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23 aprile 2012

News

Paesaggio, architettura e design litici

Veronafiere, nell’ambito degli eventi culturali della 47a Marmomacc, International Trade Fair for Stone Design and Technology, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti P.P.C. di Verona, organizza il Premio per le Tesi di Laurea “Paesaggio, architettura e design litici”. Scopo del premio è promuovere una consapevole cultura della pietra tra architetti, ingegneri, designer e produttori del settore marmifero e contribuire all’approccio dei materiali litici, alla loro conoscenza e corretto impiego, nella fase formativa dei futuri professionisti.
Il concorso, a cadenza biennale, conferisce un premio in denaro a tesi di laurea (breve o specialistica) che abbiano come oggetto tematiche riguardanti l’utilizzo di materiali lapidei nel progetto di paesaggio, architettura e design. Possono partecipare neo-laureati delle facoltà italiane di Architettura, Ingegneria, Design ed equivalenti.

PREMI
Primi classificati:
Architettura e Paesaggio, Euro 3.000,00
Design, Euro 3.000,00
Due Menzioni Speciali
Architettura e Paesaggio, Euro 500,00 cad.
Design, Euro 500,00 cad.

MOSTRA
I migliori progetti saranno presentati in una mostra alla 47a Marmomacc, a Verona dal 26 al 29 settembre 2012.
Apertura iscrizione: 1 gennaio 2012
Scadenza iscrizione: 30 aprile 2012
Scadenza consegna elaborati: 21 maggio 2012

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Info
Marmomacc
O.A.P.P.C. Verona

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17 aprile 2012

News

Luce e Materia
La mostra

English version

Un affascinante gioco
di specchi e di trasparenze
per esplorare il rapporto
tra luce e materia litica

La lavorazione del marmo e delle pietre è sempre stata condizionata dalla luce, il lapicida lavorava la superficie a volte in modo liscio, a volte rigato, scanalato, con lo scopo di ottenere precisi effetti di luce e di ombra.
Ho progettato questa mostra “Luce e Materia” con lo scopo di evidenziare alcune caratteristiche ottiche di due particolari marmi, estremamente diversi tra loro, direi antitetici: il Nero del Belgio di La Merbes Esprimont e il marmo chiaro di Vigaria della Solubema.
Il primo viene estratto in territorio belga da una antica miniera sotterranea, il secondo è di provenienza portoghese da un sito a cielo aperto.
Il percorso della mostra si snoda attraverso una sequenza di stanze in cui sono disposte le opere marmoree progettate e realizzate per far risaltare due aspetti specifici di questi materiali: la riflessione e la traslucenza.
Le opere sono state progettate con l’ausilio di computer e realizzate con macchinari a controllo numerico e, dove necessario, con un intervento manuale di lucidatura.
La riflessione è quel fenomeno per cui un raggio luminoso che urta su una superficie liscia viene proiettato indietro secondo determinate leggi, restituendo così l’immagine di ciò che gli sta davanti. Il Nero del Belgio è un marmo compatto, vitreo, nero e una volta lucidata la superficie è assai specchiante. Gli oggetti in mostra in Nero del Belgio esplorano la tematica dello specchio giocando con le riflessioni frammentate, le distorsioni, le anamorfosi, citando qualche storico esempio. Nello specchio la luce viene respinta, al contrario, il nero la assorbe, la luce e questi oggetti specchianti sono permeati di questa ambigua dualità arricchita ulteriormente dalla dualità della realtà e il suo doppio.

La traslucenza è la capacità che ha un corpo di farsi attraversare dalla luce diffondendola. Il marmo di Vigaria è particolarmente traslucente, in tal modo la luce penetrandolo ne svela le profonde trame metamorfiche, velate di rosa, grigi freddi bianchi opalescenti o addirittura strisciate di verde malachite.
Questa sua proprietà, che aumenta al diminuire dello spessore, è stata lo spunto per creare degli oggetti litici luminosi, lastre scavate, assottigliate in funzione di creare una figura, una texture geometrica o l’effetto di un’ombra proiettata sul retro o in altri casi lampade illuminanti.
La lavorazione, che è un’operazione di asportazione di materia, non ha seguito i canoni scultorei tradizionali chiaroscurali della luce naturale che proviene dal cielo. Lo scultore infatti ben sa che la pupilla nera dell’occhio si ottiene non con il colore ma altresì scavando un buco, producendo cioè ombra. Nel nostro caso, l’asportazione della materia è avvenuta seguendo un criterio diverso, direi contrario, negativo in senso fotografico, cioè più profonda è la cavità più questa è luminosa.
Se ci riflettiamo per un attimo, comprendiamo che questa materia è venuta alla luce dal sottosuolo dopo un lunghissimo tempo di attesa, durante il quale si è formata e consolidata, impiegando un tempo pressoché infinito, fino a che qualcuno, in un istante qualsiasi, l’ha tolta dal ventre terreno per lavorarla ed ammirarla.
Di colore nero, come se si fosse impregnata dell’oscurità della terra profonda, oppure bianca e cristallina, pronta per emergere al sole come un fiore che sboccia, questa materia, una volta lavorata, assottigliata o lucidata, assume caratteri diversi: si trasforma. Durante questo processo metamorfico si rivela sorprendente ed affascinante.
Questa straordinaria esperienza, condotta nel tentativo di manifestare le caratteristiche ottiche dei due materiali, ha rivelato nuovi e stimolanti aspetti a me sconosciuti, ciò a dimostrazione delle enormi potenzialità espressive del marmo: materia antica ancora da scoprire.

Ingresso
All’ingresso addossato ad una parete verde si trova un grande specchio in marmo Nero del Belgio a calotta sferica contornato da una serie di altri piccoli specchi incavati disposti a raggera. E’ una citazione di uno specchio ritratto nel celebre dipinto di Jan Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini, in cui il pittore ritrae lo specchio, l’immagine riflessa dei soggetti e simultaneamente l’immagine di se stesso. Gli specchi disposti intorno alla calotta sferica sono bombati ad incavo, le immagini multiple che essi producono sono molteplici e capovolte.

Sala degli specchi
Questa sala rossa raggruppa otto specchi in marmo Nero del Belgio. Il primo è un grande disco circolare dalla superficie deformata, si tratta infatti di uno specchio deformante, la cui superficie distorce l’immagine riflessa con sorpresa e divertimento dello spettatore.
Altri quattro specchi circolari seguono questa tematica, le superfici ondulate e diverse di ciascuno deformano, o comprimendo o capovolgendo l’immagine riflessa.

Nella terza parete altri due grandi specchi allungati deformanti giocano con l’intera figura del visitatore. Nella quarta parete un lungo specchio rettangolare piano costellato di calotte sferiche in rilievo e in incavo specchiano l’ambiente circostante moltiplicandolo e capovolgendolo.

Sala dell’anamorfosi
Una grande sala nera completamente rivestita di marmo Nero del Belgio, a pavimento una figura distorta e poco comprensibile intarsiata di marmo di Vigaria.
Al centro un maestoso cilindro di marmo nero lucido al disopra del quale vi è posto un vaso dalle forme classiche, culminante con una coppa a calotta sferica. All’interno un ricco mazzo di rose vere.
Il visitatore si rispecchia a terra sul pavimento nero lucido e sul cilindro al centro deformandosi vistosamente sulla superficie curva dove contemporaneamente appare, chiara e distinta, l’immagine dell’intarsio a pavimento. Si tratta di un grande disegno anamorfico che secondo precise regole ottiche si deforma per restituirsi nella visione corretta su una superficie curva.
Alle pareti il gioco continua, le immagini multiple si frammentano in una miriade di quadrotti in marmo nero lucido inclinati in varie direzioni un gioco di specchi disorientante e moltiplicato all’infinito.

Passaggio luminoso
Un passaggio leggermente prospettico ci conduce verso la stanza successiva.
Ai due lati, lastre di marmo Vigaria lucide retroilluminate, dalle quali si colgono figure in movimento. Sulla parete destra si scorgono una molteplicità di figure umane o più precisamente le loro ombre come se dalla parte opposta la lastra illuminata da un sole al tramonto ne svelasse la presenza. Nell’altra parete un’ombra di fronde di alberi in movimento si sovrappone alla dorata materia marmorea di Vigaria. Le lastre fungono da vetrate e lasciano trasparire una luce dorata mentre il marmo si mostra con tutte le sue venature sedimentarie portate alla luce.

Sala delle lampade
La sala celeste si presenta costellata di lampade dalla luce dorata, sospese a diverse altezze che s’accendono e si spengono con ritmi alternati pulsanti. Le lampade sono costituite da un paralume in marmo massello di Vigaria, lavorato con scalfitture ritmate e là dove si assottiglia il materiale traspare maggiormente la luce. Gli oggetti luminosi sono formalmente uguali uno all’altro ma contemporaneamente unici perché unico è il disegno che il marmo porta su di sé, mai uguale a se stesso.

Sala delle lastre illuminate
Il grande salone dispone tre grandi lastre di quattro metriquadrati e di spessore consistente, scavate ed illuminate. Si apre con una prima grande lastra verticale.
La lastra è lavorata su un un lato: un bassorilievo ricco di solchi e protuberanze, la superficie è satinata e di color biancorosata. Girandoci attorno si scorge l’altro lato. Da qui la lastra è retroilluminata e ci appare la venatura ambrata del marmo, osservando più attentamente su un secondo livello di lettura si scorge un’immagine di tendaggio ondulato come se fosse incluso nel marmo stesso. Su questa tenda, su un terzo livello di lettura si scorge un’ulteriore figura, un’ombra di fronde d’albero che si proiettano sul tessuto. Ritornando sul retro il bassorilievo informe visto inizialmente prende senso, ogni rilievo è un’ombra, ogni incavo una luce.

La seconda lastra è posizionata al centro del salone. E’ lavorata da entrambi i lati. La luce colpisce intensamente la superficie fresata, anche in questo caso il bassorilievo è di difficile comprensione, andamenti piani seguono rilievi più accentuati. La luce si dissolve, si accende dall’altro lato, ora la lastra è retroilluminata e ci appare come per magia un’immagine fotografica. Il capo e il volto di un bimbo, un’immagine fetale scritta dentro la materia, contenuta all’interno di questa membrana primordiale dalle sembianze di un tessuto vascolarizzato. Il marmo si fa corpo.

La terza lastra si presenta con una superficie liscia e piana, illuminata omogeneamente. La luce si dissolve e appaiono dei punti luminosi via via più intensi, ne compaiono altri, è uno sciame di luci dalla forma quadra, qua e là più grandi o più piccole, più intense o più fioche. Forse le luci di una città velata.
Sul retro, la superficie lavorata è cosparsa di incavi quadri differenti per dimensione e profondità.

Raffaello Galiotto

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17 aprile 2012

English

Light and Matter
The Exhibition

Versione italiana

A fascinating game
of reflection and transparency
to explore the relationship
between light and marble

Working with marble and stone has always been conditioned by light. Sometimes the stonecutter chose a smooth surface, at other times a scuffed and grooved surface in order to obtain specific light and shadow effects.
I designed the “Light and Matter” exhibit to highlight optical characteristics of two particular, extremely different, even antithetical marbles: Merbes Esprimont’s Black marble from Belgium and Solubema’s light-hued Vigaria marble.
The former is quarried in Belgium from an ancient underground mine, the latter comes from Portugal from an open-air site. The arrangement winds through a sequence of rooms and the marble artifacts were designed and created so that two specific aspects of these materials would stand out: reflection and translucency.
The works were designed with the help of a computer and created with CNC machines and, where necessary, were polished by hand.
Reflection is a phenomenon that occurs when a ray of light hits a smooth surface and is projected back, thus restoring the previous image according to the established laws of physics. Black marble from Belgium is a compact, vitreous marble which, once it has been polished, has a mirror-like surface. The objects on display carved in Belgium Black explore the mirror theme, playing with fragmented reflections, distortions, anamorphosis, and quote a few historic examples. Light is repelled in a mirror; black, however, absorbs it. Light and these reflecting objects are permeated by this ambiguous duality, further enriched by the duality of reality and its double.

Translucency is the capacity of a body of mass to let the light through, and to diffuse it. Since Vigaria marble is particularly translucent, as light penetrates into it, it reveals a deep metamorphic pattem showing various pink, greyish, opalescent white veins, or even malachite green coloured streaks.
This property, which increases with increasing thinness, led to the creation of various luminous stone objects, such as slabs thinned down in order to create a figure, or geometric texture, or the effect of a shadow projected from the back or, lastly, illuminated lamps.
The working method, which consists of removing matter, did not follow traditional sculptural chiaroscuro canons of natural light from the sky.
The sculptor, in fact, knows very well that the black pupil of the eye in statues is not obtained with color but by digging a hole, thereby producing shadow. In our case, the removal of matter came about by following a different, or rather opposite principle, a negative in the photographic sense. In other words, the deeper the cavity the more luminous it is.
Let’s just think: this matter came to light from the underground after a very long time, during which it slowly grew and consolidated itself, until someone removed it from the ground to handle it and admire it.
Either black, as if soaked by the deep darkness of the ground, or crystalline white ready to emerge in the sunlight like a blooming flower, this material, once worked, thinly cut or shined, takes on different characters: it transforms itself. During this metamorphosis it reveals itself as surprising and fascinating.
Such extraordinary experience, originated in the attempt to expose the optical characteristics of the two materials, has uncovered new and stimulating aspects, of which I was unaware, as a demonstration of the enormous expressive potential of marble: an ancient material still waiting to be discovered.

Entrance
In the entrance, leaning against a green wall, is a large round mirror made of Black marble from Belgium, a convex cap surrounded by a border of small hollowed (concave) mirrors. It obviously recalls the mirror portrait in the famous painting by Jan Van Eyck, The Arnolfini Portrait, where the artist paints a mirror, the reflected image of the sitters and himself at the same time. The small side concave mirrors produce a number of inverted images.

Hall of mirrors
In this red hall are collected eight mirrors made of Black marble from Belgium. The first is a large circular disc with a deformed surface, it is in fact a distorting mirror where the surface twists the image reflected, to the surprise and amusement of the spectator.
On another wall, the same theme is treated by four round mirrors, each one has a different kind of distorted surface which either squeezes the Image or turns it upside down.

On the third wall, two large distorting mirrors, oblong in shape, play with the visitor’s whole figure. On the fourth wall, a long rectangular mirror scattered with rounded bulging and hollowed caps reflects the surroundings, with a multiplying and up-turning effect.

Hall of anamorphosis

A large black hall, completely lined in Black from Belgium; on the floor, visitors can see a twisted, indefinite figure inlaid in Vigaria marble. At the center of the hall, a majestic black marble cylinder is shining, topped by a classical vase, topped with a spherical cup. Inside the vase, a rich bunch of fresh roses.
As the visitor is reflected onto the shiny black floor and onto the central cylinder, his/her image is considerably distorted on the curved surface, where the figure on the floor clearly appears at the same time. It is a large anamorphic design which, according to precise optical rules, distorts itself to restore a correct vision on a curved surface. The same effect continues on the walls : the multiple images are broken down in a myriad of shiny black marble squares leaning in various directions, in a dizzlinng play of mirrors endlessly multiplied.

Luminous way
A passage designed in a slight perspective leads us to the next room.
On both walls there is a shiny Vigaria marble plate lit from behind, where moving figures can be perceived. On the right, one recognises a number of human figures, or rather their shadows, as if from the other side the plate lit by the setting sun revealed their presence. On the left wall, a shadow of trembling tree foliage lies over the golden marble matter of the Vigaria. The plates act as glass windows letting a golden light trough, while all the sedimentary veins of the marble are enhanced.

Hall of lamps
The sky blue room is dotted with lamps suspended at different heights; the light they cast is golden and it comes on and off with alternating pulsing rhythms. The lamps consist of solid Vigaria marble lampshades, regularly carved with grazes, which give out more light where the material is thinnner. The bright objects are the same in principle, but each one is unique because the patterns in t the marble are never the same.

Hall of illuminated plates
This great hall features three large vertical four square meters slabs of considerable thickness that are hollowed out and illuminated.
The first slab shows on one side a carved bas-relief, with plenty of furrows and bulges; the surface has satin-finish and is off white color. Going around it you catch sight of the other side. From here, the plate is backlit displaying the internal amber light of the marble. A close second reading reveals the image of a rippling curtain, seemingly trapped inside the marble itself. After a closer third reading, yet another figure, a shadow of tree foliage appears on the curtain, projecting itself on the textile. Returning to the front of the plate, the amorphous bas-relief seen originally makes sense, each relief is a shadow, each hollow a light.

The second plate is located at the center of the room. It is carved on both sides, light hitting the milled surface intensely. Again in this case the bas-relief is difficult to read, flat patches following stronger reliefs. Light vanishes, then ignites on the other side, the plate is now lit from behind and a photographic picture appears as by magic. The head and face of a child, a fetal image created in matter, contained inside this primordial membrane resembling a vascularized cloth. Marble become body.

The third plate has a smooth and flat surface that is evenly lit. Light vanishes and bright points appear growing more and more intense. Others appear, it’s a meteor of square shaped lights, here and there, bigger, smaller, more intense or dimmer. Maybe the lights of a veiled city. On the back, the worked surface is scattered with hollowed squares of different size and depth.

Raffaello Galiotto

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13 aprile 2012

Ri_editazioni

Mirabilia

English version


Lastra di marmo Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

Metamorfosi. All’interno di Marmomacc 2011, per conto dei brand Merbes-Sprimont (Belgio) e Solubema (Portogallo), Raffaello Galiotto è impegnato nel progetto “Luce e Materia” indirizzato a dare senso ed evidenza formale a due materie molto particolari ed estremamente diverse fra loro, provenienti dal mondo naturale delle rocce: il Nero del Belgio e il Vigaria del Portogallo.
Tale progetto allestitivo rinnova così la sfida al confronto con le materie, con le energie e le vocazioni formali che ognuna di esse è in grado di “sprigionare”.

«Le materie – per dirla con Henri Focillon – comportano un certo destino o, se si vuole, una certa vocazione formale. Esse hanno una consistenza, un colore, una grana. Sono forme, come dicemmo, e per ciò stesso, chiamano, limitano o sviluppano la vita delle forme dell’arte. Sono scelte, non soltanto per la comodità del lavoro, oppure, nella misura in cui l’arte serve ai bisogni della vita, per la bontà del loro uso; ma anche perchè si prestano ad un trattamento particolare, perchè danno certi effetti. (…) Ma giova osservare subito che questa vocazione formale non è un determinismo cieco, poichè a quelle materie così ben caratterizzate, così suggestive ed anche così esigenti riguardo alle forme dell’arte sulle quali esercitano una specie d’attrazione, si trovan da queste, di rimbalzo, profondamente modificate.
Così si stabilisce un divorzio tra le materie dell’arte e le materie della natura, anche se unite tra loro da una rigorosa convenienza formale. S’assiste allo stabilirsi d’un ordine nuovo. Sono due regni, anche se non intervengono gli artifici e la fabbrica. Il legno della statua non è il legno dell’albero; il marmo scolpito non è più il marmo della miniera; l’oro fuso è un metallo inedito; il mattone, cotto e messo in opera, è senza rapporto con l’argilla della cava. I colori, l’epidermide, tutti i valori che agiscono otticamente sul senso tattile, sono cambiati. Le cose senza superficie, nascoste dietro la scorza, interrate nella montagna, bloccate nella pepita, inglobate nella mota, si sono separate dal caos, hanno un’epidermide, aderito allo spazio ed accolto una luce che la lavora a sua volta. Anche se il trattamento subito non pure ha modificato l’equilibrio ed il rapporto naturale delle parti, la vita apparente della materia s’è trasformata.»

Se la forma – come ci suggerisce Focillon – è il “come della materia” sottratta al regno della natura, allora il designer è il medium, il demiurgo capace di conferire “forma” alla materia stessa facendola apparire “così” e non in “altri modi”. Questo, indubbiamente, è il primo punto di applicazione dell’esercizio progettuale di Raffaello Galiotto in “Luce e Materia”. Obiettivo del designer è realizzare il mutamento, assicurare la trasformazione o, addirittura, la metamorfosi delle materie litiche. In forma inedita – a differenza di altre occasioni – qui intravediamo un Galiotto operare più come un artista, creatore di esperienze sensoriali e illusive, che come un designer concentrato sulla definizione di prodotti funzionali e seriali. Ma sappiamo che le forme della materia non sono soltanto i punti salienti di uno schema grafico o le superfici di un’immagine virtuale.


Lastra di marmo Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

Esse prendono corpo e consistenza tangibile a partire dalla modellazione di atomi fisici, assumono configurazioni tattili e visive, s’inverano – soprattutto – in uno spazio a tre dimensioni occupandolo e rendendolo esperienziale. In questo spazio tridimensionale, che organizza e mette in relazione le forme e materiali, rintracciamo il secondo punto di ricerca di Galiotto, capace di “mettere in scena” e spettacolarizzare il primo.
Nello spazio tridimensionale in cui ci muoviamo il nostro corpo è oggetto fra “altri” oggetti, ma è anche quello che vede gli artefatti, li misura, li tocca involvendoli in personali esperienze, emozioni e associazioni mentali; lo spazio e gli oggetti – attraverso il dialettico rapporto di vuoti e di pieni, di materialità ed immaterialità, di densità e di peso, di ombre e di luce – consegnano a noi la loro aura per attrarre i sensi e produrre sensazioni.

Mirabilia. L’allestimento di “Luce e Materia” sembra riattualizzare la direzione concettuale delle Wunderkammer – letteralmente camere delle meraviglie – concepite dal XVI al XVIII secolo dai grandi collezionisti europei per conservare, studiare, mostrare e soprattutto “godere” di oggetti dalle evidenti e intrinseche particolarità esteriori.
L’interesse scientifico, l’amore per l’eccezionale, il raro – tipici dell’era illuminista – posti alla base della creazione di ogni Wunderkammer si sono intersecati sempre con l’innata pulsione umana al possesso di oggetti capaci di destare meraviglia; oggetti non necessariamente preziosi ma ineludibilmente straordinari; oggetti provenienti direttamente dal mondo della natura (naturalia) o creati dalle mani dell’uomo (artificialia).

L’eccezionalità o l’originalità della forma, la rarità del reperto, l’unicità dimensionale, l’esoticità della provenienza, la preziosità della lavorazione ecc. costituivano gli elementi tipici affinchè gli oggetti delle Wunderkammer si costituissero come raccolta di mirabilia da custodire ed esibire.
Possedere una Wunderkammer da mostrare in privato ad amici ed illustri visitatori è stato appannaggio delle èlite: nobili e re, scienziati emeriti o uomini dotti e facoltosi.

A Marmomacc 2011, con “Luce e Materia”, sembra rinnovarsi l’aura – sia pur “democratizzata” e rivolta ad un pubblico vasto e cosmopolita – di una Wunderkammer litica contemporanea disponibile alla fruizione e al disvelamento dell’inusuale e del magico legato alla vita di due specialissimi marmi.
Attore protagonista assoluto è la luce che mette in scena materie litiche molto particolari – il Nero del Belgio e il Vigaria del Portogallo, come già anticipavamo – giocando con le loro epidermidi e con tutti i valori in grado di agire sul senso ottico attraverso i diversificati trattamenti impressi grazie a sofisticati e avanzati software di lavorazione.
La Wunderkammer si dischiude al visitatore come un percorso continuo, sia pur segmentato e scandito tematicamente da spazi e da artefatti molto particolari proponendo un’esperienza fruitiva concettuale ed emozionale allo stesso tempo.

Illusive figuratività. I primi ambienti di “Luce e Materia” sono segnati da superfici litiche riflettenti, riverberanti, deformanti associate all’utilizzo del Nero del Belgio.
Come cinema e teatro presuppongono zone di penombra (se non di buio assoluto) contrapposte a spazi illuminati su cui far svolgere l’azione scenica, così l’incipit di tale dispositivo spaziale è annunciato da sfondi neri e da un’atmosfera plumbea che invita alla concentrazione fruitiva.
Sulle pareti – o al centro degli ambienti – sono esposti, quali oggetti inusuali e “meravigliosi”, una serie di artefatti marmorei tirati a lucido risplendente. La narrazione “ad episodi” che viene svolta sulla continuità delle pareti è la metamorfosi del Nero del Belgio – materia solida, uniforme e assoluta – qui alla ricerca di una presenza “altra”, di una esistenza “parlante”, nel momento in cui “va incontro alla luce”.

I confini fra le superfici allestitive e gli oggetti esposti, fra zone illuminate e zone d’ombra, sono in questi primi ambienti molto attutiti (o contrastati) per conferire una sorta di evidenza magica agli artefatti – e predisporli ai rapporti e alle relazioni fruitive con i visitatori.
La luce di questi ambienti – diretta e direzionata – allorchè colpisce le superfici marmoree ne declina i profili, ne evidenzia gli aggetti e le profondità, ne accentua la deformazione ottica delle immagini riflesse come in un illusivo e disorientante gioco degli specchi.
Questo sapiente uso di materiali riflettenti come “schermi” replicativi e slargativi, atti a dar vita ad inedite configurazioni spaziali, rievoca e reinterpreta numerose suggestioni visive legate alla tradizione figurativa del passato attualizzata, poi, anche nel contemporaneo: dal misterioso specchio convesso dipinto con minuziosità microscopica da Jan Van Eyck nel celeberrimo Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434), sino alle “distorsioni fotografiche” – illusionistiche ed estranianti – elaborate all’inizio del novecento da André Kertész. Ma se questi artisti hanno trasposto entrambi le superfici specchianti sul piano astratto e intagibile della rappresentazione bidimensionale (pittorica o fotografica che sia), al contrario l’atto creativo proposto in “Luce e Materia” ha restituito ad esse una propria matericità e tridimensionalità attraverso un sapiente uso di tecnologie innovative in grado di “riplasmarle” in veri e propri oggetti marmorei.


Lampada a sospensione, marmo Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

I primi ambienti di “Luce e Materia” sembrano instaurare, inoltre, stimolanti legami con sperimentazioni artistiche contemporanee. Volumi dalle forme insolite, ricurve, enormemente espanse e rivestite da materiali riflettenti (sia naturali che artificiali) rappresentano, di fatto, la cifra stilistica dell’artista e architetto Anish Kapoor, che da anni porta avanti con coerenza una ricerca volta a sperimentare esperienze spaziali alternative e mai cristallizzate. Molte delle sue installazioni sembrano condividere con l’incipit del percorso fruitivo ideato da Galiotto non solo la ricerca virtuosistica di dispositivi ambientali riverberandi e deformanti, ma anche la predilizione per i toni scuri del grigio e del nero, tali da rinviare allusivamente ad un oltre immateriale e intangibile.

Traslucenze. Il “secondo tempo” narrativo del percorso di “Luce e Materia” attinge alla vertigine seduttiva della “trasparenza” litica.
Abbandonati gli strati ispessiti dei banchi rocciosi o dei monoliti staccati dal fronte di cava, il Vigaria del Portogallo nelle mani creative di Galiotto diventa “pietra seducente e calda”, nel momento in cui la luce attraversando tutto il suo spessore disvela oltre l’essenza mineralogica intrinseca della pietra anche le forme d’artificio e di modellazione impresse alla materia.
Nella sezione finale del dispositivo allestitivo di “Luce e Materia” siamo di fronte ad un percorso narrativo dove la materia litica affronta e approfondisce creativamente il concetto dello “splendere attraverso”, diversamente dallo “splendere in superficie” come nel caso del Nero del Belgio.

Artefatti cilindrici, superfici figurate, pannelli complanari scavati si impongono per il fascino del fenomeno ottico della traslucenza dove la luce pervade tutto lo spessore della pietra trasferendone a quest’ultima il valore magico delle sue qualità peculiari.
L’azione attiva della luce, riverberativa di energia colorica, fa si che la pietra – il Vigaria del Portogallo nel caso specifico – diventi pietra luminosa, iridescente, illusoria sorgente di luce restituita magicamente allo spazio circostante.

Alfonso Acocella

Il saggio è tratto da:
Alfonso Acocella, “Mirabilia”, in Raffaello Galiotto (a cura di), Luce e materia, s.l., Solubema, 2011, pp. 96.

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13 aprile 2012

English

Wonders

Versione italiana


Marble slab Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

Metamorphosis. Within Marmomacc 2011, Raffaello Galiotto is busy for brands Merbes-Sprimont (Belgium) and Solubema-Etma (Portugal) with the project “Light and matter”, aimed at giving sense and a formal evidence to the extreme difference of two kinds of matter from the natural world of rocks: Black marble from Belgium and Vigaria marble from Portugal.
Such an exhibition renews the challenge that exists between matter and energy and the talents that each one of these is able to “release”.

«Matter – as Henri Focillon would say – entails a certain destiny or, if you wish, a certain talent. It has consistency, color, grain. It is form, as we say, and for this reason, it recalls, limits or develops the life of forms in art.
It is chosen, not only for its working convenience, or, to the extent in which art serves life’s needs, for the validity of its use; but also because it lends itself to special treatment, because it gives certain effects. (…) But it is useful to observe that this talent is not blind determinism, since such well-characterized, suggestive and demanding matter regarding forms of art upon which it exerts a certain attraction, is, in return, profoundly modified by it.
This is how artistic matter and natural matter are separated, even though they are united by a strict formal convenience. A new order is established. They are two ruling entities, even if artifices and the factory do not intervene. The wood of the statue is not the wood of the tree; the sculpted marble is no longer the marble from the mines; after melting, gold is a new metal; having been fired and put to use, bricks are not related to the clay in the clay bed. The colors, the epidermis, all the factors that visually interact with touch, have changed. Things without a surface, hidden behind the bark, buried in the mountain, blocked in the nugget, embedded in the mire, have separated from chaos: they have a skin, they cling to space and welcome light, in its turn a working agent. Even if the treatment they have undergone has altered the balance and natural relationship between the parts, the visible life of matter has been transformed.»

If form – as Focillon suggests – is the “how of matter” freed from the realm of nature, then the designer is the medium, the demiurge capable of giving “shape” to matter itself, making it appear “like this” and not “like that”. This, undoubtedly, is Raffaello Galiotto’s starting point in his project “Light and Matter”. The aim of the designer is to create mutation, secure transformation and even the metamorphosis of stone matters. Unlike previous occasions, here we see Galiotto working rather like an artist, as a creator of sensorial and illusive experience, than like a designer focused on defining a functional series of products.

However, we know that the forms of matter are not just the high points of a graphic scheme or the surface of a virtual image.


Marble slab Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

They take tangible shape and consistency starting with the modeling of the atoms, they take on tactile and visual shapes, they concretize – above all – in a three-dimensional space occupying it and rendering it experiential. In this three-dimensional space, which organizes and relates forms and materials, we find Galiotto’s second point of research, capable of “staging” and turning the first one into a show.
In the three-dimensional space in which we move the human body is a object among “other” objects, but it’ s also the one which sees the artifacts, measures them, touches them and turns them into personal experiences, emotions and mental associations. Space and objects – through the dialectic relationship of empty and full, of materiality and immateriality, density and weight, shadow and light – hand over to us their aura to entice the senses and produce sensations.

Mirabilia. The exhibition “Light and Matter” intends to bring back the concept of the Wunderkammer (literally “cabinet of wonders), created in the 16th-18th centuries by important European collectors in order to keep, study, display and above all “enjoy” objects which evidently possessed intrinsic peculiarities.
Scientific interest, a love for the exceptional, the strange – typical of the Enlightenment period – to be found at the very beginning of each Wunderkammer, have always met with the innate human drive to possess objects capable of awaking wonder. These are not necessarily precious, but they certainly are extraordinary objects that come either straight from nature (naturalia) or are created by man (artificialia).

The uniqueness or originality of the shape, the rare find, the dimensional unicity, the exotic origin, the precious craftmanship, etc., were the typical elements that made of the objects of the Wunderkammer a gathering of wonders to keep and exhibit.
Possessing a Wunderkammer to show privately to friends and important visitors was the prerogative of the elite: aristocrats and kings, distinguished scientists or scholarly and wealthy men.

At Marmomacc 2011, “Light and Matter” revives the aura of a contemporary lithic Wunderkammer – however “democratized” and aimed at a vast and cosmopolitan audience – which is directly enjoyable while unveiling the unusual and the magical involved with the life of two very special marbles.
The ultimate protagonist is light, which presents two very special stones – the previously mentioned Black marble of Belgium and Vigaria marble of Portugal – by playing with their skin and by presenting all the factors which act upon the optical senses, through the various imprints performed with sophisticated and advanced manufacturing software.
The Wunderkammer welcomes visitors like a continuous, although thematically segmented and pronounced path, with very particular spaces and artifacts, offering an experience which Is both conceptually useful and emotional.

Illusive figurativeness. The opening rooms of “Light and Matter” are marked by a number of stone surfaces that reflect, reverberate, get deformed, owing to the use of Black marble from Belgium.
As with cinema and theater, which require areas of shadow (if not complete dark) against lit spaces, where the action takes place, so is the incipit of such a spacial device announced by a dark background and a dim atmosphere that invites fruitive concentration.
On the walls – or in the center of the rooms – the unusual and “wonderful” objects exhibited are in fact a series of highly polished marble artifacts. The narration by “episodes” that develops along the walls tells the metamorphosis of the Black Belgium marble – solid, uniform, absolute matter – which in this place is seeking for the “other” presence, a “speaking” existence, at the moment in which it “meets the lights”.

The boundaries between the exhibition surface and the objects on display, between the lit and shadowed areas, are quite softened (or contrasted) in these first rooms in order to grant a sort of magical evidence on the artifacts – and predispose them to relationships and to the fruitive relationship with the visitors.
When the direct and directed light in these rooms hits the marble surfaces it traces their profiles, it highlights their projections and depths, it stresses the optical deformation of the reflected images as with an illusive and disorienting mirror effect.
This sofisticated use of materials, that reflect like replicative and widened “screens” ready to bring to life original spacial configurations, suggest and interprets numerous evocative visual sensations tied to the figurative tradition of the actualized past and also of the present : from the mysterious convex mirror painted with microscopic meticulousness by Jan Van Eyck in the famous Arnolfini Portrait (1434) of a married couple, to the “photographic distortions” – illusionistic and estranged – created at the beginning of the 20th century by André Kertész. But if these artists have transposed both the mirrored surfaces onto an abstract and intangible plane of two-dimensional representation (pictorial or photographic), on the other hand the creative act presented in “Light and Matter” has restored its own materiality and three-dimensionality to it through the sofisticated use of innovative technology which is “reshaping” them into true marble objects.


Hangoing lamp, marble Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

The first rooms in “Light and Matter” are also establishing stimulating connections with contemporary artistic experiments. Shapes of unusual, curved, enormously expansive forms, coated with reflective material (either natural or artificial) represent, in fact, the stylistic signature of the artist and architect Anish Kapoor, who for years has been consistently researching and experimenting with alternative and never before crystallized spacial experiences. Many of his installations seem to share the incipit of the fruitive path conceived of by Galiotto not only the virtuosistic search for reverberated and deformed background devices, but also the penchant for dark grey and black tones, hinting to the return to an immaterial and intangible beyond.

Translucence. The second narrative “tempo” on the path of “Light and Matter” draws from the seductive dizziness of the stone “transparency”.
Far from the thickened layers of the rocky deposits, or from the monoliths removed from the quarry front, in the creative hands of Raffaele Galiotto the Vigaria marble from Portugal becomes “warm and seductive”, as the light running through its thickness reveals, beyond the intrinsic mineral essence of the stone, the form of the artifice and the modeling impressed in the matter.
In the final section of the “Light and Matter” exhibit the visitor faces a narrative path where stone matter confronts and creatively deepens the concept of “shining through”, different from the “surface shining” of the Nero Belgium marble.

Cylinder artifacts, figurative surfaces, excavated coplanar panels stand out for the allurement of the optical phenomenon of translucence, where light pervades the thickness of the stone transferring to the latter the magic value of its distinctive qualities.
The active action of light, which reverberates with colorful energy, thus causing stone – specifically the Vigaria marble from Portugal – to become a luminous, iridescent, illusory source of light that is magically restored to the space all around.

Alfonso Acocella

The essay is from:
Alfonso Acocella, “Mirabilia”, in Raffaello Galiotto (a cura di), Luce e materia, s.l., Solubema, 2011, pp. 96.

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11 aprile 2012

News

PIETRA
Recuperare, ricostruire, integrare


Victor López Cotelo, Complesso residenziale a Puente Sarela , Santiago de Compostela, 2002-2007

FACOLTÀ DI ARCHITETTURA DI FERRARA
CORSO “COSTRUZIONI IN PIETRA” AA. 2011-2012

Secondo semestre, febbraio – maggio 2012
Durata del corso: 100 ore – 8 CFU

OBIETTIVI e CONTENUTI
Il corso è finalizzato a trasferire agli studenti del quinto anno della Facoltà di Architettura di Ferrara una consapevolezza critica sull’impiego dei materiali lapidei all’interno del progetto contemporaneo d’architettura, d’allestimento d’interni e di design di prodotto. Temi portanti dell’offerta formativa sono: l’identificazione e l’interpretazione critica dei codici e dei linguaggi con cui la pietra si presenta nell’architettura storica e in quella contemporanea; la conoscenza delle categorie petrografiche, geologiche e merceologiche dei materiali litici, la loro rispondenza alle necessità d’impiego nell’architettura e nel design, l’analisi della connessione tra progettazione architettonica e tecniche costruttive legate alle nuove frontiere di trasformazione e trattamento dei materiali lapidei; il trasferimento di tali processi analitico-critici all’esperienza progettuale del workshop. Saranno analizzate le principali tipologie di marmi e graniti italiani e il ruolo a scala nazionale e internazionale dei distretti lapidei italiani. Attraverso una lettura sincronica delle fasi che concorrono alla realizzazione dell’opera architettonica e di design saranno indagati i legami tra concezione formale, aspetti costruttivi, caratteristiche geologico-petrografiche e le qualità tecnico espressive dei materiali litici, secondo una visione unitaria dei saperi.

ATTIVITA’ DIDATTICHE
La nuova edizione del Corso di Costruzione in Pietra, dal titolo “Pietra: recuperare, ricostruire, integrare”, svilupperà i contenuti della progettazione e della costruzione litica nella riqualificazione di ambienti storici urbani e paesaggistici in condizioni di abbandono e degrado.
Il tema, che tocca sia la problematica connessa al recupero e rifunzionalizzazione di edifici storici costruiti in pietra, sia la progettazione di spazi urbani siti in città o borghi di antica origine, si presta a numerose connessioni disciplinari: dal restauro urbano e architettonico, allo studio delle tecniche costruttive tradizionali, alla conoscenza dei materiali lapidei di diverse aree e bacini produttivi e loro caratteristiche fisico-meccaniche, all’impiego di materiali alternativi o sostitutivi a quelli litici.
Non ultimo infine l’intervento di ricostruzione e integrazione litica, ossia il progetto di nuovi manufatti sostituivi di edifici semidistrutti o andati perduti a causa dell’abbandono e dell’incuria. E’ il caso di villaggi o piccoli borghi rurali abbandonati, e oggi oggetto sempre più frequente di progetti di recupero per finalità turistiche. Analoga problematica, anche se con contenuti generali diversi, si pone per costruzioni in zone colpite da sisma, necessitanti di interventi di ripristino strutturale e funzionale, o di ricostruzione integrale. In entrambi i casi entra in gioco un aspetto chiave della progettazione architettonica e litica: la scelta tra un percorso ricostruttivo di tipo filologico in anastilosi o una ricostruzione critica che utilizza linguaggi contemporanei.
L’esercitazione proposta dal corso si articolerà in due momenti. Una fase di studio che riguarderà l’approfondimento di alcuni interventi esemplari di recupero e rifunzionalizzazione di alcuni edifici storici in pietra negli anni recenti ad opera di importanti autori dell’architettura contemporanea. Una fase di progettazione che avrà come oggetto l’integrazione o la ricostruzione di un piccolo edificio di pietra parzialmente o intermente collassato, inserito in un contesto urbano o paesaggistico di rilevante interesse storico–artistico.

L’attività centrale del corso sarà costituita dall’atelier di progettazione da sviluppare in aula con revisioni continuative del corpo docente, e sarà preceduta e affiancata da attività formali – quali comunicazioni in aula dei docenti e lecture dei visiting teachers – ed informali, connesse a visite guidate e confronti con operatori specializzati in aziende di settore.

ELABORATI GRAFICI FINALI
Gli elaborati grafici finali di progetto degli studenti, composti da tre tavole di formato A0 (cm. 84×119 verticale) accompagnate da un plastico, saranno esposti nell’autunno 2012 presso la 47ª Marmomacc (Mostra Internazionale di Marmi, Design e Tecnologie) di Veronafiere, nella speciale mostra culturale dedicata a Didattica e Formazione.

TEMI DELLE LEZIONI
Lo “stile” dell’architettura di pietra
L’essere della materia e i caratteri della costruzione litica

Il muro di pietra
Muri monomaterici, muri compositi, rivestimenti a spessore

La rinascita della pietra strutturale
Monoliti, nuove stereotomie, pietre armate

Light stone
Involucri sottili, schermi traforati, diaframmi traslucidi

Stone texture
Superfici, geometrie, ibridazioni

Case di pietra recuperate
Restauro statico e integrazione litica

Il piano litico orizzontale
Lo spazio dell’architettura e la scrittura pavimentale di pietra

Il ciclo litogenetico

Il classificazione commerciale e petrografica delle rocce

I caratteri strutturali e tessiturali delle rocce

Rocce magmatiche, metamorfiche, sedimentarie e loro caratteristiche ornamentali

Caratteristiche qualitative di marmi e graniti

Caratteri petrofisici e idoneità d’uso

Il colore nei marmi e nei graniti

CORPO DOCENTE
Vincenzo Pavan
Carmela Vaccaro
Alfonso Acocella
Davide Turrini

BIBLIOGRAFIA
Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Alinea-Lucense, 2004;
Alfonso Acocella, Stone Architecture, Milano, Skira, 2006;
Alfonso Acocella, Davide Turrini (a cura di), Travertino di Siena, Firenze, Alinea, 2010;
Vincenzo Pavan (a cura di), Collana “Premio Internazionale Architetture di Pietra”, Verona, Marmomacc, 1987- 2011;
Piero Primavori, Pianeta pietra, Verona, Zusi Editore, ;
Lorenzo Lazzarini, Marisa Laurenzi Tabasso, Il restauro della pietra, CEDAM.

BIOGRAFIE SCIENTIFICHE DEI DOCENTI
Vincenzo Pavan, architetto e studioso dei linguaggi dei materiali costruttivi, è curatore, dalla sua istituzione, dell’International Award Architecture in Stone di Veronafiere. Organizza per pubbliche istituzioni mostre e convegni internazionali di architettura e urbanistica nell’ambito dei quali ha pubblicato numerosi cataloghi. Ha esposto i propri progetti in mostre e musei internazionali tra i quali la Biennale di Venezia, il Deutsches Architekturmuseum di Francoforte e la Graham Foundation di Chicago. Dal 2007 insegna presso la Facoltà di Architettura di Ferrara.

Carmela Vaccaro geologo è professore associato in petrografia e geochimica applicata, da anni svolge attività di ricerca e didattica nell’ambito della valorizzazione e salvaguardia del patrimonio culturale e delle risorse ambientali e naturali. In questi anni si è dedicata allo studio delle applicazioni della petrografia alla conoscenza storica e conservativa del patrimonio culturale e all’analisi dei fenomeni di degrado delle georisorse. Grazie a numerosi progetti di ricerca internazionali e nazionali (RIADE, CAMI life+, FIRB, PRIN, WARBOlife+, ASTIS, GEP, GOTRAWAMA, Tecnopoli Emilia Romagna) e a contratti di ricerca istituiti con Enti Pubblici e Consorzi Privati ha costituito un gruppo di giovani ricercatori e di laboratori dotati delle moderne strumentazioni analitiche cui affrontare le analisi conoscitive sul patrimonio culturale.

Alfonso Acocella, architetto, è Professore ordinario di Tecnologia dell’architettura. Attualmente svolge il Corso di “Costruzioni in pietra” e il “Laboratorio di metodologie di progetto” presso il nuovo corso di laurea in Design del prodotto industriale della Facoltà di Architettura di Ferrara. Ha scritto numerosi volumi sull’architettura contemporanea; in particolare sul tema litico: L’architettura di pietra (Firenze, 2004); Stone Architecture (Milano, 2006); Travertino di Siena (Firenze, 2010). È direttore di collane editoriali riguardanti i temi del design di prodotto e dell’exhibit design in pietra.

Davide Turrini, laureato in Architettura, ha ottenuto la specializzazione in Storia, Analisi e Valutazione dei Beni Architettonici e Ambientali. Dottore di ricerca in Tecnologia dell’Architettura, attualmente è Ricercatore al Dipartimento di Architettura di Ferrara. I suoi studi riguardano i temi dell’innovazione tecnologica di processo e di prodotto nei settori dei laterizi e dei lapidei da costruzione. Si occupa in particolare del rapporto tra materiali, tecniche di lavorazione e architettura, approdando anche allo studio del design litico contemporaneo con un’attenzione specifica al legame tra prodotto e contesto sociale, culturale e spaziale di riferimento. È autore e curatore di volumi e di saggi riguardanti i temi di ricerca.

Scarica i documenti per l’esercitazione d’esame

In collaborazione con

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Facoltà di Architettura di Ferrara
Marmomacc

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6 aprile 2012

News

Lithos Design presenta il nuovo volume
della la collana Lithos.


Drappi di Pietra, Ottoman. Design Raffaello Galiotto per Lithos Design.

In collaborazione con la Facoltà di Architettura dell’Università di Ferrara, Lithos Design presenta “Raffaello Galiotto. Design digitale e materialità litica” dedicato all’opera del designer vicentino nel campo del Design Litico.

“Dal potenziale design delle superfici di pietra trae origine la riflessione e si dispiega seguendo un percorso che dal rivestimento parietale, attraverso continue metamorfosi, raggiunge la formalizzazione di elementi strutturali complessi per la definizione di spazi architettonici.
Lungo questa strada, sperimentale e non priva di inediti disvelamenti, si innesta il lavoro di Raffaello Galiotto in collaborazione con l’azienda vicentina Lithos Design”,
Veronica Dal Buono.

La narrazione del percorso di Raffaello Galiotto nel campo del design litico e il felice incontro con il brand Lithos Design sono l’asse portante del volume scritto da Veronica Dal Buono, ricercatrice presso la Facoltà di Architettura di Ferrara, che apre la Collana Lithos, a cura di Alfonso Acocella, della casa editrice Librìa, giunta al suo quinto volume, all’orizzonte del Design Litico.

L’autrice, attraverso saggi ed interviste, indaga sul percorso creativo del designer e in particolare attraverso il rapporto privilegiato con il materiale lapideo che egli definisce “materia straordinaria, irripetibile, matrice di capolavori assoluti”, nei confronti della quale la progettazione deve porsi con un atteggiamento di “rispettoso ossequio”. Un percorso, quello di Galiotto, di ricerca e forte innovazione svolto in perfetta simbiosi con l’Azienda vicentina che gli ha permesso di approfondire e sviluppare il binomio Design Litico e tecnologia.
Il testo non propone solo l’analisi di un percorso stilistico ma affronta tematiche di grande attualità, strettamente legate al valore del design per la competitività delle aziende, suggerendo un maggior dialogo tra industria, mondo del progetto e mondo della ricerca attraverso l’interazione con le Istituzioni universitarie. Secondo Galiotto se il design non va considerato come un costo ma come un valore, è anche vero che i designer devono comprendere le necessità reali del settore industrial-artigianale, producendo progetti “su misura” e non “discesi dall’alto”, seguendo il mito del designer-star. Il compito di tutto il circuito è quello di divulgare una cultura del design come sistema che coinvolga tutti gli aspetti del progetto, dalla prefigurazione, alla produzione, comunicazione, vendita del prodotto e sua vita dopo l’uso.

Il volume sarà presentato in anteprima mercoledì 18 aprile durante il Salone del Mobile di Milano presso lo stand di Lithos Design (Pad. 24 Stand C11), con la presenza del designer Raffaello Galiotto.

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5 aprile 2012

News

TADAO ANDO
la responsabilità dell’architettura

TADAO ANDO
la responsabilità dell’architettura

conferenza di
Tadao Ando

all’Università di Bologna

introduce
Ivano Dionigi
Magnifico Rettore dell’Università di Bologna

presenta
Giovanni Leoni
Direttore del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna

Aula Magna di Santa Lucia
Via Castiglione 36
Bologna

20 aprile 2012 ore 17

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2 aprile 2012

News

Il Casone al Salone Satellite con Studio Lievito

Milano, Rho Fiera HALL 22-24 STAND C33

L’attenzione dell’azienda Il Casone al mondo del design l’ha portato, negli anni, a diverse collaborazioni internazionali, esplorando ed elaborando nuove tendenze nell’applicazione dei materiali lapidei, in continuo dialogo con il mondo della progettazione. Quest’anno, un’attenzione particolare anche ai giovani studi emergenti, con la partecipazione al Salone satellite. Dalla collaborazione con lo Studio Lievito di Firenze nascono “Capocchia”, “Araldica” e “Squadra”, tre progetti di design in cui la pietra è protagonista.

Capocchia – Tavolo
“Capocchia” è un tavolo in Pietra Serena e acciaio corten che parla di storia e tradizione: superfici ispide e metallo alterato celebrano la patina del tempo. L’ispirazione nasce da quel chiodo arrugginito dimenticato in una trave dal carpentiere. Il tavolo è composto dall’incastro tra la testa quadra della gamba ed il piano. I materiali: Piano in pietra forte fiorentina Il Casone, finitura anticata. Gambe in acciaio corten.


“Capocchia”

Araldica – Pavimentazione urbana
Le porzioni di stemmi e scudi in bassorilievo formano una poliedrica texture, adatta a rivisitare in maniera contemporanea quel patrimonio araldico murale che caratterizza le facciate dei palazzi più importanti delle nostre piazze europee, costruite ‘a misura d’uomo. I materiali: Piastrelle 60 x 60 cm in pietra forte Il Casone, finitura bottonata per il piano e sabbiata per i bassorilievi. Quattro diversi moduli combinabili tra loro.


“Araldica”

Squadra – Lampada da tavolo
Dallo strumento all’oggetto il passo è breve. La caratteristica “squadra a 90” utilizzata dallo scalpellino fornisce un’ottima soluzione formale per una lampada a luce orientabile. Squadra può infatti fornire luce indiretta all’ambiente o illuminare zenitalmente un piano di lavoro, ruotando la posizione del suo angolo ‘a 90’.
I materiali: Pietra serena Il Casone , finitura “Seta”. Stecca Led, Warm White.


“Squadra”

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28 marzo 2012

Marmi Antichi

La litoteca del Cardinale Riminaldi a Ferrara


La litoteca del Cardinale Riminaldi, XVIII secolo. Ferrara, Musei Civici di Arte Antica.

La litoteca della collezione lapidea del Cardinale Giovanni Maria Riminaldi, donata nel 1763 al Museo Cittadino di Ferrara (oggi Musei Civici di Arte Antica del Comune di Ferrara), fa parte del più ampio progetto settecentesco di istituire, presso i centri culturali di maggiore vivacità, laboratori sperimentali per studi naturalistici in cui matura un nuovo approccio scientifico.
Essa rappresenta una delle eccellenze che hanno contribuito a far considerare le rocce ornamentali non semplici elementi decorativi ma materiali di interesse scientifico; si tratta dell’approdo di un processo culturale che diventa evidente sotto il Pontificato di Clemente XI Albani con la stampa nel 1717 della Metallotheca Vaticana, opera di Michele Mercanti a cura di Giovanni Maria Lancisi, e che dà vita alla nascita di campionari di rocce ornamentali disposte secondo criteri classificativi ed estetici.
La litoteca Riminaldi rappresenta la sperimentazione di un nuovo modo di considerare i minerali e le rocce; essa costituisce infatti un prototipo di laboratorio didattico moderno in cui la rigorosa classificazione scientifica pone le basi all’approccio naturalistico delle Scienze della Terra (coerentemente con i contributi che a Ferrara il Cardinale Riminaldi fornisce allo sviluppo di altre discipline e alla nascita di una biblioteca scientifica, dell’orto botanico, e della ricostruzione del teatro anatomico). Il suo utilizzo d’elezione era infatti a supporto delle attività formative dei membri dell’accademia del disegno che partecipavano ai corsi di pittura ed architettura. Si tratta insomma di una vero e proprio capolavoro del collezionismo di marmi colorati provenienti da reperti antichi che caratterizza la cultura settecentesca ed è dotata anche di inediti caratteri didattici, scientifici e classificativi.


Tessere lapidee della litoteca Riminaldi: a sinistra, Alabastro a Pecorella; a destra, Pietra Stellaria.

La litoteca, con le sue 131 diverse tipologie di marmi e graniti rigorosamente catalogati e classificati, è rappresentativa dell’intero scenario di rocce ornamentali presenti a Roma, il cui approvvigionamento avveniva non solo dalle aree estrattive dell’epoca, ma anche da una massiccia attività di riutilizzo di marmi antichi, alcuni dei quali prelevati in cave ormai estinte, provenienti dai numerosi scavi realizzati durante tutto il XVIII secolo. Nonostante le ridotte dimensioni delle tessere lapidee, i materiali esposti mostrano in modo esaustivo i motivi cromatici e gli elementi strutturali e tessiturali che hanno influenzato il loro utilizzo e le relative attribuzioni simboliche ed iconografiche. Un eventuale artista riesce quindi a cogliere la preziosità dei motivi ornamentali, e ad ipotizzare i possibili utilizzi dei vari marmi nelle arti e nell’architettura. Stimoli culturali che favoriscono lo sviluppo non solo di competenze nell’uso di rocce ornamentali, ma anche di capacità specifiche nella riproduzione di materiali lapidei antichi nelle opere pittoriche.


Tessere lapidee della litoteca Riminaldi: a sinistra, Alabastro Cotognino a Occhio; a destra, Bianco e Nero Antico.

Scarica la descrizione completa della litoteca

La litoteca, realizzata dalla Bottega Romana nel sec. XVIII, è un mobile in stile Luigi XV, costituito da due valve lignee di raffinata ed elaborata fattura. Il coperchio del mobile è decorato “a finto marmo”, con la riproduzione di una lastra di Porfido Rosso d’Egitto circoscritta da una cornice che simula il Verde Antico “oficalcite” e da un’ulteriore cornicetta di legno in oro zecchino. Tale motivo decorativo, di elevato valore simbolico, è ulteriormente impreziosito dal decoro in oro dello stemma Cardinalizio e dall’iscrizione dedicatoria: “Lithotecam – Picture et Architecturae – Commodo et incremento – Joannes Maria Riminaldus Ferrariensis – Sal. Palatii St. Litubus Iudicandis XII Vir – Museo Patrio – DD Anno Domini DCCLXIII”.
All’interno della teca, su due livelli, è realizzata attraverso intarsi di materiali lapidei, una mostra di marmi antichi classificati con rigorosità scientifica. Il mobile poggia su basi leonine in bronzo dorato, e l’apertura è regolata da cerniere in metallo che accordano le sagome a “commode”. La valva superiore presenta la produzione lapidea romana, la valva inferiore è impreziosita dai reperti di scavo e da pietre dure, (Borgini, 1992), rocce destinate ad un uso limitato per la rarità degli affioramenti o difficoltà di rinvenire giacimenti di estensione sufficiente alle realizzazione di manufatti lapidei.

di Carmela Vaccaro e Elena Marocchino

Le autrici desiderano ringraziare i Musei Civici di Arte Antica del Comune di Ferrara e in particolare la Dott.ssa Teresa Gulinelli e la Dott.ssa Elena Monatti per la preziosa e continuativa collaborazione.

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