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9 settembre 2011

News

Forum del Marmo
IDEE, OPERE E PROSPETTIVE DEL PROGETTO LITICO

46a Marmomacc – Verona 21/24 settembre 2011
Dopo il successo dell’edizione dello scorso anno il Forum del Marmo si conferma fisicamente e idealmente come luogo di Marmomacc dedicato a mostrare, discutere, approfondire contenuti teorici, opere e realizzazioni architettoniche e paesaggistiche, esperienze didattiche legate al mondo della pietra.
La sua localizzazione nel cuore dell’area dedicata alle mostre di architettura e design nel Pad. 7B lo identifica come punto di incontro della cultura della pietra.
Anche per la 46a Marmomacc il Forum del Marmo raccoglierà mostre, convegni, conferenze, lezioni universitarie, seminari e incontri organizzati in modo continuativo in uno spazio speciale dove si alterneranno architetti e designer, professori di vari rami della tecnologia e della ricerca litica provenienti da varie sedi universitarie, tecnici ed esperti di progettazione digitale, geologi e ambientalisti, gruppi di ricerca di Facoltà di architettura, ingegneria e design.
Per i quattro giorni della durata di Marmomacc, dal 21 al 24 settembre, il Forum del Marmo sarà quindi luogo di incontro di diversi saperi e discipline aperto, oltre che ad architetti, ingegneri, designer, studenti e tecnici, anche ad operatori, produttori e visitatori interessati all’approfondimento dei temi litici.
Sarà soprattutto l’occasione per mondo universitario e giovani architetti di incontro e di conoscenza, di scambio di esperienze, di ricerca e di nuova progettualità all’interno di una manifestazione fieristica che offre il meglio dei materiali lapidei e della ricerca sulla loro lavorazione e applicazione.

MOSTRE
Tra le mostre che formano il nucleo centrale del Forum del Marmo si ricordano:

1) Premio Internazionale Architetture di Pietra
XII Edizione della mostra, a cadenza biennale, dei progetti premiati dalla Giuria internazionale.
Le cinque opere contemporanee selezionate, insieme al premio “ad memoriam” e al premio “architettura vernacolare”, saranno documentati da disegni, foto, plastici e video, mentre i materiali litici utilizzati saranno raccolti in una apposita “marmoteca”.

2) Il progetto litico nelle università
Una serie di mostre dei migliori elaborati dei corsi di “Progettazione con la Pietra” convenzionati o promossi da Marmomacc in collaborazione con varie sedi universitarie: Politecnico di Milano, Polo Universitario di Mantova, Facoltà di Architettura di Ferrara, Facoltà di Ingegneria di Trento, Facoltà di Architettura di Pescara, Facoltà di Ingegneria di Roma, Politecnico di Bari, Facoltà di Ingegneria di Catania, École Nationale Supérieure d’Architecture Paris-Malaquais, Facoltà di Architettura di Budapest, Texas Tech University.

3) Luce e Materia di Raffaello Galiotto per Solubema
Un affascinante gioco di specchi per indagare il rapporto tra luce e materia litica.
Ideato e realizzato da Raffaello Galiotto con i preziosi materiali litici delle aziende Solubema (Portogallo) e Merbes-Sprimont (Belgio), la mostra, come in un divertente gioco di specchi, dialoga con superfici opache ed assorbenti o lucide e riflettenti che, in funzione della luce, si comportano come gli specchi deformanti, creano anamorfosi e fenomeni di traslucenza.
Ponte fra sapienza antica e sperimentazioni tecnologiche all’avanguardia, questa mostra è il connubio di un lungo e puntuale percorso di ricerca storica e creativa del designer e dell’abilità nella lavorazione dei materiali lapidei effettuati con sofisticati software, macchinari a controllo numerico e lavorazione artistica artigianale. Litotipi: Nero del Belgio e Vigaria del Portogallo

4) Il marmo tra classicità e contemporaneità di Paolo Ulian per Le Fablier
(testo di Marco Romanelli)
«E queste idee, come ben possiamo vedere analizzando gli straordinari oggetti disegnati per Le Fablier, sono in realtà di due tipi. Pur partendo dallo stesso principio metodologico, credo testimonino due distinti approcci di Paolo al progetto. Da un lato ci sono gli oggetti “estroversi”, dall’altro quelli “introversi”. I primi accettano l’espressività, i secondi declinano il silenzio. I primi conoscono il barocco e l’effetto trascinante dato dalla sovrapposizione, nonché la poesia della curva. I secondi testimoniano di come il marmo sia di per sé una superficie decorata e quindi non abbia bisogno di null’altro che non sia la sua grana e la sua vena».

PREMI, CONVEGNI, LECTURES, INCONTRI
Fra i principali eventi e attività convegnistiche, a cui si aggiungeranno altri in fase di programmazione, si annoverano:
1) Best Communicator Award Cerimonia di premiazione
2) Premio “Le Donne del Marmo” Cerimonia di premiazione
3) L’Aquila. Le pietre della ricostruzione
Convegno su metodologie ed esperienze di restauro e ricostruzione di edifici in pietra in zone sismiche.
4) Designer in Fiera
Interventi di autori delle installazioni e delle opere esposte nelle mostre di “Marmomacc Meets Design”, distribuite nei padiglioni della Fiera.
5) Master Politecnico di Milano
Lectures collegate ai programmi didattici del Master di Progettazione in Pietra del Politecnico di Milano distribuite durante le giornate di Marmomacc.
6) Territori della ricerca litica
Conferenze, lectures, incontri proposti da università italiane ed estere
7) Corsi Formativi AIA – RIBA – RAIC
Lectures specifiche sui temi programmati nel corso formativo per professionisti organizzato da Marmomacc nel 2011.

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5 settembre 2011

Osservatorio Litico

Casa per vacanze “Plus”, Shizuoka, Giappone 2009


Vista del soggiorno dalla terrazza

Il rapporto paritetico tra “artificio” e “natura” è da sempre vissuto dalla cultura giapponese come un paradigma imprescindibile nella concezione e nell’uso dello spazio.
Differentemente che nella cultura occidentale, dove spesso inutili ideologismi conducono alla celebrazione della materia vegetale come rivalsa sul dominio antropico o, al contrario, a uno sterile apporto “cosmetico” del verde rispetto all’opera dell’ingegno umano, nel Sol Levante esiste un confronto sereno tra i due mondi che dialogano sempre, in termini sia fruitivi sia percettivi.

L’area di intervento si situa sulle pendici montuose di Isuzu-san e si affaccia sull’Oceano Pacifico.
La ricca vegetazione spontanea di ciliegi e querce giapponesi conferisce al contesto un’aura di luogo selvaggio e inviolato.
Con particolare sensibilità nei confronti del genius loci, lo studio giapponese Mount Fuji Architects ha progettato una villa per il week – end che si inscrive con straordinario equilibrio nell’ambiente naturale.
Senza rinnegare la sua anima “artificiale” con inutili tentativi mimetici o complesse elaborazioni formali per adottarsi alla dinamica topografia del luogo, l’architettura semplicemente rivela la sua presenza attraverso volumi rigorosi e geometrie pure che si stagliano in forma autonoma e chiaramente riconoscibile nel paesaggio. Si potrebbe dire che, alla indomabile spontaneità della natura, l’architettura contrapponga senza falsi pudori un linguaggio di totale governo della forma, rispondendo più ai dettami dell’intelletto che alle fascinazioni di un “paradiso perduto”.


Soggiorno

L’edificio è un limpido esempio di come dall’astrazione – teorica e figurativa – non debba necessariamente scaturire un conflitto con Madre Natura ma di come al contrario possa generarsi una suggestiva forma di dialettica.
La genesi compositiva determina la sovrapposizione di due corpi parallelepipedi che formano tra loro un angolo di 90°. Il blocco più basso, parzialmente incastonato nel terreno e prospiciente l’oceano a sud, contiene i servizi e la zona notte; quello superiore, proteso energicamente verso il panorama boschivo a ovest, ospita il soggiorno e la cucina.
Il talento dei giovani architetti si rivela nella loro capacità di evocare una continuità ideale tra natura e opera artificiale, grazie all’interpretazione della pietra come protagonista assoluta della facies tettonica.
L’involucro esterno è completamente rivestito in marmo bianco. Le lastre presentano differenti trattamenti di finitura che, accentuando gradualmente la lucentezza verso i fonti sud ed ovest fino a raggiungere un effetto quasi specchiante, propongono suggestivi giochi di luce riflessa: dal verde degli alberi all’azzurro del cielo, la natura proietta sulle quinte murarie le sue sfumature fugaci – mutevoli a seconda delle ore del giorno – che coinvolgono intensamente l’architettura.
L’interno è concepito senza soluzione di continuità materica e cromatica rispetto all’esterno: il marmo bianco prosegue nei pavimenti lucidi, determinando una piattaforma su cui si riflettono le pareti intonacate chiare, la luce filtrata dalle ampie vetrate, le vivaci vibrazioni della vegetazione.

Chiara Testoni


Particolare dei volumi rivestiti in marmo

photogallery


Scheda tecnica
Progettazione: Mount Fuji Architects Studio
Localizzazione: Shizuoka, Japan
Area di intervento: 988.58 mq
Superficie utile: 232.77 mq
Superficie lorda: 380.44 mq
Termine dei lavori: 2009
Materiali: cemento armato (strutture), pietra (rivestimenti)
Fotografie: Ken’ichi Suzuki

MOUNT FUJI ARCHITECTS STUDIO
Address: Akasaka heights 501, 9-5-26 Akasaka, Minato-ku, Tokyo, JAPAN 107-0052
tel: +81-(0)3-3475-1800
fax: +81-(0)3-3475-0180
http://www14.plala.or.jp/mfas/mfas.htm

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1 settembre 2011

News

Nuove date di MARMOMACC a Veronafiere

E’ dal 21 al 24 settembre a Verona il nuovo appuntamento con Marmomacc e le sue iniziative culturali: Marmomacc Meets Design, 11 progetti di design sperimentale, International Award Architecture in Stone giunto alla XII edizione, Best Communicator Award al miglior exhibit design, Forum del Marmo con un programma di convegni, lectures, presentazioni e incontri didattici oltre a una rassegna di mostre di design e architettura. Ingresso gratuito per i soci ADI (per usufruire dell’ingresso omaggio, i soci Adi si presentano al desk convegni, hall Palazzo Uffici, muniti di tessera soci).

Rassegna leader nel mondo con oltre 1500 espositori da 56 Paesi e 56 mila operatori professionali su una superficie di 77.782 metri quadrati, Marmomacc si conferma come il più importante e qualificato appuntamento internazionale nell’ambito della pietra.

Al fine di promuovere le opportunità di crescita del mercato attraverso gli eventi culturali e le sperimentazioni progettuali, Marmomacc propone numerose iniziative nelle quali operatori, architetti e designer contribuiscono a valorizzare la pietra e le sue molteplici applicazioni nella progettazione architettonica e nell’interior design.

Marmomacc Meets Design (padiglioni 6, 8, 10 e 7B) con il tema di progetto Mutable Spirit, ha per obiettivo lo sviluppo di progetti realizzati con marmi e pietre, facilitando le relazioni tra designer e aziende e promuovendo innovazione e know how tecnologici.
I protagonisti di questa edizione: Patricia Urquiola per Budri, Pietro Ferruccio Laviani per Citco, Setsu & Shinobu Ito per Grassi Pietre, Raffaello Galiotto per Lithos Design, Flavio Albanese per Margraf, Snøhetta/Kjetil Thorsen per Pibamarmi, Marco Piva per Regione Puglia (Petra Design, Pimar, Stonemotion, In.Spo Marmi), Philippe Nigro per Testi Fratelli, Giuseppe Fallacara con Politecnico di Bari e Università di Scienze Tecniche e Economiche di Budapest per Reneszánsz Köfaragò Ztr Urom-Hu, Riccardo Blumer e Donata Tomasina per Trentino Pietra, Michele De Lucchi e Angelo Micheli per Stone Italiana.

International Award Architecture in Stone, giunto alla sua XII edizione, rappresenta un prestigioso riconoscimento a quelle opere che, per significato architettonico e qualità tecnico-espressive nell’uso dei materiali lapidei, costituiscono gli esempi più rilevanti nel panorama internazionale.
La Cerimonia ufficiale di proclamazione dei vincitori, avrà luogo presso il Museo di Castelvecchio di Verona sabato 24 settembre.

Best Communicator Award un premio per sottolineare l’importanza dell’exhibit design nella valorizzazione delle potenzialità costruttive e comunicative del marmo.
Le Donne del Marmo l’onorificenza assegnata dall’Associazione Nazionale Le Donne del Marmo ad un personaggio del mondo femminile che si è distinto per particolari meriti nell’ambito di attività legate al mondo litico. Entrambi i premi verranno consegnati in Fiera nell’area Forum mercoledì 21 settembre.
Mostre, convegni e incontri didattici nella Hall 7B e nell’Agorà, uno spazio dove si alterneranno architetti e designer, docenti di diversi ambiti della tecnologia e della ricerca, provenienti da sedi universitarie italiane ed estere in cui Veronafiere da anni promuove, patrocina e sostiene attività di formazione per la progettazione con l’uso dei materiali litici.

Tra le mostre in programma: i progetti del premio Architetture di Pietra, L’Aquila e le Pietre della ricostruzione, Il progetto litico nelle università, Luce e Materia di Raffaello Galiotto per Solubema, Il marmo tra classicità e contemporaneità di Paolo Ulian per Le Fablier.

Forum del marmo
Spazio La Piazza – Padiglione 7B
Coordinamento generale: Vincenzo Pavan

PROGRAMMA
MOSTRE:
- Premio Internazionale Architetture di Pietra – XII Edizione
- L’Aquila – Le pietre della ricostruzione
- Il progetto di pietra nella Didattica e nella Formazione

CONVEGNI, LECTURES, PRESENTAZIONI, PREMIAZIONI:

MERCOLEDÌ 21 SETTEMBRE
- Ore 14.30 – Master Progettazione Pietra, Politecnico di Milano
- Ore 15.30 – Premiazione Concorso Marmisti Bresciani
- Ore 16.30 – Premio Le Donne del Marmo 2011
- Ore 18.00 – Premiazione Best Communicator Award 2011

GIOVEDÌ 22 SETTEMBRE
- Ore 10.30 – Tavola Rotonda Università: Strategie di progettazione litica
- Ore 12.30 – Presentazione del volume “I tesori della Provincia di Trapani”: Giuseppe de Giovanni, Facoltà di Architettura di Palermo
- Ore 13.00 rinfresco
- Ore 14.30 – Master Progettazione Pietra, Politecnico di Milano
- Ore 15.00 – Lecture:
o Giuseppe Fallacara, Facoltà di Architettura di Bari
o Christian Pongratz, Texas Tech University

- Ore 16.00 – Lecture: Shinobu e Setsu Ito, Studio ITO Design

VENERDÌ 23 SETTEMBRE
- Ore 10.30 – Master Progettazione Pietra, Politecnico di Milano
- Ore 11.30 – Presentazione del volume: “Manuel Aires Mateus, Un Tempio per gli Dei di Pietra”
Libria Editrice Davide Turrini, Facoltà di Architettura di Ferrara
- Ore 12.00 – Lecture: Kjetil Thorsen (Snohetta), Oslo
- Ore 13.00 rinfresco
- Ore 15.00 – Convegno: L’Aquila – Le pietre della ricostruzione
- Interventi: Paolo Marconi Facoltà di Architettura di Roma, Roberto Collovà Facoltà di Architettura di Palermo Maurizio D’Antonio Architetto, Claudio Varagnoli Facoltà di Architettura di Pescara, Vincenzo Latina Facoltà di Architettura di Catania, Carlo Pozzi Facoltà di Architettura di Pescara

SABATO 24 SETTEMBRE
Museo di Castelvecchio, Verona – Sala Boggian, ore 10.00

CERIMONIA DI PREMIAZIONE:
Premio Internazionale Architetture di Pietra – XII Edizione

Interventi: Max Dudler, Victor López Cotelo, Zhang Ke Standardarchitecture, Manuel Aires Mateus, Sameep Padora, Paola Cofano, Thomas Herzog, Ludovico Sella

MARMOMACC
21-24 settembre 2011
Veronafiere

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29 luglio 2011

Osservatorio Litico

Andrès Remy Arquitectos, Carrara House
Pilar, Buenos Aires, Argentina 2010


Prospetto frontale dal giardino

Un nome che è una dichiarazione di intenti. Del resto, non avrebbe potuto chiamarsi diversamente quest’opera dell’architetto argentino Andrés Remy, in cui emerge inequivocabilmente l’assoluto protagonismo della pietra – con il suo fortissimo potere evocativo – e in particolare del marmo bianco di Carrara, principale materiale di finitura degli interni.

L’architettura, dalla pura e rigorosa stereometria, si situa in un lotto irregolare, in posizione marginale per “aprirsi” più agevolmente verso una più ampia e piacevole prospettiva del giardino.

L’edificio è interamente permeato dalla natura che penetra senza soluzione di continuità attraverso gli ampi squarci vetrati delle pareti. Specchi d’acqua esterni circondano la casa, come se la costruzione emergesse dall’acqua, e si spingono all’interno materializzandosi in una scultorea cascata che domina l’ambiente del soggiorno, in una suggestiva esperienza sensoriale.


Particolare del doppio volume

Il percorso che conduce all’ingresso è segnalato da un vigoroso muro di pietra rustica che, addentrandosi anche all’interno, sancisce un forte contrasto con il limpido nitore dei rivestimenti parietali e pavimentali in marmo lucido.

Un’aura impalpabile e “immacolata”, quasi “metafisica”, domina tutto l’ambiente, attraverso i giochi di luci e i riflessi sugli specchi d’acqua, sulle superfici bianche intonacate e sulle lastre in marmo. Gli unici apporti cromatici sono definiti da elementi d’arredo che punteggiano occasionalmente lo spazio, quasi a ricordare che si tratta davvero di un luogo vissuto, che non appartiene all’Iperuranio delle idee.

La casa è una raffinata esibizione di lusso e ricercatezza, tuttavia declinati – deo grazia – con la compostezza di un disegno sobrio ed elegante, che demanda la caratterizzazione dell’architettura alle intrinseche qualità dei materiali piuttosto che all’ irrefrenabile impulso di magniloquenza spesso tipico di realizzazioni high budget.

Chiara Testoni


Il soggiorno e la cascata d’acqua

photogallery

Scheda tecnica:
Progetto: Andrés Remy Arquitectos
Localizzazione: Pilar, Buenos Aires, Argentina
Direzione Lavori: Andrés Remy, Hernán Pardillos
Gruppo di progettazione: Andrés Remy, Hernán Pardillos, Lilian Kandus, Diego Siddi, Gisela Colombo
Architettura del Paesaggio: Leandro La Bella, María Celeste Iglesias
Progetto illuminotecnico: Mauricio Meta
Strutture: Carlos Dolhare
Superficie: 660 mq
Completamento: 2010
Fotografie: Alejandro Peral

Recapiti
www.andresremy.com
info@andresremy.com
+54 11 4704 0411

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25 luglio 2011

Opere di Architettura

L’Aula Magna dell’Università Luigi Bocconi di Milano
Grafton architects


La sezione caratteristica dell’aula magna (immagini tratte dalla rete).

Armare i materiali lapidei per migliorarne le prestazioni di resistenza non significa necessariamente appesantire gli elementi costruttivi: le pareti della nuova aula magna dell’università Luigi Bocconi a Milano, nella suggestione dello scavo nella roccia, vincono la direzione della gravità e si staccano dal suolo aiutate dalla soluzione che assembla pannelli in alluminio alveolare a lastre lapidee sottili anche di grandi formati. I tagli in questo caso quadrati di poco meno di due metri di lato si riducono a soli 5 millimetri di spessore, resi coesi al supporto metallico mediante colle speciali.
L’interposizione di una struttura metallica a nido d’ape, internazionalmente conosciuta come honeycomb, a facce di materiali d’altra natura, mira ad incrementare in modo particolare le caratteristiche di resistenza meccanica e di assorbimento di energie da impatto, riuscendovi in modi sorprendenti al confronto ad esempio con i dati di una lastra lapidea monolitica di uguale spessore. L’AIAS – Associazione Italiana per l’Analisi delle Sollecitazioni – si è interessata più volte di questo tipo di pannelli, divulgando ad esempio i contributi di analisi del comportamento a fatica nel 2005 e del comportamento meccanico nel 2011.
Le pelli, le facce più esterne dei pannelli, sono solitamente costituite di materiale dall’elevata resistenza meccanica: in questo caso pietra, ma sono pure possibili materiali compositi in fibra di vetro, carbonio o kevlar, oppure alluminio sottile od acciaio. Fra alluminio e pietra viene frapposto un doppio tessuto di vetro bidirezionale del peso totale di 300 – 500 gr/mq; la lastra lapidea si può ridurre sino ai 2 mm di spessore, attestandosi però solitamente sui 5 mm. La pietra viene quindi incollata ad alte temperature mediante resine epossidiche. Si ottengono in questo modo pannelli estesi sino ai circa 3 mq di superficie, con pesi ridotti al di sotto dei 20 kg/mq, per un totale di meno di 60 kg portabili anche a mano.
Le elevate prestazioni ottenute hanno reso i pannelli a struttura alveolare interessanti per molti settori di altissima tecnologia, quali quello aerospaziale, della formula 1 e del motociclismo.


I pannelli ad armatura alveolare sono stati oggetto di ricerca in ambito aerospaziale (immagine tratta dalla rete).

Nel progetto milanese, le geometrie di ogni elemento interno alla sala sono nette e lineari. Le stesse poltrone si richiudono con esattezza sugli schienali, componendo volumi privi d’aggetti. La sala risulta bicroma per via di alcuni inserti color ruggine, come a richiamare le ossidazioni ferrose solidificate nei blocchi millenari della pietra di cava. Predomina in modo chiaro ed innegabile il grigio. La tonalità della pietra serena de Il Casone è accostata con immediatezza ad omologhe cromie del gres nei pavimenti e delle tinte nelle porzioni intonacate di pareti e soffitti. Proprio la stabilità del colore e la mancanza di elementi cromaticamente estranei nella sua composizione chimico-fisica, permette alla pietra serena una moltitudine di accostamenti, anche insoliti, sia con materiali naturali sia con materiali di sintesi industriale. I calpestii riproducono le suggestioni dell’Azul Bateig brasiliana. Entrambe le pietre, vera e ricostruita, s’affiancano a quella diffusamente impiegata sugli affacci esterni: il Ceppo di Gré proveniente dalle vicinanze del lago d’Iseo, tipico di molta architettura milanese. Si completa in questo modo l’idea del solido guscio lapideo, rappresentata sia in esterno verso i viali cittadini, sia in interno verso il cuore delle nuove dotazioni universitarie lungo tutta la dimensione del lotto rettangolare di 80 x 160 m.
I mille posti a sedere si dispongono su due livelli, organizzati entrambi in una fascia più ravvicinata al palcoscenico ed in una più lontana. Il livello più alto in cui si collocano le poltrone all’interno dell’aula segna il profilo caratteristico e sospeso dell’intero nuovo volume costruito verso la città, con la quale il gruppo di progettisti, Grafton architects, hanno pure dichiarato di avere fortemente cercato una correlazione continua e stretta. In questo senso sono da interpretare infatti anche i grandi lucernari in copertura, sia in quanto segni caratteristici della skyline urbana, sia in quanto portatori di grandi quantità di luce naturale a tutti i piani, compresi quelli più lontani dalla sommità del costruito, secondo le geometrie note della sezione caratteristica dell’aula. Essa si dota di strumentazioni teatrali, con torre scenica e movimentazioni automatizzate del palco.


I due livelli della nuova aula magna (immagine tratta dalla rete).

di Alberto Ferraresi

Vai alle indagini sul comportamento a fatica
Vai alle indagini sul comportamento meccanico
Vai al sito Casone
Vai al sito di Grafton architects

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22 luglio 2011

News

Tones on the stones


Tones on the Stones 2007 – Musical on the Stones

Ambientazioni spettacolari, produzioni esclusive e artisti internazionali: sono questi gli elementi che rendono Tones on the Stones un progetto senza eguali, una novità assoluta in ambito mondiale.
Obiettivo e scommessa di Tones on the Stones è quello di far emergere il valore estetico, oltre che storico, delle cave d’estrazione del VCO, fornendo un nuovo punto di vista allo spettatore, che con occhi “nuovi” si approccia a luoghi maestosi e geometrici.
L’elemento scenografico che l’imponente “squarcio nella montagna” regala allo spettacolo è forte e suggestivo, trasformando la cava in un palcoscenico affascinante, unico e grandioso.
Dal 2007 la natura di questi luoghi è fonte di forte ispirazione creativa, dando vita a spettacoli che uniscono musica, teatro e danza alla forma, alla materia, al colore, al disegno. Ogni linguaggio e ogni forma artistica trovano con Tones on the Stones nuova linfa creativa, spettacolare e poetica.
La pietra è parte integrante della creazione artistica, una componente imprescindibile e non replicabile in altri spazi scenici.


Una Lauda per Frate Francesco – Tones on the Stones 2007

Programma

Venerdì, 22 luglio 2011
Stefano Bollani in concerto
Piano Solo

Stefano Bollani è tra i pianisti jazz italiani più conosciuti, in Italia naturalmente ma anche all’estero. Tanta fama è giustificata da quel particolare equilibrio fra virtuosismo e sensibilità, raffinatezza e intelligenza che lo caratterizzano.

Giovedì, 28 luglio 2011
L’Antigone di Sofocle
Compagnia Le Belle Bandiere

Tornano e portano in scena, ancora una volta, un grande classico della letteratura drammatica di tutti i tempi: l’ “Antigone” di Sofocle, un testo rappresentato per la prima volta nel 442 a.C.

Sabato, 30 luglio 2011
Mozart on the Stones: la magica notte di Wolfy
Spettacolo di musica, teatro e danza

Anche quest’anno Tones on the Stones propone ai suoi spettatori uno spettacolo ambizioso, nel quale il suggestivo scenario diventa protagonista attivo dello spettacolo, grazie alle suggestioni e alle peripezie di un abile gruppo di danzatori acrobatici e alle possibilità di raffinate soluzioni illuminotecniche e di proiezioni video di grande suggestione.


Il pubblico meraviglioso di Tones on the Stones

Maggiori informazioni su
Tones on the Stones

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18 luglio 2011

News

Premio Tesi di Laurea
PAESAGGIO, ARCHITETTURA E DESIGN LITICI
II edizione


Progetto di sistemazione della cava dell’Oliviera a Serre di Rapolano. Primo Premio
Ex Aequo alla I edizione. Laureato: Michele Di Matteo, Università di Roma Tre.

II Premio per le Tesi di Laurea “Paesaggio, architettura e design litici”, ideato e organizzato da Veronafiere, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Verona, e coordinato da Vincenzo Pavan, si inserisce nelle attività
culturali della 47a Marmomacc finalizzate a promuovere una consapevole cultura della pietra tra architetti, ingegneri, designer e produttori del settore marmifero. In particolare il Premio intende contribuire all’approccio ai materiali litici, alla loro conoscenza e corretto impiego, nella fase formativa dei futuri professionisti.
Il concorso, a cadenza biennale, conferisce un premio in denaro a tesi di laurea (breve o specialistica) che abbiano come oggetto tematiche riguardanti l’utilizzo di materiali lapidei nel progetto di paesaggio, architettura e design. Possono partecipare neo-laureati delle facoltà italiane di Architettura, Ingegneria, Design ed equivalenti.
La cerimonia di premiazione si svolgerà nell’ambito della 47a Marmomacc, Mostra Internazionale di Marmi, Design e Tecnologie in settembre 2012.
Con i migliori elaborati verrà organizzata una mostra e realizzata una pubblicazione.

Scadenza iscrizione: 30 aprile 2012

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Info
Marmomacc
O.A.P.P.C. Verona

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15 luglio 2011

Osservatorio Litico

Vir.Mueller Architects, Wolkem Office Building
Udaipur, India 2010


Fronte nord-est

Che l’India sia un paese sorprendente non è certo una novità. Tra l’abisso dei reietti senza nome e i nuovi maharaja del capitalismo del nuovo Millennio si apre un universo di incessante evoluzione della cultura, dell’economia, delle tecnologie.
Come sempre, l’architettura registra rigorosamente le trasformazioni insite nella società, proiettando nell’opera costruita – e in India più che mai – le ambizioni di una nazione che spasima sempre più per affrancarsi dall’etichetta di paese del “Terzo Mondo”.

Il Wolkem Office Building è un complesso per gli uffici di una compagnia mineraria con sede a Madri, il distretto industriale dell’ affascinante città di Udaipur in Rajasthan, nell’India del nord.
Da un punto di vista costruttivo, il complesso è caratterizzato da una struttura portante a telai di cemento armato e da tamponamenti in pareti a doppio strato di laterizio con interposta intercapedine a scopo di isolamento. I fronti esterni est ed ovest sono rivestiti a secco in pietra locale Dholpur (arenaria) che fornisce all’edificio, in sintonia con la tradizione locale, quella calda e piacevole colorazione tipica delle architetture lapidee indiane. I fronti nord e sud, traforati da ampie pareti in vetro termico, sono schermate da balconate e profondi sporti in modo da controllare l’irraggiamento solare.
Da un punto di vista impiantistico, le acque di scolo vengono filtrate in un impianto di raccolta e utilizzate per irrigare le aree verdi; l’acqua piovana, decisamente copiosa soprattutto durante la stagione monsonica, viene raccolta in apposite cisterne per l’utilizzo negli impianti idrici dei servizi.


Vista della balconata sud

Un pregevole intervento che coniuga alla qualità compositiva delle scelte tettoniche, figurative, materiche – grazie all’impiego di un materiale intramontabile e di particolare fascinazione come la pietra – una particolare attenzione – doverosa in un paese dal clima “impietoso” come l’India – per gli aspetti di risparmio energetico e di sostenibilità ambientale, grazie all’ utilizzo di materiali locali, estratti e lavorati a Km 0, e al riuso delle risorse naturali.

Chiara Testoni


Fronte nord al crepuscolo

photogallery

Scheda tecnica
Progettisti: Vir.Mueller Architects
Localizzazione: Udaipur, India
Committente: Wolkem India Limited
Capi progetto: Christine Mueller Gupta, Pankaj Vir Gupta
Collaboratori: Saurabh Jain Ridhi Kapoor Neil Patel
Strutture: Chandresh Bapna
Impianti meccanici: Pankaj Dharkar Associates
Impianti elettrici: Harshad Jhaveri Associates
Idraulica: Chandresh Bapna
Superficie lotto: 40.000 mq
Date progettazione-realizzazione: 2007-2010
Fotofgrafie: Andre J. Fanthome (copyright)

Recapito
Vir.Mueller Architects
616 Asian Games Villane
New Dehli 110049 India
Tel: +91/26495633/34
E – mail: panhaj@virmueller.com, christine@virmueller.com
www.virmueller.com

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11 luglio 2011

Design litico

Snøhetta e gli antipodi della litosfera


Snøhetta, concept per il padiglione Pibamarmi alla 46° edizione di Marmomacc

Grandi blocchi lapidei sezionati e scavati, diaframmi porosi permeabili alla vista, piani pavimentali morbidi e lievemente incoerenti. Sono questi i temi formali e materici attorno ai quali si sta sviluppando il concept espositivo di Snøhetta per il prossimo padiglione Pibamarmi alla fiera Marmomac di Verona.
Secondo Kjetil Thorsen, socio fondatore dello studio di Oslo, la pietra deve dimostrare l’identità versatile e polivalente insita nel suo “codice genetico”: aldilà delle idee più convenzionali radicate nel pensiero comune, la materia lapidea può infatti declinare immagini e sensazioni di levità e morbidezza, che nei contrasti di formati e spessori trovano un’immediata e suggestiva evidenza.
Volumi ciclopici, texture leggere composte da anelli e cilindri litici, superfici orizzontali formate da inerti di vari calibri, accoglieranno così il visitatore nel nuovo padiglione Pibamarmi, in uno spazio che esplorerà gli antipodi di una litosfera sempre più centrale per gli interessi del design contemporaneo.

PROFILO SNØHETTA
Lo studio Snøhetta è stato fondato ad Oslo nel 1989 da Craig Dykers e Kjetil Thorsen; oggi conta uno staff di oltre cento persone, provenienti da diciassette paesi e distribuite in due sedi, nella capitale norvegese e a New York. L’attività di Snøhetta è basata su di un approccio interdisciplinare e sperimentale, e su
di una filosofia democratica che anima interventi articolati e multiscalari, nei settori dell’architettura, del progetto paesaggistico e dell’interior design.
Importanti architetture in pietra, quali la Biblioteca di Alessandria d’Egitto (2002) e la Oslo Opera House (2008), hanno valso allo studio il riconoscimento della critica internazionale. L’opera di Snøhetta si esplica in numerose tipologie d’intervento: edifici per la cultura e la formazione, architetture per uffici e istituzioni, spazi pubblici, strutture ricettive e commerciali, architetture temporanee. Particolarmente significativa è l’attività di progettazione museale che lo studio ha compiuto con continuità dai primi anni ’90 del secolo scorso; in proposito si ricordano il Winter Olympics Museum a Lillehammer (1994), il Museo della Pesca a Karmøy (1998), il Petter Dass Museum ad Alstahaug (2007).
I principali progetti in corso di realizzazione sono il Memorial dell’11 Settembre e la riqualificazione urbana attorno a Times Square a New York; la Hunt Library a Raleigh; il King Abdulaziz Center for Knowledge and Culture a Dhahran; il Ras Al Khaimah Gateway Project; l’ampliamento del Museo di Arte Moderna a San Francisco.
Snøhetta è l’unico studio ad aver vinto per due volte il World Architecture Award for the Best Cultural Building: nel 2002 per la Biblioteca di Alessandria e nel 2008 per la Oslo Opera House. Nel 2004, inoltre, lo studio ha ricevuto l’Aga Khan Award for Architecture e nel 2009 il premio Mies van der Rohe.

di Davide Turrini

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6 luglio 2011

Opere Murarie

I muri a bugnato greci e romani*

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Velia. Mura del quartiere meridionale con bugne rustiche (ph. Alfonso Acocella)

I Romani apprenderanno la tecnica dell’anatirosi (anathyrosis) attraverso gli edifici greci delle colonie della Sicilia e dell’Italia meridionale. Il procedimento – com’è noto – prevede, ai fini di far combaciare esattamente le facce laterali dei blocchi posati a secco, solamente una fascia perimetrale piana larga dai 4 agli 8 cm; la restante superficie interna è, invece, scavata in profondità e lasciata più grezza in modo tale che il contatto dei conci avvenisse solo al perimetro dove è effettuata una lavorazione perfettamente complanare a mezzo di gradina. Tale modalità di lavorazione viene trasferita dai Greci, con opportuni adattamenti, anche sulla faccia a vista dei conci ai fini di una particolare resa architettonica; si intuisce allora perché anche il nastro che, a volte, limita al contorno le facce dei blocchi dell’alzato murario venga indicato con il termine di anatirosi.
L’anathyrosis lasciata a vista produce, frontalmente lungo i bordi, una riquadratura chiusa e regolare di dimensioni correlate alla mole dei conci; la superficie interclusa, delimitata dal nastro esterno, può essere lasciata a risalto o in piano ma sempre lavorata in differenziazione di trattamento rispetto al bordo perimetrale.
Alla prima tipologia di bugnato appartiene l’alzato murario delle ben conservate mura greche dell’Acropoli di Heraclea Minoa in Sicilia, dove sono leggibili, ancora oggi, le tracce lasciate dalle asce impiegate per la rifinitura esterna in leggero aggetto. Bozze molto particolari, emergenti dal piano dell’anatirosi, sono altresì rinvenibili sempre in Sicilia in altri edifici greci o solo influenzati dal processo di ellenizzazione. Si ritrovano a Selinunte in alcune case lungo il cardo massimo o a Segesta nel crepidoma del famoso tempio dorico; in entrambi i casi i conci sono dotati di “protuberanze” a forma troncopiramidale in guisa di “bugnato ridotto”(visto che occupano una parte minima della fronte dei conci). Bugnati con conci trattati a superfici piane con anatirosi si ritrovano in numerosi ed importanti monumenti greci come il Tempio dei misteri ad Eleusi (470-460 a.C.), il muro antico degli altari di Delfi, le mura del Pireo, il Theseion, la tholos di Epidauro, il ginnasio di Pergamo.
Se si esclude il Castello di Eurialo a Siracusa, i cui bastioni sono trattati a bugne rustiche, per rintracciare forme greche di “restituzione plastica” dei paramenti murari bisogna rivolgersi a costruzioni dell’Attica o a siti greci del Mediterraneo orientale.
Molte città, lungo il IV sec. a. C., si dotano di cinte difensive per proteggere l’Attica da eventuali attacchi esterni (ma anche per le persistenti lotte interne tra le stesse città greche) che, per quantità e distribuzione topografica, formano nell’insieme un potente ed efficiente sistema di fortezze.


Castello di Eurialo a Siracusa. Paramento murario a bugne rustiche (ph. Alfonso Acocella)

Con il nascere della tecnica poliorcetica e il perfezionamento delle macchine di assedio la stessa architettura militare subisce notevoli innovazioni, perfezionamenti, adattamenti. Ma il tono architettonico profuso in molti di questi interventi ci restituisce la cinta muraria attraverso un’immagine che va ben oltre la sua specifica funzione difensiva, proponendosi frequentemente come monumento cittadino imponente; tale fenomeno, già presente nel V e nel IV sec. a.C. (si pensi al caso di Atene), trova un’accelerazione lungo il III sec. a.C. quando sulle città ellenistiche grava una latente e più preoccupante minaccia di aggressione. Dopo la tradizione delle mura di mattoni crudi su basamenti di pietra (un bell’esempio ci è stato restituito proprio sul suolo italico dalla città di Gela in Sicilia) compaiono le fortificazioni interamente in pietra.

«Ciò - come evidenzia Hans Lauter – non rispondeva tanto a una necessità pratica, perché infatti le mura in pietra non sono più resistenti di quelli in mattoni crudi, le cui eccellenti caratteristiche sono rilevate ancora da Filone; ma si trattava anche e soprattutto di rappresentatività, dal momento che mura urbiche in pietra suscitano un’impressione di robustezza ed imponenza. (…) Davanti ad uno spettacolo del genere appare chiaro che la cinta muraria ha un significato genuinamente urbanistico: essa è allo stesso tempo la buccia e la pelle robusta del corpo cittadino che grazie ad essa ottiene limiti e forma invece di perdersi in maniera amorfa. Già Aristotele si era reso conto di questo ed aveva definito la corona di mura come protezione e insieme come Kosmos, come ornamento della città. Nell’ellenismo, il carattere decorativo delle fortificazioni viene preso assolutamente alla lettera, ed esse vengono ornate architettonicamente».1

Fra le fortificazioni del IV sec. a.C. ve ne sono alcune che si ricollegano, in particolare, al tema del bugnato. Ben conservata è la roccaforte di Egostena – da considerarsi come uno dei maggiori baluardi difensivi dell’Attica sull’estremità del golfo di Corinto – dotata di una cinta quadrangolare posta a scoraggiare, con la sua imponenza, i nemici provenienti dal mare. Lungo il percorso delle mura svettano torri quadrate e, fra queste, soprattutto il “mastio” più alto, conservatosi quasi intatto fino ad oggi; qui un accurato taglio dei conci, lavorati con bugne grezze fortemente chiaroscurali, testimonia l’attenzione prestata al trattamento espressivo dell’opera muraria.
Un’altra fortezza importante è Eleutere posta a sbarrare, sulla direttrice che collega la Boezia all’Attica, la strada verso Tebe. Si presenta con cortine di conci lapidei coronate da camminamenti di ronda muniti di parapetto e di feritoie per gli arcieri; ad intervallare le mura sono insediati bastioni più alti in forma di torri quadrate. La lunga cinta fortificata, con sezioni murarie di 2,60 m ed un infittimento di bastioni sul lato nord, è tutta realizzata con grandi conci bugnati che ostentano una lavorazione rustica, estesa a tutta la faccia a vista con la sola eccezione degli angoli delle torri dove viene marcato lo spigolo mediante un trattamento complanare e piatto delle superfici.
Le stesse porte di molte cinte urbiche di questo periodo acquistano il valore emblematico di “sigilli”, di architetture monumentali che segnano, vistosamente, il punto d’ingresso alle città con torri di fiancheggiamento in posizione simmetrica rispetto all’ingresso. Risaltano, in particolare, le porte con corti retrostanti (a piante rotonde, semicircolari o a forma di parabola) così come attestato dalle cinte murarie di Messene, Filippi, Perge o, sul suolo italico, di Siracusa, di Tindari, di Selinunte, di Velia.
Se la Porta sacra di Mileto presenta, fra i suoi elementi caratteristici, pilastri ed archivolti, nel caso della porta occidentale di Abdera si adotta, invece, un motivo monumentale a bugnato con diamanti piramidali. Una delle porte più imponenti e raffinata resta, comunque, la porta di Arcadia a Messene inserita nel circuito difensivo (lungo nove chilometri, con mura di cortina spesse due metri, alte sei, intervallate da torri aggettanti e svettanti fino nove metri) realizzato su iniziativa del generale tebano Epaminonda intorno al 370 a.C. per contrastare la potenza di Sparta.
La porta di Arcadia, protetta da due grandi bastioni quadrati, organizza il passaggio fortificato intorno ad una corte circolare interna di venti metri di diametro; chiunque fosse riuscito ad abbattere la prima porta si sarebbe trovato in uno spazio senza uscita circondato da un muro in forma di “barbacane”, facile bersaglio dei difensori schierati in alto. La costruzione della porta impiega poderosi architravi monolitici e, per le assise murarie formate da ricorsi regolari, conci trattati a bugne rustiche con incisioni superficiali.
Ci siamo soffermati sull’architettura militare di tradizione ellenica poiché rappresenta, in genere, un capitolo trascurato della tecnica costruttiva greca; per i numerosi avanzamenti e approfondimenti legati all’arte muraria in pietra (e al tema del bugnato, in particolare) tale settore applicativo è fra i più stimolanti e meno conosciuti per cui sarebbe auspicabile promuovere ulteriori ricerche.


Sezioni tipo di bugnati romani: semplice; a baule; piana con anathyrosis; piana con spigoli smussati; rustica con recesso; rustica con recesso e smussatura

Il lavoro a rilievo del paramento a vista di tradizione greca procede prevalentemente per superfici finemente lavorate ma sostanzialmente complanari, spesso appena evidenziate da commessure rientranti fra concio e concio che rimangono visibili, ma sostanzialmente delicate. Le influenze di tale esecuzione “morbida” del paramento non tarderanno a farsi sentire all’interno della stessa architettura romana.
Sulla scia dell’assimilazione al lavoro stereotomico greco può leggersi (soprattutto in avvio della fase imperiale quando si diffonde il gusto neoatticista e l’uso del marmo nelle numerose ed imponenti opere monumentali promosse da Augusto) lo sviluppo del paramento murario mediante la tecnica del bugnato a superficie piana con anatyrosis. Tale trattamento della superficie a vista, applicato frequentemente in soluzioni con apparecchiatura a blocchi isodomi, restituisce la maniera più rappresentativa e convenzionale per risolvere architettonicamente (o solo per decorare, mediante rivestimenti a spessore) gli alzati murari di templi e di edifici collettivi di grande importanza.
Spesso, all’interno della concezione costruttiva romana di età imperiale fortemente stratigrafica ed illusiva, tali bugnature “in piano” non corrisponderanno alla vera struttura portante visto che l’opera quadrata in pietra sarà frequentemente sostituita dall’opera a concrezione (l’opus caementicium) rappresentandone solo una simulazione attraverso lastre marmorea di placcaggio (sia pur di considerevole spessore) o addirittura di masselli litici intimamente partecipi del dispositivo murario come nel famoso e bell’esempio in blocchi isodomi di travertino della Tomba di Cecilia Metella lungo la via Appia a Roma.
Ulteriori ed importanti monumenti romani in cui è riscontrabile l’adozione del bugnato a superficie piana sono il Tempio rotondo del Foro Boario, il Tempio del Divo Giulio nel Foro Romano, il Tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare, il Tempio di Marte nel Foro di Augusto, il Tempio di Vesta nel Foro Romano; fuori della capitale: i Templi di Roma e Augusto sia a Pola che a Terracina.
Altre testimonianze archeologiche ci hanno restituito bugnati a superficie piana con cigli ad unghiatura (o ad angoli ottusi) che conferiscono alle bugne la configurazione di un tronco di piramide schiacciato; è il caso del Foro di Augusto, del Tempio dei Castori, delle porte di Sepino, delle mura di Viterbo.
La più caratteristica forma di bugnato romano è legata, comunque, al trattamento rustico, in evidente aggetto, esteso a tutta la superficie della faccia a vista del concio; si tratta della restituzione più grezza dell’epidermide muraria, senza alcuna speciale lavorazione della pietra, lasciandola pressappoco così come proviene dalla cava. In questa condizione di grossolanità si ravvisa lo stato primitivo della materia il cui mantenimento, in origine, può essere stata giustificata ai fini di un risparmio di lavoro dei lapicidi.
E’ evidente, comunque, come ben presto in questa “rustica rozzezza” si intraveda una potenzialità architettonica (se non addirittura una “vena artistica”) molto importante all’interno del progetto delle opere di pietra che dall’antichità romana salirà fino all’epoca moderna, capace di articolare e di arricchire gli impaginati murari di nuove interpretazioni formali.
Una variante del bugnato con superficie rustica estesa a tutta la faccia del concio è quella contrassegnata dai margini perimetrali pareggiati ed arretrati (o refessi). A favore di questa soluzione più elaborata sotto il profilo architettonico, che – senza rinunciare all’effetto di massa rude – mette in campo parte dello spirito geometrico e regolare tipico dell’opera quadrata, gioca anche un fattore di natura pratica in quanto, grazie all’allineamento dei refessi, risulta più facile il posizionamento, in “appiombo”, dei conci nelle fasi di esecuzione dell’alzato murario.
Un ulteriore variante di trattamento rustico è quello a superfici bombate (a baule o a cuscino) che assume, nella faccia a vista, un modellato a “segmento di cilindro”; applicato prevalentemente in presenza di blocchi disposti per lungo, assegna un carattere più “morbido” all’opera muraria bugnata. E’ il caso dei Castra Albani dove un robusto muro di grandi massi di peperino lavorato a baule recinge l’accampamento fondato da Settimio Severo.


Porta Maggiore a Roma (ph. Alfonso Acocella)

Nel loro insieme questi tipi di bugnati romani – energici, robusti, grezzi – frequentemente si ricollegano a settori applicativi particolari quali terrazze sostruttive, podi di templi, ponti ed acquedotti.
I decenni centrali del I sec. d.C. rappresentano una fase storica di grande crescita urbana e di fasto architettonico per Roma assurta, oramai, al ruolo di centro del potere rispetto a tutto il Mediterraneo. Tale periodo corrisponde alla fase storica in cui, particolarmente, si diffonde nell’architettura imperiale l’uso del travertino di Tivoli su tutte le altre pietre utilizzate nei programmi architettonici della capitale e dell’ampio territorio a questa strettamente collegato.
Nelle facciate delle grandi costruzioni in opera quadrata realizzate da Tiberio e, poi, in quelle eseguite da Caligola, Claudio, Nerone vengono impiegati frequentemente massi di travertino, lavorati a bugnato rustico, il cui uso non si limita alle sole superfici basamentali o sostruttive delle murature, ma viene esteso ai conci degli archi, ai rocchi delle colonne e dei pilastri, alle parti di coronamento degli edifici (spesso anche attraverso singole bugne sporgenti lasciate appositamente “informi” entro cortine con blocchi accuratamente pareggiati).
Sotto l’impero di Claudio, in particolare, il trattamento a bugnato dell’opera quadrata assurge a tema architettonico peculiare (se non addirittura ad una vera e propria moda) con una ricorrenza che, sotto il profilo della diffusione, non ha confronti nell’antichità. Fra tutte le architetture di età claudiana, indubbiamente, la Porta Maggiore in Roma rappresenta l’esempio più imponente e scenografico ancora oggi perfettamente visibile ed ammirabile.
Inscritta all’interno delle grandi opere di infrastrutturazione idraulica avviate da Caligola e proseguite da Claudio – legate ai programmi di adduzione in Roma delle acque Claudia e dell’Aniene Nuovo a mezzo di complessi sistemi di trafori e ponti ad arcate – la Porta Maggiore è scenograficamente impostata come un doppio arco monumentale che sovrappassa le vie Prenestina e Labicana. A differenza delle opere di infrastrutturazione territoriale degli acquedotti – risolti nei tratti esterni della campagna romana con la tecnica dell’ opus testaceum (conglomerato cementizio intercluso in cortine di mattoni di laterizio cotto) – Porta Maggiore, inserita all’interno del circuito urbano della capitale, viene realizzata mediante la più antica ed aulica tecnica dell’opera quadrata in blocchi di travertino con la parte inferiore trattata a forte bugnato assurgendo a manufatto altamente rappresentativo e celebrativo. Affidiamo la sua descrizione a Giuseppe Lugli:

«Claudio immaginò i due fornici come una mostra monumentale del suo acquedotto e, in luogo di dividere le due strade all’esterno di esso, preferì dividerle all’interno per facilitarne il traffico e aumentare la grandiosità della porta. I due fornici hanno la stessa luce di m. 6,35 e la stessa altezza di m. 14, ma quello di sinistra, sotto il quale passava la Via Prenestina, è leggermente obliquo, data la direzione della via stessa. Il loro livello originale era a circa due metri al di sopra di quello della fine della Repubblica, rappresentato dal basamento del Sepolcro di Eurisace.
L’alto attico è diviso in tre fasce longitudinali, di cui la più alta corrisponde allo speco dell’Aniene Nuovo e porta l’iscrizione originale di Claudio, la mediana allo speco dell’Acqua Claudia e reca l’iscrizione del primo restauro di Vespasiano, e l’inferiore riveste il basamento di ambedue e conserva il ricordo del secondo restauro di Tito.
L’architettura della porta è molto singolare: gli stipiti degli archi e delle finestre, le colonne che sorreggono i timpani delle nicchie e gli archivolti dei fornici sono lasciati grezzi o con blocchi appena sbozzati, come provenivano dalla cava, mentre i capitelli delle colonne e gli architravi sono lavorati a regola d’arte.
Per spiegare una tale anomalia costruttiva si possono fare due ipotesi: prima, che, rimasto il lavoro incompiuto per un caso qualsiasi, piacesse di lasciarlo in questo modo; seconda, che una tale singolarità fosse voluta dall’architetto stesso per dare un maggiore risalto alla massa con una superficie rustica e disuguale.
In favore di questa seconda ipotesi sta il fatto che una tale architettura si ritrova altre volte durante il regno di Claudio, e cioè nel suo Tempio sul Celio e in un grande Portico al limite delle fosse tiberine, presso Fiumicino».
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Dettaglio di arco rustico della Porta Maggiore a Roma (ph. Alfonso Acocella)

Sotto il principato di Claudio l’opera muraria rustica assurge a scelta deliberata, di tendenza. L’architettura a bugnato, da questa particolare prospettiva, può essere letta come la maniera artistica per conferire alle proprie realizzazioni un carattere di originalità, di enfasi e fissare, alla fine, un nuovo stile. Sono note le forti ambizioni culturali di Claudio che si atteggia, più in generale, a riformatore delle Istituzioni e della lingua romana; non meraviglia, in tale contesto, l’impulso direttamente impresso ad un “genere particolare” di architettura finora rimasto ai margini dei grandi programmi rappresentativi ed indirizzato a diventare il “nuovo ordine claudiano”.
Riguardando tale fenomeno in una prospettiva storica tale tendenza non sembra produrre, comunque, una duratura influenza; il fenomeno della “fortuna” del bugnato è cronologicamente perimetrabile all’interno dell’architettura romana fra due date: 41-68 d.C.; ovvero dall’inizio dell’impero di Claudio alla fine di quello di Nerone entro il cui ancora si avverte l’eco di tale tendenza impressa dal suo predecessore. Fra le varie architetture monumentali di età claudiana è possibile includere una serie significativa di opere in cui è presente l’uso del bugnato rustico.
E’ il caso del portico terminale delle fosse tiberine nel porto di Ostia. Qui le colonne, ordite come una teoria ciclopica di supporti verticali posti a scandire il grande spazio aperto sul mare strutturato in forma di T, presentano tamburi rigonfi appena sbozzati con i soli bordi delle superfici di contatto portati a filo; in contrasto, invece, sia le basi che i capitelli sono accuratamente rifiniti con lavoro a “compimento” in analogia a quanto si è già evidenziato per gli ordini addossati della Porta Maggiore.
Le terrazze con arcate sostruttive nel grande quadriportico che contorna il Tempio di Claudio Deificato sul Celio offrono un altro esempio famoso di uso della pietra messa in opera “brutalmente”. L’impiego del bugnato è indirizzato – ancora una volta – alla “fusione” di pietra accuratamente lavorata e pietra grezza con fini deliberatamente estetici; le testate dei pilastri e le armille degli archi ostentano grosse bugne rustiche con pronunciata sporgenza del concio di chiave mentre, in contrasto, sono restituite le lesene superiori e le fasce dell’architrave, caratterizzate da un lavoro finitissimo. Vi è chi, anche in questo caso, avanza il dubbio se si tratti di un’autentica architettura composita o tale reperto sia solo lo stadio incompiuto del lavoro dei lapicidi arrestatosi per motivi a noi non noti; un confronto con le altre opere di età claudiana già citate fa propendere il nostro giudizio per una scelta deliberata e cosciente animata dal gusto architettonico personale dell’imperatore.
Nell’insieme questo gruppo di testimonianze singolari, segnato da un manierismo costruttivo fortemente esaltato dall’uso del bugnato rustico, riveste certamente sul piano quantitativo una posizione marginale all’interno dei programmi realizzativi romani soprattutto se confrontato rispetto ai modi più convenzionali di concepire e rifinire l’opera quadrata. Non v’è dubbio, comunque, che tali intonazioni dell’opera muraria, in cui per la prima volta il bugnato entra a pieno titolo nell’architettura rappresentativa della capitale, saranno destinate ad avere una grande influenza nel futuro per quella legge – mai scritta, ma verificabile – legata alla “vita delle forme”. A queste opere si ispireranno gli architetti rinascimentali (Michelozzo, Serlio, Bernini, Giulio Romano, Palladio ecc.); ad esse si lega la ripresa e la fortuna, in epoca moderna, dell’opera muraria a bugnato.

Davide Turrini

Note:
* Il saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.

1 Hans Lauter, “Fortificazioni della città” p.71, in L’architettura dell’Ellenismo, Milano, Longanesi, 1999 (ed. or. Die Architektur des Hellenismus, 1986), pp. 296.
2 Giuseppe Lugli, “La Porta Labicana o Praenestina (Maggiore)” p.58, in Itinerario di Roma antica, Roma, Bardi Editore, 1975, pp. 635.

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