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14 febbraio 2012

News

Workshop Terre Fragili

La diffusione della percezione del disastro negli ultimi decenni ha alimentato l’insicurezza collettiva favorendo lo sviluppo di retoriche tecniciste che utilizzano l’ingegneria come soluzione lineare ai problemi. Al di sopra di una certa soglia di velocità e di occupazione dell’informazione un disastro assume una tale rilevanza sociale e culturale che costringe i saperi tecnici e le economie a riorganizzarsi esclusivamente all’interno della sua logica. Il collasso è sospensione del tempo che impone un ripensamento sulla durata delle trasformazioni e sul ruolo delle architetture.
Terre Fragili #2 è un workshop internazionale di architettura strutturato per accentuare il carattere site-specific del progetto.
Il workshop vuole sperimentare nuove pratiche del progetto nei territori investiti da disastri. I temi del workshop indagano sulle aree colpite dall’alluvione di Messina del 1 ottobre 2009 per riorganizzare i frammenti dell’incidente in un nuovo ordine. Le attività sul campo coinvolgono interlocutori diversi dalle associazioni alle istituzioni, dai comitati civici alle imprese che operano sul territorio.
Gli incontri che anticipano l’apertura del workshop sono orientati al confronto con esperti per costruire una lettura critica e un approfondimento sulle questioni individuate. Il workshop ha come finalità quella di costruire una gamma di scenari di trasformazioni possibili a partire dall’evento traumatico fino al tempo lungo (obiettivo 2050). Il lavoro d’investigazione sul campo mira a verificare in tempo reale, attraverso piccoli allestimenti, nuove possibilità di ripensare il futuro delle città e dei territori alla luce delle trasformazioni in corso.

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8 febbraio 2012

Opere Murarie

I bugnati a punta di diamante*

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Dettaglio della Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli (foto A. Acocella)

Lungo la seconda metà del XIV secolo, sull’influenza esercitata dai già famosi palazzi fiorentini, affiorano nelle principali città italiane residenze di rango con facciate bugnate di cui alcune impreziosite anche da motivi a bozze inusuali. E’ il caso dei modellati geometrici a punta di diamante: celeberrimi i casi di Bologna (Palazzo Sanuti, poi Bevilacqua) e Ferrara (Palazzo dei diamanti). Il primato di questo bugnato sembra, comunque, doversi assegnare ad una città importante e molto distante dai centri padani qual’è Napoli con il piano basamentale di Palazzo Sicola (oggi completamente scomparso) e soprattutto con il Palazzo Sanseverino (1455-1470), realizzato da Novello di Sanlucano che, anticipatamente rispetto ad ogni altro centro, mettono in bella mostra pietre aguzze in forma di piramidi schiacciate. Le anticipazioni rinascimentali partenopee a loro volta, in qualche modo, registrano l’influenza diretta del “bugnato regale” presente nel basamento scarpato delle torri di Castel Nuovo.
Le bugne in piperno dal colore bruno della residenza dei Sanseverino risorgono a nuova vita, dopo la distruzione della fabbrica stessa, nella nuova facciata della chiesa del Gesù Nuovo (1584) insistente sull’omonima piazza. La chiesa e le stesse bugne saranno soggetto fotografico ravvicinato e oggetto di un’annotazione a schizzo da parte di Le Corbusier nei suoi famosi Carnets del Voyage d’Orient che documentano l’itinerario di visita e di studio all’interno dei siti delle civiltà del Mediterraneo; il maestro svizzero trascrive le dimensioni delle bozze: 60 x 60 cm alla base, 30 cm altezza del vertice. Le foto, fortemente “selettive” del tema del bugnato, sono restituite prospetticamente di scorcio; colpisce, in particolare, la tecnica di “ripresa dinamica”, effettuata in posizione radente dal basso verso l’alto, con la disposizione in diagonale delle teorie delle bugne a diamante, a testimonianza dell’interesse più volte espresso nei suoi taccuini per l’effetto e il forte valore plastico dell’architettura italiana.


Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. Schizzo di Le Corbusier dal Carnet del “Voyage d’Orient”

Se il primato nell’utilizzo rinascimentale del paramento bugnato a diamante va assegnato a Napoli è a Ferrara che sorge l’esempio più compiuto e raffinato di palazzo “nobilitato” da facciate interamente rivestite di diamanti lapidei. Nella capitale degli Estensi, dove s’impone il quasi assoluto predominio dei rossi laterizi, l’universo di pietra s’insinua attraverso le vie d’acqua che fanno affluire verso la città i calcari veronesi, quelli d’Istria come pure i marmi più preziosi.
Splendida facciata monumentale bugnata a profilo aguzzo è quella del Palazzo dei diamanti, fra gli edifici di maggior risalto se non addirittura il più eccelso della città, realizzato a partire dal 1493 da Biagio Rossetti per Sigismondo d’Este. Il riferimento esplicito al bugnato da parte di un cronista modenese, in visita a Ferrara nel 1496, ne conferma la paternità ideativa di Biagio Rossetti che, a questa data, coordina i lavori della fabbrica coadiuvato da Gabriele Frisoni da Mantova; il visitatore già ne ammira la facciata a scarpa con pietra lavorata a punta di diamante.


Dettaglio angolare del Palazzo dei Diamanti a Ferrara (foto A. Acocella)

I lavori di preparazione delle bozze del rivestimento e la loro messa in opera continuano, dal 1503, sotto la direzione di Girolamo Pasini e Cristoforo da Milano; solo nel 1567 l’esecuzione delle due grandi superfici murarie bugnate può ritenersi sostanzialmente conclusa. La composizione non è “verticalizzante”, così come nei modelli fiorentini, bensì si struttura su un ritmo orizzontale, tipico della tradizione dei palazzi rinascimentali dell’Italia settentrionale.
Eccezionale appare il partito parietale con bugne a punta di diamante che ostenta i caratteri di un’inedita eleganza offerta dalla modellazione geometrica della materia lapidea dislocata spazialmente all’interno dell’alzato su strada del palazzo. Le due fronti, che materializzano una muraglia continua di raffinata fattura chiaroscurale, appena stemperata ed articolata attraverso l’uso di paraste angolari decorate a motivi di candelabre e di cornici orizzontali, sono realizzate attraverso il regolare dispositivo additivo di migliaia di bugne aguzze e prominenti in calcare veronese bianco con qualche sporadica bozza rossastra. Immaginiamo la difficoltà a procurarsi e a trasportare da lontano tanta pietra; ma la legge del materiale più raro e più nobile, capace di imporsi rispetto al laterizio più comune ed economico, non è poi avvenimento così infrequente nella storia delle costruzioni.
Un’analisi attenta del bugnato, condotta in occasione di recenti rilievi, ha messo in risalto alcune peculiarità inedite. Si è riscontrato, in particolare, un graduale spostamento dell’asse delle piramidi; nella fascia bugnata del basamento i vertici sono sensibilmente rivolti verso il basso; nella zona centrale gli assi sono rigorosamente normali al piano murario della facciata; nel registro sommitale dei prospetti bugnati s’inclinano di nuovo, ma verso l’alto. Il sospetto che possa trattarsi di un caso fortuito o di un’imperfezione tecnica è dissipato da un’altra osservazione: man mano che ci si avvicina alle paraste angolari, le diagonali congiungenti i vertici delle piramidi seguono un andamento curvilineo regolare, mentre esso si attenua gradualmente nelle zone discoste dallo spigolo. E’ mai opinabile che il Rossetti e il Frisoni non ne fossero consapevoli? Queste impalpabili correzioni ottiche sono essenziali nell’effetto estetico complessivo, poiché negano ogni staticità figurativa al muro bozzato, lo rendono vibrante, lo esaltano.
L’alzato delle facciate risulta gerarchicamente quadripartito nella sua stratificazione compositiva dal basso verso l’alto, mentre è ritmato verticalmente dalle candelabre scolpite da Gabriele Frisoni con figure in delicato modellato (inscritte nella tradizione dei leggiadri pilastri angolari che serrano frequentemente le pareti in rosso laterizio delle fabbriche ferraresi) poste come lesene decorative e, allo stesso tempo, con ruolo “funzionale” in quanto arrestano le bugne a diamante prima della linea di spigolo al fine di eliminare i problemi di intersezione angolare. La scarpata di base, continua ed ininterrotta, conclusa da una cornice aggettante in forma di toro, si presenta come la trasposizione della tipica soluzione basamentale dell’edilizia ferrarese in cotto; segue in perfetto appiombo, il registro murario uniforme del piano terra segnato in basso da aperture appena ritagliate e, in alto, dalla cornice ad ovuli con la fascia architravata; su quest’ultima, che funge da marcapiano e bancale di appoggio, s’inseriscono le finestre del piano nobile sormontate da un timpano triangolato; intorno alle aperture si espande ulteriormente il rivestimento fino a trovare una “fascia neutra” di filtro che separa il bugnato dal cornicione.


Dettagli della facciata del Palazzo dei Diamanti a Ferrara (foto A. Acocella)

Rispetto ai modelli fiorentini archeologizzanti, il paramento a bozze aguzze di Biagio Rossetti si mostra in modo più leggiadro – una sorta di grande mosaico parietale – attraverso la giustapposizione di un’infinità di tessere litiche dalla base quadrata disposte con molta regolarità l’una accanto all’altra, sfalsate nei filari contigui di mezzo modulo in modo che i vertici delle piramidi risultino allineati secondo linee diagonali portatrici di un singolare dinamismo e di sottolineati effetti luministici.1
Altri edifici importanti adottano, a cavallo del XV e XVI sec., i temi della facciata bugnata con bozze a punta di diamante: il palazzo detto lo Steripinto a Sciacca, la casa Ciambra (o Giudecca) a Trapani, il palazzo Raimondi a Cremona, il palazzo Sanuti (poi Bevilacqua).
In avvio del Cinquecento il tema del bugnato è già canone dotato di un consolidato statuto all’interno della fiorente trattatistica rinascimentale, sublimato in un vero e proprio stile architettonico. Nelle opere d’architettura si mostra spesso “composto” ed “ordinato” all’interno di un rigore compositivo di sapore classicista come nelle fabbriche di Raffaello, Peruzzi, Sangallo il Giovane; ma già poco più tardi, a distanza di una sola generazione, viene impiegato in modo scenografico ed illusivo – come nel caso di Giulio Romano a Mantova – codificandone una vera e propria maniera: l’opera rustica. Nei secoli successivi salvo poche eccezioni significative (come i Palazzi Pesaro e Rezzonico a Venezia di Longhena) il tema del bugnato viene ricondotto a impieghi meno spettacolari.
In epoca moderna il disegno dei bugnati lapidei sarà trasferito anche a tutta quell’edilizia più ordinaria risolta – in esterno – ad intonaco, dove “finte bugne” saranno chiamate a nobilitare costruzioni matericamente più povere. L’origine della simulazione del bugnato lapideo si può, comunque, rintracciare già nel pieno Cinquecento in una città povera di pietra – qual’è la Mantova rinascimentale dei Gongaza – dove il genio di Giulio Romano sarà chiamato a trasferire il tema dei muri bozzati dall’accezione autenticamente pietrificata a un piano eminentemente decorativo, mimetico, illusivo.

Davide Turrini

Note:
* Il saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.
1 Sul Palazzo dei diamanti di Ferrara si veda: Bruno Zevi, Sapere vedere l’urbanistica. Ferrara di Biagio Rossetti, Torino, Einaudi, 1971 (ed. or. 1960), pp. 365. Per una analisi dettagliata del rivestimento a bugnato si vedano Carla Di Francesco (a cura di), Palazzo dei diamanti. Contributi per il restauro, Ferrara, Spazio Libri, 1991, pp. 168; Chiara Bentivoglio, “Luci e ombre nel rivestimento esterno del Palazzo dei Diamanti”, Marmo n.10, 2000, pp. 8-15.

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6 febbraio 2012

News

Il Master Architettura | Storia | Progetto

Il Master Architettura | Storia | Progetto è stato fondato e diretto dal 2003 da Mario Manieri Elia, fino alla sua scomparsa nel luglio 2011, coll’obiettivo di raccogliere ed offrire

i frutti di una elaborazione culturale che condensa un assortimento di ricerche e di esperienze diverse – ma tutte di grande rilevanza scientifica e professionale -, attinenti all’Architettura, intesa nel suo fondamentale valore antropologico culturale e nei suoi ambiti multidisciplinari critici e operativi. La presente edizione, forte del suo insegnamento, intende proseguire nella stessa direzione.

Il Master assume come centrale e fondamentale per tutte le attività di ricerca e di progetto, il nodo scientifico e metodologico in cui si incrociano la Storia e il Progetto, nella convinzione dell’importanza, nella vita professionale, di una profonda consapevolezza a livello concettuale, per sfuggire agli equivoci e alle secche di una cultura abituata alle semplificazioni selettive più che alle meditate sintesi critiche. E ciò, con l’evidente obiettivo – che si è rivelato largamente conseguibile – di abilitare i Corsisti, sia sul piano intellettuale che su quello tecnico, a muoversi e produrre, responsabilmente e anche innovativamente, in un mondo come il nostro, la cui anima e senso risiedono nella complessità e, per citare Heidegger, nell’eventualità.

La novità della struttura del Master – che contempla un primo modulo svolto a Roma riguardante i fondamenti teorici e metodologici, seguito da un modulo di indirizzo tematico frequentato a Roma o all’estero – accresce la pluralità e la ricchezza formativa, fornendo un arco di insegnamenti umanistici e tecnici di deliberata ampiezza, tali da dotare i corsisti del più ampio patrimonio strumentale e culturale per far fronte, con competenza e responsabilità a un vasto spettro di occasioni di studio e di lavoro, anche a livello internazionale. E ciò grazie a un’offerta didattica affidata all’eccellenza di un esteso ventaglio di docenze, scelte in ambito nazionale e internazionale, cui è affidato il numero limitato dei corsisti, favoriti da un intenso, proficuo e continuo scambio intellettuale

Il bilancio decisamente positivo del Master Architettura | Storia | Progetto, giunto al nono anno, come quello del Corso di Perfezionamento in Storia della progettazione architettonica, giunto al dodicesimo anno, e infine anche del Corso di Perfezionamento in Cultura del progetto in ambito archeologico, nella sua quinta edizione, può evincersi dalle numerose pubblicazioni edite e diffuse; ma soprattutto risulta confermato in modo confortante dall’interessante quadro di impegni di lavoro già ottenuti, sia in Italia che all’estero (New York, Londra, Porto, Madrid, Barcellona, Valladolid, Rotterdam), dai corsisti che hanno frequentato le edizioni precedenti.

Le attuali dinamiche professionali dell’architettura implicano, infatti, e in modo sempre più evidente, dimensioni internazionali, richiedendo ai giovani laureati competenze spendibili in un sempre più ampio contesto per affrontare, al più alto livello, la sfida della contemporaneità. Ciò comporta capacità d’integrazione e di rapporto con le più diverse realtà tecniche e culturali a scala globale e, nello stesso tempo, una consapevolezza delle qualità specifiche della propria formazione locale, italiana e, in particolare, romana.

La collaborazione tra la Facoltà di Architettura di Roma Tre e le Università di Valladolid, di Waterloo, di Granada ha dato modo di concepire un programma di alta qualità, sia per l’articolazione multidisciplinare dei contenuti scientifici che per la ricchezza dell’offerta didattica, con l’attiva co-partecipazione di docenti e studenti sia italiani che stranieri che si incontrano anche a Roma, confrontando esperienze diverse. La durata oraria del percorso didattico è adeguata all’obiettivo e appare altresì commisurata agli standard internazionali, quali quelli adottati anche dalle sedi consorziate. Inoltre, i programmi sono studiati in maniera da lasciare spazio ai corsisti per l’avvio di una prima attività professionale e per la ricerca di un’occupazione di alta qualificazione.

In sintesi, il Master da la possibilità:
di conoscere direttamente personalità dell’architettura, della cultura e della professione italiane e internazionali;
di interagire con colleghi di discipline affini e correlate al progetto architettonico;
di condividere esperienze di lavoro e di studio con gli studenti stranieri (provenienti dalle università consorziate) e italiani (provenienti da diverse università italiane);
di frequentare, ad alto livello, diverse realtà post-universitarie e professionali straniere;
di svolgere esercizi progettuali che diventino pubblici, siano esposti, mettano in contatto gli studenti col mondo, diventino titoli per il proprio curriculum e passaporti per futuri contatti.
Il Master offre riflessioni e cultura, ma offre anche relazioni, conoscenze, prospettive: il Master Architettura Storia Progetto, così come concepito allarga l’orizzonte delle possibilità individuali.

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3 febbraio 2012

News

Marmomacc 2011
Intervista a Patricia Urquiola

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30 gennaio 2012

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Marmomacc 2011
Intervista a Angelo Micheli e Laura Cunico

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