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23 maggio 2017

Paesaggi di Pietra

STONE LEAVING, vivere nella pietra.


…all’ingresso della contrada una scritta ogni anno più sbiadita…

Casarole. Storie di case e di vita di centinaia, migliaia di anni fa.
C’era una volta, tanto tanto tempo fa, una piccola contrada ai piedi del monte Corno, nella propaggine occidentale del tavolato lessineo, a Nord della odierna Verona. Una manciata di casupole adagiate come le perle di una collana sgranata a ridosso delle pareti a strapiombo che si affacciano sulla Val d’Adige. C’era una volta, è proprio il caso di dire, anche perché fino a pochi anni fa la contrada era praticamente disabitata. Ma come accade talora nelle fiabe, per qualche strana alchimia le cose cambiano e prendono strade diverse. Casarole, quasi come quella famosa principessa dormiente, si è risvegliata. Prima grazie ad Elio, professore di liceo che ha deciso di trasferirsi a vivere in quest’angolo di paradiso, poi grazie ad Aldo, Roberto ed Elena che con una serie di strampalati speleologi hanno iniziato a coccolare questa piccola area della Lessinia grazie alla loro metodica e compulsiva ricerca di grotte (di cos’altro volete che vivano degli speleologi?) anche in virtù del fatto che a pochi chilometri in linea d’aria si apre l’immane Preta:“l’Abisso”, una delle grotte più importanti d’Italia. Gli effetti collaterali di questa ricerca spasmodica sono stati inattesi e spettacolari, perché hanno permesso di riportare alla vita piccoli gioielli di una edilizia dei secoli passati dove la pietra era ancora, e realmente, l’alfa e l’omega della vita rurale, ma aprendo anche, inaspettatamente, le porte di un passato talmente lontano in cui la pietra non era ancora lavorata, se non in minimi casi, per poterla viverla, ma era abitata così come era sfruttandone anfratti, pertugi, macroporosità. Un modo di vivere duro, faticoso, fatto di sofferta quotidianità all’alba della nostra storia evolutiva.


Ubicazione di Casarole Clicca per ingrandire

Casarole ha tutte le carte in regola per farci capire, immaginare, provare, come nel tempo siano cambiati gli stili, gli obiettivi, le necessità e le scelte strategiche di chi si doveva scegliere un posto riparato dove vivere; dove creare “casa”.
Questa contrada è lontana da tutto: dalla pianura padana e dalla Val d’Adige, centinaia di metri giù in basso, abbarbicata come è sulle alte pareti che la ospitano. Ai nostri giorni fa fatica ad avere appeal per la gente comune: nessun bar, nessun negozio, una sofferta strada sterrata e per chi va a cercare grotte ed anfratti, la necessità di avere corde ed imbraghi per muoversi per riportare agli antichi splendori vecchi sentieri ormai rinselvatichiti da una natura spettacolare e irriverente della nostra incapacità gestionali della sua forza. Eppure, a conferma di questa titanica e storica lotta uomo – natura, appena si arriva in questo glomerulo di case, ecco che appare piccola, irrispettosa, defilata dalla vista al punto da apparire come una splendida scoperta, una piccola cava di pietra della lessinia.
Questo materiale, ancor oggi cavato e proficuamente utilizzato nel mondo ( come non ricordare la sinagoga Cymbalista di Tel Aviv del Mario Botta realizzata proprio con questa pietra) è un materiale lastrolare con spessori variabili tra 4-5 fino a circa 40 centimetri, aspetto questo indubbiamente interessante in quanto, come è intuitivamente capibile, consente la lavorazione delle singole lastre con il loro unico dimensionamento lungo il perimetro dell’oggetto da usare senza necessità di spessorarlo. La lastra dimensionata può essere poi usata direttamente senza nessun altro tipo di rifinitura, agevolando e riducendo i tempi di lavorazione e rifinitura.


Tel Aviv – Cymbalista synagogue progettata da Mario Botta in Pietra di Prun

Risultato? Un aspetto assolutamente particolare ed affascinante. Spiegare quanto è ed è stata importante questa pietra per la gente dei Lessini è difficile e comunque riduttivo. Forse non è eccessivo affermare che questa pietra è stata per l’altopiano quello che può significare una barca per un abitante di un’isola: libertà. Libertà di realizzare qualsiasi cosa la mente possa elaborare: case, muri, tetti, pavimenti, scale, pali per le vigne, arnie, vasche per il verderame, lavandini, divisori si proprietà… Bastava un piccolo affioramento di questa spettacolare pietra per consentire la nascita, fin dai secoli passati, di piccoli centri abitati.


La contrada di Casarole. Nulla è lasciato al caso, e tutto è realizzato in pietra

Bene, proprio qui a Casarole potremmo essere paghi di quello che si scopre ammirando la pietra, costituente praticamente unico di queste case un tempo ad un passo dall’oblio edilizio, ed invece….. quello che dovrebbe profumare di antico e passato si palesa, ad un attonito osservatore, in un quasi futuro, una avanguardia costruttiva rispetto la storia umana del passato più antico che proprio dai boschi attorno alla contrada fanno capolino a chi li sa guardare. Attorno a Casarole, infatti sono in fase di censimento e di studio geologico da parte dello strampalato gruppo di speleologi tutta una serie di covoli, ripari e grotte.


All’ingresso della contrada, una croce in pietra. Correva l’anno 1884…. Sempre in pietra anche la struttura delle arnie. Le strade sterrate sono confinate tra muretti in pietra di fogge diverse, ma rigorosamente in pietra.

All’inizio del secolo scorso una serie di importanti scoperte archeologiche ha confermato che forse proprio in questa zona gli abitanti del paleolitico superiore risalivano la val d’Adige per venire a scambiare merci e a rifornirsi di selci, “la” pietra dei nostri antenati. E sembra che proprio da queste aree a nord di Verona provenissero le selci migliori che seguivano tracce commerciali fin fuori dell’odierna Italia.


Una delle scritte ancora non decifrate nel Covolo noto come Coal dei Camerini. (foto Soresini)

Proprio attorno a Casarole, nel secolo passato, studi e importanti lavori archeologici hanno dimostrato che alcuni dei covoli furono abitati dai nostri progenitori, e la loro presenza è stata segnalata da emozionanti tracce di vita quotidiana: selci, laminatoi, pics, tranchets, nuclei di selce approfonditamente studiati da importanti archeologi italiani ed inglesi (alcuni pezzi provenienti da questa zona sono ora esposti anche al British Museum), ma anche cocci risalenti all’ultimo periodo del paleolitico, ceramica invetriata del medioevo, a riprova che questi ripari sono stati usati dall’uomo per secoli sedimentando nel loro interno tracce fisiche e emozioni in un sedime di quotidianità dura ma evidentemente vissuta per molto tempo, a conferma dell’importanza geografica di questo minuscolo puntino sulla carta geografica. Di qui, si narra, passavano i briganti, i disertori, i contrabbandieri, ma anche chi fuggiva dal terrore di una guerra orribile si nascondeva tra queste pareti in attesa che l’umanità recuperasse un briciolo di saggezza che sembrava allora persa per sempre. Ma si racconta anche della Ginepra, una contadina, forse una “striossa”, che sembra scendesse di notte fino in val d’Adige centinaia di metri più in basso lungo sentieri pericolosi in fuga dei finanzieri per andare a vendere i formaggi che produceva, mentre lungo il suo ritorno caricava la gerla di “sabbion”, sabbia grossolana che veniva usata per lavare. Storie di persone, leggende forse, delle quali ogni tanto la terra e i covoli centellinano qualche flebile traccia.


Il covolo di Semalo. Imponente il suo ingresso molto spesso parzialmente mascherato da una cascatella.
Un’alta concentrazione di covoli in una area estremamente limitata e per questo chiamati i “Condomini”.
(foto Soresini)

E proprio la ricerca congiunta tra speleologi veronesi, mantovani ed emiliani di questi ultimi mesi, ovviamente alla ricerca di una nuova grotta che sia più grande e profonda della vicina Preta, ha portato alla luce proprio attorno Casarole, in una area di circa 2-3 chilometri, più di 90 covoli. E così quella che pochi anni fa sembrava una piccola contrada disabitata e ormai quasi completamente rinaturalizzata, si presenta ora sotto una nuova luce. Forse non abbiamo ben compreso quale era la sua reale importanza! Forse era più che una piccola zona dove vivevano pochi esseri umani! Tre castellieri nell’intorno di qualche chilometro e la presenza di un così grande numero di covoli potenzialmente vivibili (ovviamente senza camere con bagno, ma talora con viste da mozzare il fiato) potrebbero forse far pensare ad una cittadina vera e propria sgranata lungo le pareti dei Calcari Grigi che affiorano sotto il Rosso Verona, in questa località. E sarebbe proprio bello se a queste ricerche speleologiche si potessero associare anche quegli studi antropologici ed archeologici purtroppo abbandonati nel secolo scorso. Sì sarebbe proprio bello se oltre a trovare un abisso si trovasse il modo di andare in profondità nella nostra storia!

di Anna Maria Ferrari
Foto: Ferrari o, ove indicato, foto Soresini; foto 3 tratta da internet


La vasca del verderame in lastame.

Anche per i tetti la pietra era l’unico materiale che poteva essere utilizzato a casua della difficile reperibilità e dell’alto costo di soluzioni alternative.

Bibliografia
ARANGUREN B., FERRARI A.M., REVEDIN A., RIODA V., SIGNORI G., SOZZI M., (2003). Alcune considerazioni sulla provenienza marchigiana delle selci del sito del Bilancino (Firenze, Toscana) sulla base del confronto dei dati geochimici. Atti Riunione Scientifica IIPP. Marche, 2003
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CHELIDONIO G. (2001) – Nuove tracce di frequentazioni paleolitiche sulla dorsale di Monte Comune (Negrar) – sta in Annuario Storico della Valpolicella 2000-20010 – La Grafica di Vago di Lavagno (VR)
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19 maggio 2017

Design litico

Pietra e design un dialogo lungo mezzo secolo

Erede di una consolidata tradizione artistico-artigianale, e di una ricca attività produttiva otto-novecentesca nella decorazione, nell’arredo e nell’oggettistica, il nascente design moderno avvia negli anni ‘50 del secolo scorso una fase di intensa sperimentalità che caratterizza e accompagna l’ascesa a livello internazionale di questo settore della produzione italiana.
L’interesse e l’impegno per una progettualità globale che spazia “dal cucchiaio alla città” spinge personalità eccellenti della cultura architettonica italiana come Franco Albini, Bruno Munari, Marco Zanuso, Achille Castiglioni, Carlo Scarpa, a confrontarsi con l’oggetto d’uso su un terreno totalmente nuovo.
L’artigiano come produttore di artefatti, con una formazione nelle scuole professionali d’arte, nei laboratori e nelle manifatture, viene rapidamente sostituito dal designer, nuova figura capace di interpretare le istanze del mondo contemporaneo fondando il progetto sull’innovazione continua, la contaminazione formale e la sperimentazione tecnologica.
L’espressione litica del design italiano trova ai suoi esordi, negli anni ’60 e ’70, l’interesse culturale e operativo di aziende affermate nel panorama dell’arredamento, come B & B, Cassina, Knoll, Danese, Flos, Simon International.

Nascono in questa fase oggetti divenuti icone del design litico firmati da illustri progettisti come Enzo Mari, Tobia Scarpa, Angelo Mangiarotti, Mario Bellini, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Gae Aulenti, i quali indirizzano e influenzano la produzione secondo i loro personali percorsi di ricerca.
Il mondo produttivo marmifero viene inizialmente coinvolto in modo indiretto, partecipando con un ruolo tecnico esecutivo alla realizzazione dei prodotti.
Gradualmente però alcune aziende del settore lapideo iniziano a costruirsi un ruolo di editori entrando direttamente in rapporto con il mondo del progetto, dando avvio a collezioni di oggetti e complementi litici. Centrale per l’approccio dell’imprenditoria litica al design è l’esperienza di Officina, un laboratorio culturale e di sperimentazione concreta sorto alla metà degli anni ’60, che partendo dalla solida base aziendale di un gruppo toscano coinvolge artisti e designer di alto livello mettendoli in collaborazione con maestranze locali. A seguito delle sperimentazioni attuate e dell’iniziativa di imprenditori illuminati nascono negli anni ’70 e ’80 alcuni brand dedicati al design litico come Fucina, Up & Up, Skipper, Ultima Edizione. Il moltiplicarsi delle iniziative di sperimentazione e di promozione, specialmente in area toscana, dove si consolida un terreno culturalmente e tecnologicamente fecondo, dà origine a una produzione litica di alta qualità con significative ricadute economiche.
L’indirizzo si conferma, con percorsi diversi, anche in altre situazioni come in area veneta dove, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, per oltre due decenni, vengono organizzati nei programmi culturali di Marmomacc e di Abitare il Tempo eventi di sperimentazione litica che attivano feconde collaborazioni tra figure di grande rilievo dell’architettura, del design e dell’arte internazionali e aziende operanti in quel bacino marmifero.

Il carattere principalmente sperimentale e prevalentemente dimostrativo di questi eventi non si traduce subito in iniziative produttive sul terreno del design. Così pure, da parte delle grandi marche nazionali di arredamento non si registra per la stessa fase particolare attenzione, se non episodica, per il prodotto litico.
Risulta quindi interessante agli inizi del 2000 il recupero da parte di Agape dell’eredità di Angelo Mangiarotti con riedizioni verificate e aggiornate della sua opera litica, che continua tutt’oggi.
Con l’inizio del nuovo secolo, all’affievolirsi della spinta propulsiva toscana fa riscontro un crescente interesse per il design da parte di aziende del settore marmifero di area veneto-romagnola. In un contesto di sistematici eventi di sperimentazione e promozione che coinvolgono sia designer storici come Tobia Scarpa e Michele De Lucchi, sia nuovi protagonisti dell’architettura e del design internazionale tra i quali Marco Piva, James Irvine, Aldo Cibic, Manuel Aires Mateus, Patricia Urquiola, e star dell’architettura come Kengo Kuma e Zaha Hadid, alcune delle aziende più attive iniziano un processo di mutazione e trasferimento della loro produzione, parziale o totale, verso l’editazione di prodotti litici. Tra queste Budri, Citco, Lithos Design, Marsotto Edizioni, Pibamarmi e altre operanti in diverse realtà territoriali.
Si tratta di una trasformazione che vede il delinearsi di diversi indirizzi corrispondenti a scelte aziendali: non solo le tipologie classiche dell’arredo, complementi e oggetti d’uso, componenti per bagni e cucine, ma anche rivestimenti parietali, divisori lapidei e superfici di vario tipo che si integrano stabilmente all’architettura.

L’aggiornamento delle tecnologie verso il digitale di ultima generazione spinge alcune aziende decisamente in direzione del prodotto totalmente industriale, altre invece scelgono la combinazione di tecnologia e artigianalità attuando percorsi alternativi come quello “sartoriale”, nel quale i prodotti risultano composti dalla saldatura di una lavorazione tecnicamente industrializzata con una accentuata artigianalità nell’assemblaggio.
Il quadro fin qui abbozzato, ancorché incompleto e privo di molti tasselli, delinea un’immagine assai varia del contesto in cui si è sviluppato il moderno design litico nel primo cinquantennio della sua storia.
Il mondo della pietra più che entrare nel mercato del design attraverso i marchi storici dell’arredamento sembra oggi cercare uno spazio partendo dal proprio interno, ossia ricostruendo e ricomponendo la complessa filiera che va dal progetto, al prodotto, al marketing.
Le esperienze in atto ci forniranno le dinamiche future nelle quali potranno giocare ruoli decisivi sia lo sviluppo di linguaggi in sintonia con i materiali lapidei sia le nuove tecnologie di lavorazione, che sempre più consentono l’inserimento dei prodotti litici in un processo industriale seriale avanzato.

di Vincenzo Pavan

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15 maggio 2017

Buone pratiche

RESISTENZA ALLO SCIVOLAMENTO: INFORMATIVA SULLE NORME DI RIFERIMENTO E I METODI DI PROVA III parte

LE NORME PER LA DETERMINAZIONE DELLA SCIVOLOSITÀ ED I RELATIVI METODI DI PROVA.

Il metodo della “rampa”
Sembra quasi impossibile che questo test, che di fatto delizia tutte le persone che ne assistono all’esecuzione, sia stato studiato e perfezionato in Germania…
Esso consiste nel ricreare in Laboratorio il pavimento da testare e nell’inclinarlo, mettendo un povero operatore nella condizione di “dover” scivolare su olio, oppure su acqua e sapone. Ovviamente (per fortuna!) l’operatore viene imbragato, tuttavia questa prova comunica la strana sensazione d’attesa che stia per accadere qualcosa che a nessuno piace: cadere.
È una delle prove che nel tempo è stata rivisitata dai tedeschi (DIN è il nome del loro ente di normazione), ma è comunque una delle più richieste assieme al pendolo, specialmente poiché in Germania va obbligatoriamente effettuata su pavimenti posati in edifici pubblici, di lavoro, scuole ed ospedali.

DIN 51130 Prüfung von Bodenbelägen – Bestimmung der rutschhemmenden Eigenschaft – Arbeitsräume und Arbeitsbereiche mit Rutschgefahr – Begehungsverfahren – Schiefe EbenE
(tradotto: Metodo di prova per rivestimenti a pavimento – Determinazione delle proprietà antiscivolo – Aree di lavoro ed attività con rischio di scivolamento – Metodo della rampa a piedi calzati)


fig. 4 Esecuzione della prova di resistenza allo scivolamento secondo DIN 51130. L’operatore cammina avanti e indietro lungo una rampa inclinabile lunga circa 1,5 m, rivestita col materiale da testare cosparso di olio a viscosità specifica come da norma. L’inclinazione della rampa aumenta progressivamente finché l’operatore non scivola. L’angolo di scivolamento – attraverso le opportune calibrazioni – determina la classe di resistenza allo scivolamento del materiale, da R9 (la più scivolosa) ad R13 (la meno scivolosa).

Questo metodo di misurazione diretta della scivolosità fa riferimento ad una normativa tedesca (DIN), che esprime la scivolosità delle pavimentazioni in funzione dell’angolo di scivolamento. La prova si può eseguire esclusivamente in Laboratorio da due operatori esperti e tarati sulle superfici standard di prova, con scarpe specifiche secondo le prescrizioni della stessa DIN 51130. L’angolo di scivolamento si ricava dalla media dei due operatori, i quali – a turno – indossano le apposite calzature, si imbragano e camminano avanti e indietro su una rampa inclinabile (Fig. 4) rivestita del materiale da testare cosparso di un olio a viscosità specifica. L’inclinazione della rampa viene aumentata progressivamente finché l’operatore scivola. L’angolo di scivolamento viene registrato: la media degli angoli di scivolamento dei due operatori viene poi classificata all’interno di intervalli così come definiti dalla normativa. Tali intervalli definiscono le classi di resistenza allo scivolamento del materiale, da R9 (la classe più scivolosa) fino ad R13 (la classe meno scivolosa).
In Germania, per ciascuna destinazione d’uso della pavimentazione viene prescritta una determinata classe di resistenza allo scivolamento “R”.
Si applica a pavimentazioni di qualsiasi natura (pietre, agglomerati, ceramiche, linoleum, legno, metallo, vetro, ecc.).
Pur essendo una prova molto richiesta, specialmente in fase di progettazione – in quanto una delle poche prove di misurazione diretta della scivolosità, il metodo della rampa a piedi calzati è talora criticato per una serie di ragioni (si veda ad esempio la ricerca di Richard Bowman: Slip Resistance Testing – Zones of uncertainty, 2010), legate principalmente ai criteri di taratura ed alla soggettività dell’operatore. Per quanto riguarda i criteri di taratura, essi comprendono: la difficile reperibilità delle superfici standard di prova per la taratura, la mancata definizione dell’usura delle calzature di prova – dopo quanto/i tempo/utilizzi devono essere cambiate? (es: Bowman, 2004, 2010). La soggettività degli operatori, invece, comprende la diversa sensibilità nei confronti della pendenza (i.e., alcune persone si sentono meno sicure di altre su superfici inclinate), la paura di cadere, l’esperienza e persino l’umore del giorno di esecuzione della prova (es: Bowman, 2010), o anche solo il fatto di aver festeggiato la sera prima con una birra di troppo o di soffrire di labirintite nel giorno del test.

DIN 51097 Prüfung von Bodenbelägen Bestimmung der Rutschhemmenden Eigenschaft Naßbelastete Barfußbereiche Begehungsverfahren – Schiefe Ebene
(tradotto: Metodo di prova per rivestimenti a pavimento – Determinazione delle proprietà antiscivolo – Aree bagnate attraversate a piedi nudi – Metodo della rampa)
Questa prova viene eseguita per determinare la scivolosità in ambienti dove si cammina a piedi scalzi in presenza di acqua, come ad esempio piscine, aree wellness e spa.
La procedura di esecuzione di questo test è molto simile a quella descritta per il metodo DIN 51130, con la differenza che gli operatori camminano a piedi nudi sul materiale da testare, non più ricoperto di olio ma soggetto ad un flusso continuo di acqua.
La media dei due angoli di scivolamento viene classificata all’interno di intervalli, noti come classi di resistenza allo scivolamento, denominati da A (classe più scivolosa) a C (classe meno scivolosa).
Come per la DIN 51130, questo metodo di prova si applica a pavimentazioni di qualsiasi natura (pietre, agglomerati, ceramiche, linoleum, legno, metallo, vetro, ecc.).

Il metodo della rampa (sia a piedi calzati sia a piedi nudi) si è dimostrato un interessante supporto anche per valutare attrezzature ed aree afferenti alle piscine, al punto tale da essere stata utilizzata anche in altri standard europei (la sigla EN ne stabilisce tale status per la comunità europea). Tali norme sono state recepite anche dall’Italia (UNI infatti sta per ente Nazionale Italiano di Unificazione, che rappresenta l’Italia presso le organizzazioni di normazione europea (CEN) e mondiale (ISO)).

UNI EN 13451-1 Attrezzature per piscine – Parte 1: Requisiti generali di sicurezza e metodi di prova
Questa norma specifica i requisiti di sicurezza generali e i metodi di prova per l’attrezzatura utilizzata nelle piscine (UNI EN 15288-1, UNI EN 15288-2). Tra i requisiti di sicurezza è richiesta anche la resistenza allo scivolamento, da testare previa un metodo di prova comparabile a quello specificato nella norma DIN 51097 (rampa a piedi nudi). In Appendice E, infatti, la norma EN 13451-1 descrive come eseguire la prova di resistenza allo scivolamento: l’esecutore deve camminare avanti e indietro su una rampa inclinabile rivestita del materiale da testare. Il materiale deve essere bagnato con una soluzione acquosa di un agente bagnante neutro (1 g/l). L’inclinazione della rampa è aumentata di circa 1°/s; l’angolo di inclinazione che causa incertezza dell’esecutore viene misurato dodici volte. Si scartano i valori minimo e massimo registrati; la media dei valori rimanenti fornisce il risultato della prova. L’angolo di inclinazione medio così ottenuto ricade all’interno della relativa classificazione (12°, 18°, 24°). La norma specifica quindi gli angoli minimi da ottenere per superfici specifiche, in modo da garantirne la sicurezza.
Nel caso in cui questo metodo di prova non fosse applicabile, la norma propone un metodo di prova alternativo in Appendice F. Questo metodo di prova prevede di tirare – per mezzo di una fune – un corpo sulla superficie orizzontale della superficie da sottoporre a prova, nelle direzioni specificate. La forza misurata è correlata alla resistenza allo scivolamento tramite la tabella comparativa al Prospetto F.1, riportato in Appendice F della norma.

UNI EN 13845 Rivestimenti resilienti per pavimentazioni – Rivestimenti per pavimentazioni a base di policloruro di vinile con resistenza avanzata allo scivolamento – Specifica
La norma specifica le caratteristiche dei rivestimenti per pavimentazioni a base di policloruro di vinile forniti in piastrelle o in rotoli con caratteristiche di resistenza avanzata allo scivolamento in condizioni specificate. Per aiutare il consumatore ad effettuare una scelta consapevole, la norma propone un sistema di classificazione in base all’intensità d’uso (es: ambiente domestico/industriale, numero di persone, ecc…), che riporta le caratteristiche che devono avere i pavimenti resilienti per dare un servizio soddisfacente in base alla destinazione d’uso.
La resistenza allo scivolamento delle pavimentazioni resilienti è valutata tramite il metodo della rampa in condizioni bagnate, descritto in Appendice C, comparabile a quello descritto in DIN 51097 e in DIN 51130 (a cui la norma fa infatti riferimento).

UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione
Questa specifica tecnica definisce i metodi di prova per la determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali. Non si applica alle pavimentazioni sportive ed alle pavimentazioni stradali veicolari.
In particolare, questa specifica tecnica fornisce un elenco di definizioni relative alla scivolosità e all’attrito, ed un elenco delle prove che si possono eseguire per determinare la resistenza allo scivolamento, ma non fornisce indicazioni sulle casistiche per le quali un metodo sia preferibile ad un altro. In altre parole, la specifica tecnica non spiega in che situazioni utilizzare un metodo o l’altro.
La specifica tecnica – oltre a quelle già elencate all’inizio di questo articolo – riporta la seguente definizione utile:
Coefficiente di attrito dinamico: coefficiente di attrito dove un corpo si muove su una superficie a velocità costante. Si esprime come il rapporto tra la forza d’attrito (agente in direzione orizzontale) e la forza verticale agenti tra il pattino e la superficie orizzontale del campione, in moto a velocità costante (punti 3.11 e 3.12).

Le quattro Appendici della specifica tecnica riportano i quattro metodi di prova per la determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali.
Appendice A: Prova su rampa a piedi nudi
Questo metodo di prova è comparabile a quello già illustrato nella norma DIN 51097. L’esecutore deve camminare avanti e indietro su una rampa inclinabile rivestita del materiale da testare. Il materiale deve essere bagnato con una soluzione acquosa di densità e concentrazioni specifiche (Dehypon LS45 (CAS-n. 68439-51-0) in concentrazione pari a 1 g/l). La soluzione deve essere continuamente applicata durante l’esecuzione della prova ad un tasso noto e costante (6±1 l/min). La temperatura della soluzione deve essere compresa tra 29±2°C. L’inclinazione della rampa è aumentata finché l’esecutore scivola. Si registra l’angolo di scivolamento e lo si calibra secondo le formule riportate in prospetto A.2 dell’Appendice A. La prova deve essere ripetuta da un secondo esecutore ed il risultato finale è riportato come la media dei due angoli calibrati dei due esecutori.

Appendice B: Prova su rampa a piedi calzati
Questo metodo di prova è comparabile a quello già illustrato nella norma DIN 51130.

Appendice C: Prova col pendolo
Questo metodo di prova è comparabile a quello già illustrato nella norma EN 14231.

Appendice D: Prova col tribometro
Questo metodo di prova è comparabile al metodo del pullmetro illustrato nella sezione successiva (ASTM C 1028).

Le norme americane: pullometro e scivolosimetro
ASTM C 1028 Standard Test Method for Determining the Static Coefficient of Friction of Ceramic Tile and Other Like Surfaces by the Horizontal Dynamometer Pull-Meter Method
Questa norma è stata ritirata senza sostituzione nel febbraio del 2014 (dalla pagina web dell’ASTM: “This standard is being withdrawn without replacement due to its limited use by industry” – tradotto: “Questa norma è stata ritirata senza sostituzione a causa del suo limitato utilizzo nel settore”). Nonostante sia stata ritirata, capita talora che essa sia richiesta per verificare a distanza di anni la scivolosità di pavimentazioni testate con questo metodo prima del 2014. Vediamo quindi in che cosa consiste questa prova.
Si utilizza un pull-meter (strumento per la misurazione del coefficiente d’attrito statico delle superfici, vedi Fig. 5), costituito da un dinamometro collegato ad una base di Neolite (Neolite heel assemblies, con caratteristiche come da norma) su cui poggia un peso. L’assemblato peso+Neolite viene tirato e vengono registrate il coefficiente d’attrito statico E la forza necessaria a spostare l’assemblato. La prova si esegue sia in condizioni asciutte sia bagnate e può essere effettuata sia in laboratorio sia in situ.


Figura 5. Schema di funzionamento del pull-meter. Un dinamometro è collegato ad una base in Neolite, su cui poggia un peso. Tirando il pull-meter, la Neolite scorre sulla superficie del materiale da testare ed il dinamometro misura la forza impiegata per spostare l’assemblato Neolite+peso ed il coefficiente d’attrito statico.

ANSI A137.1 American National Standard Specifications for Ceramic Tile—2012 Section 6.2.2.1.10 Coefficient of Friction Specification Section 9.6 Procedure for Dynamic Coefficient of Friction (DCOF) Testing


Figura 6. Lo scivolosimetro BOT 3000 (da: www.scitestec.com).

Questo metodo di prova utilizza uno scivolosimetro BOT 3000 (Fig. 6) (simile a quello utilizzato per il metodo B.C.R.A. – tortus) per la valutazione del coefficiente di attrito dinamico (DCOF) in condizioni asciutte e bagnate. La norma pone un valore di sicurezza pari a (minimo) 0,42 in ambienti interni ed in condizioni bagnate, pur specificando che questo valore di soglia può non essere sufficiente per alcuni progetti. Infatti, il valore minimo richiesto di DCOF potrebbe variare in funzione delle condizioni progettuali, quali ad esempio il traffico, i possibili contaminanti (es: acqua, olii, ecc…), la pulizia e la manutenzione delle superfici, il consumo del materiale legato al traffico, le altre prestazioni del materiale e altro ancora.
Se la finitura superficiale di un materiale fornisse un risultato DCOF < 0,42 in condizioni bagnate, la norma suggerisce di utilizzare questo materiale solo se si avrà cura di mantenere la pavimentazione finale il più possibile asciutta e pulita.
La norma specifica che il DCOF può essere stabilito anche in condizione di asciutto, se richiesto. In alternativa, la norma ammette la possibilità di utilizzare il coefficiente d’attrito statico (SCOF) in condizioni d’asciutto ricavato con il metodo di prova ASTM C1028, sottolineando tuttavia che i coefficienti d’attrito ottenuti con i due diversi metodi di prova non sono necessariamente tra di loro correlabili.

A.M. Ferrari*; M. Zaffani**
* geologo forense
** dott.ssa in Geologia e Geologia Tecnica, PhD in Scienze della Terra
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Bibliografia
ANSI A137.1 American National Standard Specifications for Ceramic Tile—2012 Section 6.2.2.1.10 Coefficient of Friction Specification Section 9.6 Procedure for Dynamic Coefficient of Friction (DCOF) Testing
ASTM C 1028 Standard Test Method for Determining the Static Coefficient of Friction of Ceramic Tile and Other Like Surfaces by the Horizontal Dynamometer Pull-Meter Method
DIN 51097 Prüfung von Bodenbelägen Bestimmung der Rutschhemmenden Eigenschaft Naßbelastete Barfußbereiche Begehungsverfahren – Schiefe Ebene
DIN 51130 Prüfung von Bodenbelägen. Bestimmung der rutschhemmenden Eigenschaft für Arbeitsräume und Arbeitsbereiche mit erhöhter Rutschgefahr. Begehungsverfahren – Schiefe Ebene
Richard Bowman, 2004. Comparison of standard footwear for the oil wet ramp slip resistance test, Tile Today 45, pag. 30
Richard Bowman, 2010. Slip resistance testing – Zones of uncertainty, Boletin de la Sociedad Espanola de Ceramica y Vidrio 49 (4)
UNI EN 13451-1 Attrezzature per piscine – Parte 1: Requisiti generali di sicurezza e metodi di prova
UNI EN 13845 Rivestimenti resilienti per pavimentazioni – Rivestimenti per pavimentazioni a base di policloruro di vinile con resistenza avanzata allo scivolamento – Specifica
UNI EN 15288-1:2010 Piscine – Parte 1: Requisiti di sicurezza per la progettazione
UNI EN 15288-2:2009 Piscine – Parte 2: Requisiti di sicurezza per la gestione
UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione

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8 maggio 2017

Design litico

The power of stone

La mostra The Power of Stone è un’esposizione di materiali e artefatti lapidei ed ha lo scopo di provare a dimostrare cosa sia possibile realizzare oggi con le macchine a controllo numerico senza intervenire manualmente. La mostra è costituita da dieci penisole espositive, rivestite a pavimento e a parete, da marmi e pietre in lastre. Al centro di ciascuna area vi è collocata un’opera, singolarmente lavorata con una precisa tipologia di macchina a controllo numerico: fresa, water jet, tagliatrice a filo.
La realizzazione di queste opere-sfida, è stata compiuta da squadre di aziende italiane, produttrici di software, utensili, macchine, da aziende cavatrici e laboratori di trasformazione e grazie all’entusiasmo di tecnici competenti e imprenditori lungimiranti.

a cura di Raffaello Galiotto

AGAVE
produced by Marmi Strada
material: Verde Guatemala by Marmi Strada
floor and cladding material: Orosei Daino by La Quadrifoglio Marmi e Graniti

CALEIDO
produced by Gmm
software: Licom Systems
tools: Adi
material: Palissandro by Gruppo Tosco Marmi
floor and cladding material: Ombra di Caravaggio by Piero Zanella

COROLLA
produced by Donatoni Macchine
software: DDX
material: Travertino by Rete Travertino Piceno
floor and cladding material: Travertino by Rete Travertino Piceno

ISOPODE
produced by T&D Robotics
material: Zandobbio Nuvolato by Marmo Zandobbio
floor and cladding
material: Zandobbio Classico by Marmo Zandobbio

ORGANIC
produced by Margraf
tools: Nicolai Diamant
material: Crema Nuova by Margraf
floor and cladding material: Radika by Margraf

SOL
produced by Alliance of Stone – Euro Porfidi
machine: Pellegrini Meccanica
material: Porfido Rosso by Alliance of Stone – Euro Porfidi
floor and cladding material: Porfido Viola by Alliance of Stone – Euro Porfidi

SPONGIA
produced by Helios Automazioni
tools: Digma
material: Maljat by Helios Automazioni
floor and cladding material: Dolomia by Marini Marmi

THORN
produced by Intermac
material: Cremo Delicato by Intermac
floor and cladding material: Arabescato Orobico by Cave Gamba

TORSO
produced by Omag material: Arabescato Altissimo by Henraux
floor and cladding material: Pietra Lavica Vulcanica by Fratelli Lizzio

ZENIT
produced by Antolini
machine: Prussiani Engineering
material: Sodalite Blue by Antolini
floor and cladding material: Calcite Azul by Antolini

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28 aprile 2017

Buone pratiche

RESISTENZA ALLO SCIVOLAMENTO: INFORMATIVA SULLE NORME DI RIFERIMENTO E I METODI DI PROVA
II parte

LE NORME PER LA DETERMINAZIONE DELLA SCIVOLOSITÀ ED I RELATIVI METODI DI PROVA.

IL “PENDOLO”
È il metodo principe e fondamentale per quanto riguarda l’uso ed il controllo della corretta fruibilità dei materiali lapidei nei pavimenti europei.
Potrebbe sembrare un test complesso ma, in realtà, simula in maniera molto semplice il movimento di un piede – simulato dal pattino (b) in Fig. 3 – in fase di appoggio dopo il passo. Se il pavimento – (c) in Fig. 3 – è antiscivolo, il pattino rallenta significativamente la sua corsa, se invece il pavimento è molto scivoloso, il pattino continua il suo movimento. Con questo strumento possiamo dunque quantificare numericamente la corsa del pattino e stabilire se il valore numerico ottenuto è al di fuori dei parametri di sicurezza (e quindi se rischiamo di scivolare rovinosamente!).
La norma di riferimento per l’esecuzione del test del pendolo per i materiali lapidei è la EN 14231, che si basa sul metodo di prova secondo BS 7976-2.

UNI EN 14231 Metodi di prova per pietre naturali – Determinazione della resistenza allo scivolamento tramite l’apparecchiatura di prova a pendolo

Figura 3. Schema di configurazione del pendolo ed esecuzione della prova. Il movimento del braccio (a) su cui è montato il pattino di gomma (b) fa scivolare il pattino lungo la superficie del provino (c). L’attrito che si crea tra il pattino e la superficie del provino rallenta la risalita del braccio e dell’asticella (nel cerchio rosso) lungo la barra graduata (d). La posizione della lancia permette la lettura del valore di resistenza allo scivolamento (PTV o SRV).

Questo metodo di prova è quello previsto dalle norme armonizzate europee per la marcatura CE dei prodotti di pietra naturale (ma anche di lapidei agglomerati) per pavimentazioni. Il metodo del pendolo permette di esprimere la scivolosità delle superfici di pietra naturale come un valore adimensionale (comunemente compreso tra 2 e 70), in condizioni asciutte e bagnate (con acqua potabile). La norma di prodotto relativa alle lastre di pietra naturale per pavimentazioni esterne (EN 1341) pone come limite di sicurezza per le pavimentazioni esterne in condizioni bagnate il valore 35. Per le condizioni asciutte e per le pavimentazioni interne non sono previsti valori limite di accettabilità.
La prova prevede di far scorrere un pattino di gomma di dimensioni e durezza come da norma lungo la superficie del provino (prisma arancione (c) in Fig. 3): la forza d’attrito che si genera al contatto tra il pattino di gomma ed il campione rallenta la risalita del braccio meccanico (vedi Fig. 3), il quale a sua volta spinge un’asticella lungo una barra graduata. La posizione dell’asticella permette la lettura del valore di resistenza allo scivolamento.
Valore della resistenza allo scivolamento (SRV, Slip Resistance Value): è la misura dell’attrito tra il pattino e la super?cie di prova; fornisce un valore di riferimento della resistenza allo scivolamento, denominato valore della resistenza allo scivolamento (SRV) e deve essere misurato in condizioni di asciutto e di bagnato. (Definizione tratta ed integrata da EN 14231, punto 4.3)

NOTA: secondo altri riferimenti normativi (es: CEN/TS 16165:2016, UNI EN 13036-4), il valore di resistenza allo scivolamento misurato col metodo del pendolo si definisce Pendulum Test Value (PTV). Pertanto, SRV e PTV sono due termini diversi indicanti lo stesso risultato.
Questa prova si può eseguire in laboratorio su provini di dimensioni 20×20 cm (lo spessore è ininfluente), o in loco sulla pavimentazione in opera (soprattutto nel caso di collaudi di pavimentazioni esterne).
NOTA: il metodo del pendolo è contemplato anche in altri sistemi normativi, come ad esempio quello statunitense (ASTM E303 – 93 Standard Test Method for Measuring Surface Frictional Properties Using the British Pendulum Tester). Inoltre, il metodo del pendolo è impiegato per testare la scivolosità di diversi tipi di materiale, non solo per la pietra naturale. Ad esempio, si applica anche per misurare la resistenza allo scivolamento di piastrelle di graniglia (EN 13748-1 § 5.7, EN 13748-2 § 5.7), pavimentazioni di legno (CEN/TS 15676), superfici pedonali in genere (CEN/TS 16165 Appendice C) e così via.

Alcune norme fanno riferimento a questo metodo di prova per testare e definire se sussistano le condizioni di sicurezza per l’uso areale di particolari tipologie di pavimenti ed ambienti:

1) UNI EN 14837 Superfici per aree sportive – Determinazione della resistenza allo scivolamento
Questa norma specifica un metodo per la determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici sportive dove si utilizzino scarpe con suole lisce o con tacchetti. Il dispositivo di misurazione utilizzato è sempre il pendolo, attrezzato però con una sagoma al posto del pattino. Su questa sagoma si possono applicare due diversi tipi di profili di suola: quello liscio e quello coi tacchetti, in modo da simulare lo scivolamento sulla superficie con entrambi i tipi di calzature. I profili delle suole devono essere conformi a quelli descritti nella norma.
Il test viene eseguito in modo simile a quello descritto per EN 14231. I risultati ottenuti vengono poi corretti per un valore di riduzione, riportato nella norma in Tabella 4.
2) Il metodo del pendolo viene suggerito anche dalla Appendice C della specifica tecnica UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione che però per organicità, presenteremo in forma unica più avanti.
Evidenziamo che l’UNI CEN/TS 16165:2016 – come altre citate più avanti – è una Specifica Tecnica (TS = Technical Specifications), cioè un documento normativo nel quale sono presentate più opzioni di metodologie operative. Comunemente, le specifiche tecniche propongono una serie di metodi di prova senza specificare quale sia il più idoneo ad una particolare destinazione d’uso. Questa apparente lacuna delle specifiche tecniche deriva dal fatto che esse nascono dalla discussione su temi e questioni (in questo caso, ad esempio, la scivolosità delle superfici pedonali) non ancora definitivamente conclusi, ma la cui discussione è ancora in corso. Le TS potranno essere armonizzate in un futuro più o meno lontano, o richiamate tal quali fino a quando non entreranno in conflitto con qualsiasi normativa europea (EN): nel qual caso, la specifica tecnica sarà emendata od eliminata.
3) UNI EN 13036-4 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali – Metodi di prova – Parte 4: Metodo per la misurazione della resistenza allo slittamento/derapaggio di una superficie: Metodo del pendolo
Questa norma applica il metodo del pendolo (così come descritto in EN 14231) per determinare l’aderenza superficiale di pavimentazioni stradali ed aeroportuali. Questo metodo è applicabile sia in campo sia in laboratorio.
Il pattino di gomma utilizzato per questo metodo di prova può avere valori di durezza (IRHD) diversi. In particolare, alla Nota 1 di questa norma, si suggerisce di utilizzare il pattino 57 (il valore 57 si riferisce alla durezza – IRHD – della gomma) per testare superfici soggette a traffico veicolare. Alcune norme, invece, potrebbero richiedere l’utilizzo del pattino 96 (IRHD) per la valutazione di superfici soggette a traffico pedonale.
Per l’esecuzione della prova in campo, la norma richiede di testare la superficie nell’area maggiormente trafficata e nella direzione di viaggio delle persone e/o dei mezzi. La superficie selezionata per il test deve essere rappresentativa della superficie totale.
L’esecuzione della prova su superfici eccessivamente ruvide e /o irregolari (es: superfici tattili) e su materiali eccessivamente porosi – non in grado di garantire la corretta rappresentatività della prova in condizioni bagnate – possono fornire risultati non affidabili.
Nel caso in cui la superficie presenti solchi/increspature/fughe regolari (es: cemento spazzolato, cubetti di porfido, ecc.), il pendolo deve essere posizionato in modo tale che il pattino operi ad un angolo di circa 80° rispetto alle discontinuità, quindi in direzione circa perpendicolare rispetto a quest’ultime.
Questa norma chiede di ripetere la prova almeno su tre aree diverse della stessa superficie; in ogni caso, il numero di prove da eseguire dipende strettamente dalla variabilità della superficie stessa.
Questo metodo di prova tuttavia presenta dei limiti. Infatti, la misurazione col pendolo non è eseguibile in caso di:
superfici non perfettamente in piano (la prova è eseguibile su pendenze <10%)
intervallo di temperatura in cui si può eseguire la prova: 5 ÷ 40°C
la temperatura dell’acqua usata per eseguire la prova in condizioni di bagnato non può differire più di 15°C rispetto alla temperatura dell’aria
presenza di vento durante l’esecuzione della prova in campo.

IL METODO TORTUS
Un approccio metodologico operativo completamente diverso è quello previsto dal Decreto Ministeriale italiano n. 236/89, in riferimento alle barriere architettoniche. Esso utilizza un carrellino semovibile che, nel suo movimento, trascina e “sfrega” sul pavimento un pattino di cuoio (prima) e di gomma (poi) per definire il coefficiente d’attrito dinamico che si genera durante il trascinamento.

D.M. 14 giugno 1989, n. 236 Barriere architettoniche – 8.2.2 Pavimentazioni.

Metodo di prova secondo Rep. Cec. 6-81 British Ceramic Research Association LTD (B.C.R.A.): Method for the determination of the Coefficient of Friction of Floor Tiles and Floor Surface – tortus
Questo Decreto Ministeriale è valido in Italia e determina specifici valori limite per valutare la conformità della pavimentazione con i requisiti di legge in merito alla sicurezza. La scivolosità viene valutata secondo il metodo di prova B.C.R.A., detto anche tortus (gioco di parola tra Tort, usato in termine legale per definire qualcosa di sbagliato, e Tortus come Tortoise – tartaruga – nel linguaggio medioevale, in quanto il piccolo veicolo può essere paragonato ad una tartaruga che si muove lentamente per verificare se c’è qualche…torto). Questo metodo è spesso utilizzato in caso di contenziosi o incidenti.
In particolare, il D.M. 236/89 definisce antisdrucciolo una pavimentazione con un coefficiente d’attrito uguale o maggiore a 0,40 sia per elemento scivolante di cuoio su pavimentazione asciutta, sia per elemento scivolante di gomma dura standard su pavimentazione bagnata.
Lo strumento utilizzato per la determinazione del coefficiente di frizione dinamico COF – costruito secondo il metodo B.C.R.A. – infatti, è uno scivolosimetro. Si tratta di un piccolo veicolo a 4 ruote in grado di viaggiare ad una velocità costante. Durante il movimento dello strumento, la misura del COF viene rilevata da un pattino a contatto con la superficie da analizzare, che, strisciando, valuta il coefficiente di attrito medio COF. La superficie viene testata con due pattini diversi: uno di cuoio per testare l’attrito della superficie in condizioni asciutte – a simulazione di scarpe con suole di cuoio, ed uno di gomma dura per testare l’attrito in condizioni bagnate (con acqua potabile) – a simulazione di scarpe con suole di gomma.
I valori di attrito di 0,40 stabiliti dal D.M. non devono essere modificati dall’applicazione di trattamenti e/o prodotti che potrebbero modificare le proprietà superficiali del materiale. Se previsti, questi trattamenti devono essere applicati sulla pavimentazione prima dell’esecuzione della prova.
Questa prova può essere seguita sia in Laboratorio sia in situ. Per questa ragione – e perché citata dal D.M. n. 236/89 – questa prova è eseguibile:
- a supporto dei RSSP, CTU o CTP nel caso di contenziosi o di incidenti (cadute),
- in occasione di collaudi di pavimentazioni interne ed esterne, prevalentemente per luoghi pubblici (scuole, ospedali, centri commerciali, stazioni, uffici, caserme, ambulatori, reparti lavorazione, ecc…),
- a supporto della produzione per l’identificazione delle finiture compatibili con gli specifici requisiti progettuali,
- su qualsiasi pavimentazione finita in opera.

A.M. Ferrari*; M. Zaffani**
* geologo forense
** dott.ssa in Geologia e Geologia Tecnica, PhD in Scienze della Terra

Leggi la prima parte

Bibliografia
ASTM E303 – 93 Standard Test Method for Measuring Surface Frictional Properties Using the British Pendulum Tester
BS 7976-2 Pendulum Testers – Part 2: Methods of operation
D.M. 14 giugno 1989, n. 236 Barriere architettoniche – 8.2.2 Pavimentazioni
Rep. Cec. 6-81 British Ceramic Research Association LTD Method for the determination of the Coefficient od Friction of Floor Tiles and Floor Surface
UNI EN 14231:2004 Metodi di prova per pietre naturali – Determinazione della resistenza allo scivolamento tramite l’apparecchiatura di prova a pendolo
UNI EN 13036-4 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali – Metodi di prova – Parte 4: Metodo per la misurazione della resistenza allo slittamento/derapaggio di una superficie: Metodo del pendolo
UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione
UNI EN 14837 Superfici per aree sportive – Determinazione della resistenza allo scivolamento
UNI EN 13845 Rivestimenti resilienti per pavimentazioni – Rivestimenti per pavimentazioni a base di policloruro di vinile con resistenza avanzata allo scivolamento – Specifica

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24 aprile 2017

Paesaggi di Pietra

Itinerario: Stalle con arco in Lessinia

Frutto di una sapiente cultura costruttiva montanara, gli archi strutturali delle stalla-fienile della Lessinia costituiscono un aspetto assai poco conosciuto ma di grande originalità dell’architettura vernacolare alpina.
Nel testo introduttivo al presente itinerario si è cercato di delineare i tratti principali di tale vicenda, sfiorandone gli aspetti funzionali e tecnici pur senza entrare nel contesto socio-economico che li ha prodotti.
Dalla ricognizione, non esaustiva, sul territorio si definisce una caratterizzazione topografica delle tipologie ad arco strutturale, estesa intorno a quota 1000-1300 m per una fascia di territorio che va dal Vajo dei Falconi, che separa i comuni di Sant’Anna d’Alfaedo e Erbezzo, all’alta valle di Illasi in comune di Velo Veronese, configurando un percorso trasversale della Lessinia centro-orientale, che corrisponde per buona parte all’arteria stradale trans-lessinica. Su questo tracciato si riscontra una prevalenza delle tipologie suddette nei comuni di Roverè e Velo Veronese, ossia nella parte orientale dell’area di interesse.
In una seconda fascia a quota più alta, tra i 1400 e i 1600 metri, si colloca la variante tipologica degli stalloni di malga con arco strutturale, lungo un percorso di elevata qualità paesaggistica che riserva sorprendenti soluzioni tecnico-costruttive.

1. Stalla – fienile di SELVAVECCHIA (Sant’Anna d’Alfaedo)
Inserito nella schiera della contrada omonima lo “stallone” presenta uno dei rari casi di arco strutturale a sesto acuto fino ad ora classificati della area lessinica occidentale. Analogo a quelli delle limitrofe aree orientali lo stallone è probabilmente a questi coevo, si distingue però per la parte a terra adibita a stalla. Si tratta infatti di due stalle gemelle che usufruiscono dello stesso fienile, coperte entrambe con volta a botte, secondo una soluzione tipica delle stalle di contrada della Lessinia occidentale.
Recenti interventi di recupero edilizio nella contrada hanno alterato lo “stallone”, trasformandolo per metà in abitazione estiva.

2. Stalla – fienile di MAINI (Erbezzo)
Piccola contrada, oggi abbandonata, Maini è caratterizzata dalla grande stalla – fienile, parzialmente crollata, con arco a tutto sesto, costruita probabilmente nel tardo Ottocento. Il solaio ligneo della stalla è retto da una trave “maestra” appoggiata su due colonne che dividono lo spazio delle due poste.

3. Stalla – fienile di Malga CAMPEDEL (Erbezzo)
Di difficile ricostruzione per le modifiche intervenute tra XVIII e XIX secolo, il complesso di Campedel è oggi classificato come malga. Differisce tuttavia da questo tipo di insediamenti perché in passato era abitato permanentemente, come testimonia la presenza di una grande stalla dotata di ampio fienile oltre che di qualche annesso abitativo. Una data, 1757, all’ingresso della stalla, ne documenta la parte originaria, ma assai probabilmente la forma attuale è frutto di ampliamenti ottocenteschi.
La struttura interna a triplice arco a sesto lievemente acuto richiama la stalla di Roste, anche se in questo caso la struttura si ripete raddoppiata, creando uno spazio interno a tre navate, percepibile solo al livello del fienile.
L’unicità dell’edificio lo rende assai interessante e richiederebbe approfondimenti di ricerca sia sul campo che in archivio.

4. Stalla – fienile BRUTTI (Bosco Chiesanuova)
Separato dagli altri edifici della schiera, lo “stallone” di contrada Brutti è orientato assialmente nel senso della pendenza del terreno per ottenere l’accesso del fienile dalla quota dell’aia, dove è possibile leggere incisa su pietra la data di costruzione, 1835.
La linea rompitratta della stalla e la corda dell’arco hanno assialità incrociate. Nella stalla tre pilastri sono allineati in senso longitudinale e l’arco è disposto trasversalmente. Questa costruzione però sembrerebbe staticamente non riuscita perché, per evitare il cedimento e un possibile crollo dell’arco, è stato necessario sostenerlo con un pilastro che partendo dalla stalla giunge fin quasi alla chiave di volta sostenuta da una trave “a cristo”.
La ragione di questo fallimento va probabilmente ricercata nella forma dell’arco troppo vicina al “tutto sesto”, con conseguente spinta sui contrafforti maggiore del previsto, o forse in un cedimento del terreno.

5. Corte GROSSULI (San Francesco di Roverè Veronese)
Facilmente confondibile con una moderna abitazione, a causa degli interventi subiti nel corso del ‘900, l’edificio, datato 1830, rappresenta in realtà uno dei casi più “estremi” di costruzione ad arco della Lessinia.
Posto al margine della contrada l’ex “stallone” chiude a meridione l’antica Corte Grossuli. La sua pianta di m 18×11 farebbe pensare ad una disposizione dell’arco strutturale interno in senso ortogonale al lato lungo. Invece stranamente è stato costruito parallelo a questo con una luce di ben 16 metri, costituendo l’arco più grande della Lessinia. La sua forma a sesto acuto risulta molto ribassata e richiede una ricostruzione intuitiva. Infatti la vista di questo grandioso manufatto ci è impedita dalle modificazioni interne, essendo stato l’edificio trasformato in tre unità abitative. Ciò nonostante l’arco è ancora settorialmente rintracciabile all’interno degli appartamenti. Anche la facciata orientale è assai alterata ma lascia percepire i sei “barcaroi” di sfiato dell’originario fienile.

© ph. Tosi

6. Stalla – fienile FALZ (Roverè Veronese)
Inserito nella schiera di stalle e abitazioni della piccola contrada di alta quota di Falz, lo “stallone” è datato 1850.
Oltre che per la dimensione, si caratterizza per la qualità costruttiva e per la conformazione strutturale. Al livello della stalla lo spazio è ripartito dall’allineamento di tre colonne di pietra modellate con leggera entasi, le quali anziché reggere un’unica trave rompitratta portano tre distinte travi in senso ortogonale che si appoggiano su delle mensole alle pareti laterali. Sullo stesso asse delle colonne si sviluppa al piano superiore il grande arco strutturale ogivale impostato con un’apertura insolitamente acuta per questo tipo di edifici. La sequenza dei conci in Rosso Ammonitico è molto accurata e rivela una particolare perizia costruttiva ed esecutiva delle maestranze che hanno realizzato l’edificio.

© ph. Sauro

7. Stalla – fienile di ROSTE (Roverè Veronese)
Inserito in una delle contrade più alte della Lessinia (1302 m.), con una datazione del XVI secolo su uno degli edifici abitativi, lo “stallone” di Roste ripropone la tipologia analoga a quella di Corte Grossuli di S. Francesco, ossia la struttura ad arco disposta sul lato lungo dell’edificio, una soluzione che da luogo ad una grande estensione del tetto interamente coperto di laste. La sua datazione, in base alle cartografie catastali, andrebbe collocata nella seconda metà dell’Ottocento.
Diversamente però da Corte Grossuli, la parete mediana di 15 metri della stalla è stata svuotata con un triplice arco di cui quello centrale è più grande dei due laterali. Tutti gli archi, a sesto acuto, sono molto aperti e si avvicinano al “tutto sesto”. A rendere più monumentale l’interno della stalla sono i grandi e tozzi pilastri a base circolare che reggevano, oltre all’arco, anche il solaio ligneo del fienile, oggi completamente scomparso.

8. Stalla-fienile LA BA (Velo Veronese)
Lo “stallone”, di base m. 12.30 x 9.30, è incorporato negli edifici della piccola contrada La Ba, poco lontana da Camposilvano di Velo.
La data dipinta sulla parete settentrionale, 1814, la attesta come una delle più antiche della Lessinia dotata di arco strutturale. Il solaio che divide la stalla dal fienile, “teda”, è retto da una antica trave rompitratta posta sull’asse longitudinale e sostenuta da tre “colonne” in pietra che ripartiscono le due poste.
Il capiente fienile è chiuso da un tetto a due falde coperto di laste di calcare Rosso Ammonitico. La fitta sequenza lignea delle travi che lo reggono è sostenuta da un grande arco a sesto acuto disposto sulla mezzeria della scatola muraria, con conci di pietra apparecchiati a mattoni. L’edificio è stato restaurato in modo eccellente negli anni ’70 del Novecento, quando la contrada fu oggetto di un intervento di recupero da parte dell’editore Giorgio Zusi, con l’ausilio di maestranze del luogo che utilizzarono tecniche costruttive tradizionali.

9. Stalla – fienile di VAL SGUERZA (Velo Veronese)
Nata come aggregazione in schiera di tre stalle-fienile di piccole dimensioni, Val Sguerza è diventata contrada nel ‘900 in seguito all’accorpamento di un complesso abitativo privo di caratteristiche locali.
La struttura ad arco a sesto acuto consente in questo caso di riunire in un unico spazio due fienili aperti sul lato a valle e coperti con manto vegetale, testimoniando il prevalente scopo di svuotamento della parete di spina degli edifici aggregati e la funzione sostitutiva della capriata lignea.

10. Stalla – fienile FOI (Azzarino, Velo Veronese)
Inserita in una schiera mista di abitazioni e rustici la “teda” di Foi, datata 1861, ha un arco con luce di quasi 15 metri. La recente suddivisione interna sia della stalla sia del fienile ne ha parzialmente compromesso la visione unitaria. In particolare i cinque pilastri che reggevano la trave rompitratta della stalla sono oggi incorporati nel muro che divide lo spazio in due proprietà.
Ma l’aspetto interessante è che quest’opera tecnicamente e dimensionalmente considerevole, non era destinata a reggere il pesante tetto di lastre, ma a creare un unico grande spazio per il fienile, come ci indica la doppia pendenza della copertura in cui è ampiamente prevalente il manto vegetale, oggi coperto di lamiera metallica.

11. Stalla – fienile COMERLATI (Velo Veronese)
L’edificio, accorpato a una schiera di rustici della contrada Comerlati, è datato 1852. In questo caso l’arco a sesto acuto, di raffinata fattura, non sostiene le strutture di un tetto interamente di lastre ma regge le falde a doppia pendenza prevalentemente coperte in paglia.
I molti rimaneggiamenti hanno alterato la struttura interna originaria e rendono un po’difficile la comprensione dell’edificio. In particolare la facciata rivolta a valle è caratterizzata da due grandi archi a portico, in seguito parzialmente tamponati per ricavare i due livelli di stalla e fienile.

12. Stalla – fienile di BEBISTI (S. Mauro di Saline)
Accorpato nella schiera della piccola contrada di Bebisti, lo “stallone” è stato ristrutturato al piano terreno, trasformandone la grande stalla in deposito, con sostituzione dell’originale solaio ligneo con latero-cemento. Perfettamente conservato è il tetto del fienile con grande arco a sesto acuto particolarmente aperto. Analogamente a quella di Comerlati questa stalla ha il tetto a doppia pendenza con la parte cuspidale coperta di paglia, ancora conservata sotto il rivestimento di lamiera. L’edificio sembra ottenuto dal rimaneggiamento di un preesistente rustico porticato con due archi, successivamente tamponati.

© ph. Savorelli

13. Stallone di malga di ROCCOPIANO (Erbezzo)
Edificio particolarmente enigmatico, la cui originaria funzione è di difficile classificazione per le evidenti modificazioni costruttive. È probabile comunque che la sua odierna funzione di “stallone” di malga fosse anche quella originale, nonostante sembri sia stato anche adattato a baito e forse a casara.
Particolarmente interessante la sequenza dei quattro archi ogivali realizzati con conci lunghi di pietra tagliati a settore di arco, caratteristici delle casare di malga sei-settecenteschi. La sua costruzione sembrerebbe collocabile, dalle cartografie storiche, alla metà dell’Ottocento.

© ph. Savorelli

14. Stallone di malga di CAMPORETRATTO (Erbezzo)
Probabilmente uno dei primi “stalloni” di malga della Lessinia databile, secondo la cartografia, agli anni ’30 o ’40 dell’Ottocento. La sua caratteristica, come quella degli altri edifici di questo tipo costruiti sull’altipiano settentrionale, è di essere una stalla occasionale per riparare il bestiame in periodo di alpeggio, durante episodi eccezionali di maltempo.
Essendo gli animali tenuti al pascolo anche di notte, la stalla non necessitava di fienile e pertanto lo spazio interno si presenta ad un solo livello aperto fino al soffitto.
Lo “stallone” di Camporetratto rappresenta un esempio di grande qualità costruttiva e architettonica, concepito come sistema di coppie di archi a sesto acuto forniti di contrafforti esterni poggianti sui muri e forniti di base e capitello. La loro sequenza di sei coppie disposte lungo l’asse longitudinale dell’edificio trasforma l’interno a doppia navata in un suggestivo spazio basilicale.

© ph. Bazzanella Debiasi

15. Stallone di MALGA LESSINIA (Bosco Chiesanuova)
Costruita verso la fine degli anni ’40 del Novecento, insieme allo Stallone di Scortigara di Cima, di cui ripete l’impianto e lo schema costruttivo, la grande stalla di malga Lessinia rappresenta un adeguamento ai modelli proposti dai manuali di edilizia rurale dell’epoca, ossia una costruzione a doppia navata con due poste ciascuna, capaci quindi di ospitare per la mungitura un numero doppio di animali rispetto alle stalle tradizionali.
Sorprendente, rispetto ai modelli con capriate in ferro e in calcestruzzo armato offerte dal mercato dell’epoca, è l’uso del duplice arco in pietra, in questo caso a tutto sesto con centro leggermente più basso del livello del pavimento. Un’opera di particolare perizia tecnica e progettuale, motivata in quegli anni probabilmente da una convenienza di costi delle tecnologie e dei materiali tradizionali rispetto a quelli moderni.

16. Stallone di malga CORNESEL (Bosco Chiesanuova)
Composto da un unico grande vano longitudinale coperto a lastre, rappresenta una tipologia diffusa nelle malghe lessiniche nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Tuttavia, rispetto alla maggioranza dei casi, in cui sono state adottate grandi capriate lignee, quello di Cornesel è scandito da una sequenza di 5 archi a sesto leggermente acuto. Probabilmente, proprio a causa di un imperfetto tracciamento delle curve che li compongono, gli archi hanno rivelato segni di instabilità e sono stati rinforzati da una fasciatura in calcestruzzo armato.

© ph. Bazzanella Debiasi

17. Stallone di malga SCORTIGARA DI CIMA (Ala di Trento)
Costruito poco lontano da quello di malga Lessinia, lo Stallone di Malga Scortigara di Cima, come è topograficamente denominato, è stato costruito nel 1950.
Anch’esso a doppia navata è coperto da un grande tetto a lastre retto da una sequenza di 5 archi a tutto sesto con una lavorazione a ‘bugnato’ che denota una ricerca di voluta rusticità. Anche in questa costruzione il centro degli archi si trova sotto la quota del pavimento; ciò determina un suggestiva percezione di un ambiente sotterraneo formato da archi ribassati come sostruzioni di una costruzione soprastante.

di Vincenzo Pavan
Ove non diversamente specificato © ph. Vincenzo Pavan

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19 aprile 2017

Buone pratiche

RESISTENZA ALLO SCIVOLAMENTO: INFORMATIVA SULLE NORME DI RIFERIMENTO E I METODI DI PROVA

“[…] e giù dal collo de la ripa dura | supin si diede a la pendente roccia, | che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura”
Dante, Inferno – XXIII-43;45

Dante Con L’Espositioni Di Christoforo Landino, Et D’Alessandro Vellvtello. Sopra la sua Comedia [...] Con Tauole, Argomenti, & Allegorie, & riformato, riueduto, & ridotto alla sua vera Lettura, Per Francesco Sansovino Fiorentino, 1578

Leggendo il canto XXIII dell’Inferno di Dante, capiterà di tirare un sospiro di sollievo quando finalmente Virgilio riesce ad afferrare Dante, inseguito da orribili diavoli, ed insieme si lasciano scivolare lungo l’argine che chiude uno dei fianchi della bolgia successiva, ritrovandosi momentaneamente salvi nella sesta bolgia.
Così purtroppo non accade quando, per una serie di sfortunati eventi (olio, ghiaccio non previsto, pavimento bagnato, sapone, e così via), mentre stiamo tranquillamente camminando, ci accorgiamo che il nostro piede – che dovrebbe ben ancorarsi al pavimento mentre solleviamo l’altro per continuare la nostra tranquilla passeggiata – continua il suo percorso…mentre noi , improvvisamente, siamo in balia dell’aria e con espressione sempre più attonita sccccccivoliaaamoooooooo dolorosamente a terra.
Se lo schiaffo è prevalentemente morale, ci si alza velocemente cercando perlomeno di contenere il danno di immagine, se invece vi è un danno fisico, molto spesso vi sono gli estremi per iniziare contenziosi legali.
Lo scivolare quindi non è sempre e solamente una perdita momentanea della nostre capacità di equilibrio, ma talvolta, anzi molto spesso, è un concorso di colpa: un’incauta posa di un materiale improbabile, e/o la posa su di una superficie non idonea (prima causa di una gran parte di scivolate plateali), e/o la mancata considerazione dell’uso della pavimentazione, e così via.
Ma come fare ad esser sicuri di ciò? Come valutare di chi è la colpa della scivolosità?
E soprattutto, cos’è in fin dei conti la scivolosità?
In questa serie di articoli saranno presentate un’approfondita analisi sulla scivolosità e resistenza allo scivolamento, un excursus sulle norme europee ed internazionali che – pur avendo cambiato pelle in questi ultimi anni – perseguono nel rimanere importanti e richieste, ed una presentazione dei test di determinazione della scivolosità più idonei ai diversi tipi di ambiente.

Introduzione: scivolosità, forza d’attrito e coefficiente d’attrito
La resistenza allo scivolamento è una proprietà delle pavimentazioni estremamente importante nella definizione dei parametri di sicurezza e della salute degli utilizzatori. Infatti, pavimenti scivolosi rappresentano potenziali cause di infortuni, anche gravi. Per questo motivo, la determinazione della resistenza allo scivolamento (o scivolosità) della pavimentazione riveste un ruolo fondamentale in sede di progettazione degli edifici, specialmente di quelli a destinazione pubblica (es: scuole, ospedali, teatri, piscine, supermercati, eccetera) o industriale (es: fabbriche di prodotti alimentari, officine dove si fa uso di oli lubrificanti, eccetera).
Per questo motivo è molto importante essere informati e conoscere le normative vigenti in materia di sicurezza e scivolosità.
Ma prima di vagliare la normativa e capire che indicazioni utili e che applicazioni trovano i diversi metodi di prova, cerchiamo di capire meglio cosa si intende per resistenza allo scivolamento, scivolosità e attrito.
In base alle normative vigenti (es: CEN/TS 16165:2016, EN 14231), si applicano i seguenti termini e definizioni:
Resistenza allo scivolamento: È la proprietà della superficie di un pavimento di mantenere l’aderenza della calzatura di un pedone.
NOTA: La perdita di aderenza determina la perdita di controllo da parte del pedone, con un conseguente aumento del rischio di caduta. (Definizione da EN 14231, punto 4.1)
Attrito: È la resistenza al moto relativo tra due corpi a contatto, ad esempio la suola della calzatura e la superficie su cui si cammina. La forza d’attrito è la forza che agisce tangenzialmente nell’area di contatto. (Definizione tratta ed integrata da EN 14231, punto 4.2; CEN/TS 16165:2016, punto 3.5)
Nei testi delle normative non si trova mai una definizione diretta di scivolosità, si preferisce sempre parlare di resistenza allo scivolamento. Tuttavia, è diventato d’uso comune parlare di scivolosità: con questo termine si indica comunemente la proprietà di un materiale scivoloso; in altre parole, è un termine colloquiale per capire quanto una superficie sia più o meno scivolosa.
Ma cosa rende una superficie più o meno scivolosa, ovvero meno o più resistente allo scivolamento?
Molto dipende dalla forza che si genera durante il contatto tra due superfici (es: suola della scarpa e pavimento), nota come forza d’attrito radente.
In fisica, si definisce forza d’attrito radente una forza che si genera al contatto tra due superfici che strisciano l’una sull’altra e che si oppone al moto. Infatti, sperimentalmente, si osserva che un corpo appoggiato su una superficie non inizia a scorrere – a causa della forza d’attrito – fino a che il valore della forza applicata (ad esempio una spinta) non supera la forza di attrito stessa (Mazzoldi, Nigro, Voci, 2003). In altre parole, per far scorrere un corpo su una superficie, è necessario applicare una spinta maggiore della forza d’attrito. La forza d’attrito Fa si esprime come il prodotto tra il coefficiente d’attrito µ e la componente ortogonale al piano d’appoggio della reazione vincolare N, che – su un piano orizzontale – coincide con il peso dell’oggetto (Fig. 1).


Fig. 1 Rappresentazione grafica della Forza d’attrito (Fa). La Forza d’attrito (Fa) si rappresenta come una forza che si oppone al moto (F (spinta)).

Esistono due tipi di Forza di attrito:
- la Forza di attrito statico, ovvero quella forza che bisogna vincere per mettere in moto un corpo fermo appoggiato su una superficie (in altre parole, è quella forza che impedisce di mettere in moto un oggetto fermo);
- la Forza di attrito dinamico, che interviene quando un corpo appoggiato su una superficie è già in moto, e consiste in una resistenza al moto (in altre parole, è quella forza che rallenta il moto). La forza d’attrito dinamico non dipende dalla velocità: in altre parole, la forza d’attrito dinamico rimane invariata sia nel caso in cui il corpo scorra lentamente, sia nel caso in cui il corpo scorra velocemente sulla superficie.
Di conseguenza, esistono due tipi di coefficiente d’attrito: il coefficiente d’attrito statico µs (SCOF, dall’inglese Static Coefficient Of Friction) e il coefficiente d’attrito dinamico µd (DCOF, dall’inglese Dinamic Coefficient Of Friction).
Le forze di attrito hanno origine dalle forze di coesione tra due materiali, ovvero dagli urti tra le microscopiche asperità delle superfici a contatto (Fig. 2). Il valore del coefficiente di attrito (sia esso statico o dinamico) dipende dallo stato delle superfici a contatto e dalla loro composizione chimica. Il valore del coefficiente d’attrito non dipende dall’estensione della superficie di contatto.


Fig. 2 (a) Il corpo superiore scivola verso destra scorrendo su quello inferiore. (b) Una porzione di (a) ingrandita che mostra due punti dove si manifesta l’adesione superficiale. Da vialattea.net

Ad esempio, una levigatura grossolana fa aumentare la coesione tra le superfici e quindi l’attrito, mentre l’uso di lubrificanti fa diminuire la forza d’attrito (si pensi ad esempio all’effetto di un olio lubrificante su organi meccanici).
Esistono dunque diversi metodi di prova in grado di misurare e valutare la resistenza allo scivolamento: alcuni metodi possono misurare il coefficiente d’attrito statico (SCOF), altri il coefficiente d’attrito dinamico (DCOF), altri possono fornire un’indicazione qualitativa e/o quantitativa della resistenza allo scivolamento su base sperimentale.
Purtroppo, i risultati ottenuti dalle diverse metodiche di prova non sono statisticamente correlabili tra loro: da qui, la difficoltà intrinseca di determinare la resistenza allo scivolamento, e la conseguente necessità di saper scegliere il test idoneo al particolare utilizzo di un pavimento e/o di una certa area, sia essa pubblica, privata, di un luogo di lavoro, palestra, piscina, e così via.

A.M. Ferrari*; M. Zaffani**
* geologo forense
** dott.ssa in Geologia e Geologia Tecnica, PhD in Scienze della Terra

Bibliografia
Mazzoldi, P., Nigro, M., Voci, C., 2003. Fisica, Volume I, Meccanica – Termodinamica, Seconda edizione, EdiSES, 2003.
UNI EN 14231:2004 Metodi di prova per pietre naturali – Determinazione della resistenza allo scivolamento tramite l’apparecchiatura di prova a pendolo
UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione

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13 aprile 2017

Osservatorio Litico

GLI ARCHI DELLA LESSINIA TRA ARTE E SCIENZA DEL COSTRUIRE


Tavola con lo studio della meccanica dell’arco (da L. Salimbeni, Degli archi e delle volte, Verona, 1787

L’arco rappresenta uno di quei casi in cui la tecnica ha anticipato la scienza: la loro costruzione ha infatti preceduto di gran lunga la formulazione scientifica, che fu il risultato dell’applicazione dei principi della meccanica del corpo solido al problema della statica e segnò una del tappe del passaggio dall’arte del costruire alla scienza delle costruzioni.
La teoria dell’arco in muratura venne studiata in Francia da Philippe De la Hire (1640-1718) e da Charles Augustin de Coulomb (1736-1806), mentre in Italia i contributi principali furono del veronese Antonio Maria Lorgna (1735-1796), di Lorenzo Mascheroni (1750-1800) e Leonardo Salimbeni (1752-1823).
Precedentemente il tracciamento dell’arco e quindi la sua costruzione seguiva procedure basate su metodi che si fondano su regole proporzionali dedotte dall’osservazione di strutture esistenti. La nuova scienza invece, superando tali regole, partì dall’osservazione dei dissesti creatisi su strutture dimensionate con principi esclusivamente geometrici. L’arco, struttura iperstatica, veniva reso isostatico ipotizzando la presenza e la posizione di lesioni (cerniere plastiche) e studiato nelle condizioni di equilibrio limite. I principali meccanismi di collasso per l’arco individuati furono: rottura per scivolamento della parte centrale dell’arco, studiato da De La Hire e De Belidor, e la rottura flessionale della porzione centrale dell’arco studiata da Coulomb e Mascheroni. Questi studi condussero anche a regole costruttive per il progetto di nuove strutture che non erano più basate sul “saper fare” di generazioni di scalpellini, ma sulla scienza degli ingegneri, come testimonia la manualistica del XIX secolo.
Gli archi costruiti in Lessinia costituiscono un’importante campo di indagine per la storia delle costruzioni e il passaggio – maturato nel XIX secolo – dall’arco a tutto sesto con grandi conci a settore di cerchio a quello a sesto acuto con conci “a mattone”, sembra essere la concretizzazione di quanto studiato dagli scienziati del XVIII secolo e successivamente messo in pratica dagli ingegneri. A cavallo tra Sette e Ottocento, inizia a diffondersi la nuova tipologia strutturale che, come abbiamo visto sembra far propria la nuova scienza del costruire: la riduzione del numero dei conci come la loro “standardizzazione” in forme regolari si spiegano con l’affermazione del della nuova cultura del progetto, che non si basa più solo sull’esperienza. Da un lato infatti la riduzione delle dimensioni dei conci migliora il loro comportamento strutturale e facilita la posa in opera, mentre la loro regolarità rende la costruzione più economica.
Questa coincidenza di date e modi di costruire può essere spiegata in parte dalla presenza a Verona nella seconda metà del ‘700 di scienziati che si dedicarono allo studio della meccanica e in particolare quella dell’arco, come Lorgna e Salimbeni. Entrambi infatti erano insegnanti presso la Scuola Militare di Castelvecchio, nella quale si formavano gli ingegneri militari della Serenissima. Al momento della chiusura della scuola da parte del Governo napoleonico è verosimile che alcuni allievi ingegneri abbiano trovato impiego nel campo civile.
Pur rimanendo necessari ulteriori approfondimenti in campo storico e archivistico, scorrendo le pagine del testo “Degli archi e delle volte” (1787) di Salimbeni, non si può non pensare alle strutture costruite nei baiti, nelle casare e nelle stalle della Lessinia.

Angelo Bertolazzi

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ARCHI DELLA LESSINIA: LE STALLE FIENILE

Costruzioni con strutture ad arco nell’architettura rurale di montagna


Lo spaccato della ottocentesca casara di malga Fittanze di Erbezzo, dovuto al crollo della parte anteriore dell’edificio, permette una lettura in sezione dell’arco a sesto acuto. © Sauro

“Tede” della Lessinia centro-orientale
In continuità, esclusivamente tecnica, con gli essiccatoi per il tabacco della pianura veronese, ricerca pubblicata su AV 97, si delinea il tema degli edifici per la essicazione degli alimenti vegetali per gli animali nelle aree montuose del territorio veronese.
Le “tede” (o tezze) tradizionali stalle-fienile della montagna veronese, oltre a costituire una straordinaria ed inedita tipologia di architettura rurale, oppongono alla destinazione inoppugnabilmente voluttuaria delle costruzioni trattate nel precedente itinerario, una finalità utilitaria che non è retorico definire basilare per la vita degli uomini. Le erbe essiccate e trasformate in fieno costituivano, prima dell’immissione sul mercato dei moderni mangimi industriali, l’unico alimento che permetteva nelle stagioni fredde la sopravvivenza degli animali, dai quali dipendeva – e ancora dipende – quella degli umani.
Per una serie di fattori, dalla geologia alle varietà vegetali del luogo, dal sistema di produzione agricola alla cultura costruttiva, la Lessinia ha dato luogo ad una singolare tipologia di edifici che rappresenta in modo incisivo la sintesi tra le culture costruttive di due materiali, il legno e la pietra. La presenza diffusa sul territorio di materiali a struttura lasteolare, il Rosso Ammonitico e Scaglia Rossa Veneta o Pietra di Prun, è all’origine di una straordinaria architettura litica, senza confronti con quella delle altre aree alpine. Pur svolgendo identiche funzioni, le principali tipologie che compongono gli insediamenti umani, le abitazioni e gli edifici rustici, hanno però assunto connotazioni morfologico – costruttive diverse nelle due aree principali in cui si è soliti classificare l’architettura rurale del territorio lessinico.


Stalla-fienile isolata con tetto a doppia pendenza presso la contrada Stander di Roverè Veronese e manto di copertura vegetale ancora intatto in una stalla-fienile con tetto a doppia pendenza presso contrada Fontani di Velo Veronese. © Pavan

Pur mantenendo il tradizionale assetto, che vede universalmente diffuso il sistema della stalla a livello di terra e il fienile sovrapposto, come serbatoio di foraggio a essa collegato, le stalle-fienile hanno assunto un carattere integralmente litico nel settore occidentale, che fa riferimento ai comuni di Fumane, Sant’Anna d’Alfaedo ed Erbezzo, mentre nell’area centro orientale comprendente i comuni di Boscochiesanuova, Roverè, Velo e Selva di Progno, è assai diffuso per gli stessi edifici rurali un sistema costruttivo ove il legno e la pietra si integrano in modelli costruttivi assai originali.
Le ragioni di tale diversa connotazione va cercata marginalmente nella minore disponibilità di lastame offerta dal territorio centro orientale, ma soprattutto in una diversa cultura costruttiva legata alla storia del popolamento di quest’area della montagna veronese, oggetto nei secoli XIII e XIV di successive ondate di “migrazioni programmate” di coloni germanici, bavaro-tirolesi chiamati teutonici e in seguito cimbri, portatori di proprie culture costruttive e colturali. Trovano infatti radice nella cultura lignea tedesca le “tede” dell’area lessinica orientale, caratterizzate dalla muratura in pietra e dal tetto a doppia pendenza, coperto parzialmente fino all’inizio del ‘900 con paglia e canna palustre, e oggi con lamiere metalliche.
Le due diverse inclinazioni delle falde del tetto sono dovute all’impiego dei due materiali. La parte in lastre di pietra calcarea ha una funzione di copertura e riparo della muratura e la sua inclinazione leggera è dovuta al contenimento dello scivolamento delle lastre. Il manto vegetale, che caratterizza la parte cuspidale del tetto, ha invece una pendenza più accentuata per favorire lo scorrimento veloce delle acque meteoriche, impedendone l’infiltrazione all’interno del fienile.
Completamente culturale, o meglio colturale, è la motivazione della scelta di adottare fino all’epoca moderna la copertura di paglia o di canna palustre, come appare evidente dall’esiguità di superficie del manto vegetale impiegato in molte “tede”. L’uso della costruzione lignea come “cesta traspirante” per migliorare la maturazione e la fermentazione del fieno è caratteristico delle stalle-fienile di numerosi territori alpini dove il legno è il materiale costruttivo prevalente. In Lessinia, dove invece domina il materiale litico, si è conservata la tradizione “traspirante” del manto vegetale solo nei rustici di area cimbra.


Malga malga Lavacchietto di Ala: Interno della casara settecentesca con archi a tutto sesto; esterno con in evidenza i contrafforti di controspinta degli archi interni. © Pavan

Gli “stalloni” ad archi della Lessinia centrale
Il crescente sviluppo dell’imprenditoria agricola e dell’allevamento bovino tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’‘800 nell’area lessinica ha portato ad una consistente espansione dimensionale e volumetrica delle stalle-fienile di contrada, che ha modificato anche la consuetudine di coprire questi edifici con un manto vegetale, sostituendolo con una più duratura copertura di lastame calcareo (com’era progressivamente avvenuto nei secoli precedenti per gli edifici abitativi).
Lo sviluppo dimensionale della scatola muraria avrebbe però richiesto per il tetto l’impiego di strutture lignee di dimensioni ben maggiori di quelle in uso fino allora, in grado di reggere il peso della copertura di grandi tavole di pietra. La scelta, evidentemente più conveniente, fu invece di dividere la struttura trabeata del tetto in due parti con un arco di pietra avente funzione di muro di spina svuotato o di rompitratta di pietra, certamente più solido (e forse meno costoso) di una grande capriata di legno.
Dagli inizi dell’800 fino alla metà del secolo furono costruiti in numerose contrade lessiniche degli “stalloni” con arco rompitratta capaci di ospitare fino a 20 bovini, mentre le “tede” tradizionali ne contenevano al massimo 10. Questa tecnica strutturale fu trasferita negli stessi anni anche nell’altopiano settentrionale lessinico nelle aree di alpeggio estivo, dove alcune malghe si dotarono di “stalloni” con tetto in lastre retto da archi, privi però di fienile, con funzione esclusiva di ricovero degli animali nei casi di emergenze climatiche.
L’uso di tali strutture ad arco si diffuse assai più estesamente nello stesso periodo, fino alla fine dell’800, nell’alta Lessinia nella costruzione dei “baiti” (caseifici di malga) in muratura, che sostituirono i vecchi “casoni” in legno coperti di paglia e canna palustre, in dotazione da secoli sulle malghe dell’altopiano.


Arco a sesto acuto dello stallone di contrada Falz di Roverè Veronese. © Tosi

L’evoluzione dell’arco lessinico
Vera anomalia costruttiva rispetto agli edifici rurali delle altre aree alpine, l’arco strutturale lessinico ha trovato la sua ragione logica nel particolarissimo materiale litico locale, il lastame calcareo reperibile in forma tabulare, facile da estrarre e lavorare; ottima alternativa al legname più diffuso, il faggio, poco adatto alla costruzione lignea e principalmente usato come legna da ardere.
Anche se frutto dell’ingegno e del sapere di abili maestranze locali, l’arco lessinico ha avuto una sua evoluzione tecnico-stilistica che mette in dubbio la “spontaneità” che in genere viene attribuita ai linguaggi dell’architettura rurale, specie delle aree di montagna.
Il primo esempio di arco strutturale di questo territorio appartiene ad una tipologia edilizia completamente diversa da quella considerata nel presente studio: la “casara” di malga. Sui pascoli dell’altopiano settentrionale, dove si praticava fin dal medioevo una intensa attività di alpeggio, ebbe inizio nel XVI secolo la costruzione delle “casare”, edifici in muratura, forse inizialmente coperti di paglia, destinati alla conservazione e stagionatura dei derivati del latte, formaggi, ricotte e burro, prodotti nelle malghe. La loro produzione avveniva invece nei “casoni”, in seguito chiamati “baiti”, edifici interamente costruiti in legno e coperti di paglia, idonei ad essere smontati e spostati in aree diverse dei pascoli della malga, per sfruttare un sistema di concimazione “al naturale” ritenuto conveniente per fertilizzare i magri terreni dell’alta Lessinia.


Archi a sesto acuto all’interno del baito di malga Brancon di Bosco Chiesanuova, della prima metà dell’Ottocento. © Pavan

A partire dal XVII secolo queste casare risultano essere tutte coperte di lastre di pietra il cui peso sommato a quello della neve in inverno, spesso era retto da archi rinforzati da contrafforti all’esterno del perimetro murario. Gli archi delle casare fino alla fine del ‘700 erano a tutto sesto o a sesto ribassato, con una luce mediamente di 5 metri, disposti in sequenza in modo che le lastre poggiassero scalarmente su due archi, eliminando così l’uso di capriate in legno.
Ma la particolarità di questi archi è il sistema dei conci che li compone, ricavati da bacchette di pietra longitudinali, tagliate ricurve e montate a formare archi completi, analoghi a quelli dei portali cittadini della seconda metà del ‘400. Una tecnica che, in assenza di molti elementi conoscitivi, ci appare stranamente poco efficiente per il peso che l’arco doveva sostenere, essendo la superficie d’attrito tra un concio e l’altro assai ridotta. La cosa farebbe pensare ad un’eredità stilistica – ipotesi azzardata ma da approfondire – opera si direbbe di maestranze locali di discendenza della scuola di lapicidi della Valpolicella che dalla seconda metà del ‘400 alla prima del ‘500 avevano lavorato ai progetti dei grandi architetti del primo Rinascimento a Venezia, Ferrara e in Lombardia, nei quali troviamo con frequenza questo tipo di arco. Oltre metà delle casare degli alti pascoli della Lessinia testimoniano nelle loro strutture interne la diffusione, durata alcuni secoli, di questo particolare sistema costruttivo.
Un radicale mutamento nella concezione dell’arco strutturale lessinico si registra all’inizio dell’ ‘800. Nelle nuove grandi stalle di contrada, “stalloni”, vengono costruite strutture ad arco di grande dimensione con una tecnica affatto diversa: l’arco a sesto acuto. La loro cronologia è regolarmente scandita dalle date incise a partire dal 1814 per circa un cinquantennio. La loro caratteristica, determinata dalla costruzione geometrica, non consisteva solo nel tracciato dei due archi congiungentisi – che già nei documenti d’epoca erano definiti con termine stilistico “arco gotico” – ma anche dal sistema dei conci “a mattone” disposti radialmente secondo il lato lungo per sfruttare in modo ottimale l’attrito fra i conci lapidei, impedendone lo slittamento come avveniva frequentemente negli archi a tutto sesto delle casare. Con questa tecnica, peraltro antica, l’efficienza accresciuta degli archi consentiva una luce variabile tra i 9 e i 16 metri ed un’altezza equivalente, anch’essa variabile a seconda della loro apertura.


Interno dello stallone della prima metà dell’Ottocento di malga Campo Retratto di Erbezzo con la sequenza di coppie di archi a sesto acuto che dividono lo spazio in due navate. © Savorelli

La configurazione completa dell’arco seguiva sull’esterno dell’edificio il diagramma delle spinte attraverso la fuoriuscita dalle pareti laterali di queste costruzioni di due possenti contrafforti a inclinazione piramidale.
Mentre per gli archi a tutto sesto delle casare è documentato l’intervento di piccole imprese guidate da mastri scalpellini della bassa collina o del fondovalle, le tecniche più sofisticate dell’arco ottocentesco a sesto acuto richiedevano l’apporto di tecnici, disegnatori, periti ed ingegneri in grado di redigere un progetto da affidare all’impresa, di cui sono reperibili ancora progetti, disegni e capitolati.
La funzione di rompitratta degli archi lessinici a cui abbiamo accennato all’inizio del presente scritto, è stata utilizzata anche in “stalloni” di contrada in cui si è mantenuto il manto di copertura in paglia o in canna di palude, in alcuni casi utilizzando porzioni di arco forniti di contrafforti esterni come appoggio o mensole di capriate, dando vita in tal modo a strutture ibride, lignee e litiche.
Sono circa una quindicina gli “stalloni” con arco strutturale a sesto acuto censiti nelle contrade della Lessinia centro orientale, incluse alcune eccezioni nell’area occidentale ad essa confinante.
Esempi molto interessanti dell’applicazione di questo tipo di arco sono visibili anche in alcuni rari “stalloni” di malga, strutture sorte nella prima metà del XIX secolo come ricovero temporaneo del bestiame al pascolo nel caso di maltempo, quindi privi di fienile. In queste stalle-ricovero dalla forma allungata, oltre 20 metri, gli archi ogivali formano sequenze che ricordano navate di chiese medievali.
Gli “stalloni” con archi strutturali diffusi nelle contrade dell’area lessinica e nell’altipiano settentrionale costituiscono una forma originale di ingegno e creatività costruttiva in aree alpine che amplia e arricchisce il patrimonio delle strutture agroindustriali del paesaggio costruito italiano.


Interno dello stallone del 1950 di malga Scortigara di Cima di Ala, con coppie di archi a tutto sesto. © Pavan

La diffusione di tali tipologie edilizie, l’alta qualità tecnica delle costruzioni, il ruolo determinante da esse assunto nel paesaggio ci pone urgenti interrogativi sulla sorte di questi edifici in seguito alla loro dismissione ormai generalizzata, sia che si tratti della loro scomparsa per effetto dell’abbandono o per demolizione programmata, sia nei casi più frequenti, di alterazioni irreversibili dovute ad interventi di trasformazione spesso totalmente inconsapevoli della qualità delle costruzioni in oggetto.
Da questo sintetico studio nasce la necessità di mettere in atto una serie di iniziative finalizzate a studiare, indagare e conoscere approfonditamente le suddette tipologie; discutere e proporre adeguate metodologie di intervento e strumenti di tutela; individuare orientamenti e politiche di sviluppo del territorio capaci di valorizzare lo straordinario patrimonio architettonico della tradizione costruttiva lessinica.

di Vincenzo Pavan

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6 aprile 2017

Design litico

New marble generation

La disponibilità sul mercato di nuove tecnologie di progettazione e lavorazione ha messo in evidenza le straordinarie opportunità di trasformare i materiali lapidei in artefatti complessi sotto il profilo tecnico e formale. In particolare si è resa manifesta la loro rispondenza a una progettazione assai sofisticata, potenzialmente in grado di realizzare con l’impiego delle sole macchine, e quindi con automatismo seriale, prodotti fino a oggi realizzati con sistemi meccanici di tipo artigianale. Attraverso l’ausilio dei sistemi digitali di nuova generazione è possibile applicare anche alla lavorazione dei materiali litici quelle funzioni tecniche (precisione, velocità esecutiva, riduzione degli scarti, ecc.) fondamentali per produrre serialmente oggetti d’uso formalmente complessi e raggiungere livelli di prestazione analoghi ad altri materiali più leggeri.
Attraverso la collaborazione tra designer, architetti di livello internazionale, aziende del settore lapideo e delle macchine di lavorazione, sono stati realizzati prototipi di design litico proiettati verso nuovi prodotti per il mercato e aperti a nuovi percorsi di ricerca e sperimentazione.

photogallery

Giorgio Canale / Cereser Marmi
Denis Santachiara / Paolo Costa
Philippe Nigro / Euro Porfidi
Setsu & Shinobu Ito / GDA Marmi & Graniti
Massimo Iosa Ghini / Grassi Pietre
Marco Piva / Helios Automazioni
Giuseppe Fallacara / MGI-Marmi e Graniti d’Italia Sicilmarmi
Paolo Ulian / Nikolaus Bagnara
Giuseppe Fallacara / Pimar
Marcello Morandini / Remuzzi Marmi Bergamo
Giorgio Canale / Tenax

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