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2 ottobre 2010

Interviste

Intervista a Paolo Ulian

N.G. Per esplorare l’affascinante universo creativo di Paolo Ulian comincerei dal presente, forte di un’indiscussa maturità progettuale, per poi ricercarne le radici e le ragioni in un passato professionale altrettanto fervido e “necessario”.
Si è da poco conclusa la mostra personale che le ha dedicato il Triennale Design Museum di Milano, dal provocatorio e affascinante titolo “Paolo Ulian. Tra gioco e discarica”.
Può spiegare il significato dei due termini e della loro interazione, in rapporto al suo concetto di fare design oggi?
P.U. Il titolo della mostra è opera di Enzo Mari e si riferisce nella prima parte a un certo mio modo di operare che spesso si avvicina al procedere libero e ingenuo del bambino. Mari mi paragona bonariamente al suo nipotino di due anni, che esplora il mondo senza alcun preconcetto, aiutato solo dalla curiosità e dalle emozioni che incontra lungo la strada.
La seconda parte del titolo si riferisce alla mia propensione ad affrontare con una certa insistenza fin dai tempi della scuola i temi etici e ambientali attraverso il progetto. Nel titolo potevano esserci altre mille definizioni e sfumature, ma penso anch’io che le parole gioco e discarica sintetizzino bene il mio universo fatto di sperimentazione e di attenzione agli sprechi, di tentativi spesso falliti, di piccole scoperte e invenzioni quasi sempre nate da ricerche personali senza scopi economici e senza limiti di tempo.


Paolo Ulian. Tra gioco e discarica, copertina del catalogo della mostra (Milano, Triennale Design Museum, 27 gennaio – 28 febbraio 2010), Electa, Milano 2010

N.G. L’uso di materiali riciclati o riciclabili, la minimizzazione dello scarto nel processo di produzione, la sostenibilità eco-ambientale del prodotto finito… Quanto di questo stile creativo è innato nella sua pulsione artistica, quanto è frutto degli insegnamenti dell’indiscusso maestro che è stato per lei Enzo Mari, e quanto infine è determinato dalle contingenti emergenze ecologico-ambientali che la società di oggi è destinata ad affrontare?
P.U. Il rispetto per il mondo che ci ospita è una componente della mia vita fin da bambino, mia madre mi ha dato l’imprinting con il suo sistema di vita assolutamente esemplare e fuori dagli schemi imposti dalla civiltà dei consumi. Lei da sempre paga la tassa sui rifiuti ma non produce che pochi grammi di spazzatura, la sua vita ancora oggi è un riferimento importante per me su ciò che si può fare nelle piccole azioni quotidiane per migliorare il presente e il futuro di tutti. Poi nel corso della mia formazione accademica ho incontrato Enzo Mari, che mi ha aperto nuovi orizzonti con il suo impegno etico, con i suoi pensieri sempre sinceri e per questo scomodi, e soprattutto con la sua ricerca progettuale che è un vero e proprio manifesto pragmatico sul “buon senso” del fare. Più avanti sono stati per me illuminanti i progetti di Angelo Mangiarotti, come le sue sculture in marmo realizzate con le nuove tecnologie di lavorazione che lasciano senza parole. Sono realizzate senza produrre scarti e hanno una grande forza estetica, gli studenti di design possono imparare molto osservando il lavoro di questo grande maestro.


L’artista a colloquio con Enzo Mari

N.G. Autodeterminazione di un giovane talento italiano: fin dal suo percorso di studi, iniziato con la frequentazione dell’Istituto d’Arte, proseguito con l’iscrizione all’Accademia di Belle Arti di Carrara e poi con il diploma all’Isia – una delle prime scuole di design industriale a Firenze – è stata chiara la sua vocazione di Artista-Artigiano-Designer.
Adesso che il suo iter formativo si è concluso in che misura preferisce definirsi cosa?
P.U. Per comodità mi definisco un designer, ma la mia vera ambizione è quella di riuscire a diventare anche un buon artigiano, un artigiano senza committenti, che produce solamente ciò che ama e che lo appassiona, senza troppi compromessi, più vicino a una pratica spirituale che commerciale.


Paolo Ulian in laboratorio

N.G. Silvana Annicchiarico, direttrice del Triennale Design Museum di Milano, nella prefazione al catalogo della mostra di cui sopra (Paolo Ulian. Tra gioco e discarica, Electa, Milano 2010) definisce il suo lavoro come “un esempio alto, elegante e originale di design relazionale”, individuando come elemento costitutivo del suo progettare il rapporto tra oggetto e fruitore. È davvero questo il principale nodo creativo a cui si lega il suo fare artistico?
P.U. Nel percorso progettuale che ho seguito in questi anni la componente relazionale è stata quasi una costante nel mio modo di operare ed è riscontrabile in molti miei oggetti, ma non credo che si possa definire come la principale, probabilmente è quella che colpisce di più il fruitore a livello emozionale e di memoria collettiva. Le altre caratteristiche importanti della mia ricerca direi che sono sicuramente una certa sensibilità ambientale e l’attrazione per le piccole invenzioni.


Portafrutta, 1992: questo oggetto è realizzato con semilavorati di scarto derivanti dalla produzione di vasi in marmo bianco di Carrara

N.G. Pensiero e realtà, teoria e prassi, significato e forma. Tali apparenti dicotomie si cercano e si trovano nel progetto e nella realizzazione delle sue creazioni: è dalla tensione all’assoluto che sembra nascere la semplicità dei suoi oggetti… potrebbe descriverci il processo creativo che sottende al prodotto finale?
P.U. Quando inizio un nuovo progetto la mia preoccupazione maggiore è capire quale potrebbe essere il suo senso, il suo significato, è cercare di capire il perché della necessità di questa nuova presenza e trovare una risposta che sia per me soddisfacente. Per soddisfacente intendo dire che quell’oggetto abbia qualcosa da raccontare, che in qualche misura possa provocare una riflessione o comunque un’emozione a chi lo guarda o lo usa. L’aspetto del significato delle cose è molto importante perché mi fa sentire attivo e in qualche modo utile.
Questo io lo definisco il “perché” del progetto; il “come” e cioè la parte che riguarda gli aspetti formali e funzionali viene di conseguenza, ma non per questo è di secondaria importanza. Mi fermo solo quando penso di aver raggiunto il migliore equilibrio possibile tra questi elementi.


L’artista al lavoro

N.G. Nel corso della sua carriera professionale ha mai sperimentato, o pensa di poterlo fare in futuro, altre dimensioni progettuali oltre al design del prodotto?
P.U. Ho sempre lavorato su progetti di piccola scala un po’ perché ho una particolare predilezione per gli oggetti di uso quotidiano, un po’ anche per necessità. Negli anni novanta, subito dopo il diploma, per riuscire a partecipare alle mostre collettive di design dovevo realizzarmi i prototipi da solo e, dato che la mia situazione economica non era delle migliori, ero obbligato a progettare oggetti di dimensioni contenute, realizzabili con materiali facilmente reperibili. Poi negli anni a venire ho proseguito in questa direzione probabilmente anche perché la mia condizione economica non si è molto evoluta. Se però mi capitasse di ricevere qualche incarico di progetto su scala maggiore non credo che rifiuterei.


Vaso vago, 2008: dall’aspetto indefinito, questa creazione apparentemente non ci rivela una sua logica interna. La sua forma finale invece è la naturale conseguenza della modalità di lavorazione con cui sono stati ottenuti i pezzi che la compongono. I 24 anelli che formano il vaso sono ricavati da tre lastre di 60 x 60 cm di marmo bianco di Carrara, tagliate a getto d’acqua. La disposizione concentrica degli anelli sulla lastra consente di ridurre nei limiti del possibile gli scarti di materiale lavorato

N.G. Molte delle sue opere hanno preso posto al Salone del Mobile a Milano, principale vetrina italiana delle nuove tendenze del design. Sicuramente una delle ultime conquiste in materia, come si può constatare dalle più recenti edizioni della manifestazione, è stato proprio il “design sostenibile”.
Progettare eticamente sembra essere diventato oggi quasi un “must” estetico più che un lavoro concettuale, una tendenza e un’istanza formale più che la veicolazione di un pensiero necessario…
P.U. Sì è vero, fino a pochi anni fa, parlo del periodo 1990-1995, l’aspetto etico-ambientale del progetto era assolutamente snobbato dalle aziende, era addirittura considerato deleterio per la propria immagine. Oggi succede esattamente il contrario, le aziende che non si allineano a una politica di prodotto ecocompatibile sono fuori dal gioco economico, e così assistiamo in molti casi a dei patetici tentativi di virate improvvise pur di riuscire a vendere qualsiasi prodotto come sostenibile, anche se realmente non lo è affatto. La stessa cosa vale per i progettisti: negli ultimi tre o quattro anni tutti i designer, anche quelli più dichiaratamente industriali, si sono trasformati in paladini dell’ambiente, non che questo mi dispiaccia, ma ho l’impressione che queste conversioni di massa siano più il risultato di una mera scelta opportunistica che di una vocazione appassionata e sincera per affrontare questo grande problema epocale.


Wabi, 2010: coffee table realizzato in occasione della mostra personale “Il senso delle cose” (Carrara, Effe 65, 5 settembre – 31 ottobre 2010), evento parallelo alla XIV Biennale Internazionale di Scultura di Carrara. Il tavolino è realizzato unicamente con listarelle di scarto derivate dalla rifilatura delle lastre in marmo

N.G. Quale tra i suoi oggetti pensa che possa considerarsi l’espressione migliore del suo lavoro?
P.U. Forse la ciotola in terracotta A Second Life (Una seconda vita), per i suoi contenuti concettuali ed etici oltre che per la sua estetica semplice e conclusa.


A Second Life (Una seconda vita), 2006: centrotavola in ceramica. I piccoli fori che tratteggiano l’interno delineano forme ellittiche che, in caso di rottura, potrebbero “salvarsi”: svincolandosi dal contesto del centrotavola, possono acquisire una propria autonomia di piccole ciotole. La rottura accidentale si trasforma così da evento negativo a evento generatore di nuovi stimoli e nuove realtà

N.G. L’ultima domanda, provocatoria, sorge spontanea: alla ricerca continua di ispirazione per le sue creazioni, provenienti da materiali di scarto e oggetti in disuso, si è mai spinto fino a “sporcarsi le mani” letteralmente, rovistando per esempio in una discarica pubblica?
P.U. I migliori progetti nascono sperimentando direttamente sulla materia, provando e riprovando in tutte le direzioni possibili. Un designer che si possa definire tale deve necessariamente sporcarsi le mani. Le mani sono il miglior strumento per capire e interpretare al meglio le vocazioni dei materiali e delle cose. Io ho sempre le mani sporche.

di Nicoletta Gemignani

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