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8 luglio 2017

Citazioni

Pensare in pietra

Vorrei che considerassimo la pietra un materiale che, al pari di altri, consegue bellezza nel dispiegarsi dell’attività costruttiva tra concetto e regole dell’arte.
Pensare in pietra. Ma formulare un pensiero con chiarezza e precisione che muovono dalla padronanza di grammatica e sintassi, e con toni e timbri che derivano dall’impiego sapiente di un vasto strumentario.
Farsi alunni del linguaggio delle pietre, che affonda nel corpo di una tradizione millenaria, tanto ideale quanto tecnica.
Molto ha pensato in pietra il mondo antico, tutto impietrando, in una febbrile attività che – riflesso di un’aspirazione all’eterno – tendeva a conferire al deperibile e al transitorio solidità e durata.
Due i concetti guida: trasformazione e trasferimento – metamorfosi e metafora.
Violenta è l’azione che esercitiamo sulla natura quando trasformiamo un banco roccioso in materiale da costruzione.
I blocchi squadrati poco conservano del masso naturale: né la complessità originaria dell’aggregazione, né gli effetti superficiali dell’azione del tempo – ossidazioni, erosioni, dilavamenti, concrezioni, muschi – che anzi vengono accuratamente eliminati, come difetti, nella prima scelta dei materiali.
Un blocco di pietra fresco di cava è la drastica riduzione dell’ordine naturale – violato – a un ordine umano, dominato da un pensiero astratto.
V’è poi l’azione del trasferimento dei blocchi dal sito della cava a quello del cantiere, dove essi, al termine di un breve o lungo viaggio, giacciono alfine senza ordine a piè d’opera, in attesa di ricevere, nell’edificio, la configurazione che il progetto ha predisposto.
La sfida dell’architettura è mettere in moto su questa materia umanizzata una nuova azione del tempo, calcolata nei suoi effetti con precisione, eppure soggetta agli imprevedibili umori meteorici.
La distanza che riusciamo a distendere tra edificio e cava contribuisce a conferire all’opera quella profondità temporale che tanto conta nel nostro lavoro.
V’è poi altro trasferimento, il trasferimento di relazioni da un sistema materiale – e costruttivo – ad un altro.
I costruttori greci trasferirono nella durezza del calcare o del marmo dei loro templi l’elastica consistenza del legno di fusti travi assi chiodi dei primitivi edifici e – con la materia – i nessi sintattici e grammaticali, in un autentico tour de force della metafora.
E, prima di loro, i costruttori egizi avevano trasferito nella durezza del porfido o del granito dei loro ipostili la tenera consistenza di fasci di giunchi – ingigantendoli a dismisura. Commovente intenzione, forse, di dare forma durevole, per il mezzo di pietre cavate e trasportate da remoti altipiani, al caduco mondo acquatico del Delta.
E poteva accadere che il Nilo, inondando periodicamente la piana – e i resti di quegli ipostili -donasse l’immagine di giganteschi fasci di giunchi e papiri impietrati realmente nascenti dalle acque. Se questi furono i concetti originari, il linguaggio delle pietre andava assumendo, nel tempo, ricchezza e varietà di toni e timbri con la messa a punto di un vasto strumentario per il taglio e la lavorazione di assetti e di faccia-vista.
Quando la febbre costruttiva dell’Ordine Cistercense si andò diffondendo, nove secoli fa, nell’intera Europa, ben centocinquanta strumenti erano nella disponibilità di quei monaci costruttori per conferire alle pietre dolcezza o brutalità, per rivelare le infinite modulazioni della luce dei giorni e delle stagioni che trascorreva – e trascorre – sui muri e sulle membrature delle loro mille abbazie.
In tempi di risorse limitatissime, di una vita materiale austera, si riteneva irrinunciabile tanta ricchezza di strumenti per far cantare le pietre, per dare al pensiero espressione poetica.
Oggi quello strumentario si va impoverendo in maniera indecente e, con esso, il linguaggio che ci possa consentire di esprimere in pietra compiutamente il nostro pensiero.
L’architettura cede al design.

di Francesco Venezia

Rieditazione tratta da Il senso della materia, a cura di Vincenzo Pavan pubblicato da Marmomacc

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17 giugno 2017

Opere di Architettura

Muraglia Nazarí nell’Alto Albaicín
Antonio Jiménez Torrecillas
Granada, Spagna, 2003-2006

Perfettamente visibile dall’Alhambra, il braccio nord della muraglia Nazarí, che ingloba nella città storica l’antico borgo di Albaicín, presentava una breccia di circa quaranta metri, originata da un terremoto che colpì Granada a metà del secolo XIX. Divenuta con il tempo un sito degradato la breccia necessitava di una ricucitura e di un’opera di risanamento generale. Con l’intento di ristabilire la continuità fisica della linea delle mura e recuperare gli spazi intorno, il nuovo muro si stende, come un velo, sulla porzione scomparsa. Addossato al manufatto storico, se ne distanzia quanto basta per evitare il contatto con il Monumento e garantire così la conservazione dei suoi volumi e delle fondamenta originali.
Il principio base di questo intervento è stato il concetto di “solido ammissibile”, seguito magistralmente da Leopoldo Torres Balbás. Esso prevede che, quando in un edificio d’interesse culturale risultano mancanti delle parti, queste si possono ricostruire limitando l’intervento a elementi volumetrici o geometrici che recuperino la continuità visiva originaria, senza però cadere nel falso storico. La ricostruzione per anastilosi del frammento crollato era inoltre resa impossibile a causa della particolare tipologia costruttiva della fabbrica originale, il tapial calicastrado.


Veduta della Muraglia al tramonto

Il tapial è una tecnica costruttiva tradizionale di largo uso nella penisola iberica, che consiste nella costruzione per strati successivi di muratura costituita da una miscela di terra, di differente composizione e granulometria e altri componenti, battuta all’interno di casseforme. Una tecnica quindi difficilmente compatibile con i principi di intervento.
Chiarita la linea di intervento, ossia un nuovo segmento di muro realizzato con tecniche e materiali diversi su un tracciato parallelo ma leggermente spostato rispetto alla linea della Muraglia, si è cercato un materiale e un sistema costruttivo adeguato. La ricerca di materiali lapidei ha fornito la fonte ispirativa del progetto. L’idea di un muro “poroso” è nata dalla osservazione del sistema di accatastamento delle lastre di pietra sottile tagliate a spessore regolare ma di diversa dimensione utilizzato in un laboratorio di materiali lapidei visitato dall’autore. Sulla superficie dell’impilamento si erano formati dei “vacui” che, rompendo l’impermeabilità della parete, permettevano di vedere dall’altra parte. Questa particolare visibilità si accordava con l’idea adottata di un doppio muro parallelo eretto lungo i 40 metri di breccia, formante uno stretto percorso di collegamento tra esterno e interno della città storica.


Accostamento del nuovo muro di granito Rosa Porriño con il vecchio muro di tapial

Per la costruzione del nuovo tratto di muraglia la scelta del materiale è caduta sul Granito Rosa Porriño, proveniente dalle cave di Pontevedra in Galizia. Si è scelto questo granito perchè la sua granulometria e i toni si armonizzano con gli ocra, i rossicci e le striature del tapial impiegato per la costruzione della muraglia.
Si sono scelte, per motivi economici, lastre spesse cm.3 e lunghezze fisse (in quattro misure di cm.18-30-60-90) appoggiate su una fondazione di cemento. Il disegno si sviluppa su un modulo di m. 25.
Anche se all’apparenza la disseminazione dei vuoti sulle due murature lapidee sembra casuale, in realtà l’irregolarità è guidata da un preciso disegno di progetto che compone le quattro misure delle lastre in moduli che si sovrappongono formando una texture dove la posizione delle forature è sempre diversa. L’altezza del muro è di m. 4.15 e lo spazio tra le due pareti è chiuso in alto da un soffitto di lastre appoggiate di cm 130×60x3. Le lastre impilate sono fissate tra loro con uno strato di resina epossidica ad alta resistenza con spessore di appena un millimetro: si elimina così la presenza delle fughe e l’apparenza di costruzione consolidata, di fabbrica.
Si è cercato di dare la sensazione di materiale impilato, semplicemente sovrapposto, al fine di sottolineare ancor più, se possibile, il carattere permanente e storico del Monumento.
Parallelo al muro, sul lato interno alla città storica, è stato affiancato un percorso che risale a gradoni il pendio attraverso una rampa scalinata realizzata con lastre di Granito Azul Extremadura proveniente dalla provincia di Cáceres.


Veduta dell’interno

Titolo dell’opera: Muraglia Nazarí nell’Alto Albaicín
Indirizzo: Ermita de San Miguel Alto, Albaicín Alto, Granada
Data di progettazione: 2003-2004
Data di realizzazione: 2004-2006
Committente: Fundación Albaicín, Granada
Progettazione: Antonio Jiménez Torrecillas, Granada, Spagna
Project team: Maria Jesús Conde Sánchez, Miguel Ángel Ramos Puertollano, Michele Panella, Alberto García Moreno, David Arredondo Garrido, Michele Loiacono, Miguel Dumont Mingorance, Miguel Rodriguez López, Gustavo Romera Clavero, Erwan Blanchard, Maylis Vignau
Ricerca e consulenze al progetto: Nicolás Torices Abarca (Storico dell’arte), Emilia García Martínez (Geografo), Carlos Misó Esclapés (Scultore)
Direzione lavori: Amaya Navarro Oteiza
Strutture: Manuel Guzmán Castaños
Impresa di costruzione: Entorno y Vegetación S.A., Madrid, Spagna
Materiali lapidei utilizzati: Granito Rosa Porriño; cava di Porriño-Mas (provincia di Pontevedra, Galizia) (Muro) Granito Azul Extremadura; cava di Salvatierra de Santiago (provincia di Cáceres, Extremadura) (Scale)
Fornitura pietra: Granitos Deogracias, Badajoz, Spagna
Installazione pietra: Entorno y Vegetación S.A.

Per una documentazione completa dell’opera in italiano e inglese Download PDF

Rieditazione tratta da Il senso della materia, a cura di Vincenzo Pavan pubblicato da Marmomacc

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6 giugno 2017

News

White Carrara Downtown

Dal 10 al 18 giugno Carrara si aprirà per tutti i visitatori e sarà occasione di forte impatto emotivo, racconto di aziende, di storie incredibili fatte di uomini, di passioni, di lavoro, di prodotti, di design. Attraverso tour con un menu di percorsi da scegliere il visitatore potrà conoscere le unicità di una delle città più affascinanti d’Italia alla scoperta di un raffinato centro storico dove gustare anche prelibate specialità locali e assistere a concerti, spettacoli e eventi diversi ogni sera.
Percorsi d’arte, laboratori aperti al pubblico, escursioni alle cave, spettacoli, concerti, scultura all’aperto, enogastronomia ma anche business, in un’ampia gamma di opportunità a disposizione di visitatori e professionisti del settore.
Un’occasione unica per i visitatori che saranno i protagonisti di questo “evento per tutti i gusti del marmo”.
White Carrara Downtown sarà una manifestazione contraddistinta da un ricco calendario di appuntamenti a carattere artistico e di intrattenimento, ma includerà anche da una parte molto business: IMM/CarraraFiere ha infatti invitato all’evento decine di operatori internazionali, per mettere concretamente a sistema la rete di cooperazione tra cave e imprese con l’organizzazione di OPEN-DAY in azienda e in cava, oltre che attraverso incontri con buyer altamente qualificati. Saranno infatti organizzati due importati workshop B2B – il primo con focus sulle aziende del marmo e il secondo sul settore delle tecnologie – per dare la possibilità alle aziende partecipanti all’iniziativa di avviare nuovi contatti commerciali.

White Carrara Downtown rappresenta il secondo passaggio nel contesto del progetto di “4 volte marmo” l’articolata iniziativa promozionale messa in campo nell’anno di passaggio fra le due edizioni della fiera CarraraMarmotec; oltre a rivolgersi ai professionisti del settore lapideo l’evento offrirà a tutti i visitatori l’opportunità di conoscere la città e il suo territorio da molteplici punti di vista, assecondando interessi e passioni diverse, grazie alla vasta gamma di iniziative previste.

Guarda il programma completo della rassegna

Vai a White Carrara Downtown

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30 maggio 2017

Buone pratiche

RESISTENZA ALLO SCIVOLAMENTO: INFORMATIVA SULLE NORME DI RIFERIMENTO E I METODI DI PROVA IV parte

Per concludere, alcune considerazioni che si rifanno alle specifiche tecniche riferite a pavimentazioni stradali ed aeroportuali.
La struttura della norma medesima (molto descrittiva e priva di specifiche precise e puntuali) sembra suggerire che gli studi relativi all’aderenza in strada siano ben lungi dall’essere arrivati al capolinea, e che necessitino di essere approfonditi in maniera molto attenta prima che tale specifica tecnica possa essere armonizzata in una vera e propria norma europea.

UNI CEN/TS 13036-2 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali – Metodi di prova – Parte 2: Valutazione dell’aderenza della pavimentazione stradale attraverso l’utilizzo di sistemi di misurazione dinamici
Questa specifica tecnica definisce un processo per confrontare le misure di aderenza effettuate con svariati dispositivi, così come elencati in CEN/TS 15901 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali, da Parte 1 a Parte 10. Attraverso la combinazione delle misure di aderenza convenzionale e di tessitura, effettuate dai singoli dispositivi, consente di esprimere la misura di aderenza effettuata dai differenti metodi dinamici in una scala comune, chiamata Indice di Aderenza, o SRI, dall’inglese Skid Resistance Value.
Questa specifica tecnica definisce i fattori che caratterizzano la skid resistance, ovvero l’attrito di una superficie stradale. Questi fattori sono:
- proprietà fisiche del dispositivo di misurazione dell’attrito: la pressione di contatto, l’area di contatto, il pattern e la composizione della gomma della ruota o del pattino;
- velocità di scorrimento della ruota/pattino sulla superficie e velocità del veicolo;
- condizioni della superficie, es: bagnata, umida o asciutta, pulita o contaminata, temperatura dell’acqua e dell’aria;
- texture superficiali della superficie stradale, es: microtessiture o macrotessiture della superficie.

Per microtessiture si intendono quelle irregolarità di una superficie, ovvero quelle deviazioni dalla planarità, inferiori a 0,5 mm. Queste microtessiture superficiali influiscono in modo particolare sulle misurazioni dell’attrito eseguito da dispositivi a bassa velocità, che sono infatti in grado di registrarle. Tali microtessiture aumentano la rugosità della superficie, di conseguenza ne aumentano l’attrito.
Per macrotessiture si intendono quelle irregolarità della superficie, ovvero quelle deviazioni dalla planarità, comprese tra 0,5 e 50 mm. Queste macrotessiture sono registrate sia da dispositivi a bassa velocità sia da dispositivi ad alta velocità.

In Nota 2 del punto 3.2.3 – dove si definisce il termine “skid resistance”, si evidenzia come l’attrito di una superficie stradale (skid resistance appunto) possa variare stagionalmente in Europa. In genere, la skid resistance – in condizioni bagnate – appare più alta in inverno, a causa della presenza di detrito bagnato unitamente all’effetto del ghiaccio e del consumo delle ruote. La skid resistance – sempre in condizioni bagnate – è minore in estate, quando le gomme sono asciutte e sulle strade è presente detrito fine.
In Nota 3, si sottolinea che variazioni nella skid resistance di una superficie trafficata dipendono dall’intensità del traffico e dalla composizione del traffico stesso, ad esempio macchine, corriere, veicoli commerciali di diversa taglia e peso, e dalle gomme di questi veicoli, che possono essere poco o molto consumate e che, di conseguenza, possono consumare in modo diverso la superficie stradale. Anche la geometria della strada può influire sulla skid resistance. In genere, le gomme si consumano meno su strade diritte e maggiormente su strade curve.
In Nota 4, si specifica che quando la superficie stradale è protetta da uno strato di materiale legante (come ad esempio bitume, resine, o cementi Portland) la skid resistance varierà in funzione del progressivo consumo del rivestimento da parte delle ruote dei veicoli.
In Nota 5 si ricorda che la skid resistance è una particolare caratteristica dell’attrito. I dispositivi in grado di misurare tale caratteristica si riconoscono come misuratori di skid resistance o attrito.
Essendo una proprietà intrinseca della superficie, la skid resistance dovrebbe essere (idealmente) indipendente dalla velocità, dal tipo di dispositivo usato e dal metodo di acquisizione utilizzato. Tuttavia, la pratica ha dimostrato che non è esattamente così: come elencato all’inizio di questo capitoletto, la skid resistance di fatto dipende anche dalle proprietà fisiche del dispositivo di misurazione. Al momento, dunque, non esistono dispositivi in grado di misurare direttamente la reale skid resistance. Per tale motivo, questa specifica tecnica fornisce una formula per determinare una stima della skid resistance (SRI, Skid Resistance Index).
Questa formula per calcolare l’SRI tiene conto non solo dell’attrito, ma anche delle macrotessiture della superficie. Per stimare l’SRI, l’attrito misurato con un dispositivo è combinato con i dati sulle macrotessiture e con delle costanti pre-determinate tenendo conto dei dispositivi maggiormente usati in Europa (quelli elencati in CEN/TS 15901-1; -10), il tutto normalizzato per una certa velocita di scivolamento.

Esistono tre tipi di calibrazione per ottenere la stima dell’SRI:
- Tipo 1: quando si confrontano due dispositivi standardizzati (cioè elencati in CEN/TS 15901). Questo tipo di calibrazione è utile per mantenere aggiornata la stima dell’SRI.
- Tipo 2: quando si confronta un dispositivo non-standardizzato (cioè non elencato in CEN/TS 15901) ad uno standardizzato. Questa calibrazione è utile per includere nuovi dispositivi alla lista utilizzata per la stima dell’SRI (la CEN/TS 15901).
- Tipo 3: quando si confrontano dispositivi non standardizzati con uno standardizzato della stessa casa produttrice. In questo modo è possibile stimare la SRI senza aggiungere nuovi dispositivi alla lista di quelli standardizzati.

Nel caso si considerino i risultati ottenuti con più dispositivi, è possibile ricorrere ad una combinazione di questi tre tipi di calibrazione.
In particolare, tutti i dispositivi standardizzati dovrebbero essere calibrati secondo Tipo 1 ogni due anni, la calibrazione infatti ha una validità complessiva di 26 mesi. Tutti i dispositivi non standardizzati dovrebbero essere calibrati ogni anno, per una validità complessiva di 14 mesi.

UNI CEN/TS 15901 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali
Qui di seguito si riporta la lista delle strumentazioni elencate dalla specifica tecnica nelle sue 10 Parti, in lingua originale (inglese):
1. CEN/TS 15901-1 Road and airfield surface characteristics – Part 1: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface using a device with longitudinal fixed slip ratio (LFCS): RoadSTAR
2. CEN/TS 15901-2 Road and airfield surface characteristics – Part 2: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface using a device with longitudinal controlled slip (LFCRNL): ROAR (Road Analyser and Recorder of Norsemeter)
3. CEN/TS 15901-3 Road and airfield surface characteristics – Part 3: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface using a device with longitudinal controlled slip (LFCA): The ADHERA
4. CEN/TS 15901-4 Road and airfield surface characteristics – Part 4: Procedure for determining the skid resistance of pavements using a device with longitudinal controlled slip (LFCT): Tatra Runway Tester (TRT)
5. CEN/TS 15901-5 Road and airfield surface characteristics – Part 5: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface using a device with longitudinal controlled skip (LFCRDK): ROAR (Road Analyser and Recorder of Norsemeter)
6. CEN/TS 15901-6 Road and airfield surface characteristics – Part 6: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface by measurement of the sideway force coefficient (SFCS): SCRIM®
7. CEN/TS 15901-7 Road and airfield surface characteristics – Part 7: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface using a device with longitudinal fixed slip ratio (LFCG): the GripTester®
8. CEN/TS 15901-8 Road and airfield surface characteristics – Part 8: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface by measurement of the sideway-force coefficient (SFCD): SKM
9. CEN/TS 15901-9 Road and airfield surface characteristics – Part 9: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface by measurement of the longitudinal friction coefficient (LFCD): DWWNL skid resistance trailer
10. CEN/TS 15901-10 Road and airfield surface characteristics – Part 10: Procedure for determining the skid resistance of a pavement surface using a device with longitudinal block measurement (LFCSK): the Skiddometer BV-8

A.M. Ferrari*; M. Zaffani**
* geologo forense
** dott.ssa in Geologia e Geologia Tecnica, PhD in Scienze della Terra
Leggi la prima parte
Leggi la seconda parte
Leggi la terza parte

Bibliografia
UNI CEN/TS 13036-2 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali – Metodi di prova – Parte 2: Valutazione dell’aderenza della pavimentazione stradale attraverso l’utilizzo di sistemi di misurazione dinamici
UNI CEN/TS 15901 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali

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23 maggio 2017

Paesaggi di Pietra

STONE LEAVING, vivere nella pietra.


…all’ingresso della contrada una scritta ogni anno più sbiadita…

Casarole. Storie di case e di vita di centinaia, migliaia di anni fa.
C’era una volta, tanto tanto tempo fa, una piccola contrada ai piedi del monte Corno, nella propaggine occidentale del tavolato lessineo, a Nord della odierna Verona. Una manciata di casupole adagiate come le perle di una collana sgranata a ridosso delle pareti a strapiombo che si affacciano sulla Val d’Adige. C’era una volta, è proprio il caso di dire, anche perché fino a pochi anni fa la contrada era praticamente disabitata. Ma come accade talora nelle fiabe, per qualche strana alchimia le cose cambiano e prendono strade diverse. Casarole, quasi come quella famosa principessa dormiente, si è risvegliata. Prima grazie ad Elio, professore di liceo che ha deciso di trasferirsi a vivere in quest’angolo di paradiso, poi grazie ad Aldo, Roberto ed Elena che con una serie di strampalati speleologi hanno iniziato a coccolare questa piccola area della Lessinia grazie alla loro metodica e compulsiva ricerca di grotte (di cos’altro volete che vivano degli speleologi?) anche in virtù del fatto che a pochi chilometri in linea d’aria si apre l’immane Preta:“l’Abisso”, una delle grotte più importanti d’Italia. Gli effetti collaterali di questa ricerca spasmodica sono stati inattesi e spettacolari, perché hanno permesso di riportare alla vita piccoli gioielli di una edilizia dei secoli passati dove la pietra era ancora, e realmente, l’alfa e l’omega della vita rurale, ma aprendo anche, inaspettatamente, le porte di un passato talmente lontano in cui la pietra non era ancora lavorata, se non in minimi casi, per poterla viverla, ma era abitata così come era sfruttandone anfratti, pertugi, macroporosità. Un modo di vivere duro, faticoso, fatto di sofferta quotidianità all’alba della nostra storia evolutiva.


Ubicazione di Casarole Clicca per ingrandire

Casarole ha tutte le carte in regola per farci capire, immaginare, provare, come nel tempo siano cambiati gli stili, gli obiettivi, le necessità e le scelte strategiche di chi si doveva scegliere un posto riparato dove vivere; dove creare “casa”.
Questa contrada è lontana da tutto: dalla pianura padana e dalla Val d’Adige, centinaia di metri giù in basso, abbarbicata come è sulle alte pareti che la ospitano. Ai nostri giorni fa fatica ad avere appeal per la gente comune: nessun bar, nessun negozio, una sofferta strada sterrata e per chi va a cercare grotte ed anfratti, la necessità di avere corde ed imbraghi per muoversi per riportare agli antichi splendori vecchi sentieri ormai rinselvatichiti da una natura spettacolare e irriverente della nostra incapacità gestionali della sua forza. Eppure, a conferma di questa titanica e storica lotta uomo – natura, appena si arriva in questo glomerulo di case, ecco che appare piccola, irrispettosa, defilata dalla vista al punto da apparire come una splendida scoperta, una piccola cava di pietra della lessinia.
Questo materiale, ancor oggi cavato e proficuamente utilizzato nel mondo ( come non ricordare la sinagoga Cymbalista di Tel Aviv del Mario Botta realizzata proprio con questa pietra) è un materiale lastrolare con spessori variabili tra 4-5 fino a circa 40 centimetri, aspetto questo indubbiamente interessante in quanto, come è intuitivamente capibile, consente la lavorazione delle singole lastre con il loro unico dimensionamento lungo il perimetro dell’oggetto da usare senza necessità di spessorarlo. La lastra dimensionata può essere poi usata direttamente senza nessun altro tipo di rifinitura, agevolando e riducendo i tempi di lavorazione e rifinitura.


Tel Aviv – Cymbalista synagogue progettata da Mario Botta in Pietra di Prun

Risultato? Un aspetto assolutamente particolare ed affascinante. Spiegare quanto è ed è stata importante questa pietra per la gente dei Lessini è difficile e comunque riduttivo. Forse non è eccessivo affermare che questa pietra è stata per l’altopiano quello che può significare una barca per un abitante di un’isola: libertà. Libertà di realizzare qualsiasi cosa la mente possa elaborare: case, muri, tetti, pavimenti, scale, pali per le vigne, arnie, vasche per il verderame, lavandini, divisori si proprietà… Bastava un piccolo affioramento di questa spettacolare pietra per consentire la nascita, fin dai secoli passati, di piccoli centri abitati.


La contrada di Casarole. Nulla è lasciato al caso, e tutto è realizzato in pietra

Bene, proprio qui a Casarole potremmo essere paghi di quello che si scopre ammirando la pietra, costituente praticamente unico di queste case un tempo ad un passo dall’oblio edilizio, ed invece….. quello che dovrebbe profumare di antico e passato si palesa, ad un attonito osservatore, in un quasi futuro, una avanguardia costruttiva rispetto la storia umana del passato più antico che proprio dai boschi attorno alla contrada fanno capolino a chi li sa guardare. Attorno a Casarole, infatti sono in fase di censimento e di studio geologico da parte dello strampalato gruppo di speleologi tutta una serie di covoli, ripari e grotte.


All’ingresso della contrada, una croce in pietra. Correva l’anno 1884…. Sempre in pietra anche la struttura delle arnie. Le strade sterrate sono confinate tra muretti in pietra di fogge diverse, ma rigorosamente in pietra.

All’inizio del secolo scorso una serie di importanti scoperte archeologiche ha confermato che forse proprio in questa zona gli abitanti del paleolitico superiore risalivano la val d’Adige per venire a scambiare merci e a rifornirsi di selci, “la” pietra dei nostri antenati. E sembra che proprio da queste aree a nord di Verona provenissero le selci migliori che seguivano tracce commerciali fin fuori dell’odierna Italia.


Una delle scritte ancora non decifrate nel Covolo noto come Coal dei Camerini. (foto Soresini)

Proprio attorno a Casarole, nel secolo passato, studi e importanti lavori archeologici hanno dimostrato che alcuni dei covoli furono abitati dai nostri progenitori, e la loro presenza è stata segnalata da emozionanti tracce di vita quotidiana: selci, laminatoi, pics, tranchets, nuclei di selce approfonditamente studiati da importanti archeologi italiani ed inglesi (alcuni pezzi provenienti da questa zona sono ora esposti anche al British Museum), ma anche cocci risalenti all’ultimo periodo del paleolitico, ceramica invetriata del medioevo, a riprova che questi ripari sono stati usati dall’uomo per secoli sedimentando nel loro interno tracce fisiche e emozioni in un sedime di quotidianità dura ma evidentemente vissuta per molto tempo, a conferma dell’importanza geografica di questo minuscolo puntino sulla carta geografica. Di qui, si narra, passavano i briganti, i disertori, i contrabbandieri, ma anche chi fuggiva dal terrore di una guerra orribile si nascondeva tra queste pareti in attesa che l’umanità recuperasse un briciolo di saggezza che sembrava allora persa per sempre. Ma si racconta anche della Ginepra, una contadina, forse una “striossa”, che sembra scendesse di notte fino in val d’Adige centinaia di metri più in basso lungo sentieri pericolosi in fuga dei finanzieri per andare a vendere i formaggi che produceva, mentre lungo il suo ritorno caricava la gerla di “sabbion”, sabbia grossolana che veniva usata per lavare. Storie di persone, leggende forse, delle quali ogni tanto la terra e i covoli centellinano qualche flebile traccia.


Il covolo di Semalo. Imponente il suo ingresso molto spesso parzialmente mascherato da una cascatella.
Un’alta concentrazione di covoli in una area estremamente limitata e per questo chiamati i “Condomini”.
(foto Soresini)

E proprio la ricerca congiunta tra speleologi veronesi, mantovani ed emiliani di questi ultimi mesi, ovviamente alla ricerca di una nuova grotta che sia più grande e profonda della vicina Preta, ha portato alla luce proprio attorno Casarole, in una area di circa 2-3 chilometri, più di 90 covoli. E così quella che pochi anni fa sembrava una piccola contrada disabitata e ormai quasi completamente rinaturalizzata, si presenta ora sotto una nuova luce. Forse non abbiamo ben compreso quale era la sua reale importanza! Forse era più che una piccola zona dove vivevano pochi esseri umani! Tre castellieri nell’intorno di qualche chilometro e la presenza di un così grande numero di covoli potenzialmente vivibili (ovviamente senza camere con bagno, ma talora con viste da mozzare il fiato) potrebbero forse far pensare ad una cittadina vera e propria sgranata lungo le pareti dei Calcari Grigi che affiorano sotto il Rosso Verona, in questa località. E sarebbe proprio bello se a queste ricerche speleologiche si potessero associare anche quegli studi antropologici ed archeologici purtroppo abbandonati nel secolo scorso. Sì sarebbe proprio bello se oltre a trovare un abisso si trovasse il modo di andare in profondità nella nostra storia!

di Anna Maria Ferrari
Foto: Ferrari o, ove indicato, foto Soresini; foto 3 tratta da internet


La vasca del verderame in lastame.

Anche per i tetti la pietra era l’unico materiale che poteva essere utilizzato a casua della difficile reperibilità e dell’alto costo di soluzioni alternative.

Bibliografia
ARANGUREN B., FERRARI A.M., REVEDIN A., RIODA V., SIGNORI G., SOZZI M., (2003). Alcune considerazioni sulla provenienza marchigiana delle selci del sito del Bilancino (Firenze, Toscana) sulla base del confronto dei dati geochimici. Atti Riunione Scientifica IIPP. Marche, 2003
BENATI M., POLINARI D., RIDOLFI G., SALZANI L. (2013) – Il villaggio dell’età del Ferro di Monte Loffa – sta in La Lessinia – ieri oggi domani quaderno culturale n.36 (2013) La Grafica, Vago di Lavagno (VR)
BUCCINO A., BOCCI A., DE FRANCESCO A., FERRARI A.M., LONGO L PETRUZZIELLO A., RIODA V. & SIGNORI G., (2004) – Flint row material and ominide procurement strategies during Pleistocene. The test case of the Lessini Mountains (Verona, Italy) Atti del 32° Congresso Intenzionale di Geologia – Firenze 2004
CANDELATO F, FERRARI A.M., ISOTTA L. C., LONGO L., PETRUZZIELLO A., RIODA V. E SIGNORI G., (2003). Approccio integrato per la determinazione della provenienza della materia prima nella preistoria veronese. Il caso della selce. “Atti del 7 Congresso ASITA”, Verona 2003, pp. 561-566.
CHELIDONIO G. (1999) – Selci “strane” e “futuro archeologico”: falsi, simulazioni commerciali o sperimentazioni educative?. – sta in Annuario Storico della Valpolicella 1998-1999 – La Grafica di Vago di Lavagno (VR)
CHELIDONIO G. (2000) – Folènde per 300 mila anni a Fosse (Sant’Anna d’Alfaedo): nuovi rinvenimenti e considerazioni – sta in Annuario Storico della Valpolicella 1999-2000 – La Grafica di Vago di Lavagno (VR)
CHELIDONIO G. (2001) – Nuove tracce di frequentazioni paleolitiche sulla dorsale di Monte Comune (Negrar) – sta in Annuario Storico della Valpolicella 2000-20010 – La Grafica di Vago di Lavagno (VR)
FERRARI A.M., RIODA V. (2006) – Analisi petrografica di un frammento di stele proveniente da Gazzo Veronese- appendice dell’articolo: Fossati A. – Statue stele dell’età del ferro a Gazzo, loc. Colombara (VR) – Bollettino del Museo Civico di Storia Naturale di Veron, 30, 2006 Geologia Paleontologia Preistoria: 95 – 103
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LONGO L., CANDELATO F., FERRARI A. M., ISOTTA L. C., RIODA V., SIGNORI G., (2003). – Raw material procurement stategies: an overview from the functional perspective. The case of the Lessini Mountains (Verona, Italy). “Abstracts of the 9° EAA Meeting”, S. Petersburg, p. 130.
SALZANI L.(1981) – Preistoria in Valpolicella – La Grafica di Vago di Lavagno (VR)
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19 maggio 2017

Design litico

Pietra e design un dialogo lungo mezzo secolo

Erede di una consolidata tradizione artistico-artigianale, e di una ricca attività produttiva otto-novecentesca nella decorazione, nell’arredo e nell’oggettistica, il nascente design moderno avvia negli anni ‘50 del secolo scorso una fase di intensa sperimentalità che caratterizza e accompagna l’ascesa a livello internazionale di questo settore della produzione italiana.
L’interesse e l’impegno per una progettualità globale che spazia “dal cucchiaio alla città” spinge personalità eccellenti della cultura architettonica italiana come Franco Albini, Bruno Munari, Marco Zanuso, Achille Castiglioni, Carlo Scarpa, a confrontarsi con l’oggetto d’uso su un terreno totalmente nuovo.
L’artigiano come produttore di artefatti, con una formazione nelle scuole professionali d’arte, nei laboratori e nelle manifatture, viene rapidamente sostituito dal designer, nuova figura capace di interpretare le istanze del mondo contemporaneo fondando il progetto sull’innovazione continua, la contaminazione formale e la sperimentazione tecnologica.
L’espressione litica del design italiano trova ai suoi esordi, negli anni ’60 e ’70, l’interesse culturale e operativo di aziende affermate nel panorama dell’arredamento, come B & B, Cassina, Knoll, Danese, Flos, Simon International.

Nascono in questa fase oggetti divenuti icone del design litico firmati da illustri progettisti come Enzo Mari, Tobia Scarpa, Angelo Mangiarotti, Mario Bellini, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Gae Aulenti, i quali indirizzano e influenzano la produzione secondo i loro personali percorsi di ricerca.
Il mondo produttivo marmifero viene inizialmente coinvolto in modo indiretto, partecipando con un ruolo tecnico esecutivo alla realizzazione dei prodotti.
Gradualmente però alcune aziende del settore lapideo iniziano a costruirsi un ruolo di editori entrando direttamente in rapporto con il mondo del progetto, dando avvio a collezioni di oggetti e complementi litici. Centrale per l’approccio dell’imprenditoria litica al design è l’esperienza di Officina, un laboratorio culturale e di sperimentazione concreta sorto alla metà degli anni ’60, che partendo dalla solida base aziendale di un gruppo toscano coinvolge artisti e designer di alto livello mettendoli in collaborazione con maestranze locali. A seguito delle sperimentazioni attuate e dell’iniziativa di imprenditori illuminati nascono negli anni ’70 e ’80 alcuni brand dedicati al design litico come Fucina, Up & Up, Skipper, Ultima Edizione. Il moltiplicarsi delle iniziative di sperimentazione e di promozione, specialmente in area toscana, dove si consolida un terreno culturalmente e tecnologicamente fecondo, dà origine a una produzione litica di alta qualità con significative ricadute economiche.
L’indirizzo si conferma, con percorsi diversi, anche in altre situazioni come in area veneta dove, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, per oltre due decenni, vengono organizzati nei programmi culturali di Marmomacc e di Abitare il Tempo eventi di sperimentazione litica che attivano feconde collaborazioni tra figure di grande rilievo dell’architettura, del design e dell’arte internazionali e aziende operanti in quel bacino marmifero.

Il carattere principalmente sperimentale e prevalentemente dimostrativo di questi eventi non si traduce subito in iniziative produttive sul terreno del design. Così pure, da parte delle grandi marche nazionali di arredamento non si registra per la stessa fase particolare attenzione, se non episodica, per il prodotto litico.
Risulta quindi interessante agli inizi del 2000 il recupero da parte di Agape dell’eredità di Angelo Mangiarotti con riedizioni verificate e aggiornate della sua opera litica, che continua tutt’oggi.
Con l’inizio del nuovo secolo, all’affievolirsi della spinta propulsiva toscana fa riscontro un crescente interesse per il design da parte di aziende del settore marmifero di area veneto-romagnola. In un contesto di sistematici eventi di sperimentazione e promozione che coinvolgono sia designer storici come Tobia Scarpa e Michele De Lucchi, sia nuovi protagonisti dell’architettura e del design internazionale tra i quali Marco Piva, James Irvine, Aldo Cibic, Manuel Aires Mateus, Patricia Urquiola, e star dell’architettura come Kengo Kuma e Zaha Hadid, alcune delle aziende più attive iniziano un processo di mutazione e trasferimento della loro produzione, parziale o totale, verso l’editazione di prodotti litici. Tra queste Budri, Citco, Lithos Design, Marsotto Edizioni, Pibamarmi e altre operanti in diverse realtà territoriali.
Si tratta di una trasformazione che vede il delinearsi di diversi indirizzi corrispondenti a scelte aziendali: non solo le tipologie classiche dell’arredo, complementi e oggetti d’uso, componenti per bagni e cucine, ma anche rivestimenti parietali, divisori lapidei e superfici di vario tipo che si integrano stabilmente all’architettura.

L’aggiornamento delle tecnologie verso il digitale di ultima generazione spinge alcune aziende decisamente in direzione del prodotto totalmente industriale, altre invece scelgono la combinazione di tecnologia e artigianalità attuando percorsi alternativi come quello “sartoriale”, nel quale i prodotti risultano composti dalla saldatura di una lavorazione tecnicamente industrializzata con una accentuata artigianalità nell’assemblaggio.
Il quadro fin qui abbozzato, ancorché incompleto e privo di molti tasselli, delinea un’immagine assai varia del contesto in cui si è sviluppato il moderno design litico nel primo cinquantennio della sua storia.
Il mondo della pietra più che entrare nel mercato del design attraverso i marchi storici dell’arredamento sembra oggi cercare uno spazio partendo dal proprio interno, ossia ricostruendo e ricomponendo la complessa filiera che va dal progetto, al prodotto, al marketing.
Le esperienze in atto ci forniranno le dinamiche future nelle quali potranno giocare ruoli decisivi sia lo sviluppo di linguaggi in sintonia con i materiali lapidei sia le nuove tecnologie di lavorazione, che sempre più consentono l’inserimento dei prodotti litici in un processo industriale seriale avanzato.

di Vincenzo Pavan

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15 maggio 2017

Buone pratiche

RESISTENZA ALLO SCIVOLAMENTO: INFORMATIVA SULLE NORME DI RIFERIMENTO E I METODI DI PROVA III parte

LE NORME PER LA DETERMINAZIONE DELLA SCIVOLOSITÀ ED I RELATIVI METODI DI PROVA.

Il metodo della “rampa”
Sembra quasi impossibile che questo test, che di fatto delizia tutte le persone che ne assistono all’esecuzione, sia stato studiato e perfezionato in Germania…
Esso consiste nel ricreare in Laboratorio il pavimento da testare e nell’inclinarlo, mettendo un povero operatore nella condizione di “dover” scivolare su olio, oppure su acqua e sapone. Ovviamente (per fortuna!) l’operatore viene imbragato, tuttavia questa prova comunica la strana sensazione d’attesa che stia per accadere qualcosa che a nessuno piace: cadere.
È una delle prove che nel tempo è stata rivisitata dai tedeschi (DIN è il nome del loro ente di normazione), ma è comunque una delle più richieste assieme al pendolo, specialmente poiché in Germania va obbligatoriamente effettuata su pavimenti posati in edifici pubblici, di lavoro, scuole ed ospedali.

DIN 51130 Prüfung von Bodenbelägen – Bestimmung der rutschhemmenden Eigenschaft – Arbeitsräume und Arbeitsbereiche mit Rutschgefahr – Begehungsverfahren – Schiefe EbenE
(tradotto: Metodo di prova per rivestimenti a pavimento – Determinazione delle proprietà antiscivolo – Aree di lavoro ed attività con rischio di scivolamento – Metodo della rampa a piedi calzati)


fig. 4 Esecuzione della prova di resistenza allo scivolamento secondo DIN 51130. L’operatore cammina avanti e indietro lungo una rampa inclinabile lunga circa 1,5 m, rivestita col materiale da testare cosparso di olio a viscosità specifica come da norma. L’inclinazione della rampa aumenta progressivamente finché l’operatore non scivola. L’angolo di scivolamento – attraverso le opportune calibrazioni – determina la classe di resistenza allo scivolamento del materiale, da R9 (la più scivolosa) ad R13 (la meno scivolosa).

Questo metodo di misurazione diretta della scivolosità fa riferimento ad una normativa tedesca (DIN), che esprime la scivolosità delle pavimentazioni in funzione dell’angolo di scivolamento. La prova si può eseguire esclusivamente in Laboratorio da due operatori esperti e tarati sulle superfici standard di prova, con scarpe specifiche secondo le prescrizioni della stessa DIN 51130. L’angolo di scivolamento si ricava dalla media dei due operatori, i quali – a turno – indossano le apposite calzature, si imbragano e camminano avanti e indietro su una rampa inclinabile (Fig. 4) rivestita del materiale da testare cosparso di un olio a viscosità specifica. L’inclinazione della rampa viene aumentata progressivamente finché l’operatore scivola. L’angolo di scivolamento viene registrato: la media degli angoli di scivolamento dei due operatori viene poi classificata all’interno di intervalli così come definiti dalla normativa. Tali intervalli definiscono le classi di resistenza allo scivolamento del materiale, da R9 (la classe più scivolosa) fino ad R13 (la classe meno scivolosa).
In Germania, per ciascuna destinazione d’uso della pavimentazione viene prescritta una determinata classe di resistenza allo scivolamento “R”.
Si applica a pavimentazioni di qualsiasi natura (pietre, agglomerati, ceramiche, linoleum, legno, metallo, vetro, ecc.).
Pur essendo una prova molto richiesta, specialmente in fase di progettazione – in quanto una delle poche prove di misurazione diretta della scivolosità, il metodo della rampa a piedi calzati è talora criticato per una serie di ragioni (si veda ad esempio la ricerca di Richard Bowman: Slip Resistance Testing – Zones of uncertainty, 2010), legate principalmente ai criteri di taratura ed alla soggettività dell’operatore. Per quanto riguarda i criteri di taratura, essi comprendono: la difficile reperibilità delle superfici standard di prova per la taratura, la mancata definizione dell’usura delle calzature di prova – dopo quanto/i tempo/utilizzi devono essere cambiate? (es: Bowman, 2004, 2010). La soggettività degli operatori, invece, comprende la diversa sensibilità nei confronti della pendenza (i.e., alcune persone si sentono meno sicure di altre su superfici inclinate), la paura di cadere, l’esperienza e persino l’umore del giorno di esecuzione della prova (es: Bowman, 2010), o anche solo il fatto di aver festeggiato la sera prima con una birra di troppo o di soffrire di labirintite nel giorno del test.

DIN 51097 Prüfung von Bodenbelägen Bestimmung der Rutschhemmenden Eigenschaft Naßbelastete Barfußbereiche Begehungsverfahren – Schiefe Ebene
(tradotto: Metodo di prova per rivestimenti a pavimento – Determinazione delle proprietà antiscivolo – Aree bagnate attraversate a piedi nudi – Metodo della rampa)
Questa prova viene eseguita per determinare la scivolosità in ambienti dove si cammina a piedi scalzi in presenza di acqua, come ad esempio piscine, aree wellness e spa.
La procedura di esecuzione di questo test è molto simile a quella descritta per il metodo DIN 51130, con la differenza che gli operatori camminano a piedi nudi sul materiale da testare, non più ricoperto di olio ma soggetto ad un flusso continuo di acqua.
La media dei due angoli di scivolamento viene classificata all’interno di intervalli, noti come classi di resistenza allo scivolamento, denominati da A (classe più scivolosa) a C (classe meno scivolosa).
Come per la DIN 51130, questo metodo di prova si applica a pavimentazioni di qualsiasi natura (pietre, agglomerati, ceramiche, linoleum, legno, metallo, vetro, ecc.).

Il metodo della rampa (sia a piedi calzati sia a piedi nudi) si è dimostrato un interessante supporto anche per valutare attrezzature ed aree afferenti alle piscine, al punto tale da essere stata utilizzata anche in altri standard europei (la sigla EN ne stabilisce tale status per la comunità europea). Tali norme sono state recepite anche dall’Italia (UNI infatti sta per ente Nazionale Italiano di Unificazione, che rappresenta l’Italia presso le organizzazioni di normazione europea (CEN) e mondiale (ISO)).

UNI EN 13451-1 Attrezzature per piscine – Parte 1: Requisiti generali di sicurezza e metodi di prova
Questa norma specifica i requisiti di sicurezza generali e i metodi di prova per l’attrezzatura utilizzata nelle piscine (UNI EN 15288-1, UNI EN 15288-2). Tra i requisiti di sicurezza è richiesta anche la resistenza allo scivolamento, da testare previa un metodo di prova comparabile a quello specificato nella norma DIN 51097 (rampa a piedi nudi). In Appendice E, infatti, la norma EN 13451-1 descrive come eseguire la prova di resistenza allo scivolamento: l’esecutore deve camminare avanti e indietro su una rampa inclinabile rivestita del materiale da testare. Il materiale deve essere bagnato con una soluzione acquosa di un agente bagnante neutro (1 g/l). L’inclinazione della rampa è aumentata di circa 1°/s; l’angolo di inclinazione che causa incertezza dell’esecutore viene misurato dodici volte. Si scartano i valori minimo e massimo registrati; la media dei valori rimanenti fornisce il risultato della prova. L’angolo di inclinazione medio così ottenuto ricade all’interno della relativa classificazione (12°, 18°, 24°). La norma specifica quindi gli angoli minimi da ottenere per superfici specifiche, in modo da garantirne la sicurezza.
Nel caso in cui questo metodo di prova non fosse applicabile, la norma propone un metodo di prova alternativo in Appendice F. Questo metodo di prova prevede di tirare – per mezzo di una fune – un corpo sulla superficie orizzontale della superficie da sottoporre a prova, nelle direzioni specificate. La forza misurata è correlata alla resistenza allo scivolamento tramite la tabella comparativa al Prospetto F.1, riportato in Appendice F della norma.

UNI EN 13845 Rivestimenti resilienti per pavimentazioni – Rivestimenti per pavimentazioni a base di policloruro di vinile con resistenza avanzata allo scivolamento – Specifica
La norma specifica le caratteristiche dei rivestimenti per pavimentazioni a base di policloruro di vinile forniti in piastrelle o in rotoli con caratteristiche di resistenza avanzata allo scivolamento in condizioni specificate. Per aiutare il consumatore ad effettuare una scelta consapevole, la norma propone un sistema di classificazione in base all’intensità d’uso (es: ambiente domestico/industriale, numero di persone, ecc…), che riporta le caratteristiche che devono avere i pavimenti resilienti per dare un servizio soddisfacente in base alla destinazione d’uso.
La resistenza allo scivolamento delle pavimentazioni resilienti è valutata tramite il metodo della rampa in condizioni bagnate, descritto in Appendice C, comparabile a quello descritto in DIN 51097 e in DIN 51130 (a cui la norma fa infatti riferimento).

UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione
Questa specifica tecnica definisce i metodi di prova per la determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali. Non si applica alle pavimentazioni sportive ed alle pavimentazioni stradali veicolari.
In particolare, questa specifica tecnica fornisce un elenco di definizioni relative alla scivolosità e all’attrito, ed un elenco delle prove che si possono eseguire per determinare la resistenza allo scivolamento, ma non fornisce indicazioni sulle casistiche per le quali un metodo sia preferibile ad un altro. In altre parole, la specifica tecnica non spiega in che situazioni utilizzare un metodo o l’altro.
La specifica tecnica – oltre a quelle già elencate all’inizio di questo articolo – riporta la seguente definizione utile:
Coefficiente di attrito dinamico: coefficiente di attrito dove un corpo si muove su una superficie a velocità costante. Si esprime come il rapporto tra la forza d’attrito (agente in direzione orizzontale) e la forza verticale agenti tra il pattino e la superficie orizzontale del campione, in moto a velocità costante (punti 3.11 e 3.12).

Le quattro Appendici della specifica tecnica riportano i quattro metodi di prova per la determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali.
Appendice A: Prova su rampa a piedi nudi
Questo metodo di prova è comparabile a quello già illustrato nella norma DIN 51097. L’esecutore deve camminare avanti e indietro su una rampa inclinabile rivestita del materiale da testare. Il materiale deve essere bagnato con una soluzione acquosa di densità e concentrazioni specifiche (Dehypon LS45 (CAS-n. 68439-51-0) in concentrazione pari a 1 g/l). La soluzione deve essere continuamente applicata durante l’esecuzione della prova ad un tasso noto e costante (6±1 l/min). La temperatura della soluzione deve essere compresa tra 29±2°C. L’inclinazione della rampa è aumentata finché l’esecutore scivola. Si registra l’angolo di scivolamento e lo si calibra secondo le formule riportate in prospetto A.2 dell’Appendice A. La prova deve essere ripetuta da un secondo esecutore ed il risultato finale è riportato come la media dei due angoli calibrati dei due esecutori.

Appendice B: Prova su rampa a piedi calzati
Questo metodo di prova è comparabile a quello già illustrato nella norma DIN 51130.

Appendice C: Prova col pendolo
Questo metodo di prova è comparabile a quello già illustrato nella norma EN 14231.

Appendice D: Prova col tribometro
Questo metodo di prova è comparabile al metodo del pullmetro illustrato nella sezione successiva (ASTM C 1028).

Le norme americane: pullometro e scivolosimetro
ASTM C 1028 Standard Test Method for Determining the Static Coefficient of Friction of Ceramic Tile and Other Like Surfaces by the Horizontal Dynamometer Pull-Meter Method
Questa norma è stata ritirata senza sostituzione nel febbraio del 2014 (dalla pagina web dell’ASTM: “This standard is being withdrawn without replacement due to its limited use by industry” – tradotto: “Questa norma è stata ritirata senza sostituzione a causa del suo limitato utilizzo nel settore”). Nonostante sia stata ritirata, capita talora che essa sia richiesta per verificare a distanza di anni la scivolosità di pavimentazioni testate con questo metodo prima del 2014. Vediamo quindi in che cosa consiste questa prova.
Si utilizza un pull-meter (strumento per la misurazione del coefficiente d’attrito statico delle superfici, vedi Fig. 5), costituito da un dinamometro collegato ad una base di Neolite (Neolite heel assemblies, con caratteristiche come da norma) su cui poggia un peso. L’assemblato peso+Neolite viene tirato e vengono registrate il coefficiente d’attrito statico E la forza necessaria a spostare l’assemblato. La prova si esegue sia in condizioni asciutte sia bagnate e può essere effettuata sia in laboratorio sia in situ.


Figura 5. Schema di funzionamento del pull-meter. Un dinamometro è collegato ad una base in Neolite, su cui poggia un peso. Tirando il pull-meter, la Neolite scorre sulla superficie del materiale da testare ed il dinamometro misura la forza impiegata per spostare l’assemblato Neolite+peso ed il coefficiente d’attrito statico.

ANSI A137.1 American National Standard Specifications for Ceramic Tile—2012 Section 6.2.2.1.10 Coefficient of Friction Specification Section 9.6 Procedure for Dynamic Coefficient of Friction (DCOF) Testing


Figura 6. Lo scivolosimetro BOT 3000 (da: www.scitestec.com).

Questo metodo di prova utilizza uno scivolosimetro BOT 3000 (Fig. 6) (simile a quello utilizzato per il metodo B.C.R.A. – tortus) per la valutazione del coefficiente di attrito dinamico (DCOF) in condizioni asciutte e bagnate. La norma pone un valore di sicurezza pari a (minimo) 0,42 in ambienti interni ed in condizioni bagnate, pur specificando che questo valore di soglia può non essere sufficiente per alcuni progetti. Infatti, il valore minimo richiesto di DCOF potrebbe variare in funzione delle condizioni progettuali, quali ad esempio il traffico, i possibili contaminanti (es: acqua, olii, ecc…), la pulizia e la manutenzione delle superfici, il consumo del materiale legato al traffico, le altre prestazioni del materiale e altro ancora.
Se la finitura superficiale di un materiale fornisse un risultato DCOF < 0,42 in condizioni bagnate, la norma suggerisce di utilizzare questo materiale solo se si avrà cura di mantenere la pavimentazione finale il più possibile asciutta e pulita.
La norma specifica che il DCOF può essere stabilito anche in condizione di asciutto, se richiesto. In alternativa, la norma ammette la possibilità di utilizzare il coefficiente d’attrito statico (SCOF) in condizioni d’asciutto ricavato con il metodo di prova ASTM C1028, sottolineando tuttavia che i coefficienti d’attrito ottenuti con i due diversi metodi di prova non sono necessariamente tra di loro correlabili.

A.M. Ferrari*; M. Zaffani**
* geologo forense
** dott.ssa in Geologia e Geologia Tecnica, PhD in Scienze della Terra
Leggi la prima parte
Leggi la seconda parte

Bibliografia
ANSI A137.1 American National Standard Specifications for Ceramic Tile—2012 Section 6.2.2.1.10 Coefficient of Friction Specification Section 9.6 Procedure for Dynamic Coefficient of Friction (DCOF) Testing
ASTM C 1028 Standard Test Method for Determining the Static Coefficient of Friction of Ceramic Tile and Other Like Surfaces by the Horizontal Dynamometer Pull-Meter Method
DIN 51097 Prüfung von Bodenbelägen Bestimmung der Rutschhemmenden Eigenschaft Naßbelastete Barfußbereiche Begehungsverfahren – Schiefe Ebene
DIN 51130 Prüfung von Bodenbelägen. Bestimmung der rutschhemmenden Eigenschaft für Arbeitsräume und Arbeitsbereiche mit erhöhter Rutschgefahr. Begehungsverfahren – Schiefe Ebene
Richard Bowman, 2004. Comparison of standard footwear for the oil wet ramp slip resistance test, Tile Today 45, pag. 30
Richard Bowman, 2010. Slip resistance testing – Zones of uncertainty, Boletin de la Sociedad Espanola de Ceramica y Vidrio 49 (4)
UNI EN 13451-1 Attrezzature per piscine – Parte 1: Requisiti generali di sicurezza e metodi di prova
UNI EN 13845 Rivestimenti resilienti per pavimentazioni – Rivestimenti per pavimentazioni a base di policloruro di vinile con resistenza avanzata allo scivolamento – Specifica
UNI EN 15288-1:2010 Piscine – Parte 1: Requisiti di sicurezza per la progettazione
UNI EN 15288-2:2009 Piscine – Parte 2: Requisiti di sicurezza per la gestione
UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione

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8 maggio 2017

Design litico

The power of stone

La mostra The Power of Stone è un’esposizione di materiali e artefatti lapidei ed ha lo scopo di provare a dimostrare cosa sia possibile realizzare oggi con le macchine a controllo numerico senza intervenire manualmente. La mostra è costituita da dieci penisole espositive, rivestite a pavimento e a parete, da marmi e pietre in lastre. Al centro di ciascuna area vi è collocata un’opera, singolarmente lavorata con una precisa tipologia di macchina a controllo numerico: fresa, water jet, tagliatrice a filo.
La realizzazione di queste opere-sfida, è stata compiuta da squadre di aziende italiane, produttrici di software, utensili, macchine, da aziende cavatrici e laboratori di trasformazione e grazie all’entusiasmo di tecnici competenti e imprenditori lungimiranti.

a cura di Raffaello Galiotto

AGAVE
produced by Marmi Strada
material: Verde Guatemala by Marmi Strada
floor and cladding material: Orosei Daino by La Quadrifoglio Marmi e Graniti

CALEIDO
produced by Gmm
software: Licom Systems
tools: Adi
material: Palissandro by Gruppo Tosco Marmi
floor and cladding material: Ombra di Caravaggio by Piero Zanella

COROLLA
produced by Donatoni Macchine
software: DDX
material: Travertino by Rete Travertino Piceno
floor and cladding material: Travertino by Rete Travertino Piceno

ISOPODE
produced by T&D Robotics
material: Zandobbio Nuvolato by Marmo Zandobbio
floor and cladding
material: Zandobbio Classico by Marmo Zandobbio

ORGANIC
produced by Margraf
tools: Nicolai Diamant
material: Crema Nuova by Margraf
floor and cladding material: Radika by Margraf

SOL
produced by Alliance of Stone – Euro Porfidi
machine: Pellegrini Meccanica
material: Porfido Rosso by Alliance of Stone – Euro Porfidi
floor and cladding material: Porfido Viola by Alliance of Stone – Euro Porfidi

SPONGIA
produced by Helios Automazioni
tools: Digma
material: Maljat by Helios Automazioni
floor and cladding material: Dolomia by Marini Marmi

THORN
produced by Intermac
material: Cremo Delicato by Intermac
floor and cladding material: Arabescato Orobico by Cave Gamba

TORSO
produced by Omag material: Arabescato Altissimo by Henraux
floor and cladding material: Pietra Lavica Vulcanica by Fratelli Lizzio

ZENIT
produced by Antolini
machine: Prussiani Engineering
material: Sodalite Blue by Antolini
floor and cladding material: Calcite Azul by Antolini

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28 aprile 2017

Buone pratiche

RESISTENZA ALLO SCIVOLAMENTO: INFORMATIVA SULLE NORME DI RIFERIMENTO E I METODI DI PROVA
II parte

LE NORME PER LA DETERMINAZIONE DELLA SCIVOLOSITÀ ED I RELATIVI METODI DI PROVA.

IL “PENDOLO”
È il metodo principe e fondamentale per quanto riguarda l’uso ed il controllo della corretta fruibilità dei materiali lapidei nei pavimenti europei.
Potrebbe sembrare un test complesso ma, in realtà, simula in maniera molto semplice il movimento di un piede – simulato dal pattino (b) in Fig. 3 – in fase di appoggio dopo il passo. Se il pavimento – (c) in Fig. 3 – è antiscivolo, il pattino rallenta significativamente la sua corsa, se invece il pavimento è molto scivoloso, il pattino continua il suo movimento. Con questo strumento possiamo dunque quantificare numericamente la corsa del pattino e stabilire se il valore numerico ottenuto è al di fuori dei parametri di sicurezza (e quindi se rischiamo di scivolare rovinosamente!).
La norma di riferimento per l’esecuzione del test del pendolo per i materiali lapidei è la EN 14231, che si basa sul metodo di prova secondo BS 7976-2.

UNI EN 14231 Metodi di prova per pietre naturali – Determinazione della resistenza allo scivolamento tramite l’apparecchiatura di prova a pendolo

Figura 3. Schema di configurazione del pendolo ed esecuzione della prova. Il movimento del braccio (a) su cui è montato il pattino di gomma (b) fa scivolare il pattino lungo la superficie del provino (c). L’attrito che si crea tra il pattino e la superficie del provino rallenta la risalita del braccio e dell’asticella (nel cerchio rosso) lungo la barra graduata (d). La posizione della lancia permette la lettura del valore di resistenza allo scivolamento (PTV o SRV).

Questo metodo di prova è quello previsto dalle norme armonizzate europee per la marcatura CE dei prodotti di pietra naturale (ma anche di lapidei agglomerati) per pavimentazioni. Il metodo del pendolo permette di esprimere la scivolosità delle superfici di pietra naturale come un valore adimensionale (comunemente compreso tra 2 e 70), in condizioni asciutte e bagnate (con acqua potabile). La norma di prodotto relativa alle lastre di pietra naturale per pavimentazioni esterne (EN 1341) pone come limite di sicurezza per le pavimentazioni esterne in condizioni bagnate il valore 35. Per le condizioni asciutte e per le pavimentazioni interne non sono previsti valori limite di accettabilità.
La prova prevede di far scorrere un pattino di gomma di dimensioni e durezza come da norma lungo la superficie del provino (prisma arancione (c) in Fig. 3): la forza d’attrito che si genera al contatto tra il pattino di gomma ed il campione rallenta la risalita del braccio meccanico (vedi Fig. 3), il quale a sua volta spinge un’asticella lungo una barra graduata. La posizione dell’asticella permette la lettura del valore di resistenza allo scivolamento.
Valore della resistenza allo scivolamento (SRV, Slip Resistance Value): è la misura dell’attrito tra il pattino e la super?cie di prova; fornisce un valore di riferimento della resistenza allo scivolamento, denominato valore della resistenza allo scivolamento (SRV) e deve essere misurato in condizioni di asciutto e di bagnato. (Definizione tratta ed integrata da EN 14231, punto 4.3)

NOTA: secondo altri riferimenti normativi (es: CEN/TS 16165:2016, UNI EN 13036-4), il valore di resistenza allo scivolamento misurato col metodo del pendolo si definisce Pendulum Test Value (PTV). Pertanto, SRV e PTV sono due termini diversi indicanti lo stesso risultato.
Questa prova si può eseguire in laboratorio su provini di dimensioni 20×20 cm (lo spessore è ininfluente), o in loco sulla pavimentazione in opera (soprattutto nel caso di collaudi di pavimentazioni esterne).
NOTA: il metodo del pendolo è contemplato anche in altri sistemi normativi, come ad esempio quello statunitense (ASTM E303 – 93 Standard Test Method for Measuring Surface Frictional Properties Using the British Pendulum Tester). Inoltre, il metodo del pendolo è impiegato per testare la scivolosità di diversi tipi di materiale, non solo per la pietra naturale. Ad esempio, si applica anche per misurare la resistenza allo scivolamento di piastrelle di graniglia (EN 13748-1 § 5.7, EN 13748-2 § 5.7), pavimentazioni di legno (CEN/TS 15676), superfici pedonali in genere (CEN/TS 16165 Appendice C) e così via.

Alcune norme fanno riferimento a questo metodo di prova per testare e definire se sussistano le condizioni di sicurezza per l’uso areale di particolari tipologie di pavimenti ed ambienti:

1) UNI EN 14837 Superfici per aree sportive – Determinazione della resistenza allo scivolamento
Questa norma specifica un metodo per la determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici sportive dove si utilizzino scarpe con suole lisce o con tacchetti. Il dispositivo di misurazione utilizzato è sempre il pendolo, attrezzato però con una sagoma al posto del pattino. Su questa sagoma si possono applicare due diversi tipi di profili di suola: quello liscio e quello coi tacchetti, in modo da simulare lo scivolamento sulla superficie con entrambi i tipi di calzature. I profili delle suole devono essere conformi a quelli descritti nella norma.
Il test viene eseguito in modo simile a quello descritto per EN 14231. I risultati ottenuti vengono poi corretti per un valore di riduzione, riportato nella norma in Tabella 4.
2) Il metodo del pendolo viene suggerito anche dalla Appendice C della specifica tecnica UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione che però per organicità, presenteremo in forma unica più avanti.
Evidenziamo che l’UNI CEN/TS 16165:2016 – come altre citate più avanti – è una Specifica Tecnica (TS = Technical Specifications), cioè un documento normativo nel quale sono presentate più opzioni di metodologie operative. Comunemente, le specifiche tecniche propongono una serie di metodi di prova senza specificare quale sia il più idoneo ad una particolare destinazione d’uso. Questa apparente lacuna delle specifiche tecniche deriva dal fatto che esse nascono dalla discussione su temi e questioni (in questo caso, ad esempio, la scivolosità delle superfici pedonali) non ancora definitivamente conclusi, ma la cui discussione è ancora in corso. Le TS potranno essere armonizzate in un futuro più o meno lontano, o richiamate tal quali fino a quando non entreranno in conflitto con qualsiasi normativa europea (EN): nel qual caso, la specifica tecnica sarà emendata od eliminata.
3) UNI EN 13036-4 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali – Metodi di prova – Parte 4: Metodo per la misurazione della resistenza allo slittamento/derapaggio di una superficie: Metodo del pendolo
Questa norma applica il metodo del pendolo (così come descritto in EN 14231) per determinare l’aderenza superficiale di pavimentazioni stradali ed aeroportuali. Questo metodo è applicabile sia in campo sia in laboratorio.
Il pattino di gomma utilizzato per questo metodo di prova può avere valori di durezza (IRHD) diversi. In particolare, alla Nota 1 di questa norma, si suggerisce di utilizzare il pattino 57 (il valore 57 si riferisce alla durezza – IRHD – della gomma) per testare superfici soggette a traffico veicolare. Alcune norme, invece, potrebbero richiedere l’utilizzo del pattino 96 (IRHD) per la valutazione di superfici soggette a traffico pedonale.
Per l’esecuzione della prova in campo, la norma richiede di testare la superficie nell’area maggiormente trafficata e nella direzione di viaggio delle persone e/o dei mezzi. La superficie selezionata per il test deve essere rappresentativa della superficie totale.
L’esecuzione della prova su superfici eccessivamente ruvide e /o irregolari (es: superfici tattili) e su materiali eccessivamente porosi – non in grado di garantire la corretta rappresentatività della prova in condizioni bagnate – possono fornire risultati non affidabili.
Nel caso in cui la superficie presenti solchi/increspature/fughe regolari (es: cemento spazzolato, cubetti di porfido, ecc.), il pendolo deve essere posizionato in modo tale che il pattino operi ad un angolo di circa 80° rispetto alle discontinuità, quindi in direzione circa perpendicolare rispetto a quest’ultime.
Questa norma chiede di ripetere la prova almeno su tre aree diverse della stessa superficie; in ogni caso, il numero di prove da eseguire dipende strettamente dalla variabilità della superficie stessa.
Questo metodo di prova tuttavia presenta dei limiti. Infatti, la misurazione col pendolo non è eseguibile in caso di:
superfici non perfettamente in piano (la prova è eseguibile su pendenze <10%)
intervallo di temperatura in cui si può eseguire la prova: 5 ÷ 40°C
la temperatura dell’acqua usata per eseguire la prova in condizioni di bagnato non può differire più di 15°C rispetto alla temperatura dell’aria
presenza di vento durante l’esecuzione della prova in campo.

IL METODO TORTUS
Un approccio metodologico operativo completamente diverso è quello previsto dal Decreto Ministeriale italiano n. 236/89, in riferimento alle barriere architettoniche. Esso utilizza un carrellino semovibile che, nel suo movimento, trascina e “sfrega” sul pavimento un pattino di cuoio (prima) e di gomma (poi) per definire il coefficiente d’attrito dinamico che si genera durante il trascinamento.

D.M. 14 giugno 1989, n. 236 Barriere architettoniche – 8.2.2 Pavimentazioni.

Metodo di prova secondo Rep. Cec. 6-81 British Ceramic Research Association LTD (B.C.R.A.): Method for the determination of the Coefficient of Friction of Floor Tiles and Floor Surface – tortus
Questo Decreto Ministeriale è valido in Italia e determina specifici valori limite per valutare la conformità della pavimentazione con i requisiti di legge in merito alla sicurezza. La scivolosità viene valutata secondo il metodo di prova B.C.R.A., detto anche tortus (gioco di parola tra Tort, usato in termine legale per definire qualcosa di sbagliato, e Tortus come Tortoise – tartaruga – nel linguaggio medioevale, in quanto il piccolo veicolo può essere paragonato ad una tartaruga che si muove lentamente per verificare se c’è qualche…torto). Questo metodo è spesso utilizzato in caso di contenziosi o incidenti.
In particolare, il D.M. 236/89 definisce antisdrucciolo una pavimentazione con un coefficiente d’attrito uguale o maggiore a 0,40 sia per elemento scivolante di cuoio su pavimentazione asciutta, sia per elemento scivolante di gomma dura standard su pavimentazione bagnata.
Lo strumento utilizzato per la determinazione del coefficiente di frizione dinamico COF – costruito secondo il metodo B.C.R.A. – infatti, è uno scivolosimetro. Si tratta di un piccolo veicolo a 4 ruote in grado di viaggiare ad una velocità costante. Durante il movimento dello strumento, la misura del COF viene rilevata da un pattino a contatto con la superficie da analizzare, che, strisciando, valuta il coefficiente di attrito medio COF. La superficie viene testata con due pattini diversi: uno di cuoio per testare l’attrito della superficie in condizioni asciutte – a simulazione di scarpe con suole di cuoio, ed uno di gomma dura per testare l’attrito in condizioni bagnate (con acqua potabile) – a simulazione di scarpe con suole di gomma.
I valori di attrito di 0,40 stabiliti dal D.M. non devono essere modificati dall’applicazione di trattamenti e/o prodotti che potrebbero modificare le proprietà superficiali del materiale. Se previsti, questi trattamenti devono essere applicati sulla pavimentazione prima dell’esecuzione della prova.
Questa prova può essere seguita sia in Laboratorio sia in situ. Per questa ragione – e perché citata dal D.M. n. 236/89 – questa prova è eseguibile:
- a supporto dei RSSP, CTU o CTP nel caso di contenziosi o di incidenti (cadute),
- in occasione di collaudi di pavimentazioni interne ed esterne, prevalentemente per luoghi pubblici (scuole, ospedali, centri commerciali, stazioni, uffici, caserme, ambulatori, reparti lavorazione, ecc…),
- a supporto della produzione per l’identificazione delle finiture compatibili con gli specifici requisiti progettuali,
- su qualsiasi pavimentazione finita in opera.

A.M. Ferrari*; M. Zaffani**
* geologo forense
** dott.ssa in Geologia e Geologia Tecnica, PhD in Scienze della Terra

Leggi la prima parte

Bibliografia
ASTM E303 – 93 Standard Test Method for Measuring Surface Frictional Properties Using the British Pendulum Tester
BS 7976-2 Pendulum Testers – Part 2: Methods of operation
D.M. 14 giugno 1989, n. 236 Barriere architettoniche – 8.2.2 Pavimentazioni
Rep. Cec. 6-81 British Ceramic Research Association LTD Method for the determination of the Coefficient od Friction of Floor Tiles and Floor Surface
UNI EN 14231:2004 Metodi di prova per pietre naturali – Determinazione della resistenza allo scivolamento tramite l’apparecchiatura di prova a pendolo
UNI EN 13036-4 Caratteristiche superficiali delle pavimentazioni stradali ed aeroportuali – Metodi di prova – Parte 4: Metodo per la misurazione della resistenza allo slittamento/derapaggio di una superficie: Metodo del pendolo
UNI CEN/TS 16165:2016 Determinazione della resistenza allo scivolamento delle superfici pedonali – Metodi di valutazione
UNI EN 14837 Superfici per aree sportive – Determinazione della resistenza allo scivolamento
UNI EN 13845 Rivestimenti resilienti per pavimentazioni – Rivestimenti per pavimentazioni a base di policloruro di vinile con resistenza avanzata allo scivolamento – Specifica

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24 aprile 2017

Paesaggi di Pietra

Itinerario: Stalle con arco in Lessinia

Frutto di una sapiente cultura costruttiva montanara, gli archi strutturali delle stalla-fienile della Lessinia costituiscono un aspetto assai poco conosciuto ma di grande originalità dell’architettura vernacolare alpina.
Nel testo introduttivo al presente itinerario si è cercato di delineare i tratti principali di tale vicenda, sfiorandone gli aspetti funzionali e tecnici pur senza entrare nel contesto socio-economico che li ha prodotti.
Dalla ricognizione, non esaustiva, sul territorio si definisce una caratterizzazione topografica delle tipologie ad arco strutturale, estesa intorno a quota 1000-1300 m per una fascia di territorio che va dal Vajo dei Falconi, che separa i comuni di Sant’Anna d’Alfaedo e Erbezzo, all’alta valle di Illasi in comune di Velo Veronese, configurando un percorso trasversale della Lessinia centro-orientale, che corrisponde per buona parte all’arteria stradale trans-lessinica. Su questo tracciato si riscontra una prevalenza delle tipologie suddette nei comuni di Roverè e Velo Veronese, ossia nella parte orientale dell’area di interesse.
In una seconda fascia a quota più alta, tra i 1400 e i 1600 metri, si colloca la variante tipologica degli stalloni di malga con arco strutturale, lungo un percorso di elevata qualità paesaggistica che riserva sorprendenti soluzioni tecnico-costruttive.

1. Stalla – fienile di SELVAVECCHIA (Sant’Anna d’Alfaedo)
Inserito nella schiera della contrada omonima lo “stallone” presenta uno dei rari casi di arco strutturale a sesto acuto fino ad ora classificati della area lessinica occidentale. Analogo a quelli delle limitrofe aree orientali lo stallone è probabilmente a questi coevo, si distingue però per la parte a terra adibita a stalla. Si tratta infatti di due stalle gemelle che usufruiscono dello stesso fienile, coperte entrambe con volta a botte, secondo una soluzione tipica delle stalle di contrada della Lessinia occidentale.
Recenti interventi di recupero edilizio nella contrada hanno alterato lo “stallone”, trasformandolo per metà in abitazione estiva.

2. Stalla – fienile di MAINI (Erbezzo)
Piccola contrada, oggi abbandonata, Maini è caratterizzata dalla grande stalla – fienile, parzialmente crollata, con arco a tutto sesto, costruita probabilmente nel tardo Ottocento. Il solaio ligneo della stalla è retto da una trave “maestra” appoggiata su due colonne che dividono lo spazio delle due poste.

3. Stalla – fienile di Malga CAMPEDEL (Erbezzo)
Di difficile ricostruzione per le modifiche intervenute tra XVIII e XIX secolo, il complesso di Campedel è oggi classificato come malga. Differisce tuttavia da questo tipo di insediamenti perché in passato era abitato permanentemente, come testimonia la presenza di una grande stalla dotata di ampio fienile oltre che di qualche annesso abitativo. Una data, 1757, all’ingresso della stalla, ne documenta la parte originaria, ma assai probabilmente la forma attuale è frutto di ampliamenti ottocenteschi.
La struttura interna a triplice arco a sesto lievemente acuto richiama la stalla di Roste, anche se in questo caso la struttura si ripete raddoppiata, creando uno spazio interno a tre navate, percepibile solo al livello del fienile.
L’unicità dell’edificio lo rende assai interessante e richiederebbe approfondimenti di ricerca sia sul campo che in archivio.

4. Stalla – fienile BRUTTI (Bosco Chiesanuova)
Separato dagli altri edifici della schiera, lo “stallone” di contrada Brutti è orientato assialmente nel senso della pendenza del terreno per ottenere l’accesso del fienile dalla quota dell’aia, dove è possibile leggere incisa su pietra la data di costruzione, 1835.
La linea rompitratta della stalla e la corda dell’arco hanno assialità incrociate. Nella stalla tre pilastri sono allineati in senso longitudinale e l’arco è disposto trasversalmente. Questa costruzione però sembrerebbe staticamente non riuscita perché, per evitare il cedimento e un possibile crollo dell’arco, è stato necessario sostenerlo con un pilastro che partendo dalla stalla giunge fin quasi alla chiave di volta sostenuta da una trave “a cristo”.
La ragione di questo fallimento va probabilmente ricercata nella forma dell’arco troppo vicina al “tutto sesto”, con conseguente spinta sui contrafforti maggiore del previsto, o forse in un cedimento del terreno.

5. Corte GROSSULI (San Francesco di Roverè Veronese)
Facilmente confondibile con una moderna abitazione, a causa degli interventi subiti nel corso del ‘900, l’edificio, datato 1830, rappresenta in realtà uno dei casi più “estremi” di costruzione ad arco della Lessinia.
Posto al margine della contrada l’ex “stallone” chiude a meridione l’antica Corte Grossuli. La sua pianta di m 18×11 farebbe pensare ad una disposizione dell’arco strutturale interno in senso ortogonale al lato lungo. Invece stranamente è stato costruito parallelo a questo con una luce di ben 16 metri, costituendo l’arco più grande della Lessinia. La sua forma a sesto acuto risulta molto ribassata e richiede una ricostruzione intuitiva. Infatti la vista di questo grandioso manufatto ci è impedita dalle modificazioni interne, essendo stato l’edificio trasformato in tre unità abitative. Ciò nonostante l’arco è ancora settorialmente rintracciabile all’interno degli appartamenti. Anche la facciata orientale è assai alterata ma lascia percepire i sei “barcaroi” di sfiato dell’originario fienile.

© ph. Tosi

6. Stalla – fienile FALZ (Roverè Veronese)
Inserito nella schiera di stalle e abitazioni della piccola contrada di alta quota di Falz, lo “stallone” è datato 1850.
Oltre che per la dimensione, si caratterizza per la qualità costruttiva e per la conformazione strutturale. Al livello della stalla lo spazio è ripartito dall’allineamento di tre colonne di pietra modellate con leggera entasi, le quali anziché reggere un’unica trave rompitratta portano tre distinte travi in senso ortogonale che si appoggiano su delle mensole alle pareti laterali. Sullo stesso asse delle colonne si sviluppa al piano superiore il grande arco strutturale ogivale impostato con un’apertura insolitamente acuta per questo tipo di edifici. La sequenza dei conci in Rosso Ammonitico è molto accurata e rivela una particolare perizia costruttiva ed esecutiva delle maestranze che hanno realizzato l’edificio.

© ph. Sauro

7. Stalla – fienile di ROSTE (Roverè Veronese)
Inserito in una delle contrade più alte della Lessinia (1302 m.), con una datazione del XVI secolo su uno degli edifici abitativi, lo “stallone” di Roste ripropone la tipologia analoga a quella di Corte Grossuli di S. Francesco, ossia la struttura ad arco disposta sul lato lungo dell’edificio, una soluzione che da luogo ad una grande estensione del tetto interamente coperto di laste. La sua datazione, in base alle cartografie catastali, andrebbe collocata nella seconda metà dell’Ottocento.
Diversamente però da Corte Grossuli, la parete mediana di 15 metri della stalla è stata svuotata con un triplice arco di cui quello centrale è più grande dei due laterali. Tutti gli archi, a sesto acuto, sono molto aperti e si avvicinano al “tutto sesto”. A rendere più monumentale l’interno della stalla sono i grandi e tozzi pilastri a base circolare che reggevano, oltre all’arco, anche il solaio ligneo del fienile, oggi completamente scomparso.

8. Stalla-fienile LA BA (Velo Veronese)
Lo “stallone”, di base m. 12.30 x 9.30, è incorporato negli edifici della piccola contrada La Ba, poco lontana da Camposilvano di Velo.
La data dipinta sulla parete settentrionale, 1814, la attesta come una delle più antiche della Lessinia dotata di arco strutturale. Il solaio che divide la stalla dal fienile, “teda”, è retto da una antica trave rompitratta posta sull’asse longitudinale e sostenuta da tre “colonne” in pietra che ripartiscono le due poste.
Il capiente fienile è chiuso da un tetto a due falde coperto di laste di calcare Rosso Ammonitico. La fitta sequenza lignea delle travi che lo reggono è sostenuta da un grande arco a sesto acuto disposto sulla mezzeria della scatola muraria, con conci di pietra apparecchiati a mattoni. L’edificio è stato restaurato in modo eccellente negli anni ’70 del Novecento, quando la contrada fu oggetto di un intervento di recupero da parte dell’editore Giorgio Zusi, con l’ausilio di maestranze del luogo che utilizzarono tecniche costruttive tradizionali.

9. Stalla – fienile di VAL SGUERZA (Velo Veronese)
Nata come aggregazione in schiera di tre stalle-fienile di piccole dimensioni, Val Sguerza è diventata contrada nel ‘900 in seguito all’accorpamento di un complesso abitativo privo di caratteristiche locali.
La struttura ad arco a sesto acuto consente in questo caso di riunire in un unico spazio due fienili aperti sul lato a valle e coperti con manto vegetale, testimoniando il prevalente scopo di svuotamento della parete di spina degli edifici aggregati e la funzione sostitutiva della capriata lignea.

10. Stalla – fienile FOI (Azzarino, Velo Veronese)
Inserita in una schiera mista di abitazioni e rustici la “teda” di Foi, datata 1861, ha un arco con luce di quasi 15 metri. La recente suddivisione interna sia della stalla sia del fienile ne ha parzialmente compromesso la visione unitaria. In particolare i cinque pilastri che reggevano la trave rompitratta della stalla sono oggi incorporati nel muro che divide lo spazio in due proprietà.
Ma l’aspetto interessante è che quest’opera tecnicamente e dimensionalmente considerevole, non era destinata a reggere il pesante tetto di lastre, ma a creare un unico grande spazio per il fienile, come ci indica la doppia pendenza della copertura in cui è ampiamente prevalente il manto vegetale, oggi coperto di lamiera metallica.

11. Stalla – fienile COMERLATI (Velo Veronese)
L’edificio, accorpato a una schiera di rustici della contrada Comerlati, è datato 1852. In questo caso l’arco a sesto acuto, di raffinata fattura, non sostiene le strutture di un tetto interamente di lastre ma regge le falde a doppia pendenza prevalentemente coperte in paglia.
I molti rimaneggiamenti hanno alterato la struttura interna originaria e rendono un po’difficile la comprensione dell’edificio. In particolare la facciata rivolta a valle è caratterizzata da due grandi archi a portico, in seguito parzialmente tamponati per ricavare i due livelli di stalla e fienile.

12. Stalla – fienile di BEBISTI (S. Mauro di Saline)
Accorpato nella schiera della piccola contrada di Bebisti, lo “stallone” è stato ristrutturato al piano terreno, trasformandone la grande stalla in deposito, con sostituzione dell’originale solaio ligneo con latero-cemento. Perfettamente conservato è il tetto del fienile con grande arco a sesto acuto particolarmente aperto. Analogamente a quella di Comerlati questa stalla ha il tetto a doppia pendenza con la parte cuspidale coperta di paglia, ancora conservata sotto il rivestimento di lamiera. L’edificio sembra ottenuto dal rimaneggiamento di un preesistente rustico porticato con due archi, successivamente tamponati.

© ph. Savorelli

13. Stallone di malga di ROCCOPIANO (Erbezzo)
Edificio particolarmente enigmatico, la cui originaria funzione è di difficile classificazione per le evidenti modificazioni costruttive. È probabile comunque che la sua odierna funzione di “stallone” di malga fosse anche quella originale, nonostante sembri sia stato anche adattato a baito e forse a casara.
Particolarmente interessante la sequenza dei quattro archi ogivali realizzati con conci lunghi di pietra tagliati a settore di arco, caratteristici delle casare di malga sei-settecenteschi. La sua costruzione sembrerebbe collocabile, dalle cartografie storiche, alla metà dell’Ottocento.

© ph. Savorelli

14. Stallone di malga di CAMPORETRATTO (Erbezzo)
Probabilmente uno dei primi “stalloni” di malga della Lessinia databile, secondo la cartografia, agli anni ’30 o ’40 dell’Ottocento. La sua caratteristica, come quella degli altri edifici di questo tipo costruiti sull’altipiano settentrionale, è di essere una stalla occasionale per riparare il bestiame in periodo di alpeggio, durante episodi eccezionali di maltempo.
Essendo gli animali tenuti al pascolo anche di notte, la stalla non necessitava di fienile e pertanto lo spazio interno si presenta ad un solo livello aperto fino al soffitto.
Lo “stallone” di Camporetratto rappresenta un esempio di grande qualità costruttiva e architettonica, concepito come sistema di coppie di archi a sesto acuto forniti di contrafforti esterni poggianti sui muri e forniti di base e capitello. La loro sequenza di sei coppie disposte lungo l’asse longitudinale dell’edificio trasforma l’interno a doppia navata in un suggestivo spazio basilicale.

© ph. Bazzanella Debiasi

15. Stallone di MALGA LESSINIA (Bosco Chiesanuova)
Costruita verso la fine degli anni ’40 del Novecento, insieme allo Stallone di Scortigara di Cima, di cui ripete l’impianto e lo schema costruttivo, la grande stalla di malga Lessinia rappresenta un adeguamento ai modelli proposti dai manuali di edilizia rurale dell’epoca, ossia una costruzione a doppia navata con due poste ciascuna, capaci quindi di ospitare per la mungitura un numero doppio di animali rispetto alle stalle tradizionali.
Sorprendente, rispetto ai modelli con capriate in ferro e in calcestruzzo armato offerte dal mercato dell’epoca, è l’uso del duplice arco in pietra, in questo caso a tutto sesto con centro leggermente più basso del livello del pavimento. Un’opera di particolare perizia tecnica e progettuale, motivata in quegli anni probabilmente da una convenienza di costi delle tecnologie e dei materiali tradizionali rispetto a quelli moderni.

16. Stallone di malga CORNESEL (Bosco Chiesanuova)
Composto da un unico grande vano longitudinale coperto a lastre, rappresenta una tipologia diffusa nelle malghe lessiniche nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Tuttavia, rispetto alla maggioranza dei casi, in cui sono state adottate grandi capriate lignee, quello di Cornesel è scandito da una sequenza di 5 archi a sesto leggermente acuto. Probabilmente, proprio a causa di un imperfetto tracciamento delle curve che li compongono, gli archi hanno rivelato segni di instabilità e sono stati rinforzati da una fasciatura in calcestruzzo armato.

© ph. Bazzanella Debiasi

17. Stallone di malga SCORTIGARA DI CIMA (Ala di Trento)
Costruito poco lontano da quello di malga Lessinia, lo Stallone di Malga Scortigara di Cima, come è topograficamente denominato, è stato costruito nel 1950.
Anch’esso a doppia navata è coperto da un grande tetto a lastre retto da una sequenza di 5 archi a tutto sesto con una lavorazione a ‘bugnato’ che denota una ricerca di voluta rusticità. Anche in questa costruzione il centro degli archi si trova sotto la quota del pavimento; ciò determina un suggestiva percezione di un ambiente sotterraneo formato da archi ribassati come sostruzioni di una costruzione soprastante.

di Vincenzo Pavan
Ove non diversamente specificato © ph. Vincenzo Pavan

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