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24 aprile 2017

Paesaggi di Pietra

Itinerario: Stalle con arco in Lessinia

Frutto di una sapiente cultura costruttiva montanara, gli archi strutturali delle stalla-fienile della Lessinia costituiscono un aspetto assai poco conosciuto ma di grande originalità dell’architettura vernacolare alpina.
Nel testo introduttivo al presente itinerario si è cercato di delineare i tratti principali di tale vicenda, sfiorandone gli aspetti funzionali e tecnici pur senza entrare nel contesto socio-economico che li ha prodotti.
Dalla ricognizione, non esaustiva, sul territorio si definisce una caratterizzazione topografica delle tipologie ad arco strutturale, estesa intorno a quota 1000-1300 m per una fascia di territorio che va dal Vajo dei Falconi, che separa i comuni di Sant’Anna d’Alfaedo e Erbezzo, all’alta valle di Illasi in comune di Velo Veronese, configurando un percorso trasversale della Lessinia centro-orientale, che corrisponde per buona parte all’arteria stradale trans-lessinica. Su questo tracciato si riscontra una prevalenza delle tipologie suddette nei comuni di Roverè e Velo Veronese, ossia nella parte orientale dell’area di interesse.
In una seconda fascia a quota più alta, tra i 1400 e i 1600 metri, si colloca la variante tipologica degli stalloni di malga con arco strutturale, lungo un percorso di elevata qualità paesaggistica che riserva sorprendenti soluzioni tecnico-costruttive.

1. Stalla – fienile di SELVAVECCHIA (Sant’Anna d’Alfaedo)
Inserito nella schiera della contrada omonima lo “stallone” presenta uno dei rari casi di arco strutturale a sesto acuto fino ad ora classificati della area lessinica occidentale. Analogo a quelli delle limitrofe aree orientali lo stallone è probabilmente a questi coevo, si distingue però per la parte a terra adibita a stalla. Si tratta infatti di due stalle gemelle che usufruiscono dello stesso fienile, coperte entrambe con volta a botte, secondo una soluzione tipica delle stalle di contrada della Lessinia occidentale.
Recenti interventi di recupero edilizio nella contrada hanno alterato lo “stallone”, trasformandolo per metà in abitazione estiva.

2. Stalla – fienile di MAINI (Erbezzo)
Piccola contrada, oggi abbandonata, Maini è caratterizzata dalla grande stalla – fienile, parzialmente crollata, con arco a tutto sesto, costruita probabilmente nel tardo Ottocento. Il solaio ligneo della stalla è retto da una trave “maestra” appoggiata su due colonne che dividono lo spazio delle due poste.

3. Stalla – fienile di Malga CAMPEDEL (Erbezzo)
Di difficile ricostruzione per le modifiche intervenute tra XVIII e XIX secolo, il complesso di Campedel è oggi classificato come malga. Differisce tuttavia da questo tipo di insediamenti perché in passato era abitato permanentemente, come testimonia la presenza di una grande stalla dotata di ampio fienile oltre che di qualche annesso abitativo. Una data, 1757, all’ingresso della stalla, ne documenta la parte originaria, ma assai probabilmente la forma attuale è frutto di ampliamenti ottocenteschi.
La struttura interna a triplice arco a sesto lievemente acuto richiama la stalla di Roste, anche se in questo caso la struttura si ripete raddoppiata, creando uno spazio interno a tre navate, percepibile solo al livello del fienile.
L’unicità dell’edificio lo rende assai interessante e richiederebbe approfondimenti di ricerca sia sul campo che in archivio.

4. Stalla – fienile BRUTTI (Bosco Chiesanuova)
Separato dagli altri edifici della schiera, lo “stallone” di contrada Brutti è orientato assialmente nel senso della pendenza del terreno per ottenere l’accesso del fienile dalla quota dell’aia, dove è possibile leggere incisa su pietra la data di costruzione, 1835.
La linea rompitratta della stalla e la corda dell’arco hanno assialità incrociate. Nella stalla tre pilastri sono allineati in senso longitudinale e l’arco è disposto trasversalmente. Questa costruzione però sembrerebbe staticamente non riuscita perché, per evitare il cedimento e un possibile crollo dell’arco, è stato necessario sostenerlo con un pilastro che partendo dalla stalla giunge fin quasi alla chiave di volta sostenuta da una trave “a cristo”.
La ragione di questo fallimento va probabilmente ricercata nella forma dell’arco troppo vicina al “tutto sesto”, con conseguente spinta sui contrafforti maggiore del previsto, o forse in un cedimento del terreno.

5. Corte GROSSULI (San Francesco di Roverè Veronese)
Facilmente confondibile con una moderna abitazione, a causa degli interventi subiti nel corso del ‘900, l’edificio, datato 1830, rappresenta in realtà uno dei casi più “estremi” di costruzione ad arco della Lessinia.
Posto al margine della contrada l’ex “stallone” chiude a meridione l’antica Corte Grossuli. La sua pianta di m 18×11 farebbe pensare ad una disposizione dell’arco strutturale interno in senso ortogonale al lato lungo. Invece stranamente è stato costruito parallelo a questo con una luce di ben 16 metri, costituendo l’arco più grande della Lessinia. La sua forma a sesto acuto risulta molto ribassata e richiede una ricostruzione intuitiva. Infatti la vista di questo grandioso manufatto ci è impedita dalle modificazioni interne, essendo stato l’edificio trasformato in tre unità abitative. Ciò nonostante l’arco è ancora settorialmente rintracciabile all’interno degli appartamenti. Anche la facciata orientale è assai alterata ma lascia percepire i sei “barcaroi” di sfiato dell’originario fienile.

© ph. Tosi

6. Stalla – fienile FALZ (Roverè Veronese)
Inserito nella schiera di stalle e abitazioni della piccola contrada di alta quota di Falz, lo “stallone” è datato 1850.
Oltre che per la dimensione, si caratterizza per la qualità costruttiva e per la conformazione strutturale. Al livello della stalla lo spazio è ripartito dall’allineamento di tre colonne di pietra modellate con leggera entasi, le quali anziché reggere un’unica trave rompitratta portano tre distinte travi in senso ortogonale che si appoggiano su delle mensole alle pareti laterali. Sullo stesso asse delle colonne si sviluppa al piano superiore il grande arco strutturale ogivale impostato con un’apertura insolitamente acuta per questo tipo di edifici. La sequenza dei conci in Rosso Ammonitico è molto accurata e rivela una particolare perizia costruttiva ed esecutiva delle maestranze che hanno realizzato l’edificio.

© ph. Sauro

7. Stalla – fienile di ROSTE (Roverè Veronese)
Inserito in una delle contrade più alte della Lessinia (1302 m.), con una datazione del XVI secolo su uno degli edifici abitativi, lo “stallone” di Roste ripropone la tipologia analoga a quella di Corte Grossuli di S. Francesco, ossia la struttura ad arco disposta sul lato lungo dell’edificio, una soluzione che da luogo ad una grande estensione del tetto interamente coperto di laste. La sua datazione, in base alle cartografie catastali, andrebbe collocata nella seconda metà dell’Ottocento.
Diversamente però da Corte Grossuli, la parete mediana di 15 metri della stalla è stata svuotata con un triplice arco di cui quello centrale è più grande dei due laterali. Tutti gli archi, a sesto acuto, sono molto aperti e si avvicinano al “tutto sesto”. A rendere più monumentale l’interno della stalla sono i grandi e tozzi pilastri a base circolare che reggevano, oltre all’arco, anche il solaio ligneo del fienile, oggi completamente scomparso.

8. Stalla-fienile LA BA (Velo Veronese)
Lo “stallone”, di base m. 12.30 x 9.30, è incorporato negli edifici della piccola contrada La Ba, poco lontana da Camposilvano di Velo.
La data dipinta sulla parete settentrionale, 1814, la attesta come una delle più antiche della Lessinia dotata di arco strutturale. Il solaio che divide la stalla dal fienile, “teda”, è retto da una antica trave rompitratta posta sull’asse longitudinale e sostenuta da tre “colonne” in pietra che ripartiscono le due poste.
Il capiente fienile è chiuso da un tetto a due falde coperto di laste di calcare Rosso Ammonitico. La fitta sequenza lignea delle travi che lo reggono è sostenuta da un grande arco a sesto acuto disposto sulla mezzeria della scatola muraria, con conci di pietra apparecchiati a mattoni. L’edificio è stato restaurato in modo eccellente negli anni ’70 del Novecento, quando la contrada fu oggetto di un intervento di recupero da parte dell’editore Giorgio Zusi, con l’ausilio di maestranze del luogo che utilizzarono tecniche costruttive tradizionali.

9. Stalla – fienile di VAL SGUERZA (Velo Veronese)
Nata come aggregazione in schiera di tre stalle-fienile di piccole dimensioni, Val Sguerza è diventata contrada nel ‘900 in seguito all’accorpamento di un complesso abitativo privo di caratteristiche locali.
La struttura ad arco a sesto acuto consente in questo caso di riunire in un unico spazio due fienili aperti sul lato a valle e coperti con manto vegetale, testimoniando il prevalente scopo di svuotamento della parete di spina degli edifici aggregati e la funzione sostitutiva della capriata lignea.

10. Stalla – fienile FOI (Azzarino, Velo Veronese)
Inserita in una schiera mista di abitazioni e rustici la “teda” di Foi, datata 1861, ha un arco con luce di quasi 15 metri. La recente suddivisione interna sia della stalla sia del fienile ne ha parzialmente compromesso la visione unitaria. In particolare i cinque pilastri che reggevano la trave rompitratta della stalla sono oggi incorporati nel muro che divide lo spazio in due proprietà.
Ma l’aspetto interessante è che quest’opera tecnicamente e dimensionalmente considerevole, non era destinata a reggere il pesante tetto di lastre, ma a creare un unico grande spazio per il fienile, come ci indica la doppia pendenza della copertura in cui è ampiamente prevalente il manto vegetale, oggi coperto di lamiera metallica.

11. Stalla – fienile COMERLATI (Velo Veronese)
L’edificio, accorpato a una schiera di rustici della contrada Comerlati, è datato 1852. In questo caso l’arco a sesto acuto, di raffinata fattura, non sostiene le strutture di un tetto interamente di lastre ma regge le falde a doppia pendenza prevalentemente coperte in paglia.
I molti rimaneggiamenti hanno alterato la struttura interna originaria e rendono un po’difficile la comprensione dell’edificio. In particolare la facciata rivolta a valle è caratterizzata da due grandi archi a portico, in seguito parzialmente tamponati per ricavare i due livelli di stalla e fienile.

12. Stalla – fienile di BEBISTI (S. Mauro di Saline)
Accorpato nella schiera della piccola contrada di Bebisti, lo “stallone” è stato ristrutturato al piano terreno, trasformandone la grande stalla in deposito, con sostituzione dell’originale solaio ligneo con latero-cemento. Perfettamente conservato è il tetto del fienile con grande arco a sesto acuto particolarmente aperto. Analogamente a quella di Comerlati questa stalla ha il tetto a doppia pendenza con la parte cuspidale coperta di paglia, ancora conservata sotto il rivestimento di lamiera. L’edificio sembra ottenuto dal rimaneggiamento di un preesistente rustico porticato con due archi, successivamente tamponati.

© ph. Savorelli

13. Stallone di malga di ROCCOPIANO (Erbezzo)
Edificio particolarmente enigmatico, la cui originaria funzione è di difficile classificazione per le evidenti modificazioni costruttive. È probabile comunque che la sua odierna funzione di “stallone” di malga fosse anche quella originale, nonostante sembri sia stato anche adattato a baito e forse a casara.
Particolarmente interessante la sequenza dei quattro archi ogivali realizzati con conci lunghi di pietra tagliati a settore di arco, caratteristici delle casare di malga sei-settecenteschi. La sua costruzione sembrerebbe collocabile, dalle cartografie storiche, alla metà dell’Ottocento.

© ph. Savorelli

14. Stallone di malga di CAMPORETRATTO (Erbezzo)
Probabilmente uno dei primi “stalloni” di malga della Lessinia databile, secondo la cartografia, agli anni ’30 o ’40 dell’Ottocento. La sua caratteristica, come quella degli altri edifici di questo tipo costruiti sull’altipiano settentrionale, è di essere una stalla occasionale per riparare il bestiame in periodo di alpeggio, durante episodi eccezionali di maltempo.
Essendo gli animali tenuti al pascolo anche di notte, la stalla non necessitava di fienile e pertanto lo spazio interno si presenta ad un solo livello aperto fino al soffitto.
Lo “stallone” di Camporetratto rappresenta un esempio di grande qualità costruttiva e architettonica, concepito come sistema di coppie di archi a sesto acuto forniti di contrafforti esterni poggianti sui muri e forniti di base e capitello. La loro sequenza di sei coppie disposte lungo l’asse longitudinale dell’edificio trasforma l’interno a doppia navata in un suggestivo spazio basilicale.

© ph. Bazzanella Debiasi

15. Stallone di MALGA LESSINIA (Bosco Chiesanuova)
Costruita verso la fine degli anni ’40 del Novecento, insieme allo Stallone di Scortigara di Cima, di cui ripete l’impianto e lo schema costruttivo, la grande stalla di malga Lessinia rappresenta un adeguamento ai modelli proposti dai manuali di edilizia rurale dell’epoca, ossia una costruzione a doppia navata con due poste ciascuna, capaci quindi di ospitare per la mungitura un numero doppio di animali rispetto alle stalle tradizionali.
Sorprendente, rispetto ai modelli con capriate in ferro e in calcestruzzo armato offerte dal mercato dell’epoca, è l’uso del duplice arco in pietra, in questo caso a tutto sesto con centro leggermente più basso del livello del pavimento. Un’opera di particolare perizia tecnica e progettuale, motivata in quegli anni probabilmente da una convenienza di costi delle tecnologie e dei materiali tradizionali rispetto a quelli moderni.

16. Stallone di malga CORNESEL (Bosco Chiesanuova)
Composto da un unico grande vano longitudinale coperto a lastre, rappresenta una tipologia diffusa nelle malghe lessiniche nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Tuttavia, rispetto alla maggioranza dei casi, in cui sono state adottate grandi capriate lignee, quello di Cornesel è scandito da una sequenza di 5 archi a sesto leggermente acuto. Probabilmente, proprio a causa di un imperfetto tracciamento delle curve che li compongono, gli archi hanno rivelato segni di instabilità e sono stati rinforzati da una fasciatura in calcestruzzo armato.

© ph. Bazzanella Debiasi

17. Stallone di malga SCORTIGARA DI CIMA (Ala di Trento)
Costruito poco lontano da quello di malga Lessinia, lo Stallone di Malga Scortigara di Cima, come è topograficamente denominato, è stato costruito nel 1950.
Anch’esso a doppia navata è coperto da un grande tetto a lastre retto da una sequenza di 5 archi a tutto sesto con una lavorazione a ‘bugnato’ che denota una ricerca di voluta rusticità. Anche in questa costruzione il centro degli archi si trova sotto la quota del pavimento; ciò determina un suggestiva percezione di un ambiente sotterraneo formato da archi ribassati come sostruzioni di una costruzione soprastante.

di Vincenzo Pavan
Ove non diversamente specificato © ph. Vincenzo Pavan

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19 aprile 2017

Buone pratiche

RESISTENZA ALLO SCIVOLAMENTO: INFORMATIVA SULLE NORME DI RIFERIMENTO E I METODI DI PROVA

“[…] e giù dal collo de la ripa dura | supin si diede a la pendente roccia, | che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura”
Dante, Inferno – XXIII-43;45

Dante Con L’Espositioni Di Christoforo Landino, Et D’Alessandro Vellvtello. Sopra la sua Comedia [...] Con Tauole, Argomenti, & Allegorie, & riformato, riueduto, & ridotto alla sua vera Lettura, Per Francesco Sansovino Fiorentino, 1578

Leggendo il canto XXIII dell’Inferno di Dante, capiterà di tirare un sospiro di sollievo quando finalmente Virgilio riesce ad afferrare Dante, inseguito da orribili diavoli, ed insieme si lasciano scivolare lungo l’argine che chiude uno dei fianchi della bolgia successiva, ritrovandosi momentaneamente salvi nella sesta bolgia.
Così purtroppo non accade quando, per una serie di sfortunati eventi (olio, ghiaccio non previsto, pavimento bagnato, sapone, e così via), mentre stiamo tranquillamente camminando, ci accorgiamo che il nostro piede – che dovrebbe ben ancorarsi al pavimento mentre solleviamo l’altro per continuare la nostra tranquilla passeggiata – continua il suo percorso…mentre noi , improvvisamente, siamo in balia dell’aria e con espressione sempre più attonita sccccccivoliaaamoooooooo dolorosamente a terra.
Se lo schiaffo è prevalentemente morale, ci si alza velocemente cercando perlomeno di contenere il danno di immagine, se invece vi è un danno fisico, molto spesso vi sono gli estremi per iniziare contenziosi legali.
Lo scivolare quindi non è sempre e solamente una perdita momentanea della nostre capacità di equilibrio, ma talvolta, anzi molto spesso, è un concorso di colpa: un’incauta posa di un materiale improbabile, e/o la posa su di una superficie non idonea (prima causa di una gran parte di scivolate plateali), e/o la mancata considerazione dell’uso della pavimentazione, e così via.
Ma come fare ad esser sicuri di ciò? Come valutare di chi è la colpa della scivolosità?
E soprattutto, cos’è in fin dei conti la scivolosità?
In questa serie di articoli saranno presentate un’approfondita analisi sulla scivolosità e resistenza allo scivolamento, un excursus sulle norme europee ed internazionali che – pur avendo cambiato pelle in questi ultimi anni – perseguono nel rimanere importanti e richieste, ed una presentazione dei test di determinazione della scivolosità più idonei ai diversi tipi di ambiente.

Introduzione: scivolosità, forza d’attrito e coefficiente d’attrito
La resistenza allo scivolamento è una proprietà delle pavimentazioni estremamente importante nella definizione dei parametri di sicurezza e della salute degli utilizzatori. Infatti, pavimenti scivolosi rappresentano potenziali cause di infortuni, anche gravi. Per questo motivo, la determinazione della resistenza allo scivolamento (o scivolosità) della pavimentazione riveste un ruolo fondamentale in sede di progettazione degli edifici, specialmente di quelli a destinazione pubblica (es: scuole, ospedali, teatri, piscine, supermercati, eccetera) o industriale (es: fabbriche di prodotti alimentari, officine dove si fa uso di oli lubrificanti, eccetera).
Per questo motivo è molto importante essere informati e conoscere le normative vigenti in materia di sicurezza e scivolosità.
Ma prima di vagliare la normativa e capire che indicazioni utili e che applicazioni trovano i diversi metodi di prova, cerchiamo di capire meglio cosa si intende per resistenza allo scivolamento, scivolosità e attrito.
In base alle normative vigenti (es: CEN/TS 16165:2016, EN 14231), si applicano i seguenti termini e definizioni:
Resistenza allo scivolamento: È la proprietà della superficie di un pavimento di mantenere l’aderenza della calzatura di un pedone.
NOTA: La perdita di aderenza determina la perdita di controllo da parte del pedone, con un conseguente aumento del rischio di caduta. (Definizione da EN 14231, punto 4.1)
Attrito: È la resistenza al moto relativo tra due corpi a contatto, ad esempio la suola della calzatura e la superficie su cui si cammina. La forza d’attrito è la forza che agisce tangenzialmente nell’area di contatto. (Definizione tratta ed integrata da EN 14231, punto 4.2; CEN/TS 16165:2016, punto 3.5)
Nei testi delle normative non si trova mai una definizione diretta di scivolosità, si preferisce sempre parlare di resistenza allo scivolamento. Tuttavia, è diventato d’uso comune parlare di scivolosità: con questo termine si indica comunemente la proprietà di un materiale scivoloso; in altre parole, è un termine colloquiale per capire quanto una superficie sia più o meno scivolosa.
Ma cosa rende una superficie più o meno scivolosa, ovvero meno o più resistente allo scivolamento?
Molto dipende dalla forza che si genera durante il contatto tra due superfici (es: suola della scarpa e pavimento), nota come forza d’attrito radente.
In fisica, si definisce forza d’attrito radente una forza che si genera al contatto tra due superfici che strisciano l’una sull’altra e che si oppone al moto. Infatti, sperimentalmente, si osserva che un corpo appoggiato su una superficie non inizia a scorrere – a causa della forza d’attrito – fino a che il valore della forza applicata (ad esempio una spinta) non supera la forza di attrito stessa (Mazzoldi, Nigro, Voci, 2003). In altre parole, per far scorrere un corpo su una superficie, è necessario applicare una spinta maggiore della forza d’attrito. La forza d’attrito Fa si esprime come il prodotto tra il coefficiente d’attrito µ e la componente ortogonale al piano d’appoggio della reazione vincolare N, che – su un piano orizzontale – coincide con il peso dell’oggetto (Fig. 1).


Fig. 1 Rappresentazione grafica della Forza d’attrito (Fa). La Forza d’attrito (Fa) si rappresenta come una forza che si oppone al moto (F (spinta)).

Esistono due tipi di Forza di attrito:
- la Forza di attrito statico, ovvero quella forza che bisogna vincere per mettere in moto un corpo fermo appoggiato su una superficie (in altre parole, è quella forza che impedisce di mettere in moto un oggetto fermo);
- la Forza di attrito dinamico, che interviene quando un corpo appoggiato su una superficie è già in moto, e consiste in una resistenza al moto (in altre parole, è quella forza che rallenta il moto). La forza d’attrito dinamico non dipende dalla velocità: in altre parole, la forza d’attrito dinamico rimane invariata sia nel caso in cui il corpo scorra lentamente, sia nel caso in cui il corpo scorra velocemente sulla superficie.
Di conseguenza, esistono due tipi di coefficiente d’attrito: il coefficiente d’attrito statico µs (SCOF, dall’inglese Static Coefficient Of Friction) e il coefficiente d’attrito dinamico µd (DCOF, dall’inglese Dinamic Coefficient Of Friction).
Le forze di attrito hanno origine dalle forze di coesione tra due materiali, ovvero dagli urti tra le microscopiche asperità delle superfici a contatto (Fig. 2). Il valore del coefficiente di attrito (sia esso statico o dinamico) dipende dallo stato delle superfici a contatto e dalla loro composizione chimica. Il valore del coefficiente d’attrito non dipende dall’estensione della superficie di contatto.


Fig. 2 (a) Il corpo superiore scivola verso destra scorrendo su quello inferiore. (b) Una porzione di (a) ingrandita che mostra due punti dove si manifesta l’adesione superficiale. Da vialattea.net

Ad esempio, una levigatura grossolana fa aumentare la coesione tra le superfici e quindi l’attrito, mentre l’uso di lubrificanti fa diminuire la forza d’attrito (si pensi ad esempio all’effetto di un olio lubrificante su organi meccanici).
Esistono dunque diversi metodi di prova in grado di misurare e valutare la resistenza allo scivolamento: alcuni metodi possono misurare il coefficiente d’attrito statico (SCOF), altri il coefficiente d’attrito dinamico (DCOF), altri possono fornire un’indicazione qualitativa e/o quantitativa della resistenza allo scivolamento su base sperimentale.
Purtroppo, i risultati ottenuti dalle diverse metodiche di prova non sono statisticamente correlabili tra loro: da qui, la difficoltà intrinseca di determinare la resistenza allo scivolamento, e la conseguente necessità di saper scegliere il test idoneo al particolare utilizzo di un pavimento e/o di una certa area, sia essa pubblica, privata, di un luogo di lavoro, palestra, piscina, e così via.

A.M. Ferrari*; M. Zaffani**
* geologo forense
** dott.ssa in Geologia e Geologia Tecnica, PhD in Scienze della Terra

Bibliografia
Mazzoldi, P., Nigro, M., Voci, C., 2003. Fisica, Volume I, Meccanica – Termodinamica, Seconda edizione, EdiSES, 2003.
UNI EN 14231:2004 Metodi di prova per pietre naturali – Determinazione della resistenza allo scivolamento tramite l’apparecchiatura di prova a pendolo
UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione

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13 aprile 2017

Osservatorio Litico

GLI ARCHI DELLA LESSINIA TRA ARTE E SCIENZA DEL COSTRUIRE


Tavola con lo studio della meccanica dell’arco (da L. Salimbeni, Degli archi e delle volte, Verona, 1787

L’arco rappresenta uno di quei casi in cui la tecnica ha anticipato la scienza: la loro costruzione ha infatti preceduto di gran lunga la formulazione scientifica, che fu il risultato dell’applicazione dei principi della meccanica del corpo solido al problema della statica e segnò una del tappe del passaggio dall’arte del costruire alla scienza delle costruzioni.
La teoria dell’arco in muratura venne studiata in Francia da Philippe De la Hire (1640-1718) e da Charles Augustin de Coulomb (1736-1806), mentre in Italia i contributi principali furono del veronese Antonio Maria Lorgna (1735-1796), di Lorenzo Mascheroni (1750-1800) e Leonardo Salimbeni (1752-1823).
Precedentemente il tracciamento dell’arco e quindi la sua costruzione seguiva procedure basate su metodi che si fondano su regole proporzionali dedotte dall’osservazione di strutture esistenti. La nuova scienza invece, superando tali regole, partì dall’osservazione dei dissesti creatisi su strutture dimensionate con principi esclusivamente geometrici. L’arco, struttura iperstatica, veniva reso isostatico ipotizzando la presenza e la posizione di lesioni (cerniere plastiche) e studiato nelle condizioni di equilibrio limite. I principali meccanismi di collasso per l’arco individuati furono: rottura per scivolamento della parte centrale dell’arco, studiato da De La Hire e De Belidor, e la rottura flessionale della porzione centrale dell’arco studiata da Coulomb e Mascheroni. Questi studi condussero anche a regole costruttive per il progetto di nuove strutture che non erano più basate sul “saper fare” di generazioni di scalpellini, ma sulla scienza degli ingegneri, come testimonia la manualistica del XIX secolo.
Gli archi costruiti in Lessinia costituiscono un’importante campo di indagine per la storia delle costruzioni e il passaggio – maturato nel XIX secolo – dall’arco a tutto sesto con grandi conci a settore di cerchio a quello a sesto acuto con conci “a mattone”, sembra essere la concretizzazione di quanto studiato dagli scienziati del XVIII secolo e successivamente messo in pratica dagli ingegneri. A cavallo tra Sette e Ottocento, inizia a diffondersi la nuova tipologia strutturale che, come abbiamo visto sembra far propria la nuova scienza del costruire: la riduzione del numero dei conci come la loro “standardizzazione” in forme regolari si spiegano con l’affermazione del della nuova cultura del progetto, che non si basa più solo sull’esperienza. Da un lato infatti la riduzione delle dimensioni dei conci migliora il loro comportamento strutturale e facilita la posa in opera, mentre la loro regolarità rende la costruzione più economica.
Questa coincidenza di date e modi di costruire può essere spiegata in parte dalla presenza a Verona nella seconda metà del ‘700 di scienziati che si dedicarono allo studio della meccanica e in particolare quella dell’arco, come Lorgna e Salimbeni. Entrambi infatti erano insegnanti presso la Scuola Militare di Castelvecchio, nella quale si formavano gli ingegneri militari della Serenissima. Al momento della chiusura della scuola da parte del Governo napoleonico è verosimile che alcuni allievi ingegneri abbiano trovato impiego nel campo civile.
Pur rimanendo necessari ulteriori approfondimenti in campo storico e archivistico, scorrendo le pagine del testo “Degli archi e delle volte” (1787) di Salimbeni, non si può non pensare alle strutture costruite nei baiti, nelle casare e nelle stalle della Lessinia.

Angelo Bertolazzi

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ARCHI DELLA LESSINIA: LE STALLE FIENILE

Costruzioni con strutture ad arco nell’architettura rurale di montagna


Lo spaccato della ottocentesca casara di malga Fittanze di Erbezzo, dovuto al crollo della parte anteriore dell’edificio, permette una lettura in sezione dell’arco a sesto acuto. © Sauro

“Tede” della Lessinia centro-orientale
In continuità, esclusivamente tecnica, con gli essiccatoi per il tabacco della pianura veronese, ricerca pubblicata su AV 97, si delinea il tema degli edifici per la essicazione degli alimenti vegetali per gli animali nelle aree montuose del territorio veronese.
Le “tede” (o tezze) tradizionali stalle-fienile della montagna veronese, oltre a costituire una straordinaria ed inedita tipologia di architettura rurale, oppongono alla destinazione inoppugnabilmente voluttuaria delle costruzioni trattate nel precedente itinerario, una finalità utilitaria che non è retorico definire basilare per la vita degli uomini. Le erbe essiccate e trasformate in fieno costituivano, prima dell’immissione sul mercato dei moderni mangimi industriali, l’unico alimento che permetteva nelle stagioni fredde la sopravvivenza degli animali, dai quali dipendeva – e ancora dipende – quella degli umani.
Per una serie di fattori, dalla geologia alle varietà vegetali del luogo, dal sistema di produzione agricola alla cultura costruttiva, la Lessinia ha dato luogo ad una singolare tipologia di edifici che rappresenta in modo incisivo la sintesi tra le culture costruttive di due materiali, il legno e la pietra. La presenza diffusa sul territorio di materiali a struttura lasteolare, il Rosso Ammonitico e Scaglia Rossa Veneta o Pietra di Prun, è all’origine di una straordinaria architettura litica, senza confronti con quella delle altre aree alpine. Pur svolgendo identiche funzioni, le principali tipologie che compongono gli insediamenti umani, le abitazioni e gli edifici rustici, hanno però assunto connotazioni morfologico – costruttive diverse nelle due aree principali in cui si è soliti classificare l’architettura rurale del territorio lessinico.


Stalla-fienile isolata con tetto a doppia pendenza presso la contrada Stander di Roverè Veronese e manto di copertura vegetale ancora intatto in una stalla-fienile con tetto a doppia pendenza presso contrada Fontani di Velo Veronese. © Pavan

Pur mantenendo il tradizionale assetto, che vede universalmente diffuso il sistema della stalla a livello di terra e il fienile sovrapposto, come serbatoio di foraggio a essa collegato, le stalle-fienile hanno assunto un carattere integralmente litico nel settore occidentale, che fa riferimento ai comuni di Fumane, Sant’Anna d’Alfaedo ed Erbezzo, mentre nell’area centro orientale comprendente i comuni di Boscochiesanuova, Roverè, Velo e Selva di Progno, è assai diffuso per gli stessi edifici rurali un sistema costruttivo ove il legno e la pietra si integrano in modelli costruttivi assai originali.
Le ragioni di tale diversa connotazione va cercata marginalmente nella minore disponibilità di lastame offerta dal territorio centro orientale, ma soprattutto in una diversa cultura costruttiva legata alla storia del popolamento di quest’area della montagna veronese, oggetto nei secoli XIII e XIV di successive ondate di “migrazioni programmate” di coloni germanici, bavaro-tirolesi chiamati teutonici e in seguito cimbri, portatori di proprie culture costruttive e colturali. Trovano infatti radice nella cultura lignea tedesca le “tede” dell’area lessinica orientale, caratterizzate dalla muratura in pietra e dal tetto a doppia pendenza, coperto parzialmente fino all’inizio del ‘900 con paglia e canna palustre, e oggi con lamiere metalliche.
Le due diverse inclinazioni delle falde del tetto sono dovute all’impiego dei due materiali. La parte in lastre di pietra calcarea ha una funzione di copertura e riparo della muratura e la sua inclinazione leggera è dovuta al contenimento dello scivolamento delle lastre. Il manto vegetale, che caratterizza la parte cuspidale del tetto, ha invece una pendenza più accentuata per favorire lo scorrimento veloce delle acque meteoriche, impedendone l’infiltrazione all’interno del fienile.
Completamente culturale, o meglio colturale, è la motivazione della scelta di adottare fino all’epoca moderna la copertura di paglia o di canna palustre, come appare evidente dall’esiguità di superficie del manto vegetale impiegato in molte “tede”. L’uso della costruzione lignea come “cesta traspirante” per migliorare la maturazione e la fermentazione del fieno è caratteristico delle stalle-fienile di numerosi territori alpini dove il legno è il materiale costruttivo prevalente. In Lessinia, dove invece domina il materiale litico, si è conservata la tradizione “traspirante” del manto vegetale solo nei rustici di area cimbra.


Malga malga Lavacchietto di Ala: Interno della casara settecentesca con archi a tutto sesto; esterno con in evidenza i contrafforti di controspinta degli archi interni. © Pavan

Gli “stalloni” ad archi della Lessinia centrale
Il crescente sviluppo dell’imprenditoria agricola e dell’allevamento bovino tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’‘800 nell’area lessinica ha portato ad una consistente espansione dimensionale e volumetrica delle stalle-fienile di contrada, che ha modificato anche la consuetudine di coprire questi edifici con un manto vegetale, sostituendolo con una più duratura copertura di lastame calcareo (com’era progressivamente avvenuto nei secoli precedenti per gli edifici abitativi).
Lo sviluppo dimensionale della scatola muraria avrebbe però richiesto per il tetto l’impiego di strutture lignee di dimensioni ben maggiori di quelle in uso fino allora, in grado di reggere il peso della copertura di grandi tavole di pietra. La scelta, evidentemente più conveniente, fu invece di dividere la struttura trabeata del tetto in due parti con un arco di pietra avente funzione di muro di spina svuotato o di rompitratta di pietra, certamente più solido (e forse meno costoso) di una grande capriata di legno.
Dagli inizi dell’800 fino alla metà del secolo furono costruiti in numerose contrade lessiniche degli “stalloni” con arco rompitratta capaci di ospitare fino a 20 bovini, mentre le “tede” tradizionali ne contenevano al massimo 10. Questa tecnica strutturale fu trasferita negli stessi anni anche nell’altopiano settentrionale lessinico nelle aree di alpeggio estivo, dove alcune malghe si dotarono di “stalloni” con tetto in lastre retto da archi, privi però di fienile, con funzione esclusiva di ricovero degli animali nei casi di emergenze climatiche.
L’uso di tali strutture ad arco si diffuse assai più estesamente nello stesso periodo, fino alla fine dell’800, nell’alta Lessinia nella costruzione dei “baiti” (caseifici di malga) in muratura, che sostituirono i vecchi “casoni” in legno coperti di paglia e canna palustre, in dotazione da secoli sulle malghe dell’altopiano.


Arco a sesto acuto dello stallone di contrada Falz di Roverè Veronese. © Tosi

L’evoluzione dell’arco lessinico
Vera anomalia costruttiva rispetto agli edifici rurali delle altre aree alpine, l’arco strutturale lessinico ha trovato la sua ragione logica nel particolarissimo materiale litico locale, il lastame calcareo reperibile in forma tabulare, facile da estrarre e lavorare; ottima alternativa al legname più diffuso, il faggio, poco adatto alla costruzione lignea e principalmente usato come legna da ardere.
Anche se frutto dell’ingegno e del sapere di abili maestranze locali, l’arco lessinico ha avuto una sua evoluzione tecnico-stilistica che mette in dubbio la “spontaneità” che in genere viene attribuita ai linguaggi dell’architettura rurale, specie delle aree di montagna.
Il primo esempio di arco strutturale di questo territorio appartiene ad una tipologia edilizia completamente diversa da quella considerata nel presente studio: la “casara” di malga. Sui pascoli dell’altopiano settentrionale, dove si praticava fin dal medioevo una intensa attività di alpeggio, ebbe inizio nel XVI secolo la costruzione delle “casare”, edifici in muratura, forse inizialmente coperti di paglia, destinati alla conservazione e stagionatura dei derivati del latte, formaggi, ricotte e burro, prodotti nelle malghe. La loro produzione avveniva invece nei “casoni”, in seguito chiamati “baiti”, edifici interamente costruiti in legno e coperti di paglia, idonei ad essere smontati e spostati in aree diverse dei pascoli della malga, per sfruttare un sistema di concimazione “al naturale” ritenuto conveniente per fertilizzare i magri terreni dell’alta Lessinia.


Archi a sesto acuto all’interno del baito di malga Brancon di Bosco Chiesanuova, della prima metà dell’Ottocento. © Pavan

A partire dal XVII secolo queste casare risultano essere tutte coperte di lastre di pietra il cui peso sommato a quello della neve in inverno, spesso era retto da archi rinforzati da contrafforti all’esterno del perimetro murario. Gli archi delle casare fino alla fine del ‘700 erano a tutto sesto o a sesto ribassato, con una luce mediamente di 5 metri, disposti in sequenza in modo che le lastre poggiassero scalarmente su due archi, eliminando così l’uso di capriate in legno.
Ma la particolarità di questi archi è il sistema dei conci che li compone, ricavati da bacchette di pietra longitudinali, tagliate ricurve e montate a formare archi completi, analoghi a quelli dei portali cittadini della seconda metà del ‘400. Una tecnica che, in assenza di molti elementi conoscitivi, ci appare stranamente poco efficiente per il peso che l’arco doveva sostenere, essendo la superficie d’attrito tra un concio e l’altro assai ridotta. La cosa farebbe pensare ad un’eredità stilistica – ipotesi azzardata ma da approfondire – opera si direbbe di maestranze locali di discendenza della scuola di lapicidi della Valpolicella che dalla seconda metà del ‘400 alla prima del ‘500 avevano lavorato ai progetti dei grandi architetti del primo Rinascimento a Venezia, Ferrara e in Lombardia, nei quali troviamo con frequenza questo tipo di arco. Oltre metà delle casare degli alti pascoli della Lessinia testimoniano nelle loro strutture interne la diffusione, durata alcuni secoli, di questo particolare sistema costruttivo.
Un radicale mutamento nella concezione dell’arco strutturale lessinico si registra all’inizio dell’ ‘800. Nelle nuove grandi stalle di contrada, “stalloni”, vengono costruite strutture ad arco di grande dimensione con una tecnica affatto diversa: l’arco a sesto acuto. La loro cronologia è regolarmente scandita dalle date incise a partire dal 1814 per circa un cinquantennio. La loro caratteristica, determinata dalla costruzione geometrica, non consisteva solo nel tracciato dei due archi congiungentisi – che già nei documenti d’epoca erano definiti con termine stilistico “arco gotico” – ma anche dal sistema dei conci “a mattone” disposti radialmente secondo il lato lungo per sfruttare in modo ottimale l’attrito fra i conci lapidei, impedendone lo slittamento come avveniva frequentemente negli archi a tutto sesto delle casare. Con questa tecnica, peraltro antica, l’efficienza accresciuta degli archi consentiva una luce variabile tra i 9 e i 16 metri ed un’altezza equivalente, anch’essa variabile a seconda della loro apertura.


Interno dello stallone della prima metà dell’Ottocento di malga Campo Retratto di Erbezzo con la sequenza di coppie di archi a sesto acuto che dividono lo spazio in due navate. © Savorelli

La configurazione completa dell’arco seguiva sull’esterno dell’edificio il diagramma delle spinte attraverso la fuoriuscita dalle pareti laterali di queste costruzioni di due possenti contrafforti a inclinazione piramidale.
Mentre per gli archi a tutto sesto delle casare è documentato l’intervento di piccole imprese guidate da mastri scalpellini della bassa collina o del fondovalle, le tecniche più sofisticate dell’arco ottocentesco a sesto acuto richiedevano l’apporto di tecnici, disegnatori, periti ed ingegneri in grado di redigere un progetto da affidare all’impresa, di cui sono reperibili ancora progetti, disegni e capitolati.
La funzione di rompitratta degli archi lessinici a cui abbiamo accennato all’inizio del presente scritto, è stata utilizzata anche in “stalloni” di contrada in cui si è mantenuto il manto di copertura in paglia o in canna di palude, in alcuni casi utilizzando porzioni di arco forniti di contrafforti esterni come appoggio o mensole di capriate, dando vita in tal modo a strutture ibride, lignee e litiche.
Sono circa una quindicina gli “stalloni” con arco strutturale a sesto acuto censiti nelle contrade della Lessinia centro orientale, incluse alcune eccezioni nell’area occidentale ad essa confinante.
Esempi molto interessanti dell’applicazione di questo tipo di arco sono visibili anche in alcuni rari “stalloni” di malga, strutture sorte nella prima metà del XIX secolo come ricovero temporaneo del bestiame al pascolo nel caso di maltempo, quindi privi di fienile. In queste stalle-ricovero dalla forma allungata, oltre 20 metri, gli archi ogivali formano sequenze che ricordano navate di chiese medievali.
Gli “stalloni” con archi strutturali diffusi nelle contrade dell’area lessinica e nell’altipiano settentrionale costituiscono una forma originale di ingegno e creatività costruttiva in aree alpine che amplia e arricchisce il patrimonio delle strutture agroindustriali del paesaggio costruito italiano.


Interno dello stallone del 1950 di malga Scortigara di Cima di Ala, con coppie di archi a tutto sesto. © Pavan

La diffusione di tali tipologie edilizie, l’alta qualità tecnica delle costruzioni, il ruolo determinante da esse assunto nel paesaggio ci pone urgenti interrogativi sulla sorte di questi edifici in seguito alla loro dismissione ormai generalizzata, sia che si tratti della loro scomparsa per effetto dell’abbandono o per demolizione programmata, sia nei casi più frequenti, di alterazioni irreversibili dovute ad interventi di trasformazione spesso totalmente inconsapevoli della qualità delle costruzioni in oggetto.
Da questo sintetico studio nasce la necessità di mettere in atto una serie di iniziative finalizzate a studiare, indagare e conoscere approfonditamente le suddette tipologie; discutere e proporre adeguate metodologie di intervento e strumenti di tutela; individuare orientamenti e politiche di sviluppo del territorio capaci di valorizzare lo straordinario patrimonio architettonico della tradizione costruttiva lessinica.

di Vincenzo Pavan

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6 aprile 2017

Design litico

New marble generation

La disponibilità sul mercato di nuove tecnologie di progettazione e lavorazione ha messo in evidenza le straordinarie opportunità di trasformare i materiali lapidei in artefatti complessi sotto il profilo tecnico e formale. In particolare si è resa manifesta la loro rispondenza a una progettazione assai sofisticata, potenzialmente in grado di realizzare con l’impiego delle sole macchine, e quindi con automatismo seriale, prodotti fino a oggi realizzati con sistemi meccanici di tipo artigianale. Attraverso l’ausilio dei sistemi digitali di nuova generazione è possibile applicare anche alla lavorazione dei materiali litici quelle funzioni tecniche (precisione, velocità esecutiva, riduzione degli scarti, ecc.) fondamentali per produrre serialmente oggetti d’uso formalmente complessi e raggiungere livelli di prestazione analoghi ad altri materiali più leggeri.
Attraverso la collaborazione tra designer, architetti di livello internazionale, aziende del settore lapideo e delle macchine di lavorazione, sono stati realizzati prototipi di design litico proiettati verso nuovi prodotti per il mercato e aperti a nuovi percorsi di ricerca e sperimentazione.

photogallery

Giorgio Canale / Cereser Marmi
Denis Santachiara / Paolo Costa
Philippe Nigro / Euro Porfidi
Setsu & Shinobu Ito / GDA Marmi & Graniti
Massimo Iosa Ghini / Grassi Pietre
Marco Piva / Helios Automazioni
Giuseppe Fallacara / MGI-Marmi e Graniti d’Italia Sicilmarmi
Paolo Ulian / Nikolaus Bagnara
Giuseppe Fallacara / Pimar
Marcello Morandini / Remuzzi Marmi Bergamo
Giorgio Canale / Tenax

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4 aprile 2017

News

Stone design for the future

Una importante questione dibattuta dalla critica nell’ultimo ventennio del ‘900 ha riguardato l’impiego della pietra nel design, in particolare la “corrispondenza” di questo materiale alle “esigenze” dei linguaggi contemporanei. Si intendeva con ciò mettere a fuoco, nel serrato confronto tra progettisti e aziende, l’incerto equilibrio tra sperimentalità degli autori e esigenze imprenditoriali per individuare uno spazio di reale sostenibilità del prodotto litico nel mercato del design contemporaneo.
A rendere complesso tale equilibrio concorreva l’intreccio di varie componenti: quelle relative al linguaggio dei prodotti, oscillante tra necessità funzionali e spinta continua all’innovazione formale, fino all’oggetto meramente estetico, e quelle concernenti le tecniche di lavorazione attestate prevalentemente su pratiche artigianali più che sulla applicazione di nuove tecnologie, per altro già in fase di rapida evoluzione con l’immissione nel mercato delle macchine a controllo numerico.
A distanza di pochi decenni i termini del dibattere sembrano decisamente mutati. Da un lato l’effettiva, profonda evoluzione della tecnologia, sia nelle fasi di progetto sia nei processi produttivi, che consente una eccezionale precisione e una velocità esecutiva senza precedenti, unita a una elevata ottimizzazione del materiale anche per progetti formalmente assai complessi.
Parallelamente si sta sviluppando una nuova sensibilità tra i progettisti i quali hanno captato le potenzialità offerte dai materiali litici, ma solo in parte acquisito una competenza sulla loro complessa natura, così come necessitano di una conoscenza più approfondita dei mezzi tecnici oggi in grado di trasformare l’oggetto di design da esclusivo artefatto artistico-artigianale in prodotto seriale di più ampio mercato, capace di entrare realmente nel quotidiano.

L’acquisizione di tale consapevolezza diventa necessaria per dare un senso nuovo al design litico e capovolgere la questione posta inizialmente, ossia interrogandoci sulla “corrispondenza” dei linguaggi del design contemporaneo alle “esigenze” di questi materiali. Dovremmo oggi ripensare il design litico come destinatario di un nuovo ruolo a livello del progetto, della produzione e del mercato, in una posizione effettivamente paritaria con oggetti d’uso e arredi prodotti con altri materiali della modernità.
Sulla verifica di questi concetti si basano le sperimentazioni di The Italian Stone Theatre di Marmomacc, edizione 2016. Ambientato nello spazio della Hall 1, l’evento è articolato in tre mostre che toccano i temi della applicazione delle nuove tecnologie al design di prodotto litico, della sua storia e evoluzione recente, e dell’apporto delle macchine nella ricerca di nuove qualità espressive dei materiali.
La prima, New Marble Generation, che riunisce designers, architetti e artisti nella progettazione di oggetti d’uso e complementi di arredo, indaga sulla possibilità di trasferire nel progetto litico le innovazioni di linguaggio formale a cui aspira il mondo del design. La realizzazione di prototipi ottenuti con l’ausilio di macchine di nuova generazione grazie anche all’abilità di trasformazione delle aziende impegnate in questa esperienza, sono mirati all’inserimento dei potenziali prodotti in un processo seriale, economicamente virtuoso e sostenibile.

Collegata a questa mostra è 50 Years of Living Marble, una rassegna storica di oggetti e complementi di design litico selezionati dalla ricca produzione di architetti e designer dagli anni ’60, dal Novecento ai giorni nostri per aziende italiane di design e di marmi. L’apporto di progettisti di grande rilievo contribuisce a tracciare un profilo sia pur sintetico di questo importante segmento culturale del Made in Italy, aiutando nel contempo la comprensione del processo evolutivo del design litico dalla fase di produzione artigianale alla presente, contrassegnata dall’avvento dello “scalpellino digitale”.
La terza mostra The Power of Stone ha come focus le potenzialità delle macchine e dei software di nuova generazione di elaborare i materiali lapidei in forme complesse con procedimenti totalmente meccanizzati. Contemporaneamente tale esperienza consente di verificare le performances e le problematicità di marmi e pietre sottoposti a processi di lavorazione assai elaborati, sviluppando in tal modo una verifica mirata delle proprietà e delle potenzialità dei diversi materiali litici.
Inserito negli spazi della Hall1, come ulteriore sperimentazione, il Ristorante d’Autore celebra il binomio pietra-cibo con il tema “Viaggio al centro della terra”, titolo allusivo al percorso iniziatico nel mondo della pietra e della creatività.

di Raffaello Galiotto e Vincenzo Pavan

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30 marzo 2017

News

Wallpaper* Handmade 2017

Pibamarmi sarà presente al prossimo Fuori Salone di Milano nello spazio Wallpaper* Handmade 2017.
In tale contesto, grazie al progetto curatoriale della rivista Wallpaper*, l’azienda esporrà un’installazione disegnata da Tino Seubert, dove l’acqua e il travertino saranno protagonisti assoluti per un’inedita esperienza sensoriale.

Wallpaper* Handmade 2017
Mediateca di Santa Teresa
Via della Moscova 28, Milano
4-9 aprile 2017

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23 marzo 2017

News

MARMO QUOTIDIANO
Concorso di design promosso da Pibamarmi

Per promuovere nuove sperimentazioni di design litico, finalizzate alla produzione di oggetti e complementi d’arredo, Pibamarmi bandisce un concorso di idee con scadenza 6 giugno 2017. Il bando è rivolto a due categorie di partecipanti. Una sezione ad inviti è dedicata alle proposte progettuali dei designer Francesco Dell’Aglio, Daniele Della Porta, Gianluca Gimini, Filippo Protasoni, Omri Revesz e Studio Lievito. Una seconda sezione, a partecipazione libera, è rivolta a giovani designer under 30.

La finalità del concorso è la progettazione di una collezione costituita da almeno quattro oggetti o complementi d’arredo in marmo o in pietra.
Le tipologie dei pezzi proposti potranno spaziare dai vasi, ai contenitori con coperchio, agli utensili da cucina; agli accessori da scrivania, per la riproduzione-amplificazione del suono o per l’ambiente bagno; alle lampade da tavolo, da sospensione o da parete; alle sedute e ai tavoli di dimensioni minime.
Gli elementi potranno includere componenti in metallo o in legno non preponderanti per dimensioni e impatto visivo rispetto alla loro configurazione complessiva.
Il concept della collezione dovrà privilegiare criteri di impiego consapevole dei materiali lapiei e di ottimizzazione dei processi produttivi.
La valutazione delle proposte considererà come valore aggiunto la presenza di oggetti multifunzionali, componibili o ad assetto variabile.
Ogni partecipante, inteso come singolo progettista o come gruppo di progettazione, potrà presentare il progetto di una sola collezione.

Scarica il bando

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9 marzo 2017

News

Il Posto giusto intervista Raffaello Galiotto

Il Posto giusto intervista Raffaello Galiotto from Material Design on Vimeo.

Lo scorso novembre, in uno studio dal sapore post-industriale costruito nel centro di produzione di Torino, sono iniziate le riprese di “Il Posto Giusto”, un programma di Rai3 per orientarsi nel mondo dell’occupazione e restare sempre informati sulle più recenti opportunità, realizzato in collaborazione con il Ministero del Lavoro, in onda tutte le domeniche alle 13.00, per 20 puntate.
Nella prima puntata, andata in onda il 20 novembre, si è parlato del marmo italiano, famoso in tutto il mondo, dei distretti produttivi e delle professionalità coinvolte. Per far luce sulle più recenti opportunità offerte dalle nuove tecnologie è stato invitato come esperto e persona di talento, il designer Raffaello Galiotto che ha portato nello studio televisivo alcune sue opere in marmo prodotte con tecnologia numerica senza apporto manuale. Durante la breve intervista si affrontano i temi della progettazione computerizzata, della riduzione dello scarto e delle nuove competenze e professionalità richieste dal settore lapideo.

Vai a GaliottoDesign

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2 marzo 2017

News

La forma e lo scarto
Sperimentazioni di design litico mediante taglio water jet

Università di Ferrara – Dipartimento di Architettura
Corso di laurea in Design del prodotto industriale
AA. 2016-2017

Secondo semestre, febbraio – maggio 2017
Durata del corso: 132 ore

Premessa
Il decorso evolutivo delle tecniche di lavorazione del materiale lapideo ha consentito nel tempo un lento ma progressivo alleggerimento dell’azione manuale dell’uomo sulla materia.
Così le lavorazioni tridimensionali “per levare” cioè che liberano la forma togliendo l’eccesso con operazioni percussive (martello e scalpello) e abrasive (raschiatura e lucidatura), e le lavorazioni bidimensionali per “separazione” (lama o filo) o “a spacco” per la produzione di lastre, sono state via via trasferite alle macchine: fresatrici, lucidatrici, a telaio mono o multilama e spacciatrici.
La recente introduzione della tecnologia digitale sta portando, anche nel settore lapideo, un cambiamento profondo che consente nuove modalità di lavorazione, sia in termini di precisione e ripetibilità che di forma. Il controllo delle movimentazioni su più assi, tipico di bracci robotizzati, è applicabile anche per le operazioni di taglio, che dalla bidimensionalità della lastra evolvono alla tridimensionalità.
Grazie alla progettazione computerizzata (CAD) e le lavorazioni automatiche (CAM) ci è consentito di prevedere e controllare con grande precisione ogni dettaglio della fase produttiva con la conseguente possibilità di ottimizzare le risorse.
Nell’ambito di una necessità, sempre maggiore, di riduzione dello scarto e d’impiego di risorse non rinnovabili saranno da preferire le tecniche che consentono di minimizzare il consumo di materia spostando il nostro interesse dalle lavorazioni “per levare” a quelle per “separazione”, che consentono la produzione di forme senza la frammentazione o polverizzazione della materia in eccesso.

Obiettivi formativi
Il corso è finalizzato a trasferire agli studenti del secondo anno di Design del Prodotto Industriale del Dipartimento di Architettura di Ferrara una consapevolezza critica sull’impiego dei materiali lapidei naturali e delle lavorazioni.
Contenuti centrali dell’offerta formativa sono: l’identificazione e l’interpretazione critica dei codici e dei linguaggi della contemporaneità con cui la pietra si presenta nell’architettura, nel design e negli arredi d’interni d’oggi. La conoscenza delle categorie fisiche e merceologiche dei materiali scelti per le esercitazioni, la loro rispondenza agli scopi e finalità a cui sono destinati i prodotti di design; la connessione tra diversi materiali e le nuove tecniche di progettazione informatizzata e relative potenzialità formali e funzionali; l’acquisizione di specifiche conoscenze di lavorazione attraverso la realizzazione di esperienze in laboratorio interno e in collaborazione con aziende partner dotate di tecnologia di taglio water jet; il progetto espositivo come fase integrata della progettazione-produzione nella comunicazione dei prodotti di design.

Prerequisiti
Oltre al superamento degli esami propedeutici si richiede l’abilità di veicolare le proprie idee tramite il disegno a mano e al computer. Occorrono capacità tecniche di disegno 2D, 3D e renderizzazione. Si richiede abilità nell’organizzare le idee in un sistema per poi tradurle in progetto tramite processo logico-analitico.

Contenuti del corso
Il corso è dedicato allo studio e al progetto tecnico-formale di elementi di design in pietra naturale prodotti con tecnologia di taglio water jet.
Sarà sperimentata la possibilità di lavorare i materiali con caratteristiche e proprietà fisico-meccaniche ed estetiche diverse per la realizzazione di prodotti finalizzati all’architettura, all’arredo e al design.
Obiettivo del corso è inoltre verificare la possibilità di ridurre lo scarto di materia elaborando progetti esplorativi mediante operazioni di separazione a taglio e la loro ricomposizione al fine di produrre elementi di design seriali secondo un processo industriale.

Metodi didattici
La didattica del corso si articola nelle seguenti fasi tra loro connesse.
1. Analisi delle proprietà dei materiali
La fase si impernia in una serie di lezioni frontali e ricerche sui materiali.
a. Geologia e caratteristiche dei materiali litici
Partendo dal ruolo dei materiali nell’architettura e nel design contemporanei, saranno approfondite le caratteristiche delle rocce dal punto di vista delle categorie geologiche, petrografiche e commerciali. In particolare verranno studiati i principali litotipi italiani e la loro applicazione nella tradizione e nella contemporaneità.
b. Caratteristiche fisico-meccaniche dei materiali complementari
2. La ricerca
L’applicazione della pietra e di altri materiali connessi nell’architettura e nel design contemporanei, sarà oggetto di ricerche specifiche individuali e di gruppo su opere scelte nella produzione di prestigiosi architetti e designers internazionali, che si concluderanno con la compilazione di documenti scritti e grafici.
3. Il progetto
Sulla base dei litotipi, dopo averne studiato le proprietà fisico-meccaniche e le potenzialità espressive e aver appreso le specificità tecniche di taglio water jet e le modalità di disegno dei percorsi di taglio tramite software, verranno individuate le tipologie di prodotto più consone (mobili, complementi di arredo, elementi architettonici, oggettistica ed accessori) alle caratteristiche dei materiali stessi e alla tecnologia impiegata con particolare attenzione alla riduzione dello scarto, avrà inizio l’attività progettuale dei gruppi di studenti.
4. Corso di Ergonomia
Il corso ha lo scopo di dare allo studente una visione complessiva delle due maggiori branche in cui si articola la disciplina al giorno d’oggi: l’ergonomia fisica e l’ergonomia cognitiva. Alle lezioni teoriche saranno affiancati workshops pratici in cui gli studenti lavoreranno in gruppo e svolgeranno esercitazioni su prodotti/ambienti fisici e prodotti/servizi digitali.
Si tratteranno poi in maniera trasversale temi comuni ad entrambe le branche: le affordances, l’usabilità, l’accessibilità, l’esperienza d’uso.
5. Atelier di progettazione
L’attività di progetto rappresenterà la parte centrale del corso e si svilupperà parte in aula, con revisioni continuative del corpo docente (preceduta e affiancata da comunicazioni dei docenti e dei visiting teacher), parte nel laboratorio interno, parte in visite guidate nelle aziende partner dotate di tecnologia water jet e con confronti con operatori specializzati di aziende del settore.
6. Corso 3D
Parallelamente sarà avviato un corso di progettazione 3D con software Evolve di Altair, mediante il quale si potranno generare superfici e percorsi di taglio da trasferire alle lavorazioni a controllo numerico.
7. Prototipazione
La fase finale del percorso progettuale consisterà nella realizzazione fisica di modelli e prototipi utilizzando la strumentazione water jet delle aziende parntner e le attrezzature di cui è dotato il laboratorio modelli dell’Università. L’insieme degli elaborati finali (disegni, modelli, video) saranno esposti a conclusione del corso in una mostra aperta al pubblico negli spazi di Palazzo Tassoni e successivamente a Marmomacc (Mostra Internazionale di pietre, design e tecnologie) nella Fiera di Verona insieme ai prototipi realizzati dalle aziende.

Modalità di verifica dell’apprendimento
La verifica avverrà attraverso la valutazione delle fasi in cui si articola il percorso didattico degli studenti.
La prima riguarda l’indagine e la ricerca sulle applicazioni dei materiali, e sarà consegnata nella forma di book formato A4.
La seconda riguarderà il progetto assegnato a ciascun studente o gruppo e sarà sviluppata nella forma di tre tavole di elaborati grafici di formato cm. 70×100 e nella produzione di modelli e prototipi realizzati in laboratorio o presso aziende.
Concorreranno alla valutazione finale anche la partecipazione al corso 3D e ai colloqui parziali e finale.

Testi di riferimento
Francesco Rodolico, Le pietre delle città d’Italia, Firenze, Le Monnier, 1952, pp. 501;
Raniero Gnoli, Marmora romana, Roma, Edizioni Dell’Elefante, 1971, pp. 289;
Giorgio Blanco, Dizionario dell’architettura di pietra, vol. 1, Roma, Carocci, 1999, pp. 300;
David Dernie, New stone architecture, Londra, Laurence King, 2003, pp. 240;
Alfonso Acocella, L’architettura di pietra. Antichi e nuovi magisteri costruttivi, Lucca-Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 623;
Piero Primavori, Il Primavori. Lessico del settore lapideo, Verona, Zusi, 2004, pp. 415;
Alfonso Acocella, Stone architecture. Ancient and modern construction skills, Milano, Skira, 2006, pp. 623;
Francesco Girasante, Domenico Potenza (a cura di), Dalla pietra all’architettura, Foggia, Claudio Granzi, 2006, pp. 119;
Giuseppe Fallacara, Verso una progettazione stereotomica. Towards a stereotomic design, Roma, Aracne, 2007, pp. 187;
Giorgio Blanco, Manuale di progettazione. Marmi e pietre, Roma, Mancosu, 2008, pp. 1140;
Vincenzo Pavan (a cura di), Litico, etico, estetico, Milano, Motta, 2009, pp. 157;
Christian R. Pongratz, Maria Rita Perbellini, Cyber stone. Innovazioni digitali sulla pietra, Roma, Edilstampa, 2009, pp. 94;
Alfonso Acocella, Davide Turrini (a cura di), Travertino di Siena. Sienese travertine, Firenze, Alinea, 2010, pp. 303;
Carlo A. Garzonio, Franco Montanari, Maria C. Torricelli, Pietra Serena. Qualità del prodotto e sostenibilità ambientale, Melfi, Librìa, 2010, pp. 93;
Christina Conti, Progettare con le pietre arenarie. Materiali, tecniche, architettura, Sant’Arcangelo di Romagna, Maggioli, 2011, pp. 164;
Vincenzo Pavan (a cura di), Glocal stone, San Giovanni Lupatoto, Arsenale, 2011, pp. 159.
Donald Norman, La caffettiera del masochista, Giunti, Firenze, 1990
Donald Norman, Living with Complexity, MIT Press, 2010
Francesco di Nocera, Ergonomia Cognitiva, Carocci, 2011
Veronica Dal Buono, Raffaello Galiotto. Design digitale e materialità litica, Melfi, Libra, 2012, pp. 112.

CORPO DOCENTE
Raffaello Galiotto
Vincenzo Pavan
Laura Boffi
Carmela Vaccaro
Carlo Trevisani

BRAND PARTNERS
Prussiani Engineering
Altair, software Evolve
www.architetturadipietra.it

Il website www.architetturadipietra.it, ideato e promosso da docenti del Corso, fungerà da agenda e da spazio di social networking per le attività didattiche. In esso saranno annunciate e documentate lezioni, conferenze, revisioni e visite di studio.

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