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6 luglio 2012

News

MARMOMACC 2012
È a Verona world trade per, graniti, pietre naturali, design, macchinari e tecnologie

47a Marmomacc – Verona 26/29 settembre 2012

È il più importante salone internazionale dove si incontrano domanda e offerta del settore lapideo. L’unico a presentarne la filiera in tutti i suoi comparti: dalle pietre grezze ai lavorati, dai macchinari agli accessori fino alle soluzioni progettuali di design più innovative. A Verona torna Marmomacc, vetrina privilegiata per la promozione del marmo made in Italy sui mercati mondiali. Un’edizione sempre più improntata all’internazionalizzazione del business, senza mai dimenticare la cultura del prodotto. Molte le nuove iniziative in programma tra cui il sistema
di matching web “Architects-on line” e “Marmomacc Architecture and Design Competition”, il concorso che si rivolge a 180.000 giovani architetti.

Alla Fiera di Verona si rinnova l’appuntamento con il business e la cultura legati al mondo della pietra naturale. Da mercoledì 26 a sabato 29 settembre torna infatti Marmomacc (www.marmomacc.com), il salone internazionale di riferimento per il comparto lapideo. La manifestazione, giunta alla 47a edizione, costituisce l’evento imperdibile per tutti gli operatori del settore perché presenta, unico caso nel panorama mondiale, l’intera filiera del marmo, della sua lavorazione e delle applicazioni nel campo del design. La vetrina più prestigiosa, quindi, dove poter ammirare il meglio della tradizione e dell’innovazione made in Italy ed estera con la pietra sempre protagonista: dall’estrazione alla finitura delle superfici e ai molteplici utilizzi nel campo delle costruzioni, dell’architettura e del contract.
Marmomacc si conferma leader indiscusso. Lo dicono i numeri della precedente edizione, con oltre 1.500 espositori, dei quali il 56 per cento stranieri, da 61 Paesi.
Lo ribadiscono le importanti partnership tra cui quelle con Hanley Wood Exhibitions, il più grande organizzatore di manifestazioni sull’edilizia degli Stati Uniti, con Confindustria Marmomacchine e con il Centro Servizi per il Marmo di Volargne, guida del Distretto del Marmo e delle Pietre del Veneto. Obbiettivo di Marmomacc resta la promozione costante del sistema-marmo sui mercati mondiali, favorendo l’incontro tra buyer ed espositori, tra domanda e offerta. Per questo la mission non si esaurisce nei quattro giorni di manifestazione ma continua all’estero con il tour di Marmomacc in the World che fa tappa a Las Vegas, a Doha in Qatar e a Riyad in Arabia Saudita.
Marmomacc, infine, non è solo business ma un laboratorio che coniuga cultura, ricerca e formazione. In questa direzione vanno le iniziative che coinvolgono architetti, ingegneri e designer grazie a seminari, corsi di aggiornamento, concorsi, mostre e collaborazioni con le università italiane e internazionali che aderiscono al progetto Stone Academy di cui Marmomacc è capofila.

LE NOVITÀ 2012
Veronafiere è sempre impegnata nella costante innovazione delle proprie manifestazioni. Marmomacc non fa eccezione e si presenta alla 47a edizione con una serie di iniziative inedite. A cominciare da Architects-on line, il sistema di matching informatico con cui le aziende italiane possono fissare una serie di appuntamenti con un gruppo selezionato di architetti da 17 Paesi tra cui Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Sud Africa, India, Germania, Russia, Giappone e Svezia. Debutto anche per Marmomacc Architecture and Design Competition 2012, il concorso realizzato in collaborazione con Archi-Europe per valorizzare i giovani talenti tra 180.000 architetti di tutto il mondo, premiando i migliori utilizzi della pietra naturale nelle soluzioni progettuali di spa, winebar, ristoranti e negozi. Marmomacc Lab, invece, insegna ad apprezzare le qualità della pietra solo attraverso il tocco della mano, grazie ad un laboratorio sensoriale ed emozionale creato insieme al Centro Servizi Marmo. Con Marmomacc and the City, infine, in occasione della fiera, le aziende possono esporre le proprie opere lapidee nelle piazze veronesi: un evento in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Verona e il Comune di Verona.

GLI APPUNTAMENTI CULTURALI
Marmomacc non è solo business: attraverso focus, mostre e convegni la manifestazione permette di scoprire applicazioni d’eccellenza per pietre e marmi,
confermandosi il più qualificato laboratorio culturale delle tendenze nel mondo dell’architettura e del design. L’ingresso, dal 2011, nella collezione del Premio Compasso d’Oro ADI è la più autorevole testimonianza di come l’attività di Marmomacc nel campo della ricerca e sperimentazione con la pietra naturale sia ormai un punto di riferimento per esperti di settore, buyer e visitatori. Un know how che non è mai fine a se stesso ma, grazie a Marmomacc, sempre in relazione con il sistema produttivo per promuovere nel mondo il design italiano, universalmente riconosciuto come valore aggiunto. È in quest’ottica che Marmomacc Meets Design, evento trasversale a tutti i padiglioni, propone con il sesto tema, il colore, elemento base dell’estetica e lo lega alla sostenibilità ambientale applicata ai progetti di arredo con la pietra. Sesta edizione anche per il Best Communicator Award che premia le aziende espositrici che meglio comunicano le potenzialità del marmo e della pietra attraverso l’allestimento dei propri stand.
Con questi obbiettivi, la 47a edizione di Marmomacc dedica ancora alla cultura un intero padiglione, Inside Marmomacc, dove andranno in scena molte installazioni, progetti di design, che già dal titolo esprimono il contenuto della loro ricerca, 100% Gravity, Confini Spontanei naturalmente reversibili, Homo Faber, Stone’s. Oltre ai consueti eventi del Forum del Marmo, un non stop di conferenze, lecture, convegni e mostre dalle facoltà di architettura e design. Per la seconda edizione, un riconoscimento anche ai lavori dei migliori studenti delle università italiane con la consegna del Premio Tesi di Laurea – Passaggio Architettura e Design Litici.

LA FORMAZIONE E DIDATTICA
Veronafiere, attraverso Marmomacc, è impegnata anche nell’ambito della formazione:
da oltre dieci anni organizza corsi in collaborazione con prestigiose istituzioni professionali a livello internazionale: con AIA (American Institute of Architects), di cui Marmomacc è provider per offrire consulenza didattica agli architetti USA, con RIBA – Royal Institute of Architects, con RAIC – Royal Canadian Institute of Architectsi, con AIA- Australian Institute of Architects, con SAIA – South African Institute of Architects e con MEK – Hungarian Chamber of Architects.
Marmomacc è ideatore e capofila dell’iniziativa Stone Academy che, in collaborazione con il Politecnico di Milano – Facoltà di Architettura, coinvolge ben 12 tra università italiane e internazionali nella realizzazione di seminari e master di secondo livello sulla progettazione in pietra.

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2 luglio 2012

Pietre Artificiali

Pietre d’artificio

I due tipi di bellezza, artistica e naturale, sono animati dalle stesse regole (…) semplicemente nell’uomo l’immaginazione ha sostituito l’istinto. Ciò che la natura minerale o animale compie per la fatalità implicita e per un meccanismo necessario, la nostra specie ha il privilegio di sceglierlo e crearlo,nell’incertezza, nello sforzo ma nella libertà.
Là dove regna indiscusso l’automatismo, si sono levate l’iniziativa e la responsabilità.

Roger Caillois, 1972

Tra mimesi ed invenzione.
La ricerca “Pietre d’artificio. Materiali per l’architettura tra mimesi e invenzione” si propone di indagare il senso costitutivo e applicativo, nonché la dimensione espressivo-sensoriale, di alcuni materiali “d’ispirazione litica” contestualizzando il tema sia teoricamente che storicamente, lungo un percorso sospeso fra tradizione e contemporaneità, tra artigianato e industria, tra imitazione, riproduzione seriale e personalizzazione del prodotto.
L’itinerario proposto è quello dell’esame dei modi in cui singoli elementi di partenza (naturali e/o artificiali) evolvono verso l’invenzione della “materia”, rendendo possibile la vita del “materiale”.
L’indagine parte da una riflessione di ordine tecnologico e concettuale che riguarda il mondo contemporaneo dei materiali per l’architettura. Termini quali “nuove pietre”, “pietre ricostruite”, “pietre fabbricate”, “pietre ricomposte”, sono di uso comune e con essi sono stati introdotti nel mercato materiali nuovi, o presentati come tali, in taluni casi difficilmente riconoscibili o definibili nella sostanza per la forte rassomiglianza con i lapidei naturali.

L’esistenza di tali materiali, la cui difficile classificazione è comprovata dalla non esistenza di una trattazione di carattere scientifico autonoma a riguardo, conferma che la ricerca tecnologica, a distanza di millenni dai primi esempi d’imitazione della varietas delle pietre e dall’invenzione del mattone omogeneo e standardizzato – esso stesso prima pietra artificiale “ante litteram” –, continui a sperimentare la possibilità di creare e produrre materiali che, mantenendo come orizzonte di riferimento la “pietra”, siano capaci di soddisfare le esigenze costruttive e le aspettative estetiche del presente.
Nella formulazione del percorso di ricerca, ci si è proposti per primo la definizione del campo di indagine, quindi l’individuazione delle possibili “famiglie” di appartenenza delle materie definibili come “pietre d’artificio”.
L’espressione, scelta per comprendere secondo una categoria più generale possibile le materie oggetto di indagine, guarda alla materia litica originaria visualizzandone come riferimenti fondamentali concetti quali quelli di “anteriorità, durevolezza, solidità, interezza” 1, qualità cui le pietre artificiali cercano di allinearsi ma che tuttavia potrebbero essere riviste in progress attraverso un estensione di campo della ricerca rivolta alle nuove possibilità offerte dalle tecnologie contemporanee.


Mappa concettuale che mette in relazione i termini “mimesi” e “invenzione” con sinonimi, nomi composti e termini ad essi correlati. Clicca sull’immagine per ingrandire

Fusion, colore, trasparenza, plurimaterialità, leggerezza, macrodimensione, immaterialità, sottigliezza, plasticità, resistenza, disegno, sensorialità… sono solo alcune delle potenziali categorie delle pietre artificiali contemporanee che rappresentano possibili varianti programmabili per la realtà della materia, declinabili a seconda delle necessità espressive e costruttive del materiale o componente.
Sullo sfondo si affaccia infatti il concetto di “artificio”. Le materie indagate sono frutto d’artificio inteso come “espediente abile e ingegnoso diretto a supplire le deficienze della natura o migliorare l’apparenza, il risultato, l’effetto di qualche cosa” – termine da cui discende l’aggettivo artificiale ovvero “prodotto con artificio”2.
Nel Terzo Millennio i materiali artificiali non costituiscono più un problema in sé ma una importante variabile da definire all’interno del progetto di architettura.
L’offerta tecnologica del presente e il progetto di architettura dovrebbero infatti appartenere alla medesima realtà operativa, tuttavia nell’analisi del settore di produzione di materiali artificiali che imitano la pietra si possono rilevare forti contraddizioni e il segmento di produzione di tali materie può apparire sotto certi aspetti contraddistinto da una forte limitatezza.
Una parte della ricerca e dell’investimento delle aziende produttrici di artefatti che emulano le pietre naturali è stato riversato in particolare alla conoscenza dei limiti tecnologici e prestazionali dei prodotti, perdendo di vista l’orizzonte del progetto. Riteniamo che tali materiali posseggano in più una importante dimensione espressivo-sensoriale oltre ad un potenziale “formale” profondo, insito nella loro particolare natura e, per quanto attiene le famiglie delle “pietre d’artificio”, esso sia da valutarsi sperimentalmente nelle sue opportunità correlandolo con gli specifici requisiti tecnici.

Tra natura e artificio


Mappa concettuale che mette in relazione i termini “natura” e “artificio” con sinonimi, nomi composti e termini ad essi correlati. Clicca sull’immagine per ingrandire

Si intende indagare il mondo di tali materiali approfondendone le caratteristiche, le vocazioni, le potenzialità nel rapporto materia-materiale. Le “pietre d’artificio” vengono affrontate attraverso un’analisi conoscitivo-informativa che le interpreta da elementi originari in natura ad elementi prodotti dall’uomo in funzione delle necessità del costruire, sia di ordine tecnico che estetico.
Il mondo di queste materie d’invenzione viene avvicinato seguendo un percorso che ha origine nella natura – considerando come sia già insito in essa il processo di agglomerazione ed osservadone i processi litogenetici – attraversando le famiglie delle materiali e prodotti tradizionali mimetici dell’assetto delle pietre naturali, per giungere alle “nuove pietre” prodotte industrialmente con alto grado di tecnologizzazione: le pietre agglomerate e le pietre ceramiche.
Attraverso l’analisi delle diverse combinazioni di materie litiche lungo un percorso sospeso tra tradizione e contemporaneità, la ricerca intende mettere alla luce come la progettazione delle materie artificiale possa intendersi svolta dialetticamente tra differenti livelli di “imitazione”.
Da un lato prodotti “riproducenti” le materie naturali, mimetici degli aspetti in sé riconoscibili dei materiali naturali – sia sotto il profilo d’aspetto che in termini di struttura o possibilità di lavorazione – secondo una mimesi “analogica”; dall’altro la riproduzione dei processi di produzione come suggeriti in natura (agglomerazione, pressatura, cottura…) entro una sorta di “mimesi di processo”. Entrambe le strade hanno condotto alla produzione di materie comunque differenti nella sostanza da quelle “naturali”. È possibile prefigurare che sia la seconda via, quella del progressivo allontanamento dalla natura verso l’“invenzione espressiva”, la strada destinata a condurre alla maggiore autonomia dei prodotti.

Dalla materia ai materiali.

La costruzione dei contenuti della presente sezione ricerca prosegue mettendo a fuoco, dopo una necessaria definizione terminologica e concettuale di materiale “composito”, i caratteri tecnici ed il processo di produzione delle pietre cosiddette “composite”, ottenute con processo di agglomerazione.
L’analisi parte dalla considerazione che la ricerca svolta nel corso del XX secolo sulle materie plastiche sintetiche, caratterizzate dall’intrinseca natura di materiali “camaleonti”, ha innestato un meccanismo di versatilità e flessibilità nel modo di interpretare la materia, messo in atto nei confronti di tutti i materiali. In architettura non solo il vetro e l’acciaio, oggi usati in dimensioni inusitate, stampati nelle textures più varie, hanno intrapreso la strada dell’innovazione imitando l’eclettismo delle plastiche, ma anche i materiali lapidei naturali stanno vivendo una seconda giovinezza.
Parallelamente, negli ultimi anni, sono state immesse sul mercato tipologie di prodotti presentati come “nuove pietre” nati come alternativa a quelle naturali. Si tratta della famiglia delle “pietre agglomerate” che ricompongono inerti lapidei con leganti organici ed inorganici, e quella delle “ceramiche tecniche”, prodotti ceramici di rinnovata formulazione che superano per resistenza i materiali ceramici tradizionali.
Mentre questi ultimi cercano di offrire una immagine molto simile ai marmi e alle pietre muovendosi principalmente sul terreno della riproduzione mimetica dell’assetto estetico dei lapidei, per i primi l’effetto pietra-marmo è stato in parte superato e sono presenti sul mercato prodotti che cominciano a distinguersi con una propria identità.
In particolare l’attenzione nello svolgimento della specifica sezione, verrà rivolta al processo di produzione dei materiali agglomerati con legante resina, considerati come revisione contemporanea dei più consolidati conglomerati cementizi, famiglia la cui storia ha radici più antiche; passando poi all’approfondimento delle “pietre artificiali” realizzate con processo ceramico, osservando sia la complessa composizione delle miscele, sia le avanzate macchine automatiche che rendono possibile il processo produttivo.
Si intende mostrare come la tecnica produttiva adottata dall’industria contemporanea, nella sua incessante attività di re-invenzione, trasformi la materia in “materiale” plasmato, configurato, disegnato dall’uomo.

La domanda da porsi a fondamento di questo percorso di indagine è se la vocazione intrinseca di questi materiali trovi rispondenza nelle possibili messe a sistema per l’architettura, se le potenzialità delle materie artificiali siano opportunamente utilizzate.
Ad una prima analisi del mercato italiano pare che la strada della produzione di “pietre ricostruite” non sia stata ancora percorsa interamente ed è evidente come le aziende si contendano principalmente il medesimo segmento di mercato, quello della produzione dei rivestimenti per interni e pavimentazioni. Tuttavia è squisitamente italiana, diffusa e utilizzata internazionalmente, la tecnologia di fabbricazione delle pietre agglomerate in grandi blocchi o lastre. Innovativo, avanzato e sofisticato, sia per la produzione che per gli utilizzi, il settore, anch’esso specificità del nostro Paese, delle ceramiche tecniche.
Il settore di ricerca che studia invece il montaggio delle lastre di pietra ricomposta in facciata, ha avuto sviluppo non discostandosi molto dalle possibilità offerte dalla pietra naturale, non evidenziando le specificità della pietra artificiale.
Osservando tale panorama sembra che il futuro delle pietre manufatte possa risiedere non tanto nell’ipernaturalismo quanto in un allargamento dell’artificio, della manipolazione estetica, delle proprietà espressive delle materia, combinando le tradizionali tecniche di trattamento superficiali alle più varie combinazioni di materie di partenza (mix design), oppure grazie all’ausilio di innovative tecniche di lavorazione (imprinting, fotoincisione, cronocromatismo…).

Ad impasti di frammenti di marmi e di leganti, progettati dal mix designer secondo requisiti non solo tecnologici ma anche estetici, può essere impressa subito la “forma” che deve assumere l’elemento nel progetto, predisponendo contestualmente l’armatura in acciaio per migliorare la resistenza.
Pietra plasmabile, a miscela programmata, il cui progetto può essere sviluppato con l’ausilio dei software di modellazione tridimensionali che rendono realizzabili con estrema precisione le forme dei componenti.
Il progetto di architettura si indirizza conseguentemente verso la componentistica di precisione, verso la prefabbricazione di elementi singoli specifici realizzati in stabilimento poi trasportati e montati in sito; sistemi costruttivi che possono denunciare, pur evocando l’archetipico valore della pietra, la loro valenza artificiale, nelle dimensioni e forme con il materiale naturale difficilmente producibili.

di Veronica Dal Buono

Note
1 Per Roger Caillois (1913-1978) sociologo e antropologo francese che ha dedicato all’universo minerale anni di riflessione e scrittura, queste sono le qualità nelle quali si racchiude l’importanza ed il fascino delle pietre, proiettandole ai primordi dell’universo e facendole garanti della stabilità del mondo.
2 Cortellazzo Manlio, Zolli Paolo, Dizionario etimologico della lingua italiana, 3a ed., Bologna, Zanichelli, 1997.

Il presente testo è un estratto della riflessione introduttiva al testo “Pietre d’artificio. Materiali per l’architettura tra mimesi e invenzione”, tratto dalla omonima ricerca condotta dall’autrice nell’ambito del Dottorato di Ricerca in Tecnologia dell’Architettura (XIX ciclo), 2007 presso la facoltà di Architettura di Ferrara, e pubblicato per Lulu nel 2011.

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26 giugno 2012

Design litico

Grafton Architects.
La pietra al femminile plurale

English version


Concept di Grafton Architects per il padiglione Pibamarmi all’edizione Marmomacc 2012

L’architettura dei Grafton Architects è plastica e compatta, eppure permeabile allo sguardo e all’attraversamento grazie a scavi, sospensioni, sprofondamenti; delineata per masse solide, “rocciose e accoglienti” ad un tempo, essa troverà una nuova occasione di espressione nel padiglione Pibamarmi per l’edizione Marmomacc 2012.
La proposta dei Grafton Architects per l’allestimento litico è caratterizzata da una composizione di monoliti rettificati, pensata per dar vita ad una scalea espositiva che accolga acqua, vegetazione ed elementi di design in pietra. La grande scogliera emergerà dalla quota pavimentale come un frammento di lussureggiante paesaggio, a tratti carsico e cavo all’interno, per ospitare il visitatore in vuoti inattesi, quasi ipogei.


Concept di Grafton Architects per il padiglione Pibamarmi all’edizione Marmomacc 2012

PROFILO GRAFTON ARCHITECTS
Lo studio Grafton Architects si forma a Dublino nel 1978 e ha al suo attivo importanti realizzazioni di edifici pubblici per istituzioni ed università tra cui si ricordano il Dipartimento di Ingegneria Meccanica del Trinity College e gli Uffici del Ministero delle Finanze a Dublino, la Scuola di medicina e lo studentato dell’Università di Limerick, l’ampliamento dell’Università Bocconi a Milano; quest’ultima opera ha valso allo studio riconoscimenti internazionali come il World Building of the Year 2008 ed il piazzamento tra i cinque finalisti del Mies Van Der Rohe Prize 2009.
Altri importanti edifici progettati dagli architetti in Irlanda sono la stazione dei vigili del fuoco di Drogheda, la Loreto Community School a Milford e il Solstice Art Centre di Navan.
Di recente lo studio si è aggiudicato i concorsi internazionali per la realizzazione della Scuola di economia dell’Università di Tolosa e per il nuovo Campus UTEC dell’Università di Lima, in Perù.


Shelley McNamara e Yvonne Farrell, fondatrici e coordinatrici dello studio Grafton Architects

I Grafton Architects sono stati il primo studio di architettura irlandese ad essere invitato alla Biennale di Venezia nel 2002. Successivamente la loro presenza nella prestigiosa rassegna in laguna è stata ribadita nel 2008 e si ripeterà nel 2012.
Lo studio è diretto da Yvonne Farrell e Shelley McNamara che hanno tenuto corsi universitari e conferenze a Dublino, Harvard, Londra, Losanna, Oslo, Yale e Mendrisio. Le progettiste hanno inoltre partecipato a numerose e prestigiose giurie di premi di architettura come il RIBA Stirling Prize 2008, il British Civic Trust 2010, il Mies Van Der Rohe Prize 2011 e il RIBA Award 2012.

di Davide Turrini

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Grafton Architects
Pibamarmi

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25 giugno 2012

Citazioni

…Per un acquerello di Mauro Andreini

In un pomeriggio estivo sono stato sommerso da una marea di acquerelli. Per evitare il naufragio ne ho scelto uno come una tavola a cui aggrapparsi. L’ho guardato da vicino: cinque forme colorate circondano una piccola casa.
Ad una più attenta osservazione la forma più scura, in alto, è un cielo azzurro scuro. Una linea orizzontale la divide da una più chiara (un lago? un braccio di mare?). Le altre tre, declinanti dall’ocra al bruno, alludono a colline, altopiani affacciati sull’acqua e isole. Così aria, acqua e terra si ordinano in un rettangolo di bordi sfrangiati.
Facendo attenzione si scoprono linee nere che affiniscono i confini. Analoghe linee costruiscono una piccola casa col tetto a capanna articolata in due corpi: una casa madre e una casa figlia, in una sorta di maternità rustica.
La casa ha pareti, porta, finestre, tetto. La casa sta sulla terra e sotto il cielo. Il cielo scuro è minaccioso (alcuni uccelli svolazzano forieri di presagi funesti) ma la casa se ne sta coraggiosamente raccolta a difendere i suoi abitatori.
E’ un’architettura elementare, ma ciò che la rende solida e rassicurante è la sua normalità. Credo che Mauro Andreini aspiri alla normalità: le sue costruzioni ce ne danno la certezza forse ancor più che i suoi tanti acquerelli tesi ad indagare tutte le possibili combinazioni e variazioni di corpi regolari, figure semplici, parole familiari.
Come diceva un poeta “noi siamo qui per dire poche parole….”

A volte nel deserto cartaceo (le pubblicazioni d’architettura) che mi circonda, vedo affiorare qualche traccia amica.
Allora mi prende un gran senso di gratitudine e uno strano sentimento di felicità. E’ quello che mi è successo guardando questi acquerelli.

di Adolfo Natalini

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19 giugno 2012

Appunti di viaggio

Il Ladakh e la valle dello Zanskar


Lamayuru.

Questo è un viaggio. Anzi, sono due viaggi.
Il primo è nel luogo più incredibile e fantastico che abbia mai visitato. Il secondo è un viaggio nel tempo: venticinque anni fa. “Il VIAGGIO”, voluto e vissuto con il profondo desiderio di un’esperienza unica: Ladak, perla preziosa dell’Himalaya.
Sono passati tanti anni ormai – ero una giovane universitaria – e tanti viaggi, luoghi e genti, ma è innegabile, il mio cuore è ancora là, tra quelle cime e quelle persone sorridenti: il loro ricordo è il più intenso della mia memoria. Le emozioni di allora, fatte di attimi cristallizzati, di colori, odori, sguardi, sono lì, pure e incorruttibili

Ci ho pensato molto prima di scrivere queste righe. Da giovane perché chi ascoltava un’entusiasta dell’India traeva sempre la stessa conclusione (nel mio caso errata):…. mmm chissà quante canne!!! (e chi ne ha mai viste?). Da “grande” perché temevo che parlare dei ricordi potesse sembrare un resa all’età. Ebbene no, e chi è stato in Ladakh sicuramente lo capirà.


Om Mani Padme Hum, il mantra dei mantra scolpito nella roccia.

L’India è un paese ancora oggi di grandi contrasti; allora, alla fine degli anni ’80, l’arrivo a Delhi è stato per me troppo gravoso: un vago sentore di morte che aleggiava su una povertà palesata in maniera quasi oscena. Io, giovane donna che al di fuori dell’Italia aveva visto solo l’America, New York e i suoi negozi scintillanti…, mi ritrovavo improvvisamente in una metropoli dove il confine tra povertà, malattia, visi sfigurati dalla lebbra ed una normalità così dissimile dalla nostra mi sembrava troppo aleatorio. È stata l’unica volta in cui, durante un viaggio, mi sono sentita spaventata, e se avessi potuto sarei tornata immediatamente a casa. Ma ormai il dado era tratto, ero lì, e come per fortuna ho imparato fin da piccola, ho fatto buon viso a cattivo gioco. Quindi “tasi e tira” e via, in cerca di un passaggio su un bus, per un trekking nel nord. Prima tappa Srinagar con un viaggio di quelli infiniti, lunghi decine di ore, dove sembra che la meta giochi a rimpiattino allontanandosi sempre più ad ogni ora che passa, e dove impari a dormire a comando appena il mezzo – qualsiasi esso sia – si mette in movimento: troppo rischioso vedere a cosa si sta andando in contro.


Houseboats sul lago Dal.

Finalmente ecco Srinagar, capitale estiva dello stato del Jammu e Kashmir, conosciuta anche come la Venezia indiana; adagiata lungo il lago Dal dove si trovano le più belle houseboats, geniali soluzioni di un delicato problema diplomatico, oggi prevalentemente trasformate in hotel. Il maharaja, infatti, non concedeva agli inglesi del British Raj di soggiornare sulla terraferma. D’altro canto, per non essere “troppo” scortese concesse loro la possibilità di costruire queste dimore galleggianti di gran lunga più affascinanti di qualsiasi hotel sulla terraferma; con arredamenti spesso in stile inglese, tappeti, poltrone, un persistente profumo di cedro ed attorno, tra le ninfee del lago, un brulicare di shikara che alla mattina danno vita ad un vero e proprio mercato su barche, in mezzo al lago.


Il tetto dello Spituk Gompa (a sinistra) e il Maitreya del Thikse Gompa (a destra).

Poi via di nuovo, in autobus verso il Ladak. Un viaggio spettacolare ed indimenticabile, di più di 15 ore, passando per una retata effettuata da militari sull’autobus per arrestare un uomo.
Ecco prima Kargil e poi Leh, attraversando lo Zoji La ( La = passo), a 3.450 metri sull’altopiano infinito del Kharbathang; qui l’autista, senza tanti preamboli, ci fa scendere nei pressi di una improbabile pompa d’acqua per lavare l’autobus.
Poi ancora i tanti monasteri: Shey Palace, Hemis, Lingshet, Thiksey Gompa. Luoghi in cui l’animo si riconcilia col mondo, dove tutto trasuda serenità e pace e si è sempre ben accolti; luoghi dove è irrispettoso rifiutare il te condito con burro di jak e farina, dal cui contenitore può succedere che faccia capolino un irriverente scarafaggio…
E, dopo i monasteri, via per il trekking nella valle dello Zanskar, dove le tremende alluvioni di quest’anno hanno ahimè mietuto vittime e distruzioni.


Ruote della preghiera nel monastero di Hemis.

Il percorso va da Lamayuru a Padum, 177 km a piedi in otto tappe, con dislivelli che superano i 4.000 metri; zaino in spalla ad attraversare il Sirsir-La (4.900 m), il Singi-La (5.200 m), Hulumala (5.000 m). Un alternarsi di rocce dai colori incredibili, che rendono strepitoso l’ambiente desertico di queste alte quote; dove una semplice ed esile rosa canina ha il coraggio di diffondere il suo profumo a centinaia di metri di distanza; dove la luna è così splendente e grande, ma così grande da lasciare attoniti.
Il sorriso dei residenti parla di serenità e contentezza del nulla: che vergogna, e che senso di inadeguatezza per me europea abituata a lamentarmi per le inesistenti difficoltà quotidiane…
Ed il festival nel Linshat Gompa, centro religioso e culturale dell’area, ed ancora i Gompa, i chorten e i muri mani (mani = pietra preziosa) detti anche mendong, a secco o cementati col fango, la cui superficie è interamente costituita da pietre scistose o da ciottoli sui quali sono state scolpite figure sacre o le sacre lettere dei mantra. Om Mani Padme Hum, il mantra dei mantra. O ancora le nostre canzoni, rigorosamente degli anni settanta, stonate al cielo mentre in fila indiana percorrevamo la valle dello Zanskar.


Nel monastero di Linshat.

photogallery

Tornerò ancora nel Ladakh? Non so. Se ne parla per il prossimo anno, ma ho la grande, grandissima paura che anche là – giustamente – il mondo sia cambiato. Mi hanno raccontato di una strada nella valle dello Zanskar, di centri commerciali dove è estremamente conveniente acquistare attrezzature alpinistiche, di ristoranti dove si mangia italiano (!?!), di agenzie di viaggio che portano nei santuari più mistici, turisti caciaroni e mentalmente poco preparati alla sacralità di quei luoghi.
Mi hanno raccontato che sono passati venticinque anni, e che forse posti così non ce ne sono più …, ma nel mio cuore e nella mia memoria esistono ancora.

di Anna Maria Ferrari

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