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26 febbraio 2008

Paesaggi di Pietra

Architettura vernacolare della Lessinia
Una lezione sulla pietra

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Lessinia Occidentale. Cave (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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Racconta Bernard Rudofsky, raffinato studioso e pioniere dell’”architettura vernacolare”, come avesse dovuto attendere oltre venti anni perchè una istituzione culturalmente disinibita come il Museum of Modern Art di New York, alla continua ricerca di temi alternativi per i suoi eventi, decidesse di realizzare la proposta da lui avanzata nel 1941 al Dipartimento di Architettura del museo stesso di una mostra sulle “meraviglie dell’architettura spontanea”, quanto di più anticonformista si potesse ideare in questo campo. Certamente l’assenza di paternità, o comunque di illustri pedigree, in costruzioni come gli edifici in terra del Mali o i villaggi trogloditici del Maghreb, o i muri ciclopici di Cuzco in Perù, o gli alloggi scavati nei fantastici coni di pietra della Cappadocia, induceva a un pesante pregiudizio sull’esposizione di queste opere ancorchè innegabilmente clamorose sul piano dell’immagine. Ma ancora più sorprendente è il motivo di questa lunga reticenza dovuta, come ricorda lo stesso Rudofsky, al contenuto della mostra “ritenuto inadatto per un museo che si consacrava all’arte moderna, anzi, se mai era considerato anti-moderno”.1
Grazie all’appoggio di alcuni maestri come Sert, Ponti, Neutra, Tange e Gropius, finalmente nel 1964, sotto l’appropriato e provocatorio titolo di “Architecture Without Architects”, la mostra fu aperta al MOMA con grande successo e in seguito portata in un lungo e fortunato tour in più di ottanta musei e gallerie nel mondo.
Ad una attesa di riconoscimento ancora più lunga, che ne mette in dubbio la sopravvivenza, sembrano invece destinate le costruzioni in pietra della Lessinia, tra le più geniali e creative testimonianze dell’architettura vernacolare, paragonabili a una gigantesca opera collettiva di Land Art integrata a un paesaggio di montagna di straordinaria bellezza.
Nel contesto nazionale – ormai sensibilizzato e teso a valorizzare come preziose risorse siti e opere della cultura lapidea contadina, dai Trulli della Valle d’Itria, inseriti nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, alle costruzioni di pietra della Val Bavona nella Svizzera italiana, insignite del prestigioso Premio Carlo Scarpa – appare inspiegabile e macroscopica svista ignorare un caso inedito di uso dei materiali lapidei come quello rappresentato dall’architettura di pietra della Lessinia.
Ma in cosa consiste l’originalità lessinica? Alla base di tutto sta la geologia, un lascito singolare della natura che, nella vasta area di altipiani prealpini discendenti verso la pianura veronese, ha disseminato in bancate due tipi di rocce formatesi in epoche diverse ma rese simili dalla loro conformazione fisica: la Scaglia Rossa Veneta, chiamata comunemente Pietra di Prun, e il Rosso Ammonitico, più universalmente conosciuto come Marmo Rosso Verona. Entrambi si presentano sotto forma di sottili strati lapidei sovrapposti, separati da un velo di argilla che ne rende agevole lo scollamento. La natura ha in un certo senso fornito agli abitanti di questi luoghi un materiale lapideo già “tagliato”, pronto quindi ad essere sezionato in lastre di diverse dimensioni, anche molto grandi, particolarmente adatte ad ogni necessità costruttiva.
La materia di cui questo “lastame” si compone – resti di conchiglie, frammenti vegetali, piccoli organismi marini – racchiude forme di vita pietrificate in antichissime epoche geologiche che affiorano sulle facce di giacitura offrendo sotto l’effetto della luce solare preziose superfici “come pagine miniate di una biblioteca a falde”.2
Con un materiale così raffinato e sensuale anonimi scalpellini, muratori e contadini, hanno per secoli integralmente costruito case, stalle, fienili, muri divisori, e qualsiasi altra cosa servisse alla loro vita realizzando un linguaggio costruttivo specifico, unico e originale.
Il modo stesso con cui si praticava l’attività estrattiva in galleria, riservata alla parte più pregiata del “lastame” destinata alla commercializzazione e dismessa negli anni Cinquanta del Novecento, ha lasciato delle affascinanti e fantastiche architetture ipogee: grandi spazi a pianta basilicale con soffitti lapidei retti da possenti pilastri dalle forme irregolari e bizzarre, ottenute per sottrazione di materiale, seguendo una logica rigorosa di funzionalità e ottimizzazione della produzione.
Per la perfetta coincidenza tra programma funzionale e forma architettonica ottenuta, le cave in galleria di Prun costituiscono la rappresentazione più alta dell’architettura di pietra della Lessinia, in un certo senso la sua espressione monumentale.
Molte culture costruttive popolari si esprimono attraverso i materiali lapidei ma nessun’altra nello “stile” lessinico. Mentre la muratura stratificata a conci è comune a varie costruzioni montane europee, la lastra come monolite diviene nella Lessinia l’elemento ordinatore dell’architettura e del paesaggio.

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Lessinia Occidentale. Architetture (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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Posta in senso inclinato traccia dall’alto la griglia dei tetti spartita modularmente da nitide tavole di pietra di grande misura sormontate da lastre coprigiunto di modulo inferiore, mentre posata orizzontalmente a terra scandisce lo spazio delle aie nelle corti rurali in continuità con i pavimenti lapidei degli interni degli edifici.
Erette in verticale e conficcate nel terreno, le lastre si trasformano in elementi portanti assolvendo, analogamente ai moderni pannelli prefabbricati in cemento, al compito di struttura e di tamponamento per costruzioni complementari come depositi di attrezzi, ripari e piccole stalle per animali da cortile. Più frequentemente l’uso verticale delle lastre è applicato ai muri divisori delle proprietà che segnano sui sinuosi declivi dei pascoli una rete di tracciati regolari in un singolare contrasto di geometrie.
L’uso molteplice e integrato del monolite lapideo configura i tratti essenziali della originale identità dell’architettura lessinica: la sua nuda essenzialità, la razionalità combinatoria delle lastre, il purismo delle superfici, l’assenza di decorazione o di elementi architettonici superflui, il senso di arcaica potenza e di preziosa matericità. Un insieme di elementi che pongono questa architettura in immediata sintonia con la nostra sensibilità contemporanea.
Ad una analisi più articolata l’identità originaria si differenzia però in diversi linguaggi le cui variazioni sono in relazione alla posizione geografica dei siti, al loro rapporto con le giaciture geologiche, con le posizioni altimetriche, con l’influenza di altre culture e con il mutare delle esigenze produttive.
L’elemento di maggiore incidenza nella distinzione identitaria resta però quello basilare: la geologia, che divide la Lessinia in senso meridiano in due grandi aree contrassegnate dalla presenza dei due tipi di pietra “lasteolare”. La parte occidentale dominata dal biancore luminoso della Pietra di Prun e quella orientale dalla potenza materica del Rosso Ammonitico. Una sommatoria dei due caratteri si è invece formata sugli altipiani prativi – ovvero nell’alta Lessinia – che ospitano l’alpeggio e l’allevamento transumante.
Tra queste è l’area occidentale, compresa tra Prun, Sant’Anna d’Alfaedo e Breonio, dove si colloca il bacino estrattivo più importante del territorio veronese, ad esprimere in modo più coerente i tratti originali dell’architettura lessinica.
Qui la pietra, nella sua singolare conformazione lasteolare straordinariamente regolare e facilmente lavorabile, ha favorito l’affermarsi di regole costruttive e compositive che hanno segnato in modo inconfondibile il linguaggio architettonico. A partire dalle murature a conci degli edifici, dove la regolarità del materiale ha prodotto delle textures murarie così perfette da far quasi coincidere l’allineamento dei corsi con gli strati della roccia sezionati nelle cave. Su queste cortine compatte si compongono le aperture con la giustapposizione trilitica delle lastre, spesso sovrastate dal “triangolo di scarico” delle forze e dei pesi che evoca l’archetipo del timpano classico. E’ quanto osserva Christian Norberg-Schulz sui linguaggi vernacolari dell’architettura quando individua nelle costruzioni lapidee lessinesi un “classicismo latente” in contrasto con il “romanticismo” della struttura lignea a traliccio diffuso nell’Europa centrale, e nota come in queste opere contadine “le cose appaiono veramente collocate al posto giusto e ogni elemento, per l’indiscussa verticalità o orizzontalità, contribuisce a un gioco di forme naturale ed equilibrato, riflettendo l’intenzione fondamentale dell’architettura di pietra alla contrapposizione di portante e portato”.3
La permanenza del sapere costruttivo e delle regole della pietra in Lessinia ha consentito anche in epoca relativamente recente, quando ancora non era iniziata quella “mutazione genetica” distruttiva delle tecniche e dei materiali da costruzione tradizionali, di sviluppare in modo coerente e creativo i processi e le forme di una solida razionalità costruttiva. Quando alla fine degli anni Trenta del Novecento nuovi sistemi di raccolta e di stoccaggio del fieno richiesero aperture di dimensioni maggiori nelle pareti delle stalle, la risposta statica alle sollecitazioni di peso sugli architravi più ampi fu l’invenzione di elementi compositivi nuovi di straordinaria originalità formale come la sovrapposizione di timpani e aperture minori per alleggerire il peso della muratura soprastante.

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Lessinia Orientale. Architetture (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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Connotazioni diverse acquistano invece il paesaggio e l’architettura nell’area orientale compresa tra i centri di Boscochiesanuova, Roverè e Velo dove il Rosso Ammonitico con la sua conformazione più compatta e “rocciosa”,e la colorazione intensa rosso-rosata, ha dato luogo a uno “stile” litico più arcaico e possente.
L’irregolarità e l’ispessimento stratigrafico del materiale, la sua minore disponibilità e la compresenza di altri tipi di rocce ha prodotto nuove “invenzioni” strutturali come le lastre impilate verticalmente a cerniera sugli spigoli delle murature. Un principio costruttivo peculiare di queste aree lessiniche dove l’imperfezione del tessuto lapideo murario è controbilanciata nei punti critici della costruzione, gli angoli delle pareti, da lastroni di pietra posizionati “a coltello”, uno sull’altro con facce alternate ad immorsare i due corpi murari.
Su questo principio costruttivo si eleva un piccolo ma straordinario edificio, la stalla del Modesto – recentemente incluso nel Premio Internazionale Architetture di Pietra di Marmomacc – che coniuga il linguaggio lapideo alle tecniche delle costruzioni lignee. In questa opera intensamente poetica tutte le pareti sono realizzate con enormi lastre “a coltello” tra loro sormontate e legate sugli spigoli con un efficace e ingegnoso sistema, che ricorda l’incastro d’angolo dei tronchi nelle costruzioni di montagna.
A questa componente concettuale “lignea” appartiene anche uno dei tratti caratteristici dell’architettura orientale lessinica, ossia la conformazione dei tetti di molte costruzioni rurali come stalle e fienili, i quali costituiscono la figura architettonica tipica dell’area. Si tratta della cosiddetta “tesa gotica”, una doppia inclinazione del tetto che genera un profilo spezzato. In origine le falde con maggiore inclinazione – oggi coperte con lamiere di zinco – possedevano un manto di canna palustre, una consuetudine costruttiva portata dai “cimbri”, popolazioni germaniche anticamente insediate in questa area della Lessinia quando gli altipiani erano coperti di boschi fino ad alte quote.

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Lessinia Orientale. La stalla del Modesto (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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La progressiva trasformazione dalla costruzione lignea a quella lapidea favorita dal progressivo disboscamento ha innescato nei secoli un singolare processo di ibridazione tra i due linguaggi, che le necessità contingenti e i diversi temperamenti dei costruttori hanno reso straordinariamente vario.
Dove il bosco si dirada fino a scomparire e il paesaggio si apre sui grandi pascoli ondulati che si estendono per tutta l’alta Lessinia anche gli interventi umani si diradano e diventano puntiformi, acquistano visibilità in lontananza. La solitudine metafisica dei luoghi si popola di animali al pascolo nel periodo dell’alpeggio e l’architettura diviene ancor più essenziale e arcaica.
L’elemento distintivo delle due culture lessiniche scompare e le malghe, gli ermetici edifici ove si realizza la catena del latte, riacquistano la totale veste pietrificata degli edifici rurali “occidentali”. Ma la struttura è mutata, il compito di reggere il pesante manto di copertura a lastre è assegnato a grandi strutture ad arco “gotico” che consentono all’interno degli edifici ampi spazi continui, simili a navate di chiese romanico-gotiche.

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Alta Lessinia. Architetture (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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Questa architettura di pietra così possente e arcaica, così moderna nella sua essenzialità e nel rigore funzionale e costruttivo, così priva dell’isterica ricerca formale degli architetti, si rivela fragile quando le funzioni per cui è stata realizzata vengono meno. L’incomprensione della sua intima bellezza la espone alle distruttive alterazioni, non inevitabili, che comportano le modificazioni d’uso, oltre che all’abbandono e alla sua regressione alla “condizione di natura” ossia al crollo e alla totale dissoluzione.
Il suo recupero intelligente può invece trasformarsi in una lezione permanente per gli architetti d’oggi spesso disorientati e travolti dall’ossessivo cambiare delle mode e dai formalismi delle nuove star.

Vincenzo Pavan

Note
1Bernard Rudofsky, Le meraviglie dell’architettura spontanea, Bari 1979
2Doina Uricariu, “Casa di Pietra, Pietra di Prun”, in A.A.V.V. Architettura Scavata, Verona 2002
3Christian Norberg Schulz, Architettura: presenza, linguaggio e luogo, Milano 1996

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