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13 settembre 2016

Opere di Architettura

L’architettura di Go Hasegawa


Go Hasegawa, Casa nella foresta a Karuizawa, 2006

Dopo essersi formato all’Institute of Technology di Tokyo e nello studio di Taira Nishizawa, dal 2005 l’architetto giapponese Go Hasegawa si dedica con particolare intensità al progetto di residenze private, caratterizzate da un attento studio dell’illuminazione naturale e del rapporto tra interni ed esterno. Per Hasegawa il tema della casa coincide con la nozione di uno spazio domestico familiare, vitale, intimo e radicato nella terra eppure aperto all’intorno e al cielo. Ciò è evidente nelle sue opere dai volumi elementari, a blocco compatto con tetto piano o caratterizzate da semplici coperture a capanna, dove tutto il lavorio progettuale è svolto all’interno, nella creazione di ambienti significativi dal punto di vista funzionale e sociale, di spazi abitati che prendono corpo come luoghi di un benessere totale, di un “piacere di vivere” che per l’architetto è la trasposizione del concetto vitruviano di venustas.


Go Hasegawa, Casa nella foresta a Karuizawa, 2006. Sezione trasversale e viste degli interni con le diverse tipologie di illuminazione naturale

Hasegawa pensa infatti a un’architettura fortemente connessa alla qualità concettuale assegnata dal progettista o dal fruitore agli spazi della vita quotidiana e al piacere sensoriale che da essi può derivare (Go Hasegawa: thinking, making architecture, living, Tokyo, 2011, pp. 116-117).
Da questi presupposti, discendono case delle vacanze immerse nella natura, o numerose residenze urbane monofamiliari, o complessi di appartamenti costruiti in contesti densamente edificati. Così nel 2006 realizza la sua opera prima: una casa nella foresta a Karuizawa con un tetto a due spioventi interrotto sul colmo da un grande lucernaio; la luce che entra da tale apertura è diffusa da una camera luminosa in parte completamente trasparente, in parte rivestita di pannelli lignei ultrasottili e traslucidi, così da modulare, nei diversi vani, effetti cromatici e di intensità sempre variati.


Go Hasegawa, Casa a Komae, 2009

Poi si susseguono fino ad oggi molte abitazioni in città, raccolte e protettive ma al tempo stesso aperte ad un peculiare rapporto con l’esterno, non solo attraverso ampie finestre o spazi interesterni che traguardano su viste ben calibrate, ma anche grazie a soffitti e pavimenti permeabili alla luce e allo sguardo. È il caso delle terrazze-giardino degli appartamenti a Nerima, o delle molteplici prese di luce zenitale della piccola residenza a Komae, o, ancora, dei pavimenti semitrasparenti in grigliati lignei della casa a Komazawa.


Go Hasegawa, Casa a Sakuradai, 2006

Le architetture di Go Hasegawa sono sempre contrassegnate da sezioni dinamiche con frequenti piani sfalsati, viste interne diagonali, spazi relazionali articolati e continui. Emblematica in proposito è l’abitazione per una coppia di insegnanti a Sakuradai, organizzata attorno a un grande ambiente a doppia altezza, una sorta di corte che agisce da tessuto connettivo per la vita della casa. Su di essa si aprono infatti numerosi affacci interni e sul grande piano di lavoro in legno, che ne occupa quasi interamente la base, tutti possono operare da punti di fruizione diversificati; per questo ogni stanza del piano terreno “invade” parzialmente la corte, attraverso una porta angolare e per una piccola superficie che può ospitare una seduta.


Go Hasegawa, Casa a Komazawa, 2011

In tal modo si viene a creare un misurato bilanciamento tra vani destinati alle attività personali, ambiti intermedi, e spazi vocati alle attività collettive della famiglia.
La ricerca di Hasegawa sul rapporto tra luce, materiali e percezione prosegue oggi nel progetto del padiglione Pibamarmi per la fiera Marmomacc 2016. In questo caso l’architetto si confronta per la prima volta con il marmo nella realizzazione di uno spazio circolare, individuato da dodici blocchi scavati secondo profili variabili.


Go Hasegawa, studi grafici per il padiglione Pibamarmi alla fiera Marmomacc di Verona, 2016

Ogni elemento litico rivolge all’interno una cavità studiata con un duplice scopo: innanzitutto per dar modo al visitatore di sedersi, a diretto contatto con la materia, nella nicchia che si viene a creare; poi, per assottigliare il marmo fino ad ottenere all’esterno effetti di traslucenza sempre diversi grazie alla variatio del materiale e alle ombre in movimento proiettate sulle superfici interne. In modo inusuale la composizione evoca luoghi sacri o epici ma per Hasegawa, ancora una volta, l’architettura è prima di ogni altra cosa sinonimo di semplicità, mentre lo spazio, intimo e vitale, è concepito per la condivisione e il piacere sensoriale.

di Davide Turrini

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