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16 luglio 2007

Pietre Artificiali

Alle origini dei pavimenti in laterizio*

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Solunto (foto di Alfonso Acocella)

In quel crocevia antichissimo che è il Mediterraneo, spazio acqueo magico su cui si affacciano da tempi immemorabili territori, etnie e civiltà autoctone legate fra loro da intensi scambi commerciali e culturali, si collocano le origini abbastanza “tarde” – rispetto alle testimonianze del Medio Oriente – della cottura di elementi in argilla volti alla realizzazione di manufatti per l’architettura, e in particolare la creazione e la diffusione dei pavimenti in cocciopesto.
Segue, alla lunga stagione delle terrecotte architettoniche greche e poi magnogreche, l’aggiornamento delle tecniche costruttive dell’ellenismo.
È da ascrivere allo spirito sperimentale ellenistico l’innovazione del laterizio cotto nelle murature che, dal III secolo a.C., affianca e integra i metodi stereotomici più arcaici e originari in pietra. La cottura dell’argilla consente una produzione di elementi, sia standard che speciali (dalla durata, “portanza” e inalterabilità confrontabili con le caratteristiche della pietra), attraverso una fabbricazione rapida, economica, seriale.
L’introduzione dei mattoni in argilla cotta, anche se non avrà conseguenze rilevanti riguardo agli aspetti quantitativi dell’architettura ellenistica, pone sotto il profilo storico e tecnologico le premesse di un progresso essenzialmente futuro, conseguito a breve dai Romani a partire dalla prima età imperiale.
Una diffusione ampia registra, invece, l’altro significativo ambito della sperimentazione tecnica ellenistica legato al settore delle malte, che trovano esteso sviluppo applicativo nei pavimenti conosciuti con il nome di “battuti” : redazioni pavimentali continue a base di calce e granuli di pietra e/o di cotto. Questi particolarissimi pavimenti si diffondono e si evolvono velocemente, a partire da un’origine probabilmente punica, in tutto il bacino mediterraneo.

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Domus a Solunto. (foto Alfonso Acocella)

Le tappe principali di tale processo sono sinteticamente riassunte da Hans Lauter:
“Un secondo settore d’innovazione tecnica è costituito nell’ellenismo dal campo dei materiali stucco e malta. Lo stucco di marmo, buono e assai duro, era certo familiare già all’architettura greca più antica e serviva tra l’altro, come cosiddetto stucco idraulico, per rivestire, impermeabilizzandole, vasche e cisterne.
A partire dal tardo V secolo a.C. viene utilizzato come legante per pavimenti, e in particolare per i mosaici a ciottoli; nelle case e nei palazzi macedoni del primo ellenismo di Pella e di Vergina anche pavimenti assai semplici di cocciopesto e lastrine di marmo vennero stesi in questa massa simile a malta.
Una speciale evoluzione d’impronta punica è il pavimento a “terrazzo” (o cocciopesto dell’Occidente) dove uno strato di malta di ottima qualità è mescolato a polvere di terracotta, a particelle d’argilla cotta e a singole pietre bianche (in genere calcari).
Lo si ritrova negli edifici greco-punici di Selinunte prima della distruzione del 272 a.C., e già allora era stato adottato dappertutto dai greci di Sicilia e della Magna Grecia, dai quali lo ripresero a loro volta i vicini italici” .1
Dalle civiltà insediate nelle regioni del Mediterraneo orientale, quindi, la tecnica dei battuti passa agli italici, facendo il suo ingresso presso i Romani che la utilizzano in larga scala sia come intonaco impermeabilizzante (in cisterne, vasche, terrazze, impluvi, piscine termali, opere murarie contro terra ecc.) sia come superficie funzionale e ornamentale per pavimentazioni d’interni, sviluppando un repertorio decorativo semplice ma raffinato, unitamente a un piano di calpestio economico, robusto e continuo. I Romani chiameranno tale tecnica esecutiva opus signinum (dal nome della città di Signia, l’odierna Segni, grosso centro di produzione laterizia, famosa soprattutto per la fabbricazione di tegole).
L’approfondimento del tema decorativo connesso ai pavimenti in opus signinum utilizza l’apporto di piccoli elementi lapidei; nel tempo si assiste a un “arricchimento” del disegno del piano di calpestio attraverso l’integrazione dei materiali cementanti di fondo con frammenti di pietra (in forma di scaglie irregolari o tessere quadrangolari bianche, nere o policrome) che conducono a “scritture” pavimentali più elaborate e raffinate, sia pur mantenendosi sempre entro caratteri di essenzialità, di sobrietà.
Più in generale l’opus signinum evolve la stesura omogenea e “povera” del cocciopesto d’origine, attraverso una ricerca figurativa che approfondisce temi disegnativo-decorativi specifici. Fra i temi più ricorrenti è possibile evidenziare la ripartizione della superficie in uno o più campi pavimentali, l’adozione di fasce e riquadrature, l’enfatizzazione dei punti focali (centri), infine la realizzazione di temi ornamentali policromatici.
Questa classe pavimentale si fa apprezzare, oltre che per i suoi valori estetici, per le elevate caratteristiche di impermeabilità e resistenza.
In Naturalis Historia Plinio, dopo aver presentato per sommi capi l’arte pavimentale in Grecia, soprattutto attraverso le tipologie più elitarie quali quelle del mosaico e del lithostroton, passa a illustrare le più antiche manifestazioni di tale magistero esecutivo in ambito romano agganciandosi direttamente alla tradizione dell’opus signinum, ovvero a quei pavimenti a battuto allestiti per dare compattezza, resistenza e pulizia agli spazi coperti.
Nel libro XXXV, dove tratta degli impieghi delle terre, in forma di apprezzamento esplicito per l’ingegno umano, afferma:
“Che cosa non escogita la vita usando anche cocci rotti in maniera che i cosiddetti Signini pestati i cocci e aggiuntavi calce siano più solidi e durino più a lungo! Hanno escogitato di fare anche i pavimenti di questo materiale”. 2
E più avanti, nel libro XXXVI, dedicato alle pietre e ai marmi:
“I primi pavimenti ad essere allestiti credo siano stati quelli noti col nome di “stranieri” (barbarica) e di “coperti dal tetto” (subtegulanea), che in Italia sono di terra battuta a mazzeranga: il che si potrebbe arguire dal nome stesso. A Roma il primo pavimento a scaglie fu fatto nel Tempio di Giove Capitolino dopo l’inizio della terza guerra punica”. 3
I pavimenti in opus signinum da Plinio sono appellati barbarica perchè già da tempo (almeno a partire dal I secolo a.C. quando si diffondono su larga scala i mosaici e prende il via la moda dei sectilia pavimenta) sono stati declassati dalle sale di rappresentanza delle domus di Roma ai “quartieri” residenziali; continueranno, invece, a svolgere un ruolo importante nell’architettura d’interni delle abitazioni collocate in aree periferiche del mondo romano.

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Anzio, ville repubblicane, particolare di opus signum con reticolato a losanghe e crocette

Se i ritrovamenti archeologici, che sono pur numerosi, non appaiono confrontabili quantitativamente con la serie vastissima dei mosaici a tessere, ciò è dovuto soprattutto alle ampie ricostruzioni edilizie d’età imperiale effettuate sui contesti topografici d’età repubblicana (età di massima diffusione dell’opus signinum) con la perdita o il seppellimento degli strati più antichi.
Il riferimento di Plinio a questi particolarissimi pavimenti rinvia unicamente ai battuti di calce con frammenti di laterizio cotto, dal tipico colore rosso. In realtà la ricerca archeologica ha precisato come in tale tecnica esecutiva vadano inclusi tutti i pavimenti ottenuti per battitura, conseguentemente anche quelli con fondo cementante bianco o colorato.
A partire dal III secolo a.C., com’è attestato attraverso numerosi scavi, i cocciopesti e i battuti rossi e bianchi hanno rappresentato in ambito italico la più antica soluzione pavimentale in voga per conferire igiene e resistenza ai piani di calpestio degli ambienti domestici sottoposti all’usura del vivere quotidiano e del soggiorno delle persone.
Le grandi serie pavimentali di Pompei, Ercolano, Roma ne fissano la loro massima adozione lungo il II secolo a.C.
L’opus signinum si diffonde e si sviluppa attraverso l’impiego di tessere e scaglie litiche bianche o – più raramente – anche colorate, distribuite casualmente o disposte secondo precise geometrie di posa, contribuendo a elevare il valore decorativo dei pavimenti rendendoli consoni alle aspettative di crescente preziosità che caratterizzano già l’edilizia romana e lo stile di vita d’età repubblicana fra il II e il I secolo a.C.
È importante altresì evidenziare come i pavimenti in cocciopesto insieme a quelli in battuto di calce bianca, con i loro disegni lineari punteggiati ottenuti a mezzo di tessere litiche, vadano a svolgere – in età tardorepubblicana – un’influenza determinante nel formare quel repertorio geometrico d’avvio della nuova tradizione del mosaico bicromatico bianco e nero di tipica elaborazione romana. In particolare saranno “trasferiti” da questa tecnica pavimentale più antica i motivi del meandro, del reticolato con meandro o con losanghe, delle crocette, del puntinato regolare.
I pavimenti in opus signinum, pur nelle loro più elaborate redazioni, non si allontaneranno mai – a differenza dei pavimenti in mosaico o di quelli in opus sectile – dalla sobrietà d’origine dovuta alla tonalità cromatica omogenea di fondo e alla “leggera” linearità degli ornati; in particolare non tenderanno mai ad affollare i campi pavimentali fino a invaderli e annullarli con eccessi di decorativismo.
La natura specifica del tema pavimentale, valutato nella sua autentica essenza di superficie funzionale, fa sì che queste redazioni in opus signinum mantengano sempre una continuità e una solidità strutturale accompagnata da un’eleganza essenziale – sostanzialmente “grafica” – ottenuta attraverso geometrie ornamentali di tipo lineare.
Con l’opus signinum prende avvio, comunque, sulla stesura omogenea del cocciopesto, quella sperimentazione figurativa che mette a fuoco i tipici e ricorrenti temi del progetto pavimentale: ripartizione e gerarchizzazione della superficie di calpestio in uno o più campi, disegni geometrici di tracciati (quali fasce, cornici, riquadrature), intensificazione ornamentale di punti focali delle composizioni, adozione di virtuosismi decorativi quali figure, aree impreziosite mediante texture policromatiche ecc.
L’opus signinum decorato è un punto di arrivo di una lunga elaborazione. La decorazione è ottenuta mediante l’uso di scaglie quadrangolari (di dimensioni prossime alle tessere musive) oppure di frammenti irregolari in forma di scaglie. L’utilizzo di litotipi colorati (meno frequente dell’impiego delle tessere bianche o nere) è legato prevalentemente all’esecuzione di campiture centrali a tappeto omogeneo entro cui gli elementi litici vengono mischiati liberamente.
Più frequentemente il decoro è ottenuto attraverso tessere bianche (a volte, invece, solo nere, o bianche e nere utilizzate contestualmente in alternanza), sempre allettate nello spessore del cocciopesto, poste a formare disegni geometrici lineari.
Gli ornati lineari sono redatti accostando le tessere bianche (che mai si toccano fra di loro) per angolo e non per lato. Sono queste tessere a dar vita alle decorazioni geometriche (sottoforma di punteggiati lineari, crocette, squame, reticolati, meandri ma anche in motivi più elaborati quali stelle a otto punte, rombi, esagoni, ottagoni e cerchi intrecciati) e a consolidare conseguentemente un repertorio decorativo di motivi “filiformi” capace di esaltare – con la forza del disegno geometrico e il forte contrasto cromatico – la più povera stesura in solo cocciopesto.

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Museo Etrusco di Marzabotto. Esagoni laterizi.

A fronte di queste soluzioni ben “ordinate”, legate a una scrittura grafica e geometrica del progetto pavimentale, se ne rintracciano altre nel mondo romano caratterizzate da frammenti litici colorati mescolati alla rinfusa. Si tratta di un repertorio che sfugge a ogni precisa suddivisione per tipi o classi, valutatane la notevole eterogeneità interna. In questi casi le tessere (alcune volte regolari, ma più frequentemente costituite da scaglie lapidee prive di una precisa geometria: bianche, nere, policrome) sono distribuite liberamente nella ricerca di un effetto decorativo “punteggiato” con accentuazioni coloristiche diverse. In numerose redazioni pavimentali le scaglie sono così fittamente avvicinate da dare davvero l’impressione di un battuto alla veneziana ante litteram.
Come già accennato, la diffusione di elementi d’argilla cotta per applicazioni murarie e pavimentali si colloca cronologicamente, in base alle attuali testimonianze archeologiche, per le civiltà del Mediterraneo nella prima età ellenistica, in Epiro (regione di formazione della cultura macedone), nelle colonie della Magna Grecia (ELEA-Velia, Reggio Calabria) e della Sicilia (Morgantina, Gela, Tindari).
La cottura dell’argilla consente una produzione di elementi, sia standard che speciali, dalla inalterabilità dimensionale e dalla durata temporale confrontabile con quella della pietra in una metodica produttiva rapida ed economica.
Accanto alle tipologie pavimentali continue in cocciopesto è da evidenziare come in ambito romano già in epoca repubblicana sull’infuenza ellenistica – venga elaborato un più diversificato repertorio di elementi laterizi (tessere) dalle forme geometriche variegate. Si tratta di serie pavimentali numericamente esigue (sicuramente anche per la scarsa attenzione degli scavi archeologici concessa a tale classe pavimentale, questo almeno fino a qualche lustro fa) ma estremamente interessanti e poco note, realizzate con elementi regolari di forma triangolare, romboidale, esagonale, ottagonale, cubica, mandorlata (o “lunata”) ecc. Tali formati, oltre ad un uso ripetuto in stesure omogenee uniformi, sono in alcuni casi anche combinati fra loro in texture più ricche e articolate geometricamente.
Più che all’ambito della città di Roma (e all’area centromeridionale di più specifica influenza della capitale) la serie più numerosa di pavimentazioni in elementi a tessere appartiene all’Italia Settentrionale (alla regione della Cisalpina in particolare), con una concentrazione dei ritrovamenti soprattutto nell’area dell’Emilia Romagna e diramazioni significative nelle Marche e nella Toscana costiera meridionale.
“Nell’Italia settentrionale – come rileva Maria Luisa Morricone redigendo, nel 1973, la voce “Pavimento” dell’Enciclopedia dell’Arte Antica Classica e Orientale posta ad aggiornare il quadro della Blake – sono relativamente numerosi i pavimenti di mattoni di questo tipo: a Bologna, Modena, Imola, Galeata, Ravenna, Faenza, Sarsina, Reggio Emilia, sono frequenti i trovamenti di pavimenti di mattonelle esagonali talora associate a mattonelle romboidali. La data di questi pavimenti non è sempre precisabile ma si possono ritenere datati con sufficiente sicurezza l’esemplare di Imola, associato a mosaici databili al I sec. a.C. (le cui mattonelle recano al centro una tessera bianca), un pavimento di Faenza, recentemente venuto in luce, a esagoni e losanghe, che rimonta allo stesso periodo, i due pavimenti a esagoni tornati in luce a Bologna (Via Ca’ Selvatica) che sono certamente del I sec. a. C., anzi uno di essi potrebbe essere ancora più antico; anche l’esemplare di Sarsina, che fu trovato sotto un mosaico in bianco e nero con decorazione geometrica, è con ogni verosimiglianza ancora di età repubblicana”.4
Benchè siano trascorsi oltre settant’anni dalla ricognizione pionieristica di Marion Elisabeth Blake sulle pavimentazioni romane (in cui già si evidenziava lo scarso interesse della ricerca archeologica e la mancanza di studi specifici di sistematizzazione) ancora oggi non sembra essere stato realizzato un repertorio che cataloghi le variegate tipologie degli elementi in cotto dei ritrovamenti in forma di lacerti di diversa morfologia e fattezza. Il materiale di scavo è, inoltre, ancora poco fruibile in quanto prevalentemente conservato nei depositi degli enti preposti alla tutela del patrimonio storico (musei e Soprintendenze, in particolare).
Gli elementi in cotto si presentano, frequentemente, con caratteristiche di conservazione di elevata qualità; questa condizione è evidente particolarmente negli elementi di piccolo formato della Cisalpina. Molto probabilmente in epoca romana viene perfezionato un processo di produzione per colatura in stampi, proseguendo la tradizione delle terrecotte architettoniche, impiegando un impasto semiliquido di argilla molto selezionata e preparata, anzichè seguire il più usuale procedimento di formatura dei laterizi per pressatura manuale.
Non mancano, comunque, fuori dal nord Italia, rinvenimenti pavimentali in cotto dai disegni geometrici particolari come nel caso dei resti recuperati a Bolsena: piastrelle in forma di triangoli curvilinei e di fusi, disposti in modo da comporre il noto motivo della rete di fiori a sei petali.

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Museo Etrusco di Marzabotto. Opus spicatum bicromo

Agli inizi del I secolo d.C., quando il laterizio cotto inizia la sua grande ascesa all’interno dell’architettura imperiale romana, molti ambienti dell’edilizia domestica, insieme a spazi a destinazione pubblica, sono pavimentati con elementi laterizi di diversa dimensione e morfologia.
Con grandi mattoni quadrati (pedali, bipedales, sesquipedales) si allestiscono le superfici di calpestio di botteghe e grandi magazzini (ma anche ambienti funzionali di terme e di anfiteatri); con piccoli mattoncini posati a spinapesce (opus spicatum) si pavimentano porticati, anditi, cortili e spazi pubblici.
Vitruvio, nel libro VII del De Architectura, enunciando le corrette regole per la buona esecuzione dei pavimenti e dei sottofondi di posa, cita esplicitamente l’opus spicatum – realizzato a mezzo di mattoni di laterizio – di specifica ideazione romana:
“Sopra si stenda il nucleus, uno strato di cocciopesto mescolato con calce nella proporzione di tre parti per una di spessore tale che il pavimento non sia inferiore a sei dita. Sopra quest’ultimo strato si dispongano i pavimenti tirati a squadra e livella, di lastre tagliate o di tessere a cubetti.
Quando questi saranno stati disposti e avranno la pendenza che le è propria, si proceda a strofinarli, in modo tale che, se si tratta di pietre tagliate, non rimanga alcun dislivello fra le losanghe o fra i triangoli o i quadrati o gli esagoni, ma le commessure nell’insieme siano allineate fra loro sullo stesso piano, e se il pavimento è fatto di tessere a cubetti queste abbiano tutti gli angoli allo stesso livello, poichè se gli angoli non risulteranno uniformemente livellati, la lisciatura non potrà dirsi eseguita come si deve. Così anche i pavimenti a spina di pesce fatti con mattoni di Tivoli (spicata testacea Tiburtina) vanno accuratamente rifiniti in modo da non presentare vuoti nè sporgenze ed essere invece spianati e levigati a riga”. 5
In generale l’opus spicatum in laterizio rappresenta il tipo di pavimento più diffuso in età imperiale.
I mattoni impiegati per realizzare il piano di calpestio sono elementi di piccole dimensioni; normalmente cm 10-12 di lunghezza, 2 di larghezza, 5-6 di altezza. La larghezza in età cesariana e augustea varia generalmente da un minimo di cm 1,7 ad un massimo di cm 2,6.
L’utilizzo frequente dell’opus spicatum per spazi pubblici all’aperto (o comunque di intensa pedonabilità) prevede una posa di taglio (o a “coltello”) degli elementi e una disposizione a spina di pesce con intersezioni a 90° fra i mattoncini che sono, normalmente, fissati su uno strato di malta di spessore variabile.
Noti sono gli esempi di pavimentazione a spina di pesce rinvenuti a Roma, nella Villa Adriana a Tivoli, a Ostia e in molte altre città anche fuori dall’agro romano (Bologna, Faenza, Pompei, Venosa sono solo alcuni dei numerosi esempi).
Grazie all’efficacia del dispositivo geometrico di posa tale schema si è mantenuto vivo fino agli interventi contemporanei.
Un unicum nel mondo romano è rappresentato dal Foro di Scolacium in Calabria dove una grande area pubblica – pavimentata con elementi laterizi quadrati a forte spessore (cm 40x40x8) – è stata scavata recentemente, restituita alla luce e resa disponibile alla fruizione di visita all’interno di un parco archeologico.
In epoca imperiale le pavimentazioni in cotto, a causa della nuova moda dei pavimenti in marmo, danno testimonianza di un repertorio attestato su stesure con superfici uniformi e monocromatiche, più raramente bicromatiche. L’effetto di unitarietà e omogeneità è dato dall’accostamento di elementi a unico formato geometrico e dimensionale.
Sia pur in serie quantitativamente non rilevanti si rintracciano in epoca romana redazioni pavimentali più articolate e ricercate con impiego di elementi in cotto a formati diversificati, l’accostamento di paste argillose a cromie variate, il trattamento dei campi figurati con elementi a ritaglio; queste linee di approfondimento rappresentano i nuovi indirizzi progettuali che le fasi storiche successive – soprattutto l’età rinascimentale – esploreranno con maggiore sistematicità arricchendo, alla fine, il repertorio delle soluzioni dell’Antico, in grado comunque già di “garantire il proseguimento” di quella che, in oltre due millenni di storia, si è costituita come la tradizione tipicamente italiana dei pavimenti in cotto.

Alfonso Acocella, Gianni Masucci

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Note
* Il presente saggio è tratto da Alfonso Acocella e Davide Turrini (a cura di), Rossoitaliano. Pavimentazioni in cotto dall’Antico al Contemporaneo, Firenze, Alinea, 2006, pp. 204, ill. 496.

1 Hans Lauter, “Nuove tecniche di lavorazione”, p. 58 in L’architettura dell’ellenismo, Milano, Longanesi, 1999 (ed. or. Die Architektur des Hellenismus, Darmstadt, 1986), pp. 299.
Più in generale, sui pavimenti in opus signinum, sui pavimenti a tessere e lastre di epoca romana, si veda l’ampia bibliografia finale del volume curata da Giovanni Maria Masucci.
2 Plinio, Naturalis Historia, XXXV, 165, ed. consultata Gaio Plinio Secondo, Storia naturale, Mineralogia e storia dell’arte. Libri 33-37, a cura di Gian Biagio Conte e Giuliano Ranucci, Torino, Einaudi, 1988.
3 Plinio, Naturalis Historia , XXXVI, 185, op. cit.
4 Maria Luisa Morricone Matini, “Pavimento” p. 605 in Enciclopedia dell’Arte Antica Classica e Orientale, Roma, Poligrafico dello Stato, 1973, pp. 601-605.
5 Vitruvio De Architectura, VII, 3. La citazione è tratta da Vitruvio, De Architectura, a cura di Pierre Gros Torino, Einaudi, 1997.

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