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5 settembre 2013

News

Premio Internazionale Architetture di pietra
XIII edizione

Marmomacc 2013 ospita la XIII edizione del prestigioso Premio Internazionale Architetture di Pietra (International Award Architecture in Stone), il premio a cadenza biennale che celebra le migliori produzioni architettoniche realizzate mediante l’uso della pietra.
Il premio si avvale di una Giuria prestigiosa composta da autorevoli storici, critici e docenti di architettura: Klaus Theo Brenner (Facoltà di Architettura Potsdam), Alberto Ferlenga (Dipartimento di Architettura, Università Iuav, Venezia), Luis Fernández Galiano (Direttore di Arquitectura Viva), Fulvio Irace (Dipartimento di Architettura, Politecnico di Milano), Vincenzo Pavan (Dipartimento di Architettura, Università di Ferrara).
La Giuria, coordinata da Vincenzo Pavan, si è riunita a marzo e ha analizzato 29 opere architettoniche realizzate degli ultimi due-tre anni in undici diversi Paesi. Dopo approfondita analisi e ampia discussione, ha scelto le seguenti opere che, per qualità architettonica e uso espressivo dei materiali lapidei sono state ritenute rappresentative di un panorama significativo delle migliori realizzazioni a livello internazionale.
L’International Award Architecture in Stone rappresenta un’approfondita indagine che l’osservatorio Marmomacc svolge nel vasto panorama internazionale dell’architettura litica alla ricerca di proposte originali e innovative che sappiano interpretare con tecniche e linguaggi nuovi il mondo lapideo.
Le opere selezionate spaziano da esempi eccellenti di architettura urbana, come edifici cittadini e spazi pubblici, a progetti di recupero realizzati nel rispetto dell’ambiente sociale e culturale in cui sono inseriti, a opere significative realizzate in contesti difficili e marginali, senza trascurare quelle opere without architects scaturite dall’ingegno della tradizione costruttiva locale.
Le opere selezionate saranno illustrate e descritte in un prestigioso catalogo, che costituisce il premio stesso e saranno oggetto di una mostra di disegni, foto, video, modelli nonché dei materiali lapidei utilizzati nella costruzione allestita nei giorni del Salone all’interno del padiglione 7B. L’iniziativa sarà completata dalla cerimonia ufficiale di premiazione dei vincitori che si svolgerà mercoledì 25 settembre nello spazio culturale di Marmomacc alla presenza delle Autorità, degli autori delle opere selezionate, dei loro committenti, della Giuria e di un folto pubblico di architetti, personalità della cultura ed operatori del settore del marmo.

LE OPERE VINCITRICI

ARUP ASSOCIATES | Druk White Lotus School | Ladakh, India, 2001-2013
Materiale: Pietra locale
Foto: © Christian Richters e altri

La Druk White Lotus School è il frutto di una collaborazione tra il governo della regione del Ladakh e lo studio Arup Associates, ed è economicamente sorretta da donazioni.
Il complesso scolastico presenta un insediamento articolato ai piedi dell’Himalaya indiano, dotato di una pianta fortemente influenzata dall’architettura di questa parte del mondo orientale e caratterizzato da una stretta relazione tra spazi interni e aree esterne.
Le condizioni climatiche e l’assenza di allacciamenti alle reti elettriche e idrauliche ha messo in primo piano il tema del risparmio energetico e dell’uso delle risorse locali. In questo quadro si colloca anche l’uso della pietra, attento alle tradizioni del luogo e declinato secondo le esigenze della sostenibilità, sia per gli aspetti costruttivi, sia per il rapporto con il paesaggio roccioso delle montagne e dell’altopiano di cui la scuola appare essere un completamento.

ALBERTO CAMPO BAEZA | Sede del Consiglio di Castiglia e Léon | Zamora, Spagna, 2007-2012
Materiale: Arenisca de Burgos
Foto: © Javier Callejas

Il complesso per uffici di Alberto Campo Baeza a Zamora è situato nel centro della città e si presenta come spazio recintato e completamente circondato da un alto muro in pietra che segue le tracce irregolari del lotto. Non solo i muri verticali di questo grande contenitore sono di pietra, ma anche il pavimento è dello stesso materiale. In questa “scatola” omogenea aperta verso il cielo è inserito un corpo di vetro che contiene tutti gli uffici. Oltre al contrasto radicale tra pietra e vetro che segna l’atmosfera dello spazio nel cortile, riveste un ruolo fondamentale l’irregolarità delle distanze tra la casa di vetro e l’anello di pietra. Allargandosi e restringendosi i vuoti sviluppano una tensione spaziale come luogo sociale il cui fascino si capta dall’esterno dell’edificio di vetro.
La radicalità minimalista del disegno e la perfezione del dettaglio creano una grande chiarezza concettuale nel contrasto dei due materiali.

MAX DUDLER | Centro visitatori del Castello | Heidelberg, Germania, 2009-2011
Materiale: Arenaria Rossa
Foto: © Stefan Müller

La pietra rossa di Heidelberg è da sempre il tramite attraverso il quale, nella città tedesca, si sviluppa il dialogo tra edifici di epoche differenti, dal castello secolare alle chiuse costruite da Paul Bonatz sulla Neckar.
Oggi il centro visitatori di Max Dudler aggiunge un altro frammento a questo complesso urbano in cui filosofia, architettura, storia, si fondono in un ambiente unico e dal particolare valore simbolico.
L’edificio è dedicato all’accoglienza dei turisti che in gran numero visitano il castello ed è collocato dentro la cinta muraria nel luogo degli antichi giardini che circondavano il monumento.
La sua struttura, di grande semplicità volumetrica, affida soprattutto all’uso della pietra locale la declinazione di un rapporto efficace con gli edifici e le rovine che occupano questa sorta di Acropoli della città. I grandi spessori murari, in particolare, ne fanno un edificio contemporaneo ma allo stesso tempo analogo a quelli storici rispetto ai quali diventa bordo, basamento e tramite con la città in un processo di completamento che rappresenta la miglior forma possibile di cura nei confronti di un luogo importante ed antico.

MIAS ARQUITECTES | Riqualificazione degli spazi urbani | Banyoles, Girona, Spagna, 1998-2012
Materiale: Travertino
Foto: © Adriá Goula

Questo intervento urbanistico unisce il recupero culturale dello spazio pubblico con la rigenerazione della rete di canali che sono all’origine della città. Banyoles si trova al bordo del lago naturale più grande della penisola iberica e, dalla sua fondazione ad opera di monaci benedettini del sec. IX, i canali di drenaggio e di irrigazione che sfociano nel lago hanno assunto una conformazione molto caratteristica. Degradati dal tempo e dall’impatto aggressivo del traffico, il progetto li ha rigenerati con una nuova pavimentazione nel centro storico medievale. L’intervento è stato realizzato con la pietra calcarea locale, chiamata anche Travertino di Banyoles, e la pedonalizzazione dell’area è stata resa compatibile con l’emergere puntuale delle canalizzazioni di acqua attraverso un disegno elegante e preciso. Questo nuovo tappeto di pietra, interrotto solo dalla presenza fisica e simbolica dell’acqua, conferisce nuovo significato al centro storico recuperandone il valore culturale e ristabilendone il rapporto con l’ambiente naturale.

CARL FREDRIK SVENSTEDT | Stone House | Lubéron, Francia, 2011
Materiale: Pietra di Pont du Gard, di recupero
Foto: © Hervé Abbadie, Eric Laignel

Inserita nel contesto del Parco Naturale del Lubéron la Stone House si lega in un rapporto dialettico con la griglia definita dalle rovine di una preesistente casa colonica.
Il materiale locale, una pietra calcarea tenera estratta nelle vicine cave fin dall’epoca romana, è stato usato in grandi lastre autoportanti nelle pareti perimetrali. La scansione sapiente dei blocchi costruisce i volumi dell’edificio alternando una sequenza di opacità e di trasparenze che da agli spazi un senso di fluidità e stabilità.
La sostanza organica che forma la texture del materiale litico, tagliato e posato in alcune superfici con scansione dinamica, dialoga con la pietra irregolare dei lacerti murari superstiti e con le recinzioni lignee.

MENZIONE SPECIALE

UFFICIO SASSI MATERA con Renato Lamacchia | Auditorium e Centro Culturale Casa Cava | Matera, Italia, 2007-2011
Materiale: Tufo
Foto: © Piermario Ruggeri

Ricavati nelle antiche cavità del Sasso Barisano, l’Auditorium e Centro Culturale “Casa Cava” di Matera è un omaggio alla significativa “restituzione” di nuova socialità a spazi altrimenti perduti di questa straordinaria città di pietra.
Nato dalla fortuita scoperta di una cavità sotterranea originariamente utilizzata come cava di tufo, il progetto collega gli spazi ipogei rendendoli accessibili al pubblico restituendoli quindi alla città. L’intervento testimonia nel contempo come l’impegno di una amministrazione possa ridare vitalità al patrimonio, saldando conservazione e valorizzazione.

PREMIO ALLA MEMORIA

ALESSANDRO ANSELMI (1934-2013) | Cimitero di Parabita | Italia, 1967-1977
Materiale: Carparo
Foto: © autori vari

Realizzato a partire dal 1967, il cimitero di Parabita è opera di straordinario interesse per la visionarietà della sua concezione e per il suo forte carattere ideologico nel panorama del dibattito architettonico italiano degli anni settanta. Coniugando geometria e storia, Alessandro Anselmi (capofila del gruppo romano GRAU) con Paola Chiatante, ha dato forma a una surreale città di pietra, dedicata ai morti, ma monito ai vivi a non dimenticare i temi del proprio tempo.
L’architettura come progetto di conoscenza trova così nella materia il suo congeniale medium espressivo, mettendone in luce la capacità di esprimere attraverso simboli la ricchezza e l’ansia sperimentale dell’ultima stagione d’oro dell’architettura italiana.

PREMIO “ARCHITETTURA VERNACOLARE”

Architettura in pietra a secco del Mediterraneo: Taulas, Navetas, Barracas, Muragghi, Pagliari | Puglia, Sicilia, Spagna, Baleari
Materiale: Pietra locale
Foto: autori vari

Un filo misterioso e intrigante lega costruzioni megalitiche, come le Taulas e Navetas delle isole Baleari e i Nuraghi della Sardegna, celebrate nei tours archeologici del Mediterraneo, con le costruzioni a secco sparse in diverse località del meridione della penisola italiana. I Pagliari della Puglia e i Muragghi della Sicilia, come esito architettonico dell’opera secolare di spietramento delle campagne in diversi periodi storici, hanno lasciato un segno straordinario dell’ingegno costruttivo degli “anonimi architetti” nel paesaggio italiano. Ben prima dei più illustri Trulli che popolano la Valle d’Itria queste costruzioni a tholos e a spirale, sparse in diversi territori del Mediterraneo, testimoniano il legame tra il lavoro della terra e la forma dell’abitare nella sua fase “sorgente”.

a cura di Vincenzo Pavan

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7 agosto 2013

Osservatorio Litico

TORRE BORACO
Recupero e riuso di una torre costiera del XVI secolo in Salento
Manduria (TA)


Vista da sud della torre e della nuova scala di accesso

In un momento in cui la condizione esistenziale degli strumenti e degli oggetti sembra essere quella della liofilizzazione, dell’assottigliamento, della perdita della massa, della densità e della complessità a favore della leggerezza, in un momento in cui perfino l’aria sta diventando un materiale attivo con cui fare architettura, in un momento in cui l’anoressia contagia l’architettura nel tentativo di svincolarsi dal peso e dal concetto di gravità, siamo disposti a ragionare con la massa, il peso, e la materia, in questo caso con la pietra?

La collocazione
Torre Boraco si trova in contrada Bocca di Borraco, a guardia del omonimo torrente di acqua dolce (e perciò molto appetibile per i rifornimenti dei pirati) in comune di Manduria. Leggermente arretrata rispetto al lido sabbioso, da cui dista circa m 250, sorge in posizione relativamente elevata a quota m 14 s.l.m.
Si raggiunge percorrendo la litoranea Taranto-Gallipoli a 4,5 km dall’incrocio con la strada per Maruggio ed in prossimità di quello per Manduria.
Nel sistema delle torri costiere ricadenti nella provincia di Taranto, la torre Borraco é compresa tra Torre S. Pietro, a 3,2 km verso Est, e Torre delle Moline, a 6 km verso Ovest. La differente distanza era in ragione del differente andamento della costa, ovvero di quanto questa fosse alta e frastagliata.


Vista del paesaggio dalla copertura | misuratore dell’orizzonte

Descrizione
Torre Borraco rappresenta il modello delle torri del regno costruite dopo il 1560. Di forma tronco-piramidale a base quadrata di 10,30 per 10,20 metri di lato, altezza di 12,10 metri, con muratura terminale in controscarpa e tre caditoie per lato. L’edificio poggia direttamente sulla roccia affiorante senza particolari opere di fondazione.
Le murature perimetrali sono costituite da corsi di conci di tufo carparo regolari in corrispondenza degli spigoli e dei beccatelli. Le parti restanti delle pareti esterne sono realizzate con pezzatura mista dello stesso materiale resa omogenea da un tenace intonaco di pozzolana.
A coronamento della torre un toro in carparo perimetra la terrazza dell’edificio dalla quale spicca il parapetto a tratti sagomato dal profilo curvilineo a difesa dell’archibugiere.
Il primo piano era voltato a botte. La volta, con imposta ad un’altezza di 1,70 m dal pavimento e chiave a quota 4,40 mt., e la cui linea generatrice è perpendicolare al mare, è costituita da conci di tufo e rinfianchi di materiale incoerente costipato. Dall’ambiente voltato, attraverso una scala posta nello spessore della muratura in prossimità dell’angolo Nord-Est si accedeva alla copertura protetta da un bolo impermeabile. Le finestre Est ed Ovest sono aperte sui lati di scarico della volta. Il fronte Sud e Nord sono costituiti dalle pareti di tompagno trasversali alla volta a botte. Nel muro a Nord sono ricavati, oltre all’ingresso dall’esterno anche le nicchie interne per il camino e la cisterna dell’acqua alimentata dalla copertura.
A differenza della maggior parte delle torri coeve non presentava una scala esterna di accesso all’unico vano di 5,45 x 5,60 m. circa, posto a quota + 5,50 mt., anche se di una scala c’è traccia nelle planimetrie catastali.


Stato dei luoghi prima dell’intervento di restauro | 2005

Stato di conservazione: “Il rudere”
La torre versava in un grave degrado: la parte basamentale dell’edificio ed in particolare i quattro cantonali esterni erano fortemente deteriorati e presentavano importanti sbrecciature ed ammanchi di materiale. Inoltre i crolli subiti dagli elementi di coronamento e di gran parte delle caditoie, così come l’implosione della volta e della copertura, avevano ulteriormente deteriorato la statica del manufatto evidenziando fenomeni di distacco delle pareti.
All’interno del vano al primo piano era cresciuta una rigogliosa vegetazione spontanea e addirittura un grande albero di fico.


Dettaglio della vista da Sud Est

Il restauro
Lo stato di rudere ed il crollo della volta hanno permesso di studiare e meglio comprendere le tecniche costruttive adottate per le torri costiere. Il materiale crollato ed accumulato alla base della torre e all’interno del vano è stato recuperato e selezionato per essere riutilizzato nel restauro ed ha rappresentato il modello di riferimento per la scelta del nuovo materiale integrativo.
I beccatelli crollati hanno messo in mostra la tecnica costruttiva della controscarpa: conci di tufo carparo sono stati collocati di testa nella muratura di parete formando l’ammorsamento per incastrare a spina i conci che completavano all’esterno la mensola di appoggio per la caditoia. La volta, ad un solo filare di tufo carparo posti di piatto, presentava sull’estradosso un riempimento di pietrame misto sciolto.
Nelle operazioni di restauro, si è inizialmente intervenuti sul piano fondale e risarcendo la muratura espulsa; si sono riconnessi i filari di tufo mancanti agli spigoli, punto di accumulo di tensioni, ammorsandoli alla base attraverso l’inserimento di conci nuovi e/o di recupero attraverso la tecnica del cuci-scuci.
Sulla base degli elementi ancora esistenti si è proceduto alla ricostruzione delle murature della controscarpa superiore e dei beccatelli, delle archibugiere e delle caditoie, nonché del toro marcapiano di coronamento. Laddove non si è potuto riutilizzare il materiale di spolio si è utilizzato tufo carparo di Alezio con stilatura dei giunti con malta di calce idraulica naturale, inerti silicei, polvere di tufo e cocciopesto. Una leggera velatura a latte di calce lievemente pigmentata e tonalizzata con terre esclusivamente naturali armonizza, pur senza mistificare la sua origine posteriore, il nuovo materiale con quello preesistente.
La pavimentazione della copertura è stata realizzata con lastre di Pietra di Cursi, mentre quella interna in battuto di cocciopesto.


Interno della torre. In primo piano la porta di ingresso e la scala di accesso alla copertura. In alto si intravvede la volta non intonacata

Il riuso
Completata la fase di restauro si è passati alla integrazione della preesistenza con un nuovo elemento costituito da un corpo scala per accedere alla quota +5,50 m.
Il nuovo intervento è stato concepito come un “blocco lapideo compatto” e riconoscibile nella sua forma, una sorta di “proliferazione” dalla “torre madre” da cui, prendendone la materia, se ne distacca fisicamente in maniera netta pur portandone con sé la traccia dell’inclinazione in alzato (parallelo alla torre) .
Due setti murari portanti, in blocchi di carparo posti di piatto, delimitano la sequenza di gradini a tutto masso di Bronzetto di Apricena, monoliti sagomanti in modo tale da essere sovrapposti uno all’altro a incastro in un’apposita sella di appoggio. Giunti alla sommità, la rotazione di 90° segna un cambio di materiale. Sulla mensola del blocco lapideo, costituita da una “piega” del blocco stesso, si àncora un ponte in acciaio COR-TEN, che irrompe fino all’uscio come materia viva, già corrotta dalla ruggine. Il cambio del materiale segna questa distanza tra i due elementi in dialogo e funge da “giunto” dilatato oltre misura.
Compreso tra lastre di acciaio da 8 mm di spessore e alte 120 cm il ponte, con doghe di larice, conduce all’accesso. Una prima porta/pannello, anch’esso in acciaio COR-TEN (scelta questa dettata, vista la localizzazione, dalle specifiche sue caratteristiche: lega speciale di Rame, Cromo e Fosforo, il COR-TEN garantisce notevoli prestazioni di resistenza alla corrosione (COR-rosion) e allo snervamento a trazione (TEN-sile), di gran lunga superiori ad un comune acciaio) è a protezione di una porta in acciaio e vetro. Questa, così come i due infissi delle finestre interne, è in lamiera di acciaio da 5 mm pressopiegata e saldata, realizzata su disegno, ed è in battuta contro lo stipite di pietra in modo da risultare invisibile dall’esterno.

L’ultimo intervento sarà affidato al tempo.
All’azione corrosiva e levigatrice del mare e del vento così come ai muschi ed il licheni che potranno proliferare sulla pietra, sul tufo e su tutta la materia viva che incontreranno.


Clicca sull’immagine per ingrandire

photogallery

SCHEDA TECNICA
Localizzazione: Torre Boraco | Manduria (Ta) | Italia
Coordinate GPS: 40°18′17.51″N 17°38′7.18″E
Committente: Privato
Progetto:
prof. arch. Lorenzo Netti
arch. Gloria Valente | Netti Architetti
arch. Vittorio Carofiglio
Direzione lavori:
arch. Gloria Valente | Netti Architetti
arch. Vittorio Carofiglio
Impresa esecutrice:
Moire Archeologia
Restauri e costruzioni SRL
Altamura | Bari
Cronologia
Progetto: 2008-2009
Realizzazione: 2010-2012
Riconoscimenti
APULIA MARBLE AWARDS 2013 Sezione Architettura Primo premio
Fotografie
© Vittorio Carofiglio
© Foto archivio Netti Architetti
Materiali
Lapidei: Carparo Leccese, Bronzetto di Apricena, Pietra di Cursi
Metalli: Acciaio Corten, acciaio
Legno : Larice

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5 agosto 2013

News

Tensegrilithic

Il prototipo “Tensegrilithic” nasce dalla volontà di creare la prima tensegrità utilizzando materiali lapidei. Il termine inglese “Tensegrity”, coniato nel 1955 dall’architetto Richard Buckminster-Fuller, deriva dalla combinazione delle parole “tensile” ed “integrity”. Esso caratterizza la capacità di un sistema di stabilizzarsi meccanicamente tramite forze di tensione e di compressione che si ripartiscono e si equilibrano fra loro. Compressioni e trazioni si equilibrano all’interno di un sistema vettoriale chiuso.
Le strutture di tensegrità sono costituite da barre rigide e cavi flessibili. I cavi costituiscono una configurazione continua che comprime le barre disposte in maniera discontinua in seno ad essa. Le barre o puntoni litici, a loro volta, spingono verso l’esterno i cavi.
I vantaggi della struttura di tensegrità sono:
la resistenza dell’insieme supera di molto la somma delle resistenze dei singoli componenti;
la leggerezza: a parità di capacità resistenza meccanica; una struttura di tensegrità presenta un peso ridotto della metà rispetto a una struttura a compressione;
la flessibilità del sistema è simile a quella di un sistema pneumatico. Ciò consente una grande capacità di adattamento reversibile ai cambiamenti di forma in equilibrio dinamico. Inoltre, l’effetto di una deformazione locale, determinata da una forza esterna, viene modulato da tutta la struttura minimizzandone in tal modo l’effetto;
l’interconnessione meccanica e funzionale di tutti gli elementi costitutivi consente una continua comunicazione bidirezionale al pari di un vero e proprio network.

Azienda
Iannone Marmi Snc Corato
Via della Macina, 74 Corato Bari?
infoiannonemarmi@libero.it – tel. 080 872 2622

Progetto
Prof. Arch. Giuseppe Fallacara (Dipartimento DICAR – Politecnico di Bari)
Arch. Marco Stigliano (Dipartimento DICAR – Politecnico di Bari)

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2 agosto 2013

News

Scala ricomposta

Il prototipo “Scala Ricomposta” è una scala elicoidale con cosciale interno portante e gradini a sbalzo costituita da elementi modulari, prefabbricati in calcestruzzo armato e granulati lapidei, che vengono opportunamente assemblati al fine di rendere autoportante la struttura. La morfologia del gradino presenta una complessità geometrica tale da giustificare l’utilizzo della tecnica dello “stampaggio”, in idonee casseforme, con materiale incoerente composto da specifici leganti e inerti lapidei.
Il progetto rientra nella più ampia ricerca relativa alla stereotomia ri-composta.

Azienda
TARRICONE PREFABBRICATI

Via Castel del Monte, 45 – Corato (BA) – www.tarriconeprefabbricati.it
Referente: Francesco Tarricone (info@tarriconeprefabbricati.it)

Progetto
Prof. Arch. Giuseppe Fallacara (Dipartimento DICAR – Politecnico di Bari)
Collaboratore: Arch. Anna Mangione

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29 luglio 2013

Design litico

Un secolo di design litico in Italia.
Ricostruire il contesto del progetto contemporaneo

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Alberto Clementi, calamai in marmo, 1943

Il passaggio dal XIX al XX secolo è epocale, non solo per i mutamenti politici, economici e sociali che fa registrare, ma anche per le trasformazioni che investono la civiltà tecnologica e produttiva. Ciò è particolarmente evidente nel settore manifatturiero italiano, per certi versi ritardatario rispetto alle dinamiche di avvento dell’industrialesimo già vissute da altri paesi europei come la Gran Bretagna e la Germania nella seconda metà dell’Ottocento.
In tale scenario anche il comparto di trasformazione dei materiali lapidei, sviluppato principalmente nelle aree estrattive venete e toscane, vive profonde modificazioni: l’impiego delle tecnologie meccaniche e degli strumenti ad aria compressa supporta sempre più le lavorazioni manuali; inoltre l’utilizzo degli utensili al diamante consente di perfezionare e velocizzare le operazioni di taglio e fresatura. Tutto ciò ha ricadute importanti sulle dinamiche del lavoro e sull’organizzazione della produzione; d’altra parte, dall’inizio del Novecento, il contributo delle cattedre di plastica decorativa e di scultura nei regi istituti e nelle accademie di belle arti di molte città italiane, è notevole nel formare non più soltanto scultori, ma anche maestranze tecniche specializzate ed esperti artigiani che possano innalzare il livello qualitativo della produzione corrente.
Così, progressivamente e con grande frequenza, i laboratori lapidei artigiani si ampliano, aggiornandosi dal punto di vista tecnologico, e la pratica del modellare la pietra secondo disegni riconducibili a repertori tipologici ripetibili, più o meno sistematizzati, acquisisce connotazioni di carattere industriali; essa si diffonde in applicazioni di esterni e d’interni, nella realizzazione di elementi architettonici, di particolari decorativi, di fontane, vasche, scale e balaustre, targhe, insegne e mostre commerciali, oggetti d’uso qualificati dal punto di vista formale, lampade, piedistalli e basamenti.


Tobia Scarpa, lampada Biagio per Flos, 1968

Tra la fine degli anni ’20 e gli anni ’50, pietre e marmi trovano un impiego ampio e consistente in tutto il Paese, nell’architettura d’interni e nella produzione di arredi, complementi e oggetti d’uso. Emblematica in proposito è l’opera di importanti progettisti come Giovanni Muzio, Franco Albini e Carlo Mollino. Il rapporto tra la cultura nazionale artistica e artigianale e la produzione industriale diventa sempre più stretto: a manifestare un chiaro intento programmatico in tal senso sono gli scritti di Giò Ponti sulle pagine di Domus o nel volume La casa all’italiana pubblicato nel 1933 e, come dimostrano gli allestimenti navali e commerciali di Gustavo Pulitzer Finali realizzati a partire dal 1925, i livelli di qualità tecnica e formale raggiunti in alcune applicazioni specialistiche dei marmi sono notevolissimi.
La metà degli anni ’60 rappresenta il momento di avvio di un importante dibattito teorico-critico sulle possibilità di rinnovamento del design litico che porta rilevanti ricadute in termini produttivi e commerciali per tutti gli anni ’70 e gli anni ’80, fino alle realizzazioni contrassegnate da veri e propri marchi del design in pietra come Skipper, Up & Up, Casigliani, Ultima Edizione e Primapietra. Centrale per questo fenomeno è l’esperienza culturale e operativa di Officina, che nasce a Pietrasanta, ma si sviluppa in una prospettiva di contatti internazionali in cui si intrecciano le storie personali di Erminio Cidonio – a capo della sede apuo-versiliese della multinazionale dei lapidei Henraux per tutti gli anni ’60 – con quella di artisti, designer, galleristi e critici militanti come Pier Carlo Santini.
Nel contesto che si delinea a partire dalle sperimentazioni di Officina prendono avvio singoli percorsi progettuali, più o meno fertili, ma in ogni caso di importantissimo valore, come quelli di Angelo Mangiarotti, Mario Bellini, dei Castiglioni e di Tobia Scarpa, che portano a consistenti risultati in termini di innovazione formale e tecnologica del prodotto in pietra e che ancora oggi rappresentano un riferimento metodologico e operativo per le ricerche presenti e future sul design dell’oggetto litico.


Yoshimi Kono per Vignelli Ass., tavolo Tatti per Casigliani, 1989

La sedimentazione delle fervide sperimentazioni sviluppate per tutti gli anni ’80 nelle esperienze del design minimalista dei ’90, consegna infine all’attualità dei materiali lapidei una molteplicità di approcci progettuali e di declinazioni produttive: se infatti, per il design litico, il passaggio dalle arti decorative all’industria all’inizio del Novecento non significa un superamento totale di una realtà in favore dell’altra, ma un continuo processo di andata e ritorno tra dinamiche ideative e produttive sempre compresenti, così anche in apertura del nuovo millennio marmi e pietre assumono configurazioni formali e costruttive che si muovono costantemente tra arte, artigianato e piccola industria; tra produzione manuale, assistita, parzialmente o totalmente automatizzata; tra “artigianato anonimo”, totale controllo autoriale del progetto o creatività di equipe.
Quella del design litico italiano è insomma una storia sfaccettata, problematica e di lungo periodo, che non è mai stata ricostruita in modo sistematico; essa attraversa la modernità e arriva fino all’oggi caratterizzandosi per la straordinaria ricchezza di opere e di autori, nonché per la molteplicità di aspetti peculiari, per certi versi contraddittori, rispetto ai quali un bilancio complessivo deve ancora essere scritto. Chi scrive in questa sede, operando da tempo all’Università di Ferrara con progetti di ricerca specifici, intende ricostruire un quadro critico di tale storia, che possa contestualizzare le recenti esperienze di innovazione del prodotto lapideo, condotte a partire dalle più aggiornate tecnologie di lavorazione e motivate dalle più attuali istanze culturali e di mercato.

di Davide Turrini

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