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Dal Giallo Antico al Giallo di Siena.
La fortuna dell’oro litico*

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Dettagli di marmi antichi caratterizzati da una pigmentazione dominante giallo-dorata.

L’occasione di dedicare una giornata di studi alle pietre ornamentali toscane è utile per focalizzare l’attenzione sul Marmo Giallo di Siena a partire da una rapida “incursione” nel mondo dei marmi antichi, di quei litotipi che da sempre hanno dischiuso agli occhi dell’uomo un universo policromatico stupefacente, alimentando una sofisticata e a tratti sfrenata creatività, suscitando sentimenti di ammirazione e offrendo materia colorica preziosa per ostentazioni di opulenza e potere.
Seguendo in particolare le tracce del giallo si va alla ricerca di una tinta largamente apprezzata nell’antichità, considerata unitamente al rosso prerogativa dei governanti, richiamo diretto all’immagine dell’oro, del sole e della luce, simbolo di visibilità, di lusso e di forza; colore cardine quindi della tavolozza delle cerimonie ufficiali come anche di quelle private, dei trionfi militari, delle incoronazioni, dei matrimoni1.
Nel passato si ritrovano numerosissimi marmi caratterizzati dalla predominanza della pigmentazione gialla, e primo tra tutti il Giallo Antico, pregiatissimo e ricercatissimo, che compare nell’Editto di Diocleziano del 301 d.c. come uno dei litotipi più costosi assieme al Porfido Rosso Imperiale2. Cavato nei dintorni di Chimtou nell’attuale Tunisia e anche detto Marmo Numidico, il Giallo Antico è celebrato da Plinio il Vecchio come un materiale compatto di grana finissima, lavorabile e resistente, dalla ricchissima gamma di sfumature che va dai gialli intensi aranciati, ai paglierini più pallidi e tenui, ai venati, ai brecciati e nuvolati3.

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Vista interna del Pantheon con il rivestimento parietale e le colonne in Giallo Antico.

Il Giallo Antico si diffonde in tutto l’Impero, soprattutto nella penisola italiana, ma anche in Francia, e nelle capitali d’oriente: fra le opere monumentali più emblematiche in cui trova applicazione nell’antichità si ricordano i teatri di Arles e di Orange, il Ginnasio di Smirne, il Ginnasio fatto costruire dall’imperatore Adriano ad Atene ed infine il Pantheon romano che ancora oggi mostra al suo interno una cospicua presenza di marmo giallo in forma di grandi lastre di rivestimento e di imponenti colonne monolitiche.
Accanto all’utilizzo nelle grandi architettura pubbliche, il Giallo Numidico è impiegato capillarmente e con continuità nei preziosi e policromatici sectilia pavimenta4 delle più sontuose residenze patrizie romane, per arrivare poi – dopo un periodo di declino nel Medioevo dove nell’immaginario cromatico il giallo diviene il colore del male, della menzogna e dell’infamia – ad una ulteriore stagione di successo con la riabilitazione dei litotipi gialli in epoca tardorinascimentale e barocca, allorquando fiorisce il commercio dei marmi di spoglio e il Giallo Antico ritorna ad essere protagonista in architetture d’interni fatte di intarsi e macromosaici e come sfondo di membrature architettoniche e modellati scultorei. Realizzazioni romane quali l’ Estasi di Santa Teresa in Santa Maria della Vittoria (1650 circa) di Gian Lorenzo Bernini o il monumento funebre di Luca Olstenio in Santa Maria dell’Anima (1660 circa) dimostrano come tale pietra sia ampiamente declinata in svariate applicazioni architettoniche, scultoree, decorative.

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Palazzo Corsini a Firenze. Dettaglio di colonne in Giallo Antico.

Tra l’ultimo quarto del XVI secolo – grazie all’impulso in tal senso dato dalle importanti committenze papali romane – per tutto il XVII secolo, non c’è chiesa in Italia che non registri la presenza di commessi in marmi di spoglio e in particolare, accanto ai verdi e ai rossi, di marmi antichi gialli – oltre al Giallo di Numidia, i Portasanta, gli Astracani, le Brecce Gialle o Dorate, gli aurei Alabastri Egiziani – come anche non c’è famiglia, tra Maniera cinquecentesca e affermazione del gusto barocco, che rinunci ad esibire marmi gialli nella propria cappella gentilizia o nel proprio palazzo, assegnando loro il valore simbolico di un recupero di una “romanità dorata”, sfarzosa e opulenta.
Tale richiamo di una romanità che passa anche attraverso l’affermazione di un colore rappresenta il passaggio chiave che permette di giungere a rintracciare e ad osservare nella Storia dell’Architettura il Giallo di Siena. Si è detto dell’ampio utilizzo di marmi antichi gialli praticato da committenti privati tra Cinquecento e Seicento: tra i numerosi casi spicca quello dei Corsini a Firenze, famiglia con un “versante” romano rafforzato da stretti legami con la curia papale, che nella sua grandiosa residenza seicentesca sul lungarno esibisce stupendi pezzi di spoglio in Giallo Antico, testimoniando nella capitale medicea di un culto per questo “oro litico” assimilato dalla dinastia granducale nella realizzazione delle Cappelle dei Principi in San Lorenzo ma restituito attraverso il cromatismo giallo di un nuovo marmo, autoctono, toscano, il Giallo di Siena cavato sulla Montagnola Senese.

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Cappella dei Principi in San Lorenzo a Firenze. Al centro il sepolcro di Cosimo II de’Medici.

Sono ancora una volta contenuti e significati di matrice antica, legati all’universo policromatico dei marmi, a ritornare in questo sepolcreto familiare, simbolo di un’esaltazione medicea per cui Don Giovanni de’ Medici e Matteo Nigetti pensano all’inizio del ‘600 una seduttiva fodera litica interna, un caleidoscopico firmamento minerale fatto di pietre a cui si affidano addirittura virtù magiche. Sul fronte estrattivo i granduchi promuovono una vera e propria politica autarchica delle pietre: si attivano nuove cave o si incentivano attività estrattive già esistenti di materiali quali il Mischio di Seravezza, gli alabastri e i diaspri toscani, il Giallo di Siena, appunto, che entra così nel mito delle pietre medicee per restarvi a lungo e a pieno titolo, particolarmente apprezzato nell’impresa tecnologicamente avanzata di taglio e posa del rivestimento della Cappella (impresa che si concluderà soltanto nell’Ottocento inoltrato) per le sue qualità tecniche e per il suo colore saturo e intenso5.
Da questo momento la fortuna del Giallo di Siena cresce ininterrotta grazie al diffusissimo impiego che ne fa la manifattura granducale fiorentina dell’Opificio delle Pietre Dure nella realizzazione di commessi figurati destinati alla realizzazione di decorazioni architettoniche, elementi di arredamento e oggetti preziosi6.

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Basilica di San Giovanni Bosco a Roma. Vista di un altare sullo sfondo del rivestimento parietale in Giallo di Siena.

Seguendo le orme di questo marmo senese attraverso opere esemplari per rintracciarne la presenza e identificarne i campi applicativi tradizionali, come è stato fatto per il Giallo Antico tra antichità e rinascenza, con un ulteriore salto temporale imposto dal taglio di questo contributo destinato ad approfondimenti futuri, è possibile ritrovare tale litotipo in un’opera di architettura del secondo dopoguerra, appartenente ad una contemporaneità comunque ispirata da una monumentalità antica, ancora una volta “romana”, pervasa da una sacralità austera eppure magniloquente e sfarzosa.
Si tratta della Basilica di San Giovanni Bosco sulla Via Tuscolana a Roma, portata a termine fra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 del Novecento su progetto di Gaetano Rapisardi7. In questo pantheon dei Salesiani 4.000 metri quadrati di lastre di Giallo di Siena posate a macchia aperta foderano lo spazio sacro come prezioso sfondo agli altari e ad una selva di pilastri rivestiti in Rosso Orobico. L’opera del Rapisardi è emblematica dell’orizzonte applicativo contemporaneo del Giallo di Siena che ancora oggi è considerato insuperabile a livello mondiale per colore e grana cristallina, e trova impiego privilegiato in rivestimenti interni, stesure pavimentali e opere di decorazione.

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Dettagli di una lastra e di un traforo in marmo Giallo di Siena.

È importante sottolineare che l’universo cromatico del marmo senese si presenta estremamente ricco di varianti e sfumature: la limonite ocracea variamente dispersa nella massa calcitica che compone questo litotipo può infatti dar vita a sfumature avorio, grigio perla, rosate e a tessiture più o meno fittamente striate o broccate8.
Attualmente il mondo produttivo del Giallo di Siena è fatto di alcune cave, ancora aperte sulla Montagnola nell’attuale territorio comunale di Sovicille, dove il marmo viene estratto in forma di piccoli blocchi direttamente instradati verso il mercato nazionale o i mercati esteri, primi fra tutti quello americano e quello arabo. I blocchi vengono perlopiù trasformati lontano dai luoghi di estrazione, nei due poli dell’industria lapidea di Carrara e Verona o, appunto, all’estero, fino ad ottenere semilavorati o prodotti finiti anche di grande raffinatezza e per la maggior parte destinati ad un target commerciale elevato.

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Chiesa del Corpus Domini nel quartiere San Miniato a Siena di Augusto Mazzini. Dettaglio dello zoccolo in Giallo di Siena che circoscrive lo spazio liturgico.

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Casa privata a Milano di Attilio Stocchi. Dettaglio del pavimento in marmi colorati tra cui spicca una lista in Giallo di Siena.

Grazie ad innovative tecniche di preconsolidamento che ne migliorano la lavorabilità, il marmo senese si presta oggi ad una gamma pressochè illimitata di lavorazioni e trattamenti di finitura che includono anche tecniche di incisione e traforo estremamente complesse. Così, come dimostrano alcune opere recenti di Augusto Mazzini e Attilio Stocchi, il Giallo di Siena è un’alternativa materica praticabile e pienamente inscrivibile nel progetto d’architettura contemporaneo e rappresenta una delle risorse più pregiate del ricco mondo litologico toscano, suscettibile di una rinnovata valorizzazione e di un ulteriore, oculato, sfruttamento.

di Davide Turrini

Note
* Il post qui pubblicato è un estratto della relazione presentata dall’autore al Convegno “Pietre ornamentali di Toscana. Tra magisteri tradizionali e innovazioni nel mercato globale” tenutosi il 1 settembre 2007 a Rapolano Terme (SI).

1 Si veda Michel Pastoureau, Dominique Simonnet, Il piccolo libro dei colori, Firenze, Ponte alle Grazie, 2006, pp. 107.
2 L’Editto di Diocleziano (Edictum de maximis pretiis rerum venalium) è un calmiere sui prezzi dei generi di lusso promulgato dall’imperatore romano nel 301 d.c. Attraverso tale documento è possibile ricostruire il valore di 19 varietà di marmi antichi nella Roma imperiale. In proposito si veda Giorgio Blanco, “Editto di Diocleziano” p. 74, voce in Dizionario dell’architettura di pietra, vol I, Roma, Carocci, 1999, pp. 300.
3 Sui marmi antichi si rimanda all’imprescindibile Raniero Gnoli, Marmora romana, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1988, pp. 374, a cui si aggiungono i numerosi e importanti contributi di Enrico Dolci, Dario del Bufalo e Caterina Napoleone. Si ricordano in ordine cronologico per anno di pubblicazione: Enrico Dolci (a cura di), Il marmo nella civiltà romana, la produzione e il commercio, Carrara, Internazionale Marmi e Macchine, 1989, pp. 182; Enrico Dolci, Leila Nista (a cura di), Marmi antichi da collezione. La Raccolta Grassi del Museo Nazionale Romano, Carrara, 1992, pp. 94; Caterina Napoleone (a cura di), Delle pietre antiche. Il trattato sui marmi romani di Faustino Corsi, Milano, Franco Maria Ricci, 2001, pp. 167; Dario Del Bufalo, Marmi colorati. Le pietre e l’architettura dall’Antico al Barocco, Milano, Motta, 2003, pp. 167.
4 Sull’opus sectile pavimentale o parietale si veda la consistente bibliografia di studiosi quali Giovanni Becatti e Federico Guidobaldi. Per un primo approccio al tema si rimanda a Federico Guidobaldi, “Sectilia pavimenta e incrustationes: i rivestimenti policromi pavimentali e parietali in marmo o materiali litici e litoidi dell’antichità romana” pp. 15-76, in Annamaria Giusti (a cura di), Eternità e nobiltà di materia. Itinerario artistico fra le pietre policrome, Firenze, Polistampa, 2003, pp. 270; si veda inoltre Alfonso Acocella, “L’opus sectile policromatico romano” pp. 374-393, in L’architettura di pietra. Antichi e nuovi magisteri costruttivi, Lucca-Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 623.
5 Per un approfondimento sulla Cappella dei Principi in San Lorenzo a Firenze si veda il recentissimo contributo di Alessandro Rinaldi, “San Lorenzo” pp. 389-391, scheda in Mario Bevilacqua, Giuseppina Carla Romby (a cura di), Atlante del Barocco in Italia. Firenze e il Granducato, Roma, De Luca, 2007, pp. 668. Cfr. anche Umberto Baldini, Anna Maria Giusti, Anna Paula Pampaloni Martelli (a cura di), La Cappella dei Principi e le pietre dure a Firenze, Milano, Electa, 1979, pp. 355.
6 Sul commesso di pietre dure e sulla storia dell’Opificio fiorentino si vedano: Ferdinando Rossi, Pitture di pietra, Firenze, Giunti Martello, 1984, pp. 170; Annamaria Giusti (a cura di), Splendori di pietre dure: l’arte di corte nella Firenze dei Granduchi, Firenze, Giunti, 1988, pp. 280; Annamaria Giusti, “Da Roma a Firenze: gli esordi del commesso rinascimentale” pp. 197-230 e Annamaria Giusti, “Da Firenze all’Europa: i fasti delle pietre dure” pp. 231-270, entrambi in Annamaria Giusti (a cura di), Eternità e nobiltà di materia. Itinerario artistico fra le pietre policrome, Firenze, Polistampa, 2003, pp. 270.
7 er un approfondimento sull’edificio si veda Ruggiero Pilla, La Basilica di San Giovanni Bosco in Roma, Torino, Società Editrice Internazionale, 1969, pp. 247.
8 Per un inquadramento generale riguardante i marmi gialli senesi Cfr. Giorgio Blanco, “Marmi gialli di siena” p. 132, voce in Dizionario dell’architettura di pietra, vol I, Roma, Carocci, 1999, pp. 300. Si veda anche l’accenno ai marmi di Siena alle pp. 287-288 di Francesco Rodolico, Le pietre delle Città d’Italia, Firenze, Le Monnier, 1965, pp. 501.

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