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7 agosto 2013

Osservatorio Litico

TORRE BORACO
Recupero e riuso di una torre costiera del XVI secolo in Salento
Manduria (TA)


Vista da sud della torre e della nuova scala di accesso

In un momento in cui la condizione esistenziale degli strumenti e degli oggetti sembra essere quella della liofilizzazione, dell’assottigliamento, della perdita della massa, della densità e della complessità a favore della leggerezza, in un momento in cui perfino l’aria sta diventando un materiale attivo con cui fare architettura, in un momento in cui l’anoressia contagia l’architettura nel tentativo di svincolarsi dal peso e dal concetto di gravità, siamo disposti a ragionare con la massa, il peso, e la materia, in questo caso con la pietra?

La collocazione
Torre Boraco si trova in contrada Bocca di Borraco, a guardia del omonimo torrente di acqua dolce (e perciò molto appetibile per i rifornimenti dei pirati) in comune di Manduria. Leggermente arretrata rispetto al lido sabbioso, da cui dista circa m 250, sorge in posizione relativamente elevata a quota m 14 s.l.m.
Si raggiunge percorrendo la litoranea Taranto-Gallipoli a 4,5 km dall’incrocio con la strada per Maruggio ed in prossimità di quello per Manduria.
Nel sistema delle torri costiere ricadenti nella provincia di Taranto, la torre Borraco é compresa tra Torre S. Pietro, a 3,2 km verso Est, e Torre delle Moline, a 6 km verso Ovest. La differente distanza era in ragione del differente andamento della costa, ovvero di quanto questa fosse alta e frastagliata.


Vista del paesaggio dalla copertura | misuratore dell’orizzonte

Descrizione
Torre Borraco rappresenta il modello delle torri del regno costruite dopo il 1560. Di forma tronco-piramidale a base quadrata di 10,30 per 10,20 metri di lato, altezza di 12,10 metri, con muratura terminale in controscarpa e tre caditoie per lato. L’edificio poggia direttamente sulla roccia affiorante senza particolari opere di fondazione.
Le murature perimetrali sono costituite da corsi di conci di tufo carparo regolari in corrispondenza degli spigoli e dei beccatelli. Le parti restanti delle pareti esterne sono realizzate con pezzatura mista dello stesso materiale resa omogenea da un tenace intonaco di pozzolana.
A coronamento della torre un toro in carparo perimetra la terrazza dell’edificio dalla quale spicca il parapetto a tratti sagomato dal profilo curvilineo a difesa dell’archibugiere.
Il primo piano era voltato a botte. La volta, con imposta ad un’altezza di 1,70 m dal pavimento e chiave a quota 4,40 mt., e la cui linea generatrice è perpendicolare al mare, è costituita da conci di tufo e rinfianchi di materiale incoerente costipato. Dall’ambiente voltato, attraverso una scala posta nello spessore della muratura in prossimità dell’angolo Nord-Est si accedeva alla copertura protetta da un bolo impermeabile. Le finestre Est ed Ovest sono aperte sui lati di scarico della volta. Il fronte Sud e Nord sono costituiti dalle pareti di tompagno trasversali alla volta a botte. Nel muro a Nord sono ricavati, oltre all’ingresso dall’esterno anche le nicchie interne per il camino e la cisterna dell’acqua alimentata dalla copertura.
A differenza della maggior parte delle torri coeve non presentava una scala esterna di accesso all’unico vano di 5,45 x 5,60 m. circa, posto a quota + 5,50 mt., anche se di una scala c’è traccia nelle planimetrie catastali.


Stato dei luoghi prima dell’intervento di restauro | 2005

Stato di conservazione: “Il rudere”
La torre versava in un grave degrado: la parte basamentale dell’edificio ed in particolare i quattro cantonali esterni erano fortemente deteriorati e presentavano importanti sbrecciature ed ammanchi di materiale. Inoltre i crolli subiti dagli elementi di coronamento e di gran parte delle caditoie, così come l’implosione della volta e della copertura, avevano ulteriormente deteriorato la statica del manufatto evidenziando fenomeni di distacco delle pareti.
All’interno del vano al primo piano era cresciuta una rigogliosa vegetazione spontanea e addirittura un grande albero di fico.


Dettaglio della vista da Sud Est

Il restauro
Lo stato di rudere ed il crollo della volta hanno permesso di studiare e meglio comprendere le tecniche costruttive adottate per le torri costiere. Il materiale crollato ed accumulato alla base della torre e all’interno del vano è stato recuperato e selezionato per essere riutilizzato nel restauro ed ha rappresentato il modello di riferimento per la scelta del nuovo materiale integrativo.
I beccatelli crollati hanno messo in mostra la tecnica costruttiva della controscarpa: conci di tufo carparo sono stati collocati di testa nella muratura di parete formando l’ammorsamento per incastrare a spina i conci che completavano all’esterno la mensola di appoggio per la caditoia. La volta, ad un solo filare di tufo carparo posti di piatto, presentava sull’estradosso un riempimento di pietrame misto sciolto.
Nelle operazioni di restauro, si è inizialmente intervenuti sul piano fondale e risarcendo la muratura espulsa; si sono riconnessi i filari di tufo mancanti agli spigoli, punto di accumulo di tensioni, ammorsandoli alla base attraverso l’inserimento di conci nuovi e/o di recupero attraverso la tecnica del cuci-scuci.
Sulla base degli elementi ancora esistenti si è proceduto alla ricostruzione delle murature della controscarpa superiore e dei beccatelli, delle archibugiere e delle caditoie, nonché del toro marcapiano di coronamento. Laddove non si è potuto riutilizzare il materiale di spolio si è utilizzato tufo carparo di Alezio con stilatura dei giunti con malta di calce idraulica naturale, inerti silicei, polvere di tufo e cocciopesto. Una leggera velatura a latte di calce lievemente pigmentata e tonalizzata con terre esclusivamente naturali armonizza, pur senza mistificare la sua origine posteriore, il nuovo materiale con quello preesistente.
La pavimentazione della copertura è stata realizzata con lastre di Pietra di Cursi, mentre quella interna in battuto di cocciopesto.


Interno della torre. In primo piano la porta di ingresso e la scala di accesso alla copertura. In alto si intravvede la volta non intonacata

Il riuso
Completata la fase di restauro si è passati alla integrazione della preesistenza con un nuovo elemento costituito da un corpo scala per accedere alla quota +5,50 m.
Il nuovo intervento è stato concepito come un “blocco lapideo compatto” e riconoscibile nella sua forma, una sorta di “proliferazione” dalla “torre madre” da cui, prendendone la materia, se ne distacca fisicamente in maniera netta pur portandone con sé la traccia dell’inclinazione in alzato (parallelo alla torre) .
Due setti murari portanti, in blocchi di carparo posti di piatto, delimitano la sequenza di gradini a tutto masso di Bronzetto di Apricena, monoliti sagomanti in modo tale da essere sovrapposti uno all’altro a incastro in un’apposita sella di appoggio. Giunti alla sommità, la rotazione di 90° segna un cambio di materiale. Sulla mensola del blocco lapideo, costituita da una “piega” del blocco stesso, si àncora un ponte in acciaio COR-TEN, che irrompe fino all’uscio come materia viva, già corrotta dalla ruggine. Il cambio del materiale segna questa distanza tra i due elementi in dialogo e funge da “giunto” dilatato oltre misura.
Compreso tra lastre di acciaio da 8 mm di spessore e alte 120 cm il ponte, con doghe di larice, conduce all’accesso. Una prima porta/pannello, anch’esso in acciaio COR-TEN (scelta questa dettata, vista la localizzazione, dalle specifiche sue caratteristiche: lega speciale di Rame, Cromo e Fosforo, il COR-TEN garantisce notevoli prestazioni di resistenza alla corrosione (COR-rosion) e allo snervamento a trazione (TEN-sile), di gran lunga superiori ad un comune acciaio) è a protezione di una porta in acciaio e vetro. Questa, così come i due infissi delle finestre interne, è in lamiera di acciaio da 5 mm pressopiegata e saldata, realizzata su disegno, ed è in battuta contro lo stipite di pietra in modo da risultare invisibile dall’esterno.

L’ultimo intervento sarà affidato al tempo.
All’azione corrosiva e levigatrice del mare e del vento così come ai muschi ed il licheni che potranno proliferare sulla pietra, sul tufo e su tutta la materia viva che incontreranno.


Clicca sull’immagine per ingrandire

photogallery

SCHEDA TECNICA
Localizzazione: Torre Boraco | Manduria (Ta) | Italia
Coordinate GPS: 40°18′17.51″N 17°38′7.18″E
Committente: Privato
Progetto:
prof. arch. Lorenzo Netti
arch. Gloria Valente | Netti Architetti
arch. Vittorio Carofiglio
Direzione lavori:
arch. Gloria Valente | Netti Architetti
arch. Vittorio Carofiglio
Impresa esecutrice:
Moire Archeologia
Restauri e costruzioni SRL
Altamura | Bari
Cronologia
Progetto: 2008-2009
Realizzazione: 2010-2012
Riconoscimenti
APULIA MARBLE AWARDS 2013 Sezione Architettura Primo premio
Fotografie
© Vittorio Carofiglio
© Foto archivio Netti Architetti
Materiali
Lapidei: Carparo Leccese, Bronzetto di Apricena, Pietra di Cursi
Metalli: Acciaio Corten, acciaio
Legno : Larice

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5 agosto 2013

News

Tensegrilithic

Il prototipo “Tensegrilithic” nasce dalla volontà di creare la prima tensegrità utilizzando materiali lapidei. Il termine inglese “Tensegrity”, coniato nel 1955 dall’architetto Richard Buckminster-Fuller, deriva dalla combinazione delle parole “tensile” ed “integrity”. Esso caratterizza la capacità di un sistema di stabilizzarsi meccanicamente tramite forze di tensione e di compressione che si ripartiscono e si equilibrano fra loro. Compressioni e trazioni si equilibrano all’interno di un sistema vettoriale chiuso.
Le strutture di tensegrità sono costituite da barre rigide e cavi flessibili. I cavi costituiscono una configurazione continua che comprime le barre disposte in maniera discontinua in seno ad essa. Le barre o puntoni litici, a loro volta, spingono verso l’esterno i cavi.
I vantaggi della struttura di tensegrità sono:
la resistenza dell’insieme supera di molto la somma delle resistenze dei singoli componenti;
la leggerezza: a parità di capacità resistenza meccanica; una struttura di tensegrità presenta un peso ridotto della metà rispetto a una struttura a compressione;
la flessibilità del sistema è simile a quella di un sistema pneumatico. Ciò consente una grande capacità di adattamento reversibile ai cambiamenti di forma in equilibrio dinamico. Inoltre, l’effetto di una deformazione locale, determinata da una forza esterna, viene modulato da tutta la struttura minimizzandone in tal modo l’effetto;
l’interconnessione meccanica e funzionale di tutti gli elementi costitutivi consente una continua comunicazione bidirezionale al pari di un vero e proprio network.

Azienda
Iannone Marmi Snc Corato
Via della Macina, 74 Corato Bari?
infoiannonemarmi@libero.it – tel. 080 872 2622

Progetto
Prof. Arch. Giuseppe Fallacara (Dipartimento DICAR – Politecnico di Bari)
Arch. Marco Stigliano (Dipartimento DICAR – Politecnico di Bari)

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2 agosto 2013

News

Scala ricomposta

Il prototipo “Scala Ricomposta” è una scala elicoidale con cosciale interno portante e gradini a sbalzo costituita da elementi modulari, prefabbricati in calcestruzzo armato e granulati lapidei, che vengono opportunamente assemblati al fine di rendere autoportante la struttura. La morfologia del gradino presenta una complessità geometrica tale da giustificare l’utilizzo della tecnica dello “stampaggio”, in idonee casseforme, con materiale incoerente composto da specifici leganti e inerti lapidei.
Il progetto rientra nella più ampia ricerca relativa alla stereotomia ri-composta.

Azienda
TARRICONE PREFABBRICATI

Via Castel del Monte, 45 – Corato (BA) – www.tarriconeprefabbricati.it
Referente: Francesco Tarricone (info@tarriconeprefabbricati.it)

Progetto
Prof. Arch. Giuseppe Fallacara (Dipartimento DICAR – Politecnico di Bari)
Collaboratore: Arch. Anna Mangione

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29 luglio 2013

Design litico

Un secolo di design litico in Italia.
Ricostruire il contesto del progetto contemporaneo

English version


Alberto Clementi, calamai in marmo, 1943

Il passaggio dal XIX al XX secolo è epocale, non solo per i mutamenti politici, economici e sociali che fa registrare, ma anche per le trasformazioni che investono la civiltà tecnologica e produttiva. Ciò è particolarmente evidente nel settore manifatturiero italiano, per certi versi ritardatario rispetto alle dinamiche di avvento dell’industrialesimo già vissute da altri paesi europei come la Gran Bretagna e la Germania nella seconda metà dell’Ottocento.
In tale scenario anche il comparto di trasformazione dei materiali lapidei, sviluppato principalmente nelle aree estrattive venete e toscane, vive profonde modificazioni: l’impiego delle tecnologie meccaniche e degli strumenti ad aria compressa supporta sempre più le lavorazioni manuali; inoltre l’utilizzo degli utensili al diamante consente di perfezionare e velocizzare le operazioni di taglio e fresatura. Tutto ciò ha ricadute importanti sulle dinamiche del lavoro e sull’organizzazione della produzione; d’altra parte, dall’inizio del Novecento, il contributo delle cattedre di plastica decorativa e di scultura nei regi istituti e nelle accademie di belle arti di molte città italiane, è notevole nel formare non più soltanto scultori, ma anche maestranze tecniche specializzate ed esperti artigiani che possano innalzare il livello qualitativo della produzione corrente.
Così, progressivamente e con grande frequenza, i laboratori lapidei artigiani si ampliano, aggiornandosi dal punto di vista tecnologico, e la pratica del modellare la pietra secondo disegni riconducibili a repertori tipologici ripetibili, più o meno sistematizzati, acquisisce connotazioni di carattere industriali; essa si diffonde in applicazioni di esterni e d’interni, nella realizzazione di elementi architettonici, di particolari decorativi, di fontane, vasche, scale e balaustre, targhe, insegne e mostre commerciali, oggetti d’uso qualificati dal punto di vista formale, lampade, piedistalli e basamenti.


Tobia Scarpa, lampada Biagio per Flos, 1968

Tra la fine degli anni ’20 e gli anni ’50, pietre e marmi trovano un impiego ampio e consistente in tutto il Paese, nell’architettura d’interni e nella produzione di arredi, complementi e oggetti d’uso. Emblematica in proposito è l’opera di importanti progettisti come Giovanni Muzio, Franco Albini e Carlo Mollino. Il rapporto tra la cultura nazionale artistica e artigianale e la produzione industriale diventa sempre più stretto: a manifestare un chiaro intento programmatico in tal senso sono gli scritti di Giò Ponti sulle pagine di Domus o nel volume La casa all’italiana pubblicato nel 1933 e, come dimostrano gli allestimenti navali e commerciali di Gustavo Pulitzer Finali realizzati a partire dal 1925, i livelli di qualità tecnica e formale raggiunti in alcune applicazioni specialistiche dei marmi sono notevolissimi.
La metà degli anni ’60 rappresenta il momento di avvio di un importante dibattito teorico-critico sulle possibilità di rinnovamento del design litico che porta rilevanti ricadute in termini produttivi e commerciali per tutti gli anni ’70 e gli anni ’80, fino alle realizzazioni contrassegnate da veri e propri marchi del design in pietra come Skipper, Up & Up, Casigliani, Ultima Edizione e Primapietra. Centrale per questo fenomeno è l’esperienza culturale e operativa di Officina, che nasce a Pietrasanta, ma si sviluppa in una prospettiva di contatti internazionali in cui si intrecciano le storie personali di Erminio Cidonio – a capo della sede apuo-versiliese della multinazionale dei lapidei Henraux per tutti gli anni ’60 – con quella di artisti, designer, galleristi e critici militanti come Pier Carlo Santini.
Nel contesto che si delinea a partire dalle sperimentazioni di Officina prendono avvio singoli percorsi progettuali, più o meno fertili, ma in ogni caso di importantissimo valore, come quelli di Angelo Mangiarotti, Mario Bellini, dei Castiglioni e di Tobia Scarpa, che portano a consistenti risultati in termini di innovazione formale e tecnologica del prodotto in pietra e che ancora oggi rappresentano un riferimento metodologico e operativo per le ricerche presenti e future sul design dell’oggetto litico.


Yoshimi Kono per Vignelli Ass., tavolo Tatti per Casigliani, 1989

La sedimentazione delle fervide sperimentazioni sviluppate per tutti gli anni ’80 nelle esperienze del design minimalista dei ’90, consegna infine all’attualità dei materiali lapidei una molteplicità di approcci progettuali e di declinazioni produttive: se infatti, per il design litico, il passaggio dalle arti decorative all’industria all’inizio del Novecento non significa un superamento totale di una realtà in favore dell’altra, ma un continuo processo di andata e ritorno tra dinamiche ideative e produttive sempre compresenti, così anche in apertura del nuovo millennio marmi e pietre assumono configurazioni formali e costruttive che si muovono costantemente tra arte, artigianato e piccola industria; tra produzione manuale, assistita, parzialmente o totalmente automatizzata; tra “artigianato anonimo”, totale controllo autoriale del progetto o creatività di equipe.
Quella del design litico italiano è insomma una storia sfaccettata, problematica e di lungo periodo, che non è mai stata ricostruita in modo sistematico; essa attraversa la modernità e arriva fino all’oggi caratterizzandosi per la straordinaria ricchezza di opere e di autori, nonché per la molteplicità di aspetti peculiari, per certi versi contraddittori, rispetto ai quali un bilancio complessivo deve ancora essere scritto. Chi scrive in questa sede, operando da tempo all’Università di Ferrara con progetti di ricerca specifici, intende ricostruire un quadro critico di tale storia, che possa contestualizzare le recenti esperienze di innovazione del prodotto lapideo, condotte a partire dalle più aggiornate tecnologie di lavorazione e motivate dalle più attuali istanze culturali e di mercato.

di Davide Turrini

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26 luglio 2013

News

Ponte Flex e Marmomacc Lab

Il prototipo “Ponte Flex” nasce dall’idea di poter costruire un sistema voltato, impiegabile per vari scopi funzionali, in pochissimo tempo utilizzando materiali “poveri”. Il ponte è formato da due archi flessibili, su cui si montano le doghe lignee calpestabili, che si impostano su due spalle monolitiche parallelepipede. L’arco flessibile rientra nella casistica dei sistemi auto equilibranti ed è un arco armato messo in opera senza il bisogno di alcun sostegno, questo viene pre-assemblato a terra e poi issato e posizionato sui piedritti per mezzo di una gru. Si tratta di una nuova tecnica, già utilizzata per costruzioni in calcestruzzo, prende infatti le mosse da un sistema in cemento brevettato in Irlanda e messo a punto dalla collaborazione tra la Queen’s University di Belfast e la Macrete Ltd, ma mai prima d’ora sperimentata sulla pietra. La grande innovazione di questo nuovo sistema risiede nel fatto che in fase di costruzione non richiede l’uso di alcuna centina. Questo enorme vantaggio lo pone all’avanguardia sia per la sua rapidità e semplicità in fase di messa in opera, sia per il suo utilizzo in siti, come quelli archeologici, in cui sarebbe impossibile l’utilizzo di centine nella fase di cantierizzazione.

Enti
FORMEDIL VERONA Ente Scuola Provinciale per la Formazione Professionale in Edilizia della Provincia di Verona
FORMEDIL BARI Ente Scuola Provinciale per la Formazione Professionale in Edilizia della Provincia di Bari
Referente Formedil Verona: Ruggiero Tosi (3483675629)
Referente Formedil Bari: Luigi Aprile (laprile@formedilbari.it)

Progetto
Supervisione scientifica: Prof. Arch. Claudio D’Amato (Dipartimento DICAR – Politecnico di Bari)
Progetto: Prof. Arch. Giuseppe Fallacara (Dipartimento DICAR – Politecnico di Bari)
Supervisione e sviluppo: Mecastone di Luc Tamborero

MARMOMACC LAB
Marmomacc ripropone anche quest’anno Marmomacc LAB, un laboratorio sensoriale pensato per offrire alle aziende espositrici la possibilità di presentare i propri materiali e le proprie finiture in modo più immediato e interattivo, ribaltando la priorità di approccio, dal tatto alla vista.
Il progetto, organizzato in collaborazione con il Centro Servizi Marmo, si configura come una vera e propria esperienza “tecnico-didattica” in cui il visitatore potrà interagire direttamente con i materiali per comprendere il processo che porta alla trasformazione della pietra, partendo dalla fase creativa fino alla realizzazione del prodotto finito.
Attraverso un percorso guidato architetti, designer, studenti o operatori potranno dunque acquisire una maggiore consapevolezza sull’utilizzo dei materiali litici, senza trascurare gli aspetti produttivi legati al ciclo di trasformazione e ai sistemi di lavorazione e trattamento della pietra, con particolare attenzione alla versatilità di impiego delle varie superfici, in relazione alle specifiche proprietà tecniche.
L’obiettivo è quello di generare una relazione multisensoriale tra il visitatore e il materiale, attraverso un coinvolgimento che, partendo dalle sensazioni tattili arriva a quelle estetiche e tecnico-prestazionali dei singoli materiali.

Le aziende che partecipano:
Cave Marmi Ac, Essegi Marmi, Ge.m.e.g., Grassi Pietre, La Ponte Marmi, La Quadrifoglio Marmi e Graniti, Lavagnoli Marmi, Marini Marmi, Marmi Regina, Marmobon, Postumia, Quarella, Scandola Marmi, Sima, Stone Italiana

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