti in cemento armato, che li sollevano dal piano di calpestio di circa 1,8 metri, rendendo così fruibile l’area sottostante.
Lo sviluppo della forma architettonica dell’arco si è articolata intorno all’ottimizzazione della forma strutturale, al fine di ridurre al minimo gli spessori della pietra per motivi di carattere economico ma soprattutto di carattere estetico, legato ad un concetto di sperimentazione estrema delle potenzialità del materiale lapideo.
Gli archi sono realizzati in pietra calcarea pierre de Valanges, utilizzando 29 maxi conci per ciascun arco. La linea di intradosso è parabolica mentre quella di estradosso è retta, i giunti tra i vari maxi conci sono realizzati con curve sinusoidali.
La curva parabolica d’intradosso “segue” la curva ideale delle pressioni a cui l’arco è soggetto, le linee rette superiori a doppia pendenza sono pensate per sostenere direttamente la struttura in legno del tetto ed, infine, la modellazione delle articolazioni dei giunti curvilinei aumenta la superficie di contatto tra i conci e di conseguenza il loro attrito, oltre a scongiurare fenomeni di fratturazione della pietra. L’arco si ripete parallelo a se stesso con una distanza di 4,5 metri costituendo tre campate interne fino a coprire una superficie di circa 300 mq.

La distribuzione funzionale dell’interno è organizzata intorno al grande vano centrale a tutt’altezza, delle dimensioni di 11 x 8 metri, destinato a spazio polifunzionale in cui organizzare mostre, esposizioni ed eventi di ricerca dell’azienda. Questo grande spazio è illuminato dalla vetrata posta sul lato sud, concepita come uno squarcio a tutt’altezza del muro esterno. Lungo i lati est ed ovest sono presenti sei uffici con accesso direttamente dal vano centrale; l’organizzazione delle tramezzature degli uffici segue la campata degli archi, mentre sul lato nord è presente un area funzionale dedicata ai servizi (bagni, deposito, archivio) in cui si trova una scala da cui si accede al mezzanino superiore destinato a sala riunioni. Questo spazio elevato di circa 2,80 metri permette di godere di un punto di vista privilegiato della spazialità interna dell’edificio, facendo sfiorare la massività degli archi all’osservatore. Tra lo spazio polifunzionale centrale e lo spazio dei servizi è realizzata una parete diaframmata in pietra, che funge da filtro visivo tra i due spazi.
Gli aspetti legati ai temi della sostenibilità ambientale dell’edificio hanno rivestito sin dal principio un aspetto determinante, la volontà era di realizzare un edificio HQE (Haute QualitéEnvironmentale) secondo gli standard energetici francesi, utilizzando prevalentemente materiali naturali, in particolare pietra e legno. Gli aspetti salienti del comportamento “eco-consapevole” dell’edificio sono rappresentanti in prima istanza da questioni strettamente legate alla progettazione del comportamento passivo dell’edificio.
Innanzitutto la forma e la tipologia dell’organismo architettonico influenzano in modo decisivo le sue prestazioni energetiche. L’edificio ha una pianta rettangolare (20 x 15 metri) che permette di avere una buona compattezza (minor superficie disperdente), garantendo allo stesso tempo sufficienti standard di illuminazione e di aerazione in tutti gli ambienti.

L’edificio sfrutta un orientamento ottimale rispetto alla sua latitudine, la differenziazione di soleggiamento dei fronti, nei diversi periodi dell’anno, ha portato a soluzioni architettoniche che sfruttano o correggono il comportamento passivo dell’edificio.
L’esposizione a sud della grande vetrata consente una maggiore captazione dell’energia solare in inverno, in quanto i raggi solari, essendo più bassi, penetrano direttamente nell’edificio, mentre nel periodo estivo, essendo il sole più alto, i raggi solari si infrangono sullo sbalzo della copertura creando un cono d’ombra.

Per il portale (HyparGate) di ingresso edificio SNBR: (Re)interpretazioni Lapidee: Parabolithic. Percorso morfologico-progettuale del nuovo portale d’ingresso agli uffici SNBR, Troyes.

di Giuseppe Fallacara

Crediti fotografici: GaZ Blanco

photogallery

SCHEDA DI PROGETTO:
Capo progetto:
Giuseppe Fallacara
Progettisti: Giuseppe Fallacara, Marco Stigliano
Collaboratori: Maurizio Barberio, Micaela Colella
Ingegneri strutturali: Edificio: Giuseppe Fallacara, Anatech, Frédéric Fajot. HyparGate: Nicola Rizzi, Valerio Varano, Daniele Malomo
Progettazione ambientale: Giuseppe Fallacara, Marco Stigliano
Committente: Societé Nouvelle Batimant Regional (S.N.B.R.)
Imprese esecutrici: Societé Nouvelle Batimant Regional (S.N.B.R.)
Indirizzo: 10300 zi savipol
Città: Sainte-Savine, Troyes (France)
Periodo di progettazione: 2008-2009
Periodo di realizzazione: 2010-2016
Dimensioni: 300 mq
Pietra impiegata: pierre de Valanges, travertino armeno.

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8 novembre 2016

News

Dalla meccanica all’elettronica.
Lo studio grafico di Roberto Pieracini alla Olivetti

Campus Manifesto 4
Campus Luigi Einaudi di Torino
Lungo Dora Siena, 104
21 novembre – 3 dicembre 2016

Lunedì 21 Novembre, nella Main Hall del Campus Luigi Einaudi di Torino, l’Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea e l’Università degli Studi di Torino, nell’ambito del progetto Campus Manifesto 4 presentano una mostra e una conferenza sul tema della comunicazione e dei progetti grafici di Roberto Pieracini alla Olivetti.
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Programma
Lunedì 21 Novembre, ore 10

mostra
Dalla meccanica all’elettronica. Lo studio grafico di Roberto Pieracini alla Olivetti
a cura del prof. Gianfranco Torri

ore 11 (Aula Magna)
conferenza
Una città, un territorio, un’azienda. La comunicazione Olivetti.
Saluti
prof. Sergio Scamuzzi (Vicerettore dell’Università di Torino )
dott.ssa Marcella Turchetti (Associazione Archivio Storico Olivetti)
relatore
prof. Roberto Pieracini

con il patrocinio di
AIAP (Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva)
Allestimento e grafica
Roberto Necco
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La mostra porta all’attenzione alcuni temi e linguaggi della cultura visiva del Novecento e del progetto d’immagine, secondo una metodologia e una ricerca progettuale tipicamente olivettiane che l’opera di Roberto Pieracini efficacemente restituisce, attraverso manufatti della comunicazione provenienti dai fondi dell’Associazione Archivio Storico Olivetti. L’arco temporale documentato è particolarmente complesso e dunque interessante, perché con il passaggio dalla meccanica all’elettronica, segna un momento di radicale trasformazione tecnologica e produttiva, a cui una grande impresa italiana, la Olivetti e in particolare il lavoro grafico di Roberto Pieracini rispondono elaborando nuove strategie e forme della comunicazione grafica e d’immagine.
Il lavoro di Pieracini tra fine anni Sessanta e metà anni Settanta rappresenta una sorta di campione esemplare della ricerca progettuale e dei metodi operativi all’interno della Direzione Relazioni Culturali, Disegno Industriale e Pubblicità della Olivetti: un’organizzazione basata a Milano, ma articolata in Uffici e Studi che nel corso della lunga ed autorevole direzione di Renzo Zorzi, promuove e coordina stile ed immagine Olivetti, in relazione a tutti i settori aziendali. Da questa Direzione partono le linee guida per la comunicazione grafica ed editoriale, per il disegno dei prodotti, per le architetture dei nuovi stabilimenti e delle sedi, per gli allestimenti fieristici e commerciali, per il disegno dei caratteri, per ogni genere di iniziativa culturale (mostre d’arte, conferenze, convegni, iniziative editoriali, attività di restauro, ecc.), per i rapporti con la stampa e le relazioni esterne. Ballmer, Bassi, Belllini, Bernasconi, Bonfante, Fortini, Giudici, King, Leclerc, Macchi Cassia, Pieracini, Rolfo, Soavi, Sottsass jr, Sowden, von Klier sono solo alcuni dei grandi nomi che in quegli anni collaborano con Olivetti, in qualità di consulenti o dipendenti, insieme ad artisti, architetti, grafici, fotografi, ingegneri, tecnici, commerciali.
Nella seconda sezione della mostra che copre tutti gli anni Ottanta, emergono diversi e nuovi aspetti della storia del gruppo Olivetti, che sono il risultato di una politica di acquisizioni e alleanze strategiche di tante società e dove la fabbrica automatica e la compiuta transizione al prodotto elettronico contrassegnano la nuova realtà aziendale. L’esperienza di Pieracini, dal 1982 responsabile dell’ufficio del Servizio Grafico Editoriale Olivetti all’interno della Direzione Corporate Image, documenta col suo lavoro il passaggio ad una strategia di comunicazione ed immagine che necessariamente deve fare i conti con la multiforme diversità delle singole specificità aziendali, ma nel contempo tentarne la riconduzione ad un medesimo ambito visivo, creando legami concettuali forti e chiari.
In occasione dell’inaugurazione della mostra, Roberto Pieracini terrà una lezione di approfondimento dei temi presenti in mostra, tracciando attraverso immagini e filmati storici un percorso sulla comunicazione Olivetti. La lezione è aperta anche a scuole e istituti del territorio.

Le iniziative sono parte della XV edizione della Settimana della Cultura d’Impresa “La fabbrica bella: cultura, creatività, sostenibilità” a cura di Museimpresa

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5 novembre 2016

News

Al Bright Cloister di Pibamarmi il Best Communicator Award

Il padiglione Bright Cloister, disegnato dall’architetto giapponese Go Hasegawa per Pibamarmi, si è aggiudicato il Best Communicator Award all’ultima edizione Marmomacc di Verona. In questa videointervista, curata da Davide Turrini e prodotta da Tofufilms, l’architetto illustra la sua opera.

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