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29 Ottobre 2009

Opere di Architettura

La nuova piazza di S. Stefano (1990-1991)
di Luigi Caccia Dominioni con Danieli Vincenti*

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Prospettiva della piazza con lo sfondo delle Sette Chiese

Lo slargo della via S. Stefano, è uno dei luoghi più antichi di Bologna.
Il trivio d’origine medievale, già segnalato in età tardo imperiale, individua lo spazio di un imbuto prospettico generato dall’intersezione tra la via Santa Gerusalemme e la via S. Stefano, delimitato dalla simmetria dei fronti opposti di laici palazzi monumentali e chiuso – sul fondale – dall’insediamento religioso delle Sette Chiese stratificatosi storicamente fra VIII e IX secolo.
Nello slargo, Luigi Caccia Dominioni intuisce la piazza; l’energia di Dino Gavina traduce l’intuizione in intenzione e sostiene presso l’Amministrazione Comunale l’idea di modificare l’assetto della pavimentazione. L’occasione per l’intervento sono i lavori di ripristino degli impianti tecnologici di infrastrutturazione nel sottosuolo.
Il progetto prende forma e si disciplina grazie ad analitiche ricerche storiche e morfologiche a cura dell’Ufficio centro storico ed edilizia monumentale del Comune di Bologna, sotto la direzione dell’architetto Roberto Scannavini, attraverso le quali si approfondiscono i caratteri e i processi dell’evoluzione urbana del sito; ulteriori ritrovamenti archeologici confermano la pertinenza dell’intervento.
La proposta progettuale prevede il ripristino morfologico del sito, ricostituisce la centralità dell’invaso aperto verso il complesso monumentale di S.Stefano per mezzo di una concavità della pavimentazione, recupera l’unitarietà spaziale con un livellamento dell’assetto stradale e permette una percezione collettiva della nuova piazza, quasi una cavea teatrale.
E’ proprio la complessità del luogo a generare le tensioni che animano lo spazio in molteplici direzioni, Caccia Dominioni le individua e le disegna sul suolo come tracce, quasi ad evocare i segni di fondazione della città. Lo spazio urbano si anima di queste presenze, prima latenti ora evidenziate; attraverso nuove prospettive, modificate dalla cavea riaperta, si mettono in relazione i portici dei palazzi con le strade sfuggenti. Al centro, la facciata delle sette chiese recupera la centralità e un solido attacco a terra, fino ad ora negato dall’intervento del 1934 che aveva infossato il sagrato in un catino, tagliando la prospettiva e falsando le proporzioni.
L’innegabile baricentro dell’equilibrio architettonico del luogo è il fronte del complesso delle Sette chiese: ciò fa della nuova piazza S.Stefano un luogo sacro, suggestivo sagrato del “misterioso” complesso religioso; ma il sagrato era anche piazza del mercato, cioè luogo dello scambio, spazio laico per eccellenza e quindi trivio, cavea della rappresentazione della vita quotidiana.

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Disegni ideativi di Luigi Caccia Dominioni

Negli schizzi architettonici Luigi Caccia Dominioni traccia intenzioni fluide: le “guidane” in granito flettono e si congiungono senza spigoli ai marciapiedi sotto i portici, la depressione della cavea risale senza gradini anche i dislivelli più ripidi, la pavimentazione è immaginata in porfido o in pietra pesarese e una lente di marmo verde, come un “cammeo” pavimentale, emerge lievemente dal suolo e segnala la confluenza viaria. Nella realizzazione, specifiche argomentazioni di ordine storico-morfologico definiscono ne dettaglio le scelte realizzative: al porfido si preferisce l’acciottolato, meno conflittuale con l’architettura del sito; per superare i dislivelli più ripidi compaiono alcuni gradini.

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Scorcio della piazza dallo spazio porticato

photogallery

La policromia del nuovo invaso concavo è determinata dall’uso di due materiali litici diversi: il ciottolo rosso-ambra, proveniente dal Trentino, per i grandi campi e il granito grigio-chiaro in lastre, proveniente dalle cave della Sardegna, per il sagrato lenticolare e per le guidane, che sottolineano i percorsi di attraversamento e inquadrano il complesso monumentale di S.Stefano. Le due fasce pavimentali che corrono parallele ai porticati sono realizzate in ciottoli di color grigio-alabastro, una diversa gradazione cromatica, proveniente da torrenti delle Alpi Apuane.1

Alessandro Vicari

Note
*Il saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.
1 Il progetto è stato coordinato dall’Ufficio centro storico ed edilizia monumentale del Comune di Bologna.

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