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5 luglio 2013

News

SEAN GODSELL
Architettura e paesaggio

Open Lectures
10 luglio 2013 ore 18.30

Tempio di San Sebastiano
largo XXIV maggio – Mantova

L’Associazione “L.A.C. Laboratorio di Architettura Contemporanea”, in collaborazione con il Politecnico e Casabella, nell’ambito delle attività promosse dal Polo Territoriale di Mantova del Politecnico di Milano in seno alla Cattedra Unesco “Pianificazione e Tutela Architettonica nelle Città Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, ospita a Mantova un altro grande nome del panorama architettonico contemporaneo, l’architetto australiano Sean Godsell.

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4 luglio 2013

News

BATHING IN LIGHT
Sei creativi presentano il marmo turco

L’unicità della storia della pietra naturale turca viene svelata nella mostra Bathing in light, una speciale esposizione organizzata dall’Istanbul Mineral Exporters’ Association (IMIB) e curata dallo studio di design turco Demirden Design.
Sei i designer e architetti, di diverse discipline, che hanno accettato di collaborare a questo progetto: gli architetti Massimiliano-Doriana Fuksas (Italia), Melkan Gursel-Murat Tabanlioglu (Turchia) e Alisan Cirakoglu (Turchia); l’industrial designer Mathieu Lehanneur (Francia); lo stilista turco Dice Kayek e infine il designer-artist francese Arik Levy.

Partendo dal marmo, un elemento che fa parte di una tradizione che risale a quattromila anni fa, gli autori hanno creato opere in un mix di design contemporaneo, tradizione e miti turchi. Bathing in light verte sul modo in cui marmo, acqua e luce si sono sempre uniti a formare una combinazione ideale per esprimere i concetti di pulizia e purezza. In questa interazione con gli altri elementi, il marmo rappresenta la superficie ideale, liscia, lucente e specchiante, che raggiunge il suo massimo splendore quanto viene toccata dagli altri due elementi.
Queste installazioni, nelle quali il marmo dal potenziale illimitato è il materiale principale, sono state create per esprimere un’inesauribile fonte di leggende e miti passati e presenti. Realizzate da produttori e artigiani turchi, le installazioni sono collegate tra loro, come perle di una collana, da un percorso in legno.

L’esposizione rivela le caratteristiche visive e tattili del marmo e delle pietre naturali, invitando i visitatori a un vero viaggio spirituale. Un materiale di base nelle più grandi opere artistiche e architettoniche turche, il marmo, preservato dalle devastazioni del tempo, è tuttora uno dei principali testimoni dell’avvicendarsi delle civilizzazioni: dall’Antichità Classica ai Bizantini, dagli Ottomani ai giorni nostri.

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1 luglio 2013

Pietre Artificiali

Alle origini del mattone


Velia. Veduta del quartiere commerciale circondato da mura poderose in pietra. (A. Acocella)

Le origini d’uso di elementi in laterizio cotto per la realizzazione di murature nell’architettura mediterranea sono preromane e risultano legate ad apporti della cultura costruttiva ellenistica.
I primi esempi significativi di impiego di mattoni cotti sul territorio italiano sono rintracciabili in una serie di tombe ellenistiche di Reggio Calabria e nelle abitazioni di Velia, città di fondazione greca, intorno agli inizi del III secolo a.C.; poi nella Basilica di Pompei – costruita intorno al 120 a. C. – in cui il laterizio viene utilizzato in grandi colonne strutturali scanalate di oltre un metro di diametro.
A Velia, città greca fondata dai Focei, si deve il ritrovamento di mattoni cotti più antico, consistente ed interessante. L’importanza capitale di tale attestazione archeologica per il nostro tema, oltre che essere legata alla particolarissima morfologia e dimensione dei mattoni stessi, riguarda le modalità di impiego dei grossi laterizi.1
Rispetto alle sepolture di Reggio Calabria è evidente come i mattoni cotti a Velia non sono utilizzati in strutture ipogee poste contro terra, quali si presentano le tombe ellenistiche reggine a volta, bensì in murature fuori terra di edifici urbani; inoltre i grossi laterizi sono messi in opera utilizzando un legante (malta) posto a formare giunti di connessione fra mattone e mattone con ruolo di solidarizzazione e di strato ripartitore dei carichi della muratura stessa.
A Velia siamo di fronte a murature che per la prima volta, in ambito mediterraneo, sono realizzate a tutto spessore con impiego di mattoni monolitici di argilla cotta. Con facilità è possibile osservare, girando all’interno del sito archeologico sia nei quartieri meridionali che sull’acropoli, una notevole quantità di mattoni di inusitate dimensioni (bollati, a mezzo di lettere greche, con marchio del fabbricante e quello del controllo della qualità) impiegati in strutture a forte spessore.


Mattoni nelle diverse tipologie dimensionali (A. Acocella)

photogallery

I mattoni rinvenuti a Velia hanno morfologia quadrata o rettangolare di notevole altezza – simili, quanto a formato, ai primi mattoni dell’Epiro – presentando però la particolarità di incavi (singoli o doppi) nella parte centrale di una delle due facce maggiori dove sono impressi i bolli con legature di lettere quali marchi di fabbrica, tra cui DEM per demosion (pubblico) indicante la manifattura cittadina e/o la destinazione pubblica dei mattoni. Le dimensioni ricorrenti rilevate sono di 38×38x9,5 cm per i formati quadrati; 56×30x9,5 cm e 38×23x9,5 cm per quelli rettangolari.
I ritrovamenti di Velia, uniti a quelli delle altre città campane (soprattutto di quelle appartenenti alla regione vesuviana) testimoniano come l’uso dei mattoni cotti nelle città dell’Italia meridionale anticipò di qualche secolo quello di Roma ed è probabile che proprio alla cultura ellenistica trasmessasi ed evolutasi nelle colonie della Campania vada attribuito il merito della diffusione in Italia della tecnologia del laterizio cotto in ambito murario.
Il colonnato interno della Basilica di Pompei – edificio pubblico con funzione di spazio assembleare, commerciale e giudiziario – rimane dispositivo costruttivo fra i più sofisticati e poderosi, ancora ad oggi privo di confronti all’interno dei siti archeologici anche più tardi.
«I fusti scanalati – afferma Jean Pierre Adam – del colonnato centrale, alti circa 11 metri e larghi 1,06 m alla base, sono costituiti da una regolare sovrapposizione di mattoni spessi 4,5-5 cm, tagliati in modo da formare un fiore composto da un nucleo rotondo e circondato da 10 “petali” pentagonali che arrivano fino al bordo, completati da 10 segmenti a losanga che in pianta disegnano il profilo di 20 scanalature. Il dispositivo si alterna in ciascun piano di posa in modo da far incrociare i giunti, fatta eccezione del tubo centrale di mattoni cilindrici che costituisce il vero e proprio midollo della colonna; una volta terminate, le colonne venivano rivestite di stucco bianco, nel quale venivano ricavate sottili scanalature, in modo da creare l’illusione del marmo».2


Basilica di Pompei. Veduta prospettica dal fondo dell’edificio in direzione del Foro. (A. Acocella)

photogallery

Attestato in “età alta” – circa 120 a. C. – il dispositivo colonnare, soprattutto nella sua scala dimensionale davvero ragguardevole, costituisce indubbiamente un episodio eccezionale e relativamente isolato.
Queste testimonianze archeologiche – insieme a tante altre rinvenute in vari siti della Magna Grecia – confermano come le popolazioni delle città di fondazione greca a sud della penisola italiana abbiano sviluppato e sperimentato i mattoni di argilla cotta molto prima di Roma e sono poste a documentare, con certezza, il punto di partenza – gli Inizi – del costruire in laterizio. L’invenzione e l’introduzione del mattone cotto (insieme a quella del legante, in forma di malta muraria) ebbe scarse conseguenze per la civiltà ellenistica ma rappresenta sicuramente l’inizio dello sviluppo futuro raggiunto dalla grande tradizione dell’architettura di Roma.

Alfonso Acocella

Leggi anche I mattoni di Roma
Vai a Latercompound

Note
1 Paolino Mingazzini, “Velia. Scavi 1927; fornace di mattoni e antichità varie” in Atti della Società Magna Grecia, 1954, pp. 21-60.
2 Jean Pierre Adam, “Colonne in muratura” p. 168, in L’arte di costruire presso i Romani, Milano, Longanesi, pp. 366.

Crediti fotografici: A. Acocella

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28 giugno 2013

News

ADALBERTO LIBERA
La città ideale


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Mart Rovereto, 22 giugno – 8 settembre 2013
A 50 anni dalla morte (e 110 anni dalla nascita) il Mart di Rovereto dedica un omaggio all’architetto trentino Adalberto Libera, grande maestro dell’architettura moderna italiana

“Sarà un po’ come passeggiare appunto dentro un pezzo di “città ideale” di Adalberto Libera, rimettendo in gioco anche i progetti non realizzati, ma soprattutto rimettendoli in opera insieme, in un unico luogo a formare una realtà nuova e inedita, dovuta alla loro prossimità a confronto”
Nicola Di Battista

Il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto rende un nuovo omaggio all’architetto Adalberto Libera (1903 -1963), uno dei grandi protagonisti del rinnovamento dell’architettura italiana.
Un nuovo punto di vista è offerto sull’opera di questo grande maestro dell’architettura moderna: il curatore della mostra, l’architetto Nicola Di Battista, ha scelto infatti di approfondire il lavoro di Libera attraverso la selezione di alcuni progetti tra i più significativi, la cui lettura, sorprendentemente inedita, intende attualizzare le modalità di formazione di uno stile.
In questo modo è ripercorsa la storia professionale di Adalberto Libera, con particolare attenzione al periodo di formazione e agli esordi, dove più forte risulta la sua volontà di proporre un linguaggio moderno e internazionale, attraverso l’interpretazione degli indirizzi del Razionalismo europeo.
Nell’Italia fascista il settore degli allestimenti espositivi era l’unica palestra possibile per gli architetti razionalisti, le cui tensioni creative d’avanguardia erano tenute a prudente distanza dal regime. In questo settore Libera esprime con grande chiarezza un’idea di architettura capace di mettere in relazione il contesto storico con le forme della città moderna, come accade ad esempio per l’allestimento della mostra delle colonie estive e dell’infanzia al Circo Massimo a Roma nel 1937.
Dotato di una eccezionale abilità nel disegno, Libera usa rappresentare i propri progetti con magistrali vedute prospettiche, quasi sempre di spazi interni, alcune conservate e altre andate perdute e di cui si hanno oggi solo le riproduzioni fotografiche in bianco e nero.
Queste prospettive sono capaci da sole di raccontarci il progetto senza l’ausilio di altri elaborati ed è per questo che Di Battista ha deciso di renderle ‘protagoniste’ di tutta l’esposizione. Così nasce l’idea dell’allestimento di questa mostra, a cura dell’architetto Giovanni Maria Filindeu, organizzato attorno a 14 grandi riproduzioni delle vedute prospettiche dei progetti selezionati.
Il visitatore ha la possibilità di entrare come protagonista nell’architettura di Adalberto Libera, coglierne gli aspetti più legati alla composizione e assumerli come valori assoluti da interpretare nell’attualità.
Accanto alle grandi foto sono esposti anche materiali d’archivio originali relativi a ogni progetto, quali schizzi, fotografie, pubblicazioni d’epoca e soprattutto preziose relazioni tecniche redatte da Libera stesso.
Da questo primo spazio si raggiungono alcuni ambienti, ciascuno dei quali ospita una sezione della mostra: la prima è dedicata ai disegni realizzati da Libera nell’arco della sua vita su temi e con tecniche differenti; la seconda comprende una raccolta di tempere originali che illustrano alcune sue architetture; la terza è dedicata ai progetti a pianta centrale; una sala è dedicata ai video. L’ultima stanza è interamente dedicata alla “città ideale”: Adalberto Libera, come in una boule à neige, disegna un paesaggio riassuntivo dell’Italia che fa da sfondo a un grande ambiente in cui si celebra una scena conviviale.

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24 giugno 2013

Design litico

Travertino di Siena per un nuovo design da esterni


Salotto Seicento, design Raffaello Galiotto

A Serre di Rapolano, in provincia di Siena, tre generazioni della famiglia Giganti hanno saputo apprezzare la ricchezza materica del proprio territorio riconoscendola come risorsa da utilizzare e salvaguardare. Una terra ricca, quella senese, che avvicinandosi al confine laziale si colora di gialli e di rossi trovando, nei propri altorilievi, quella presenza litica di origine carbonatica chiamata “travertino” che per secoli ha caratterizzato l‘architettura laziale e della bassa Toscana.
Ed è proprio al travertino che la famiglia Giganti ha dedicato la propria storia fondando dapprima l‘azienda Travertino Sant‘Andrea e affiancandola, in anni più recenti, con Arredo di Pietra; due aziende specializzate nella lavorazione di una molteplice varietà di travertini proveniente da sette cave dislocate nei territori toscano e laziale.
Dalla lastra semilavorata al prodotto finito, travertini chiari, scuri e venati, dall‘Oniciato, al Verde Oliva, allo Scabas, all‘Etrusco, lavorati con la saggezza della tradizione rinnovata attraverso tecniche moderne, si offrono a eleganti pavimentazioni e rivestimenti parietali per interni ed esterni e si modellano in sedute e complementi di arredo progettati sia per l‘architettura costruita che per lo spazio urbano.


Piazza Garibaldi, Cetona (SI)

Arredo urbano: una contemporaneità quasi mimetica
I più recenti prodotti introdotti dal gruppo sul mercato contemporaneo offrono interessanti spunti nel settore del design per esterni che, nel corso degli ultimi anni, ha assunto un ruolo sempre più centrale nell‘ambito della cultura del progetto contribuendo alla riqualificazione dello spazio pubblico delle città, abbandonato per lungo tempo a un‘incuria che ne ha spesso deturpato il volto.
Arredo di Pietra con Travertino Sant‘Andrea propone un nuovo concetto di urban design basato su prodotti realizzati in serie seppur sempre diversi, dai volumi minimali ripetuti modularmente. La loro natura ecocompatibile, dovuta alla scelta del materiale litico e alla sua lavorazione volta al massimo utilizzo del concio, rende tali prodotti capaci di sottolineare l‘identità del luogo in cui questi vengono collocati. Luogo che, al contempo, viene rinnovato e arricchito dalla porosità irregolare del travertino che rende unico ciascun frammento, connotato secondo forme nuove e moderne. Tali caratteristiche si affiancano ad un durevolezza nel tempo caratteristica di questo litotipo, capace di offrire una compattezza e una resistenza all‘usura e agli agenti atmosferici e chimici pressoché unica che, oggi, viene ancor più potenziata da trattamenti superficiali – citiamo tra tutti il sistema Redoxstone, nato dalla collaborazione con Infinity TiO2 Lab – volti ad annullare gli effetti negativi dei fattori inquinanti.
La ricerca tecnologica dedicata all‘affinamento della lavorazione e al miglioramento prestazionale del materiale non manca dell‘apporto progettuale, anche per questa realtà produttiva senese, di importanti designer della scena contemporanea.
È Raffaello Galiotto, designer specializzato nel settore lapideo, che ha seguito la progettazione e realizzazione di molti dei prodotti da esterni delle ultime collezioni. Progettista che ha dedicato, negli ultimi anni, grande passione alla ricerca creativa e alla sperimentazione della lavorazione materica, Galiotto disegna per Arredo di Pietra innovative sedute in travertino massello concepite essenzialmente come elementi dialoganti con spazi verdi. È un vero e proprio Salotto del Seicento quello proposto dal designer veneto, che rivisita l‘eleganza aristocratica di un boudoir seicentesco attraverso l‘utilizzo inedito di travertino massello scolpito a formare poltroncine, divani e panche caratterizzate da un‘artificialità che, grazie all‘uso della pietra naturale, diviene quasi mimetica.


Salotto Seicento, design Raffaello Galiotto

Le sedute per piazze e luoghi urbani proposte da Arredo di Pietra sono tuttavia molteplici e caratterizzate più frequentemente da forme semplici, talvolta severe o giocate sulla sinuosità delle linee e sul taglio della pietra verticale, detto “al contro”, e quindi trasversale rispetto al piano di sedimentazione, od orizzontale, detto “al verso”,e quindi più omogeneo perché formato da un singolo strato di sedimentazione.
Sedute, fioriere, fontane, corpi illuminanti, cestini e dissuasori, dialogano inoltre con raffinate pavimentazioni, ancora in travertino, che presentano una finezza di finitura solitamente esclusiva degli spazi interni. Ne troviamo innumerevoli esempi in alcuni dei borghi e delle piazze più belle del territorio tosco-laziale: esempi come quelli di piazza Garibaldi a Cetona (SI) e degli spazi urbani di Palestrina e Albano Romano (RM), ci mostrano eleganti superfici pavimentali formanti griglie geometriche od omogenei lastricati della linea Petra ricchi, semplicemente, delle venature e del colore della pietra scelta per la loro composizione.


Pet Village, design Raffaello Galiotto

Pezzi lavorati in una nuova accezione: il pet design
Ha assunto il nome di Pet Village l‘originale progetto di Raffaello Galiotto dedicato al mondo degli animali, un villaggio in pietra che vuole mettere anche al servizio dell‘universo faunistico il design e la qualità di materiali naturali come il travertino. Case e torri di piccole dimensioni vanno così a formare un nuovo paesaggio urbano dedicato a cani, gatti e uccellini. Puri volumi dalle superfici polite mosse dai colori e dalle venature della pietra, scalinate, aperture centinate e rotonde, torri-ciminiera richiamanti l‘architettura industriale si trasformano in oggetti icona della civiltà contemporanea che al tempo stesso ne negano l‘originaria significazione e funzionalità invitando i nuovi abitanti a impadronirsi di questo nuovo connubio tra natura, progetto e lavorazione dell‘uomo.
Con il travertino si può fare anche questo.

di Sara Benzi

Aggiornata la Lithospedia Design d’esterni con le collezioni in Travertino di Siena

Vai a Travertino Sant‘Andrea e Arredo di Pietra

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