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23 aprile 2012

News

Paesaggio, architettura e design litici

Veronafiere, nell’ambito degli eventi culturali della 47a Marmomacc, International Trade Fair for Stone Design and Technology, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti P.P.C. di Verona, organizza il Premio per le Tesi di Laurea “Paesaggio, architettura e design litici”. Scopo del premio è promuovere una consapevole cultura della pietra tra architetti, ingegneri, designer e produttori del settore marmifero e contribuire all’approccio dei materiali litici, alla loro conoscenza e corretto impiego, nella fase formativa dei futuri professionisti.
Il concorso, a cadenza biennale, conferisce un premio in denaro a tesi di laurea (breve o specialistica) che abbiano come oggetto tematiche riguardanti l’utilizzo di materiali lapidei nel progetto di paesaggio, architettura e design. Possono partecipare neo-laureati delle facoltà italiane di Architettura, Ingegneria, Design ed equivalenti.

PREMI
Primi classificati:
Architettura e Paesaggio, Euro 3.000,00
Design, Euro 3.000,00
Due Menzioni Speciali
Architettura e Paesaggio, Euro 500,00 cad.
Design, Euro 500,00 cad.

MOSTRA
I migliori progetti saranno presentati in una mostra alla 47a Marmomacc, a Verona dal 26 al 29 settembre 2012.
Apertura iscrizione: 1 gennaio 2012
Scadenza iscrizione: 30 aprile 2012
Scadenza consegna elaborati: 21 maggio 2012

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Info
Marmomacc
O.A.P.P.C. Verona

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17 aprile 2012

News

Luce e Materia
La mostra

English version

Un affascinante gioco
di specchi e di trasparenze
per esplorare il rapporto
tra luce e materia litica

La lavorazione del marmo e delle pietre è sempre stata condizionata dalla luce, il lapicida lavorava la superficie a volte in modo liscio, a volte rigato, scanalato, con lo scopo di ottenere precisi effetti di luce e di ombra.
Ho progettato questa mostra “Luce e Materia” con lo scopo di evidenziare alcune caratteristiche ottiche di due particolari marmi, estremamente diversi tra loro, direi antitetici: il Nero del Belgio di La Merbes Esprimont e il marmo chiaro di Vigaria della Solubema.
Il primo viene estratto in territorio belga da una antica miniera sotterranea, il secondo è di provenienza portoghese da un sito a cielo aperto.
Il percorso della mostra si snoda attraverso una sequenza di stanze in cui sono disposte le opere marmoree progettate e realizzate per far risaltare due aspetti specifici di questi materiali: la riflessione e la traslucenza.
Le opere sono state progettate con l’ausilio di computer e realizzate con macchinari a controllo numerico e, dove necessario, con un intervento manuale di lucidatura.
La riflessione è quel fenomeno per cui un raggio luminoso che urta su una superficie liscia viene proiettato indietro secondo determinate leggi, restituendo così l’immagine di ciò che gli sta davanti. Il Nero del Belgio è un marmo compatto, vitreo, nero e una volta lucidata la superficie è assai specchiante. Gli oggetti in mostra in Nero del Belgio esplorano la tematica dello specchio giocando con le riflessioni frammentate, le distorsioni, le anamorfosi, citando qualche storico esempio. Nello specchio la luce viene respinta, al contrario, il nero la assorbe, la luce e questi oggetti specchianti sono permeati di questa ambigua dualità arricchita ulteriormente dalla dualità della realtà e il suo doppio.

La traslucenza è la capacità che ha un corpo di farsi attraversare dalla luce diffondendola. Il marmo di Vigaria è particolarmente traslucente, in tal modo la luce penetrandolo ne svela le profonde trame metamorfiche, velate di rosa, grigi freddi bianchi opalescenti o addirittura strisciate di verde malachite.
Questa sua proprietà, che aumenta al diminuire dello spessore, è stata lo spunto per creare degli oggetti litici luminosi, lastre scavate, assottigliate in funzione di creare una figura, una texture geometrica o l’effetto di un’ombra proiettata sul retro o in altri casi lampade illuminanti.
La lavorazione, che è un’operazione di asportazione di materia, non ha seguito i canoni scultorei tradizionali chiaroscurali della luce naturale che proviene dal cielo. Lo scultore infatti ben sa che la pupilla nera dell’occhio si ottiene non con il colore ma altresì scavando un buco, producendo cioè ombra. Nel nostro caso, l’asportazione della materia è avvenuta seguendo un criterio diverso, direi contrario, negativo in senso fotografico, cioè più profonda è la cavità più questa è luminosa.
Se ci riflettiamo per un attimo, comprendiamo che questa materia è venuta alla luce dal sottosuolo dopo un lunghissimo tempo di attesa, durante il quale si è formata e consolidata, impiegando un tempo pressoché infinito, fino a che qualcuno, in un istante qualsiasi, l’ha tolta dal ventre terreno per lavorarla ed ammirarla.
Di colore nero, come se si fosse impregnata dell’oscurità della terra profonda, oppure bianca e cristallina, pronta per emergere al sole come un fiore che sboccia, questa materia, una volta lavorata, assottigliata o lucidata, assume caratteri diversi: si trasforma. Durante questo processo metamorfico si rivela sorprendente ed affascinante.
Questa straordinaria esperienza, condotta nel tentativo di manifestare le caratteristiche ottiche dei due materiali, ha rivelato nuovi e stimolanti aspetti a me sconosciuti, ciò a dimostrazione delle enormi potenzialità espressive del marmo: materia antica ancora da scoprire.

Ingresso
All’ingresso addossato ad una parete verde si trova un grande specchio in marmo Nero del Belgio a calotta sferica contornato da una serie di altri piccoli specchi incavati disposti a raggera. E’ una citazione di uno specchio ritratto nel celebre dipinto di Jan Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini, in cui il pittore ritrae lo specchio, l’immagine riflessa dei soggetti e simultaneamente l’immagine di se stesso. Gli specchi disposti intorno alla calotta sferica sono bombati ad incavo, le immagini multiple che essi producono sono molteplici e capovolte.

Sala degli specchi
Questa sala rossa raggruppa otto specchi in marmo Nero del Belgio. Il primo è un grande disco circolare dalla superficie deformata, si tratta infatti di uno specchio deformante, la cui superficie distorce l’immagine riflessa con sorpresa e divertimento dello spettatore.
Altri quattro specchi circolari seguono questa tematica, le superfici ondulate e diverse di ciascuno deformano, o comprimendo o capovolgendo l’immagine riflessa.

Nella terza parete altri due grandi specchi allungati deformanti giocano con l’intera figura del visitatore. Nella quarta parete un lungo specchio rettangolare piano costellato di calotte sferiche in rilievo e in incavo specchiano l’ambiente circostante moltiplicandolo e capovolgendolo.

Sala dell’anamorfosi
Una grande sala nera completamente rivestita di marmo Nero del Belgio, a pavimento una figura distorta e poco comprensibile intarsiata di marmo di Vigaria.
Al centro un maestoso cilindro di marmo nero lucido al disopra del quale vi è posto un vaso dalle forme classiche, culminante con una coppa a calotta sferica. All’interno un ricco mazzo di rose vere.
Il visitatore si rispecchia a terra sul pavimento nero lucido e sul cilindro al centro deformandosi vistosamente sulla superficie curva dove contemporaneamente appare, chiara e distinta, l’immagine dell’intarsio a pavimento. Si tratta di un grande disegno anamorfico che secondo precise regole ottiche si deforma per restituirsi nella visione corretta su una superficie curva.
Alle pareti il gioco continua, le immagini multiple si frammentano in una miriade di quadrotti in marmo nero lucido inclinati in varie direzioni un gioco di specchi disorientante e moltiplicato all’infinito.

Passaggio luminoso
Un passaggio leggermente prospettico ci conduce verso la stanza successiva.
Ai due lati, lastre di marmo Vigaria lucide retroilluminate, dalle quali si colgono figure in movimento. Sulla parete destra si scorgono una molteplicità di figure umane o più precisamente le loro ombre come se dalla parte opposta la lastra illuminata da un sole al tramonto ne svelasse la presenza. Nell’altra parete un’ombra di fronde di alberi in movimento si sovrappone alla dorata materia marmorea di Vigaria. Le lastre fungono da vetrate e lasciano trasparire una luce dorata mentre il marmo si mostra con tutte le sue venature sedimentarie portate alla luce.

Sala delle lampade
La sala celeste si presenta costellata di lampade dalla luce dorata, sospese a diverse altezze che s’accendono e si spengono con ritmi alternati pulsanti. Le lampade sono costituite da un paralume in marmo massello di Vigaria, lavorato con scalfitture ritmate e là dove si assottiglia il materiale traspare maggiormente la luce. Gli oggetti luminosi sono formalmente uguali uno all’altro ma contemporaneamente unici perché unico è il disegno che il marmo porta su di sé, mai uguale a se stesso.

Sala delle lastre illuminate
Il grande salone dispone tre grandi lastre di quattro metriquadrati e di spessore consistente, scavate ed illuminate. Si apre con una prima grande lastra verticale.
La lastra è lavorata su un un lato: un bassorilievo ricco di solchi e protuberanze, la superficie è satinata e di color biancorosata. Girandoci attorno si scorge l’altro lato. Da qui la lastra è retroilluminata e ci appare la venatura ambrata del marmo, osservando più attentamente su un secondo livello di lettura si scorge un’immagine di tendaggio ondulato come se fosse incluso nel marmo stesso. Su questa tenda, su un terzo livello di lettura si scorge un’ulteriore figura, un’ombra di fronde d’albero che si proiettano sul tessuto. Ritornando sul retro il bassorilievo informe visto inizialmente prende senso, ogni rilievo è un’ombra, ogni incavo una luce.

La seconda lastra è posizionata al centro del salone. E’ lavorata da entrambi i lati. La luce colpisce intensamente la superficie fresata, anche in questo caso il bassorilievo è di difficile comprensione, andamenti piani seguono rilievi più accentuati. La luce si dissolve, si accende dall’altro lato, ora la lastra è retroilluminata e ci appare come per magia un’immagine fotografica. Il capo e il volto di un bimbo, un’immagine fetale scritta dentro la materia, contenuta all’interno di questa membrana primordiale dalle sembianze di un tessuto vascolarizzato. Il marmo si fa corpo.

La terza lastra si presenta con una superficie liscia e piana, illuminata omogeneamente. La luce si dissolve e appaiono dei punti luminosi via via più intensi, ne compaiono altri, è uno sciame di luci dalla forma quadra, qua e là più grandi o più piccole, più intense o più fioche. Forse le luci di una città velata.
Sul retro, la superficie lavorata è cosparsa di incavi quadri differenti per dimensione e profondità.

Raffaello Galiotto

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13 aprile 2012

Ri_editazioni

Mirabilia

English version


Lastra di marmo Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

Metamorfosi. All’interno di Marmomacc 2011, per conto dei brand Merbes-Sprimont (Belgio) e Solubema (Portogallo), Raffaello Galiotto è impegnato nel progetto “Luce e Materia” indirizzato a dare senso ed evidenza formale a due materie molto particolari ed estremamente diverse fra loro, provenienti dal mondo naturale delle rocce: il Nero del Belgio e il Vigaria del Portogallo.
Tale progetto allestitivo rinnova così la sfida al confronto con le materie, con le energie e le vocazioni formali che ognuna di esse è in grado di “sprigionare”.

«Le materie – per dirla con Henri Focillon – comportano un certo destino o, se si vuole, una certa vocazione formale. Esse hanno una consistenza, un colore, una grana. Sono forme, come dicemmo, e per ciò stesso, chiamano, limitano o sviluppano la vita delle forme dell’arte. Sono scelte, non soltanto per la comodità del lavoro, oppure, nella misura in cui l’arte serve ai bisogni della vita, per la bontà del loro uso; ma anche perchè si prestano ad un trattamento particolare, perchè danno certi effetti. (…) Ma giova osservare subito che questa vocazione formale non è un determinismo cieco, poichè a quelle materie così ben caratterizzate, così suggestive ed anche così esigenti riguardo alle forme dell’arte sulle quali esercitano una specie d’attrazione, si trovan da queste, di rimbalzo, profondamente modificate.
Così si stabilisce un divorzio tra le materie dell’arte e le materie della natura, anche se unite tra loro da una rigorosa convenienza formale. S’assiste allo stabilirsi d’un ordine nuovo. Sono due regni, anche se non intervengono gli artifici e la fabbrica. Il legno della statua non è il legno dell’albero; il marmo scolpito non è più il marmo della miniera; l’oro fuso è un metallo inedito; il mattone, cotto e messo in opera, è senza rapporto con l’argilla della cava. I colori, l’epidermide, tutti i valori che agiscono otticamente sul senso tattile, sono cambiati. Le cose senza superficie, nascoste dietro la scorza, interrate nella montagna, bloccate nella pepita, inglobate nella mota, si sono separate dal caos, hanno un’epidermide, aderito allo spazio ed accolto una luce che la lavora a sua volta. Anche se il trattamento subito non pure ha modificato l’equilibrio ed il rapporto naturale delle parti, la vita apparente della materia s’è trasformata.»

Se la forma – come ci suggerisce Focillon – è il “come della materia” sottratta al regno della natura, allora il designer è il medium, il demiurgo capace di conferire “forma” alla materia stessa facendola apparire “così” e non in “altri modi”. Questo, indubbiamente, è il primo punto di applicazione dell’esercizio progettuale di Raffaello Galiotto in “Luce e Materia”. Obiettivo del designer è realizzare il mutamento, assicurare la trasformazione o, addirittura, la metamorfosi delle materie litiche. In forma inedita – a differenza di altre occasioni – qui intravediamo un Galiotto operare più come un artista, creatore di esperienze sensoriali e illusive, che come un designer concentrato sulla definizione di prodotti funzionali e seriali. Ma sappiamo che le forme della materia non sono soltanto i punti salienti di uno schema grafico o le superfici di un’immagine virtuale.


Lastra di marmo Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

Esse prendono corpo e consistenza tangibile a partire dalla modellazione di atomi fisici, assumono configurazioni tattili e visive, s’inverano – soprattutto – in uno spazio a tre dimensioni occupandolo e rendendolo esperienziale. In questo spazio tridimensionale, che organizza e mette in relazione le forme e materiali, rintracciamo il secondo punto di ricerca di Galiotto, capace di “mettere in scena” e spettacolarizzare il primo.
Nello spazio tridimensionale in cui ci muoviamo il nostro corpo è oggetto fra “altri” oggetti, ma è anche quello che vede gli artefatti, li misura, li tocca involvendoli in personali esperienze, emozioni e associazioni mentali; lo spazio e gli oggetti – attraverso il dialettico rapporto di vuoti e di pieni, di materialità ed immaterialità, di densità e di peso, di ombre e di luce – consegnano a noi la loro aura per attrarre i sensi e produrre sensazioni.

Mirabilia. L’allestimento di “Luce e Materia” sembra riattualizzare la direzione concettuale delle Wunderkammer – letteralmente camere delle meraviglie – concepite dal XVI al XVIII secolo dai grandi collezionisti europei per conservare, studiare, mostrare e soprattutto “godere” di oggetti dalle evidenti e intrinseche particolarità esteriori.
L’interesse scientifico, l’amore per l’eccezionale, il raro – tipici dell’era illuminista – posti alla base della creazione di ogni Wunderkammer si sono intersecati sempre con l’innata pulsione umana al possesso di oggetti capaci di destare meraviglia; oggetti non necessariamente preziosi ma ineludibilmente straordinari; oggetti provenienti direttamente dal mondo della natura (naturalia) o creati dalle mani dell’uomo (artificialia).

L’eccezionalità o l’originalità della forma, la rarità del reperto, l’unicità dimensionale, l’esoticità della provenienza, la preziosità della lavorazione ecc. costituivano gli elementi tipici affinchè gli oggetti delle Wunderkammer si costituissero come raccolta di mirabilia da custodire ed esibire.
Possedere una Wunderkammer da mostrare in privato ad amici ed illustri visitatori è stato appannaggio delle èlite: nobili e re, scienziati emeriti o uomini dotti e facoltosi.

A Marmomacc 2011, con “Luce e Materia”, sembra rinnovarsi l’aura – sia pur “democratizzata” e rivolta ad un pubblico vasto e cosmopolita – di una Wunderkammer litica contemporanea disponibile alla fruizione e al disvelamento dell’inusuale e del magico legato alla vita di due specialissimi marmi.
Attore protagonista assoluto è la luce che mette in scena materie litiche molto particolari – il Nero del Belgio e il Vigaria del Portogallo, come già anticipavamo – giocando con le loro epidermidi e con tutti i valori in grado di agire sul senso ottico attraverso i diversificati trattamenti impressi grazie a sofisticati e avanzati software di lavorazione.
La Wunderkammer si dischiude al visitatore come un percorso continuo, sia pur segmentato e scandito tematicamente da spazi e da artefatti molto particolari proponendo un’esperienza fruitiva concettuale ed emozionale allo stesso tempo.

Illusive figuratività. I primi ambienti di “Luce e Materia” sono segnati da superfici litiche riflettenti, riverberanti, deformanti associate all’utilizzo del Nero del Belgio.
Come cinema e teatro presuppongono zone di penombra (se non di buio assoluto) contrapposte a spazi illuminati su cui far svolgere l’azione scenica, così l’incipit di tale dispositivo spaziale è annunciato da sfondi neri e da un’atmosfera plumbea che invita alla concentrazione fruitiva.
Sulle pareti – o al centro degli ambienti – sono esposti, quali oggetti inusuali e “meravigliosi”, una serie di artefatti marmorei tirati a lucido risplendente. La narrazione “ad episodi” che viene svolta sulla continuità delle pareti è la metamorfosi del Nero del Belgio – materia solida, uniforme e assoluta – qui alla ricerca di una presenza “altra”, di una esistenza “parlante”, nel momento in cui “va incontro alla luce”.

I confini fra le superfici allestitive e gli oggetti esposti, fra zone illuminate e zone d’ombra, sono in questi primi ambienti molto attutiti (o contrastati) per conferire una sorta di evidenza magica agli artefatti – e predisporli ai rapporti e alle relazioni fruitive con i visitatori.
La luce di questi ambienti – diretta e direzionata – allorchè colpisce le superfici marmoree ne declina i profili, ne evidenzia gli aggetti e le profondità, ne accentua la deformazione ottica delle immagini riflesse come in un illusivo e disorientante gioco degli specchi.
Questo sapiente uso di materiali riflettenti come “schermi” replicativi e slargativi, atti a dar vita ad inedite configurazioni spaziali, rievoca e reinterpreta numerose suggestioni visive legate alla tradizione figurativa del passato attualizzata, poi, anche nel contemporaneo: dal misterioso specchio convesso dipinto con minuziosità microscopica da Jan Van Eyck nel celeberrimo Ritratto dei coniugi Arnolfini (1434), sino alle “distorsioni fotografiche” – illusionistiche ed estranianti – elaborate all’inizio del novecento da André Kertész. Ma se questi artisti hanno trasposto entrambi le superfici specchianti sul piano astratto e intagibile della rappresentazione bidimensionale (pittorica o fotografica che sia), al contrario l’atto creativo proposto in “Luce e Materia” ha restituito ad esse una propria matericità e tridimensionalità attraverso un sapiente uso di tecnologie innovative in grado di “riplasmarle” in veri e propri oggetti marmorei.


Lampada a sospensione, marmo Vigaria, Luce e Materia, Marmomacc 2011, Solubema

I primi ambienti di “Luce e Materia” sembrano instaurare, inoltre, stimolanti legami con sperimentazioni artistiche contemporanee. Volumi dalle forme insolite, ricurve, enormemente espanse e rivestite da materiali riflettenti (sia naturali che artificiali) rappresentano, di fatto, la cifra stilistica dell’artista e architetto Anish Kapoor, che da anni porta avanti con coerenza una ricerca volta a sperimentare esperienze spaziali alternative e mai cristallizzate. Molte delle sue installazioni sembrano condividere con l’incipit del percorso fruitivo ideato da Galiotto non solo la ricerca virtuosistica di dispositivi ambientali riverberandi e deformanti, ma anche la predilizione per i toni scuri del grigio e del nero, tali da rinviare allusivamente ad un oltre immateriale e intangibile.

Traslucenze. Il “secondo tempo” narrativo del percorso di “Luce e Materia” attinge alla vertigine seduttiva della “trasparenza” litica.
Abbandonati gli strati ispessiti dei banchi rocciosi o dei monoliti staccati dal fronte di cava, il Vigaria del Portogallo nelle mani creative di Galiotto diventa “pietra seducente e calda”, nel momento in cui la luce attraversando tutto il suo spessore disvela oltre l’essenza mineralogica intrinseca della pietra anche le forme d’artificio e di modellazione impresse alla materia.
Nella sezione finale del dispositivo allestitivo di “Luce e Materia” siamo di fronte ad un percorso narrativo dove la materia litica affronta e approfondisce creativamente il concetto dello “splendere attraverso”, diversamente dallo “splendere in superficie” come nel caso del Nero del Belgio.

Artefatti cilindrici, superfici figurate, pannelli complanari scavati si impongono per il fascino del fenomeno ottico della traslucenza dove la luce pervade tutto lo spessore della pietra trasferendone a quest’ultima il valore magico delle sue qualità peculiari.
L’azione attiva della luce, riverberativa di energia colorica, fa si che la pietra – il Vigaria del Portogallo nel caso specifico – diventi pietra luminosa, iridescente, illusoria sorgente di luce restituita magicamente allo spazio circostante.

Alfonso Acocella

Il saggio è tratto da:
Alfonso Acocella, “Mirabilia”, in Raffaello Galiotto (a cura di), Luce e materia, s.l., Solubema, 2011, pp. 96.

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11 aprile 2012

News

PIETRA
Recuperare, ricostruire, integrare


Victor López Cotelo, Complesso residenziale a Puente Sarela , Santiago de Compostela, 2002-2007

FACOLTÀ DI ARCHITETTURA DI FERRARA
CORSO “COSTRUZIONI IN PIETRA” AA. 2011-2012

Secondo semestre, febbraio – maggio 2012
Durata del corso: 100 ore – 8 CFU

OBIETTIVI e CONTENUTI
Il corso è finalizzato a trasferire agli studenti del quinto anno della Facoltà di Architettura di Ferrara una consapevolezza critica sull’impiego dei materiali lapidei all’interno del progetto contemporaneo d’architettura, d’allestimento d’interni e di design di prodotto. Temi portanti dell’offerta formativa sono: l’identificazione e l’interpretazione critica dei codici e dei linguaggi con cui la pietra si presenta nell’architettura storica e in quella contemporanea; la conoscenza delle categorie petrografiche, geologiche e merceologiche dei materiali litici, la loro rispondenza alle necessità d’impiego nell’architettura e nel design, l’analisi della connessione tra progettazione architettonica e tecniche costruttive legate alle nuove frontiere di trasformazione e trattamento dei materiali lapidei; il trasferimento di tali processi analitico-critici all’esperienza progettuale del workshop. Saranno analizzate le principali tipologie di marmi e graniti italiani e il ruolo a scala nazionale e internazionale dei distretti lapidei italiani. Attraverso una lettura sincronica delle fasi che concorrono alla realizzazione dell’opera architettonica e di design saranno indagati i legami tra concezione formale, aspetti costruttivi, caratteristiche geologico-petrografiche e le qualità tecnico espressive dei materiali litici, secondo una visione unitaria dei saperi.

ATTIVITA’ DIDATTICHE
La nuova edizione del Corso di Costruzione in Pietra, dal titolo “Pietra: recuperare, ricostruire, integrare”, svilupperà i contenuti della progettazione e della costruzione litica nella riqualificazione di ambienti storici urbani e paesaggistici in condizioni di abbandono e degrado.
Il tema, che tocca sia la problematica connessa al recupero e rifunzionalizzazione di edifici storici costruiti in pietra, sia la progettazione di spazi urbani siti in città o borghi di antica origine, si presta a numerose connessioni disciplinari: dal restauro urbano e architettonico, allo studio delle tecniche costruttive tradizionali, alla conoscenza dei materiali lapidei di diverse aree e bacini produttivi e loro caratteristiche fisico-meccaniche, all’impiego di materiali alternativi o sostitutivi a quelli litici.
Non ultimo infine l’intervento di ricostruzione e integrazione litica, ossia il progetto di nuovi manufatti sostituivi di edifici semidistrutti o andati perduti a causa dell’abbandono e dell’incuria. E’ il caso di villaggi o piccoli borghi rurali abbandonati, e oggi oggetto sempre più frequente di progetti di recupero per finalità turistiche. Analoga problematica, anche se con contenuti generali diversi, si pone per costruzioni in zone colpite da sisma, necessitanti di interventi di ripristino strutturale e funzionale, o di ricostruzione integrale. In entrambi i casi entra in gioco un aspetto chiave della progettazione architettonica e litica: la scelta tra un percorso ricostruttivo di tipo filologico in anastilosi o una ricostruzione critica che utilizza linguaggi contemporanei.
L’esercitazione proposta dal corso si articolerà in due momenti. Una fase di studio che riguarderà l’approfondimento di alcuni interventi esemplari di recupero e rifunzionalizzazione di alcuni edifici storici in pietra negli anni recenti ad opera di importanti autori dell’architettura contemporanea. Una fase di progettazione che avrà come oggetto l’integrazione o la ricostruzione di un piccolo edificio di pietra parzialmente o intermente collassato, inserito in un contesto urbano o paesaggistico di rilevante interesse storico–artistico.

L’attività centrale del corso sarà costituita dall’atelier di progettazione da sviluppare in aula con revisioni continuative del corpo docente, e sarà preceduta e affiancata da attività formali – quali comunicazioni in aula dei docenti e lecture dei visiting teachers – ed informali, connesse a visite guidate e confronti con operatori specializzati in aziende di settore.

ELABORATI GRAFICI FINALI
Gli elaborati grafici finali di progetto degli studenti, composti da tre tavole di formato A0 (cm. 84×119 verticale) accompagnate da un plastico, saranno esposti nell’autunno 2012 presso la 47ª Marmomacc (Mostra Internazionale di Marmi, Design e Tecnologie) di Veronafiere, nella speciale mostra culturale dedicata a Didattica e Formazione.

TEMI DELLE LEZIONI
Lo “stile” dell’architettura di pietra
L’essere della materia e i caratteri della costruzione litica

Il muro di pietra
Muri monomaterici, muri compositi, rivestimenti a spessore

La rinascita della pietra strutturale
Monoliti, nuove stereotomie, pietre armate

Light stone
Involucri sottili, schermi traforati, diaframmi traslucidi

Stone texture
Superfici, geometrie, ibridazioni

Case di pietra recuperate
Restauro statico e integrazione litica

Il piano litico orizzontale
Lo spazio dell’architettura e la scrittura pavimentale di pietra

Il ciclo litogenetico

Il classificazione commerciale e petrografica delle rocce

I caratteri strutturali e tessiturali delle rocce

Rocce magmatiche, metamorfiche, sedimentarie e loro caratteristiche ornamentali

Caratteristiche qualitative di marmi e graniti

Caratteri petrofisici e idoneità d’uso

Il colore nei marmi e nei graniti

CORPO DOCENTE
Vincenzo Pavan
Carmela Vaccaro
Alfonso Acocella
Davide Turrini

BIBLIOGRAFIA
Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Alinea-Lucense, 2004;
Alfonso Acocella, Stone Architecture, Milano, Skira, 2006;
Alfonso Acocella, Davide Turrini (a cura di), Travertino di Siena, Firenze, Alinea, 2010;
Vincenzo Pavan (a cura di), Collana “Premio Internazionale Architetture di Pietra”, Verona, Marmomacc, 1987- 2011;
Piero Primavori, Pianeta pietra, Verona, Zusi Editore, ;
Lorenzo Lazzarini, Marisa Laurenzi Tabasso, Il restauro della pietra, CEDAM.

BIOGRAFIE SCIENTIFICHE DEI DOCENTI
Vincenzo Pavan, architetto e studioso dei linguaggi dei materiali costruttivi, è curatore, dalla sua istituzione, dell’International Award Architecture in Stone di Veronafiere. Organizza per pubbliche istituzioni mostre e convegni internazionali di architettura e urbanistica nell’ambito dei quali ha pubblicato numerosi cataloghi. Ha esposto i propri progetti in mostre e musei internazionali tra i quali la Biennale di Venezia, il Deutsches Architekturmuseum di Francoforte e la Graham Foundation di Chicago. Dal 2007 insegna presso la Facoltà di Architettura di Ferrara.

Carmela Vaccaro geologo è professore associato in petrografia e geochimica applicata, da anni svolge attività di ricerca e didattica nell’ambito della valorizzazione e salvaguardia del patrimonio culturale e delle risorse ambientali e naturali. In questi anni si è dedicata allo studio delle applicazioni della petrografia alla conoscenza storica e conservativa del patrimonio culturale e all’analisi dei fenomeni di degrado delle georisorse. Grazie a numerosi progetti di ricerca internazionali e nazionali (RIADE, CAMI life+, FIRB, PRIN, WARBOlife+, ASTIS, GEP, GOTRAWAMA, Tecnopoli Emilia Romagna) e a contratti di ricerca istituiti con Enti Pubblici e Consorzi Privati ha costituito un gruppo di giovani ricercatori e di laboratori dotati delle moderne strumentazioni analitiche cui affrontare le analisi conoscitive sul patrimonio culturale.

Alfonso Acocella, architetto, è Professore ordinario di Tecnologia dell’architettura. Attualmente svolge il Corso di “Costruzioni in pietra” e il “Laboratorio di metodologie di progetto” presso il nuovo corso di laurea in Design del prodotto industriale della Facoltà di Architettura di Ferrara. Ha scritto numerosi volumi sull’architettura contemporanea; in particolare sul tema litico: L’architettura di pietra (Firenze, 2004); Stone Architecture (Milano, 2006); Travertino di Siena (Firenze, 2010). È direttore di collane editoriali riguardanti i temi del design di prodotto e dell’exhibit design in pietra.

Davide Turrini, laureato in Architettura, ha ottenuto la specializzazione in Storia, Analisi e Valutazione dei Beni Architettonici e Ambientali. Dottore di ricerca in Tecnologia dell’Architettura, attualmente è Ricercatore al Dipartimento di Architettura di Ferrara. I suoi studi riguardano i temi dell’innovazione tecnologica di processo e di prodotto nei settori dei laterizi e dei lapidei da costruzione. Si occupa in particolare del rapporto tra materiali, tecniche di lavorazione e architettura, approdando anche allo studio del design litico contemporaneo con un’attenzione specifica al legame tra prodotto e contesto sociale, culturale e spaziale di riferimento. È autore e curatore di volumi e di saggi riguardanti i temi di ricerca.

Scarica i documenti per l’esercitazione d’esame

In collaborazione con

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Facoltà di Architettura di Ferrara
Marmomacc

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6 aprile 2012

News

Lithos Design presenta il nuovo volume
della la collana Lithos.


Drappi di Pietra, Ottoman. Design Raffaello Galiotto per Lithos Design.

In collaborazione con la Facoltà di Architettura dell’Università di Ferrara, Lithos Design presenta “Raffaello Galiotto. Design digitale e materialità litica” dedicato all’opera del designer vicentino nel campo del Design Litico.

“Dal potenziale design delle superfici di pietra trae origine la riflessione e si dispiega seguendo un percorso che dal rivestimento parietale, attraverso continue metamorfosi, raggiunge la formalizzazione di elementi strutturali complessi per la definizione di spazi architettonici.
Lungo questa strada, sperimentale e non priva di inediti disvelamenti, si innesta il lavoro di Raffaello Galiotto in collaborazione con l’azienda vicentina Lithos Design”,
Veronica Dal Buono.

La narrazione del percorso di Raffaello Galiotto nel campo del design litico e il felice incontro con il brand Lithos Design sono l’asse portante del volume scritto da Veronica Dal Buono, ricercatrice presso la Facoltà di Architettura di Ferrara, che apre la Collana Lithos, a cura di Alfonso Acocella, della casa editrice Librìa, giunta al suo quinto volume, all’orizzonte del Design Litico.

L’autrice, attraverso saggi ed interviste, indaga sul percorso creativo del designer e in particolare attraverso il rapporto privilegiato con il materiale lapideo che egli definisce “materia straordinaria, irripetibile, matrice di capolavori assoluti”, nei confronti della quale la progettazione deve porsi con un atteggiamento di “rispettoso ossequio”. Un percorso, quello di Galiotto, di ricerca e forte innovazione svolto in perfetta simbiosi con l’Azienda vicentina che gli ha permesso di approfondire e sviluppare il binomio Design Litico e tecnologia.
Il testo non propone solo l’analisi di un percorso stilistico ma affronta tematiche di grande attualità, strettamente legate al valore del design per la competitività delle aziende, suggerendo un maggior dialogo tra industria, mondo del progetto e mondo della ricerca attraverso l’interazione con le Istituzioni universitarie. Secondo Galiotto se il design non va considerato come un costo ma come un valore, è anche vero che i designer devono comprendere le necessità reali del settore industrial-artigianale, producendo progetti “su misura” e non “discesi dall’alto”, seguendo il mito del designer-star. Il compito di tutto il circuito è quello di divulgare una cultura del design come sistema che coinvolga tutti gli aspetti del progetto, dalla prefigurazione, alla produzione, comunicazione, vendita del prodotto e sua vita dopo l’uso.

Il volume sarà presentato in anteprima mercoledì 18 aprile durante il Salone del Mobile di Milano presso lo stand di Lithos Design (Pad. 24 Stand C11), con la presenza del designer Raffaello Galiotto.

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