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5 gennaio 2012

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Artigianato e industria del marmo secondo Enzo Mari


Enzo Mari, The big stone game, Carrara, 1968. Campo giochi per bambini composto da otto lastre di travertino e pavimentato con lastre di ardesia.

Le affermazioni di Enzo Mari riportate di seguito, e contenute in un saggio di Pier Carlo Santini del 1969, offrono spunti di riflessione aperti e problematici sull’impiego del marmo nella produzione artistica, artigianale e industriale.

«Il marmo nella scultura del passato è stato in primo luogo la materia funzionale allora disponibile. La posizione di privilegio è venuta meno giacché si sono trovati materiali più funzionali, adatti cioè per lo scopo che ci si prefiggeva.
Un contatto col marmo può esserci solo utilizzando questo materiale in maniera, torno a dire, funzionale. Per quanto riguarda la scultura (intendendo il manufatto da collezionista) non ha più alcun senso. Per quanto riguarda l’impiego del marmo in una dimensione edilizio-urbanistica (di proposito non uso i termini architettonica e monumentale) esso può essere attuato in tutte quelle situazioni ove siano presenti i seguenti punti:
a) possibilità di lavorazione industrializzata (In un momento di estrema confusione culturale come il nostro, occorre essere molto attenti nei riguardi di interventi per così dire artistico-artigianali giacché questi si prestano ad ambigue mistificazioni di linguaggio. Trattandosi poi di lavorazioni costosissime, se fatte come si deve, finiscono con l’essere apprezzate solo da chi spende il denaro per esibire uno status di prestigio e di potere).
b) suo impiego solo quando è funzionalmente necessario (a prezzi competitivi con materiali che diano lo stesso risultato). E cioè nelle soluzioni ove a quelle caratteristiche formali di colore, varietà materica e altre componenti intrinseche del materiale naturale che il nostro tipo di condizionamento culturale ci fa preferire, si uniscano quelle della durata e della conservazione (ad es. pavimenti, rivestimenti di facciata ecc.).


Enzo Mari, The big stone game. Ogni lastra presenta due piccoli fori in differenti posizioni.

Nei casi in cui le caratteristiche strutturali ed economiche lo consentono, è preferibile usare il marmo non solo come puro fattore ornamentale, ma direttamente come elemento strutturale primario dell’insieme, come ho fatto nel “The big stone game”. Anche se il campo di giochi poteva essere realizzato in altri materiali sono stato sollecitato dall’occasione ad utilizzare il marmo in modo funzionale; difatti gli otto grandi pannelli di travertino a parità di resistenza di altri materiali e a prezzi competitivi, essendo realizzati in materiale massiccio hanno durata maggiore e ognuno di essi, date le proprietà naturali del marmo, è diverso dagli altri e quindi riconoscibile (componente utile al fine dei giochi).


Enzo Mari, oggetto in marmo per Danese, 1963.

Per quanto riguarda altre mie esperienze posso ricordare che gli oggetti da me disegnati fin dagli anni ’60-’64 nascevano da ricerche che hanno dimostrato che l’utilizzazione delle nuove macchine utensili non limita la libertà e la ricchezza formale ritenute anacronisticamente patrimonio esclusivo dell’artigianato (dell’eseguito a mano)».

Enzo Mari cit. in Pier Carlo Santini, “Il materiale pietra”, pp. 282-283, in Momenti del marmo. Scritti per i duecento anni dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, Roma, Bulzoni, 1969, pp. 284.
Su “The big stone game” si veda anche Renato Pedio, Enzo Mari designer, Bari, Dedalo, 1980, in particolare le figg. 100-102 con relative didascalie.

di Davide Turrini

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