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23 febbraio 2012

News

Marmomacc 2011
Intervista a Philippe Nigro

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20 febbraio 2012

Opere di Architettura

Villa a Lugano, Svizzera
Architettura, arch. Antonio Antorini
Interiors, arch. Carlo Colombo


La villa organizza gli spazi in base alle visuali panoramiche sul lago.

La Svizzera è tra i paesi europei in cui maggiormente lo stile internazionale ha raggiunto anche le sensibilità delle persone comuni, specialmente nella sua accezione modernista declinata secondo le migliori modalità espressive concesse dal beton. Il termine proposto in lingua francese, come scelto da Alberto Caruso nell’editoriale del numero monografico dedicato recentemente da Costruire in Laterizio, allude direttamente all’esperienza transalpina, alla ricerca sul materiale operata da Le Corbusier, al secolo scorso. Rino Tami, poi la generazione di Aurelio Galfetti (nato a Lugano nel 1936), Luigi Snozzi (nato a Mendrisio nel 1932) e Livio Vacchini (nato a Locarno nel 1933) sono primari interpreti di quest’orientamento. Antonio Antorini, pure ticinese, nasce nel 1936; le prime esperienze professionali sono all’interno dello studio di Rino Tami; lega poi frequentemente la propria attività a quella del coetaneo Galletti. Con una ricercata matrice razionalista – strategia d’ordine dopo il disorientamento provocato dalla seconda guerra mondiale – progetta edifici di notevole contenuto tecnico e linguistico. È suo il progetto architettonico di quest’abitazione.
Per composizione fisico-chimica, seppur con processo naturale sviluppatosi ovviamente nell’arco di millenni, le pietre arenarie costituiscono il materiale di cava in assoluto più vicino al beton, poiché frutto della miscela di sabbie divenute pietra per calcificazione, mediante leganti. Del resto convintamente pure Luigi Snozzi dichiara di trarre dalla natura i motivi della propria architettura, di fatto affidandosi comunque quasi esclusivamente all’estetica dei cementi. Ha sostenuto, in un recente intervento a Como: “La varietà è il preludio alla monotonia, se si vuole evitarla è necessario ripetere lo stesso elemento.” Tale pervicace sforzo di riduzione a poche componenti lo avvicina, ma per scelte su altri materiali e forme, a Mario Botta. Per entrambi conseguentemente le eccezioni alla regola in assoluto si distinguono con maggiore forza.


I cristalli costituiscono l’unico elemento di divisione fra esterni ed interni.

Forti di questa consapevolezza sull’origine del materiale, in logica continuità con la tradizione locale più recente, per gli esterni di quest’abitazione affacciata sul panorama del lungolago sono state scelte lastre litiche di Il Casone con finitura sabbiata, posate su disegno a casellario per lo più a secco, così da occultare le sottostanti raccolte dell’acqua meteorica per le terrazze ed i bordo-piscina. Occasionalmente i lapidei pure risalgono verticalmente ad abbracciare le fioriere disegnate entro gli spazi aperti pavimentati. La sabbiatura cerca un morbido dialogo con la naturalità dell’intorno, ulteriormente ingentilendo le linee rigorose dell’abitazione, in parte rispettose della migliore tradizione elvetica contemporanea, in parte forse pure orientate agli esiti tecnici e formali di alcune ricerche architettoniche di respiro ancor più internazionale. L’installazione delle parti in pietra è di ArcStudio.
All’interno le lievi asperità tipiche delle sabbiature lasciano spazio a lucide finiture levigate e spazzolate, in accordo con la maggiore lucentezza delle doghe lignee e dei riflessi delle ampie vetrazioni in cristallo, poste a proiettare gli interni nel panorama circostante e, allo stesso tempo in direzione opposta, ad accogliere all’interno la liquidità del lago e la solidità dolomitica.
L’architettura degli interni è progettata da Carlo Colombo, firma italiana molto nota nell’ambito del design industriale per le importanti numerose collaborazioni con aziende primarie e per i riconoscimenti ottenuti nel settore: in particolare con i contenitori Speed per Zanotta, con il tavolo Nicolò per Ycami, con il letto Prins per Flou, con il divano Femme e la collezione Cloud per Arflex, con una lampada da tavolo per Waestberg, e con il tavolo Air per Poliform.


Gli accostamenti naturali interni.

photogallery

di Alberto Ferraresi

Vai all’editoriale di Costruire in Laterizio
Vai al post su Rino Tami
Vai al sito di Antonio Antorini
Vai al resoconto dell’intervento a Como
Vai al sito Casone
Vai al sito di ArcStudio
Vai al sito di Carlo Colombo

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16 febbraio 2012

Osservatorio Litico

al bordE, Atelier d’inverno,
Machachi, Ecuador 2007


Particolare del muro

Un atelier d’artista, incastonato a 3.500 m di quota nel paesaggio dominante e incontrastato della montagna ecuadoreña: un luogo prima di tutto “interiore” da cui osservare “in punta di piedi” l’infinita potenza della natura, essenziale fonte di ispirazione pittorica per il committente.

L’evocatività di questo piccolo, frugale intervento non consiste solo ovviamente nella spettacolare collocazione scenografica da cui attinge gran parte del suo appeal ma soprattutto nella visione progettuale che trova nella schietta semplicità un valido strumento di caratterizzazione espressiva e funzionale.
L’atelier è concepito come un “rifugio” scavato nella terra e, infatti, proprio nei materiali naturali trova la sua genesi compositiva: involucri murari portanti in pietra e terra cruda compattata avvolgono un ambiente intimo e umbratile, emergendo senza cesure né conflitto dalla ruvida orografia montuosa che circonda l’edificio; finiture in legno autoctono di pino ed eucalipto esaltano il “calore” dell’ambiente interno; un solo squarcio visivo, interamente vetrato, dischiude un’ intensa prospettiva verso la vallata.
Sul basamento massivo che ospita l’atelier, come su un piedistallo saldamente ancorato al terreno, si imposta il volume aereo e smaterializzato del giardino d’inverno: un “belvedere” che sembra quasi fluttuare, nella sua leggerezza, tra le nuvole e i venti della brughiera.


Prospetto frontale

La costruzione, a bassissimo costo e frutto di un processo di auto-costruzione da parte degli stessi progettisti, è il brillante risultato di un approccio tecnicamente apprezzabile dal punto di vista dell’efficienza energetica e del minimo impatto ambientale. Secondo il principio di attivazione termica delle masse, la vetrata e il volume della serra in sommità fungono da superfici di captazione dell’energia solare che viene lentamente immagazzinata nel corso della giornata dalle pareti (in pietra e terra), dal pavimento e dal solaio (in cls), dotati di elevata inerzia termica, e gradualmente rilasciata nelle ore serali in modo da garantire il benessere termico senza emissioni di gas climalteranti. L’utilizzo della terra cruda nelle murature favorisce poi buone condizioni di isolamento termo-acustico e di igroscopicità.

Un gesto progettuale minimo e delicato, sia per il rispetto con cui l’intervento artificiale si rapporta con l’ambiente naturale sia per la concezione di “architettura” che adombra, e cioè di un luogo che non ha bisogno di “clamore” per svolgere il suo compito primario e archetipico: accogliere, proteggere e appagare le più sincere emozioni di chi lo abita.

Chiara Testoni


Vista di scorcio

photogallery

Scheda tecnica
Progetto architettonico: al bordE/ Pascual Gangotena
Localizzazione: Machachi, Ecuador
Committente: Iñigo Salvador
Consulente: Bolívar Romero
Costruzione: al bordE, Pascual Gangotena & Miguel Ramos
Superficie edificata: 61.95 mq
Data di progettazione: 2006
Data di esecuzione: 2007
Fotografie: Pascual Gangotena & Iñigo Salvador

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14 febbraio 2012

News

Workshop Terre Fragili

La diffusione della percezione del disastro negli ultimi decenni ha alimentato l’insicurezza collettiva favorendo lo sviluppo di retoriche tecniciste che utilizzano l’ingegneria come soluzione lineare ai problemi. Al di sopra di una certa soglia di velocità e di occupazione dell’informazione un disastro assume una tale rilevanza sociale e culturale che costringe i saperi tecnici e le economie a riorganizzarsi esclusivamente all’interno della sua logica. Il collasso è sospensione del tempo che impone un ripensamento sulla durata delle trasformazioni e sul ruolo delle architetture.
Terre Fragili #2 è un workshop internazionale di architettura strutturato per accentuare il carattere site-specific del progetto.
Il workshop vuole sperimentare nuove pratiche del progetto nei territori investiti da disastri. I temi del workshop indagano sulle aree colpite dall’alluvione di Messina del 1 ottobre 2009 per riorganizzare i frammenti dell’incidente in un nuovo ordine. Le attività sul campo coinvolgono interlocutori diversi dalle associazioni alle istituzioni, dai comitati civici alle imprese che operano sul territorio.
Gli incontri che anticipano l’apertura del workshop sono orientati al confronto con esperti per costruire una lettura critica e un approfondimento sulle questioni individuate. Il workshop ha come finalità quella di costruire una gamma di scenari di trasformazioni possibili a partire dall’evento traumatico fino al tempo lungo (obiettivo 2050). Il lavoro d’investigazione sul campo mira a verificare in tempo reale, attraverso piccoli allestimenti, nuove possibilità di ripensare il futuro delle città e dei territori alla luce delle trasformazioni in corso.

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8 febbraio 2012

Opere Murarie

I bugnati a punta di diamante*

English version


Dettaglio della Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli (foto A. Acocella)

Lungo la seconda metà del XIV secolo, sull’influenza esercitata dai già famosi palazzi fiorentini, affiorano nelle principali città italiane residenze di rango con facciate bugnate di cui alcune impreziosite anche da motivi a bozze inusuali. E’ il caso dei modellati geometrici a punta di diamante: celeberrimi i casi di Bologna (Palazzo Sanuti, poi Bevilacqua) e Ferrara (Palazzo dei diamanti). Il primato di questo bugnato sembra, comunque, doversi assegnare ad una città importante e molto distante dai centri padani qual’è Napoli con il piano basamentale di Palazzo Sicola (oggi completamente scomparso) e soprattutto con il Palazzo Sanseverino (1455-1470), realizzato da Novello di Sanlucano che, anticipatamente rispetto ad ogni altro centro, mettono in bella mostra pietre aguzze in forma di piramidi schiacciate. Le anticipazioni rinascimentali partenopee a loro volta, in qualche modo, registrano l’influenza diretta del “bugnato regale” presente nel basamento scarpato delle torri di Castel Nuovo.
Le bugne in piperno dal colore bruno della residenza dei Sanseverino risorgono a nuova vita, dopo la distruzione della fabbrica stessa, nella nuova facciata della chiesa del Gesù Nuovo (1584) insistente sull’omonima piazza. La chiesa e le stesse bugne saranno soggetto fotografico ravvicinato e oggetto di un’annotazione a schizzo da parte di Le Corbusier nei suoi famosi Carnets del Voyage d’Orient che documentano l’itinerario di visita e di studio all’interno dei siti delle civiltà del Mediterraneo; il maestro svizzero trascrive le dimensioni delle bozze: 60 x 60 cm alla base, 30 cm altezza del vertice. Le foto, fortemente “selettive” del tema del bugnato, sono restituite prospetticamente di scorcio; colpisce, in particolare, la tecnica di “ripresa dinamica”, effettuata in posizione radente dal basso verso l’alto, con la disposizione in diagonale delle teorie delle bugne a diamante, a testimonianza dell’interesse più volte espresso nei suoi taccuini per l’effetto e il forte valore plastico dell’architettura italiana.


Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. Schizzo di Le Corbusier dal Carnet del “Voyage d’Orient”

Se il primato nell’utilizzo rinascimentale del paramento bugnato a diamante va assegnato a Napoli è a Ferrara che sorge l’esempio più compiuto e raffinato di palazzo “nobilitato” da facciate interamente rivestite di diamanti lapidei. Nella capitale degli Estensi, dove s’impone il quasi assoluto predominio dei rossi laterizi, l’universo di pietra s’insinua attraverso le vie d’acqua che fanno affluire verso la città i calcari veronesi, quelli d’Istria come pure i marmi più preziosi.
Splendida facciata monumentale bugnata a profilo aguzzo è quella del Palazzo dei diamanti, fra gli edifici di maggior risalto se non addirittura il più eccelso della città, realizzato a partire dal 1493 da Biagio Rossetti per Sigismondo d’Este. Il riferimento esplicito al bugnato da parte di un cronista modenese, in visita a Ferrara nel 1496, ne conferma la paternità ideativa di Biagio Rossetti che, a questa data, coordina i lavori della fabbrica coadiuvato da Gabriele Frisoni da Mantova; il visitatore già ne ammira la facciata a scarpa con pietra lavorata a punta di diamante.


Dettaglio angolare del Palazzo dei Diamanti a Ferrara (foto A. Acocella)

I lavori di preparazione delle bozze del rivestimento e la loro messa in opera continuano, dal 1503, sotto la direzione di Girolamo Pasini e Cristoforo da Milano; solo nel 1567 l’esecuzione delle due grandi superfici murarie bugnate può ritenersi sostanzialmente conclusa. La composizione non è “verticalizzante”, così come nei modelli fiorentini, bensì si struttura su un ritmo orizzontale, tipico della tradizione dei palazzi rinascimentali dell’Italia settentrionale.
Eccezionale appare il partito parietale con bugne a punta di diamante che ostenta i caratteri di un’inedita eleganza offerta dalla modellazione geometrica della materia lapidea dislocata spazialmente all’interno dell’alzato su strada del palazzo. Le due fronti, che materializzano una muraglia continua di raffinata fattura chiaroscurale, appena stemperata ed articolata attraverso l’uso di paraste angolari decorate a motivi di candelabre e di cornici orizzontali, sono realizzate attraverso il regolare dispositivo additivo di migliaia di bugne aguzze e prominenti in calcare veronese bianco con qualche sporadica bozza rossastra. Immaginiamo la difficoltà a procurarsi e a trasportare da lontano tanta pietra; ma la legge del materiale più raro e più nobile, capace di imporsi rispetto al laterizio più comune ed economico, non è poi avvenimento così infrequente nella storia delle costruzioni.
Un’analisi attenta del bugnato, condotta in occasione di recenti rilievi, ha messo in risalto alcune peculiarità inedite. Si è riscontrato, in particolare, un graduale spostamento dell’asse delle piramidi; nella fascia bugnata del basamento i vertici sono sensibilmente rivolti verso il basso; nella zona centrale gli assi sono rigorosamente normali al piano murario della facciata; nel registro sommitale dei prospetti bugnati s’inclinano di nuovo, ma verso l’alto. Il sospetto che possa trattarsi di un caso fortuito o di un’imperfezione tecnica è dissipato da un’altra osservazione: man mano che ci si avvicina alle paraste angolari, le diagonali congiungenti i vertici delle piramidi seguono un andamento curvilineo regolare, mentre esso si attenua gradualmente nelle zone discoste dallo spigolo. E’ mai opinabile che il Rossetti e il Frisoni non ne fossero consapevoli? Queste impalpabili correzioni ottiche sono essenziali nell’effetto estetico complessivo, poiché negano ogni staticità figurativa al muro bozzato, lo rendono vibrante, lo esaltano.
L’alzato delle facciate risulta gerarchicamente quadripartito nella sua stratificazione compositiva dal basso verso l’alto, mentre è ritmato verticalmente dalle candelabre scolpite da Gabriele Frisoni con figure in delicato modellato (inscritte nella tradizione dei leggiadri pilastri angolari che serrano frequentemente le pareti in rosso laterizio delle fabbriche ferraresi) poste come lesene decorative e, allo stesso tempo, con ruolo “funzionale” in quanto arrestano le bugne a diamante prima della linea di spigolo al fine di eliminare i problemi di intersezione angolare. La scarpata di base, continua ed ininterrotta, conclusa da una cornice aggettante in forma di toro, si presenta come la trasposizione della tipica soluzione basamentale dell’edilizia ferrarese in cotto; segue in perfetto appiombo, il registro murario uniforme del piano terra segnato in basso da aperture appena ritagliate e, in alto, dalla cornice ad ovuli con la fascia architravata; su quest’ultima, che funge da marcapiano e bancale di appoggio, s’inseriscono le finestre del piano nobile sormontate da un timpano triangolato; intorno alle aperture si espande ulteriormente il rivestimento fino a trovare una “fascia neutra” di filtro che separa il bugnato dal cornicione.


Dettagli della facciata del Palazzo dei Diamanti a Ferrara (foto A. Acocella)

Rispetto ai modelli fiorentini archeologizzanti, il paramento a bozze aguzze di Biagio Rossetti si mostra in modo più leggiadro – una sorta di grande mosaico parietale – attraverso la giustapposizione di un’infinità di tessere litiche dalla base quadrata disposte con molta regolarità l’una accanto all’altra, sfalsate nei filari contigui di mezzo modulo in modo che i vertici delle piramidi risultino allineati secondo linee diagonali portatrici di un singolare dinamismo e di sottolineati effetti luministici.1
Altri edifici importanti adottano, a cavallo del XV e XVI sec., i temi della facciata bugnata con bozze a punta di diamante: il palazzo detto lo Steripinto a Sciacca, la casa Ciambra (o Giudecca) a Trapani, il palazzo Raimondi a Cremona, il palazzo Sanuti (poi Bevilacqua).
In avvio del Cinquecento il tema del bugnato è già canone dotato di un consolidato statuto all’interno della fiorente trattatistica rinascimentale, sublimato in un vero e proprio stile architettonico. Nelle opere d’architettura si mostra spesso “composto” ed “ordinato” all’interno di un rigore compositivo di sapore classicista come nelle fabbriche di Raffaello, Peruzzi, Sangallo il Giovane; ma già poco più tardi, a distanza di una sola generazione, viene impiegato in modo scenografico ed illusivo – come nel caso di Giulio Romano a Mantova – codificandone una vera e propria maniera: l’opera rustica. Nei secoli successivi salvo poche eccezioni significative (come i Palazzi Pesaro e Rezzonico a Venezia di Longhena) il tema del bugnato viene ricondotto a impieghi meno spettacolari.
In epoca moderna il disegno dei bugnati lapidei sarà trasferito anche a tutta quell’edilizia più ordinaria risolta – in esterno – ad intonaco, dove “finte bugne” saranno chiamate a nobilitare costruzioni matericamente più povere. L’origine della simulazione del bugnato lapideo si può, comunque, rintracciare già nel pieno Cinquecento in una città povera di pietra – qual’è la Mantova rinascimentale dei Gongaza – dove il genio di Giulio Romano sarà chiamato a trasferire il tema dei muri bozzati dall’accezione autenticamente pietrificata a un piano eminentemente decorativo, mimetico, illusivo.

Davide Turrini

Note:
* Il saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.
1 Sul Palazzo dei diamanti di Ferrara si veda: Bruno Zevi, Sapere vedere l’urbanistica. Ferrara di Biagio Rossetti, Torino, Einaudi, 1971 (ed. or. 1960), pp. 365. Per una analisi dettagliata del rivestimento a bugnato si vedano Carla Di Francesco (a cura di), Palazzo dei diamanti. Contributi per il restauro, Ferrara, Spazio Libri, 1991, pp. 168; Chiara Bentivoglio, “Luci e ombre nel rivestimento esterno del Palazzo dei Diamanti”, Marmo n.10, 2000, pp. 8-15.

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