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12 dicembre 2005

Citazioni

L’idea di durata e i materiali della costruzione*


Palazzo dei Re di Navarra, XII secolo. Rovine.

“Gli edifici del passato comunicano un senso della realtà, una consistenza, che quelli di oggi non possiedono.
Questa consistenza implica un’idea della realtà lontana dalla semplice imitazione di esempi conosciuti di tipi architettonici, introducendo per contrasto la categoria dell’astrazione in architettura. Essa ha a che fare con la coerenza esistente tra forma costruita e immagine. In passato, l’atto stesso del costruire portava con sè o implicava in modo univoca la forma e l’immagine dell’edificio. Ciò suscitava un sentimento di autenticità, che è concetto parallelo a quello di consistenza.
Il tipo d’astrazione che l’architettura può proporre implica sempre una materialità. Ciò non significa che i materiali abbiano sempre la stessa importanza. Nella facciata di una cattedrale gotica, ad esempio, il problema del materiale è a mio avviso secondario rispetto ai temi iconografici: il modo in cui l’iconografia è imprigionata nella pietra è alla fine più importante che non la pietra in sè.
Penso che con ogni probabilità oggi siamo tanto interessati ai materiali, perchè avvertiamo che la loro importanza sfugge in qualche modo al nostro mondo. Forse abbiamo perduto i rapporti con il loro significato: forse il nostro atteggiamento denota una certa nostalgia per un’architettura nella quale i materiali giochino un ruolo più importante. Dunque il mio desiderio di dare agli edifici una consistenza che derivi dalla loro materialità, costituisce una risposta deliberata all’evoluzione che oggi quasi inevitabilmente vive il nostro lavoro.
D’altro canto, quando gli edifici entrano nel regno della materialità diventano assai più imprevedibili; c’è sempre nel lavoro dell’architetto un certo grado di imprevedibilità che dipende dal materiale. Proprio allora si realizza il passaggio che porta gli edifici dal disegno alla realtà. Penso che si tratti di uno dei momenti più emozionanti per l’architetto. (…)


Palazzo dei Re di Navarra, XII secolo. Rovine.

Grande è la pressione esercitata sull’architetto contemporaneo perchè dia risposte schematiche. L’economia, nel senso più commerciale della parola, esige soluzioni schematiche e nella stessa direzione agiscono i fattori coinvolti dall’economia, come la velocità, l’industrializzazione, la ripetizione degli elementi, la facilità di trasporto, tanto che l’intero processo costruttivo ne è stato trasformato. Una figurazione mimetica è spesso il segno di un pensiero assai schematico.
Penso che il problema della materialità nell’architettura recente sia diverso che in quella passata e da questo fatto mi sento molto coinvolto. Non nel senso che ne sono dispiaciuto, ma nel senso che sono pronto ad accettare che l’architettura possa diventare qualcosa di diverso da ciò che è stata nella storia. Ho l’impressione che gli edifici siano destinati a conservarsi meno bene di quanto avvenisse in passato. Non si tratta solo di un problema di mancanza di solidità. Vi è una credenza diffusa, anche se ancora poco espressa, per la quale gli edifici sono destinati a scomparire e anch’io condivido questa sensazione. L’architettura è pronta a diventare arte effimera. Ciò è evidente in questo mondo e in particolare negli Stati Uniti, dove la società è tanto sensibile ai cambiamenti e ai progressi della tecnologia edilizia. Questa è una delle ragioni per le quali l’architettura ricorre oggi così spesso a un’immagine superficiale del proprio passato: la società contemporanea non crede a una condizione duratura delle proprie creazioni. Ciò che conta è il primo impatto di un edificio e non la lunghezza della sua vita.
Il mio punto di vista, tuttavia, è che la durata, la condizione di essere costruiti per durare, sia un fattore molto potente. Per esso si deve combattere. Naturalmente capisco che in questo sto andando contro la tendenza dominante, ma sono convinto che sarebbe utile da molti punti di vista disporre di città più stabili, di un’architettura più stabile, di costruzioni più durevoli e meno effimere. Mi rendo conto che essere contro l’effimero costituisce una scelta molto difficile, ma questa è la posizione che ho assunto, anche se so di potermi sbagliare.”

di Rafael Moneo

(*) Rafael Moneo, "L’idea di durata e i materiali della costruzione" p. 203 e p. 212 (tit. or. "The Idea of Lasting A Conversation with Rafael Moneo", Perspecta n.24, 1988) in Rafael Moneo, La solitudine degli edifici e altri scritti, Torino, Umberto Allemandi, 1999, pp. 222.


Archivio generale di Navarra a Pamplona (1995-2005) di Rafael Moneo (foto Pietro Savorelli)
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8 dicembre 2005

Interviste

Intervista a Alberto Campo Baeza

Con l’intervista ad Alberto Campo Baeza, prosegue l’editazione sul blog della serie di conversazioni con i vincitori della nona edizione del "Premio Internazionale Architetture di Pietra", conferito a Verona lo scorso 1 ottobre in occasione del 40° Marmomacc.
L’architetto spagnolo è stato premiato per gli uffici provinciali della Delegazione della Salute di Almerìa.

Davide Turrini: l’edificio per la sede andalusa del Servizio Sanitario Nazionale spagnolo si configura come un volume compatto totalmente ricoperto di pietra, sia sulle facciate che sulla copertura. La materia litica è impiegata in quest’opera, in forma di sottili lastre mobili, anche per dar vita ad un sistema di oscuramento che modula la presenza della luce negli spazi interni.
Perchè utilizzare la pietra oggi come rivestimento_schermo_diaframma, allorquando l’architettura contemporanea è sempre più caratterizzata dalla presenza di involucri perlopiù vitrei o metallici?
Alberto Campo Baeza: l’edificio nasce come ampliamento di un vecchio corpo di fabbrica di modesta qualità architettonica e, per la sua particolare collocazione, fa da sfondo ad una parte marginale della città, come un fondale teatrale.
Ho subito pensato di dover creare questa quinta che in un qualche modo vuole innalzare con la sua presenza il "tono" generale dell’intorno urbano, con una pietra della tradizione costruttiva locale.
Si tratta della lumachella, una pietra sedimentaria ricca di fossili marini, a cui ho affidato la veicolazione di una serie di valori per me molto importanti legati al genius loci, alla costruzione e alla durata dell’architettura.
Avevo bisogno di un materiale vero, solido, opaco, con intonazione cromatica e grana materica di particolare morbidezza. La materia litica era l’unica a poter garantire tutte queste qualità e allora ho scommesso sulla pietra anche per realizzare le parti mobili dell’involucro architettonico.
Così l’edificio è sobrio, a tratti radicale, è tutto di pietra e le sue caratteristiche non sono altro che quelle della pietra, non ho aggiunto nulla di più. Vetro e metallo non sarebbero stati materiali così sinceri e così generosi.


Il fronte dell’edificio per la Delegazione della Salute di Almeria (foto Fernando Alda)

D.T.: parliamo ora del processo che ha portato a progettare e a costruire questi schermi mobili in pietra.
A.C.B.: L’opera, che occupa completamente un lotto interstiziale stretto e lungo, si configura come una scatola di pietra aperta verso nord solo con sottili incisioni che danno aria e luce a piccoli vani di servizio; verso sud si aprono invece finestre più ampie, per le quali ho studiato un sistema di schermatura fatto di lastre litiche che scorrono grazie ad un giunto metallico di fissaggio e movimentazione, modulando l’illuminazione interna degli uffici.
Ho studiato autonomamente questo sistema di schermatura elaborando gli esecutivi in stretto contatto con il validissimo fabbro di Cordoba che lo ha poi realizzato.
Dopo alcuni primi disegni fatti nel mio studio, l’artigiano ha fatto una proposta migliorativa e in seguito abbiamo proceduto per correzioni successive, in un confronto progettuale caratterizzato anche da momenti di tensione. I due problemi più delicati da risolvere riguardavano l’integrazione tra pietra e sistemi di fissaggio ed il dimensionamento degli agganci metallici affinchè potessero reggere le lastre litiche.
Alla fine abbiamo raggiunto un ottimo risultato, un meccanismo efficace ed essenziale che permette alla pietra di muoversi rapidamente ed in modo estremamente preciso. La facciata è così caratterizzata dal paramento litico esterno continuo e da un piano più interno dove sono collocati gli infissi trasparenti.
Si tratta di una "facciata spessa", tra i due paramenti si trova lo spazio che accoglie le lastre litiche quando sono completamente aperte e che ospita anche armadi ed altri arredi fissi fruibili dall’interno degli uffici.


Schizzi di Alberto Campo Baeza per lo studio delle aperture del fronte principale

D.T.: ritorniamo alla pietra lumachella. Che caratteristiche ha? Dove si trovano le cave?
A.C.B.: la pietra viene estratta nei pressi di Alicante. È una bellissima pietra mediterranea, un calcare marino ricco di inclusioni fossili, di conchiglie ben visibili nella tessitura della materia litica …. e Almerìa, come Alicante, è una città di mare.
Sono molto affezionato a questa pietra, tanto presente nelle architetture di Cadice, la città da cui provengo, situata tra l’Atlantico e il Mediterraneo.


Scorcio dell’atrio d’ingresso dell’edificio di Almeria (foto Fernando Alda)

D.T.: nei tuoi progetti assegni sempre un grande valore allo studio delle qualità materiche e di illuminazione della spazialità interna. Penso a numerosi edifici, tra tutti voglio ricordare la Banca de Ahorros di Granada, in cui la forza evocativa degli spazi è straordinaria, in cui la luce proveniente dall’alto o da fonti laterali gioca un ruolo fondamentale.
Che significato hanno per Campo Baeza i concetti di massa, luce, spazio interno…?
A.C.B.: è vero, hanno un significato di grande pregnanza nella definizione della mia architettura e sono costantemente al centro della mia attenzione. Cerco sempre di realizzare spazi centrali fortemente caratterizzati dalla presenza di colonne, pilastri, muri, luci ed ombre: penso alla Banca di Granada ma anche alla Biblioteca di Alicante.
Certo non è sempre possibile realizzare opere che per dimensioni e funzione possano esplicare una così grande forza spaziale. Gli Uffici di Almerìa sono un piccolo edificio di servizio, una vera e propria "scatola funzionale", tuttavia non ho rinunciato ad uno studio attento della luce in rapporto alle qualità spaziali degli interni e ai traguardi visivi esterni.
Ho progettato un belvedere trasparente sul tetto, l’unico punto da cui si può vedere il mare e l’orizzonte.
Ho pensato al sistema di lastre litiche mobili che come delle palpebre si spalancano, si socchiudono o si possono serrare completamente, in innumerevoli gradazioni per regolare l’ingresso della luce e per guidare lo "sguardo" di chi vive gli spazi interni. Certo sarà una luce meno spettacolare, meno drammaticamente scenografica, ma rimane comunque uno dei temi fondanti del progetto.
Non dobbiamo mai dimenticare l’importanza dello stretto legame che esiste tra luce, spazio e architettura, la Storia ce lo ha insegnato e sta a noi continuare a rinsaldarlo nel progetto contemporaneo.

di Davide Turrini

(Vai a: Campo Baeza)

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6 dicembre 2005

News

Medaglia d’oro all’architettura italiana 2006

Informazioni generali
La Triennale di Milano con la DARC, Direzione Generale per l’architettura e l’arte contemporanea, bandisce la seconda edizione del Premio "Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana", evento con cadenza triennale che intende promuovere e riflettere sulle nuove e più interessanti opere costruite nel Paese e sui protagonisti che le hanno rese possibili.
La Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana punta alla promozione pubblica dell’architettura contemporanea come costruttrice di qualità ambientale e civile, e insieme guarda all’architettura come prodotto di un dialogo vitale tra progettista, committenza e impresa.
La Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana si pone come riflessione attiva sul ruolo del progettista e delle sue opere puntando alla diffusione pubblica in Italia ed all’estero di un nuovo patrimonio di costruzioni e idee e insieme verificando periodicamente lo stato della produzione architettonica italiana, gli indirizzi, i problemi e i nuovi attori.

Modalità
Il Premio è così ripartito:

Medaglia d’Oro all’opera per la qualità della progettazione, l’intelligenza ambientale e contestuale, la realizzazione e la capacità d’innovazione tecnologica.
Premio Speciale all’opera prima. Il premio si riferisce a un’opera prima realizzata dal progettista entro il compimento del 40esimo anno d’età e intende porre in forte evidenza la nuova generazione che opera attivamente in Italia e all’estero.
Premio Speciale alla committenza. Il premio intende porre l’attenzione sul ruolo fondamentale che la committenza, sia pubblica che privata, ha nella costruzione di un’ opera di architettura e nella definizione di una differente qualità dello spazio fisico e sociale.

Sono, inoltre, previste sette Menzioni d’Onore relative ad altrettante sezioni del costruire nel territorio:
Abitare (residenza, residenze speciali), Educazione (scuola, università, asili, istituti educativi e professionali), Sport (palestre, piscine, impianti sportivi, stadi), Attività produttive e per il pubblico (centri e spazi commerciali, uffici, impianti industriali, laboratori, aziende agricole), Cultura e il tempo libero (musei, spazi espositivi, biblioteche, cinema, teatri, discoteche, strutture per la ristorazione), Salute e benessere (ospedali, istituti speciali, centri di ricerca, cliniche, impianti termali), Spazi ed infrastrutture pubbliche (piazze, parchi, ponti, viadotti, linee metropolitane, edifici pubblici e religiosi).

I tre Premi verranno assegnati ad architetture progettate da professionisti italiani (architetti e ingegneri) e realizzate in Italia o all’estero nel periodo 2003 – 2005.
Sia la Medaglia d’Oro, che i Premi Speciali, che le Menzioni d’Onore verranno attribuiti da una giuria internazionale composta da cinque membri. La Giuria stabilirà la lista dei progetti finalisti, fra i quali voterà a maggioranza i vincitori della Medaglia, dei singoli Premi Speciali e delle Menzioni d’Onore. La decisione della Giuria verrà resa pubblica tramite una conferenza stampa e una cerimonia ufficiale di proclamazione, cui seguirà l’esposizione e la pubblicazione dei progetti finalisti.
Il consulente scientifico per il settore Architettura e Territorio della Triennale di Milano, prof. Fulvio Irace, svolgerà, all’interno della Giuria stessa di cui è membro, il ruolo di coordinatore.
Per partecipare all’assegnazione dei Premi vanno seguite le seguenti modalità:

Criteri di selezione
Sono previsti due criteri di raccolta delle candidature, i cui risultati confluiranno, senza alcuna selezione preventiva, in un unico contenitore che verrà sottoposto alla giuria.
Un gruppo di advicers (architetti, direttori di riviste e Centri per l’architettura,critici) è stato invitato dalla Triennale di Milano a segnalare le opere relative alle categorie indicate.
Contemporaneamente qualsiasi progettista (architetto e ingegnere) potrà autocandidare un proprio lavoro seguendo le indicazioni consultabili all’interno del sito web della Triennale di Milano (www.triennale.it).
La Medaglia d’Oro, i Premi Speciali e le Menzioni d’Onore verranno assegnati dalla Giuria, il cui giudizio è da considerarsi inappellabile. Non sono previsti premi ex-equo.
I progettisti selezionati per la fase finale (i finalisti) sono tenuti a fornire alla Triennale di Milano materiali grafici e illustrativi aggiuntivi, liberi da diritti d’autore.

Calendario
1 dicembre 2005
Inizio raccolta delle segnalazioni di opere architettoniche da parte degli esperti e delle autocandidature da parte di singoli architetti/ingegneri o di gruppi di progettisti.
31 gennaio 2006
Termine ultimo di presentazione del materiale per la partecipazione al Premio.
marzo 2006
Riunione della Giuria.
maggio 2006
Dichiarazione pubblica dei vincitori tramite conferenza stampa e apertura della mostra dedicata ai progetti finalisti e vincitori.

Advicers
Alfonso Acocella
Matteo Agnoletto
Aaron Betsky
Stefano Boeri
Maurizio Bradaschia
Sebastiano Brandolini
Marco Brizzi
Maria Vittoria Capitanucci
Cesare Casati
Luigi Centola
Pippo Ciorra
Aldo Colonetti
Giovanni Damiani
Marco De Michelis
Cesare De Seta
Massimiliano Falsitta
Leonardo Fiori
Luis Fernandez Galliano
Manuel Gausa
Margherita Guccione
Giuseppe Guerrera
Richard Ingersoll
Juan Josè Lahuerta
Nicola Leonardi
Giovanni Leoni
Mario Lupano
Italo Lupi
Vittorio Magnago Lampugnani
Luca Molinari
Francesco Moschini
Marco Mulazzani
Carlo Olmo
Bruno Pedretti
Luigi Prestinenza Puglisi
Alessandro Rocca
Livio Sacchi
Vittorio Savi
Axel Sowa
Deyan Sudjic
Mirko Zardini

Giuria
Pio Baldi
David Chipperfield
Jean-Louis Cohen
Fulvio Irace
Arata Isozaki

Autocandidature
Gli architetti, gli ingegneri, le committenze pubbliche e private possono partecipare ai Premio Medaglia d’oro per l’architettura italiana inviando alla Triennale di Milano una completa documentazione dei lavori realizzati in Italia tra il 2003 e il 2005, e relativi alle sezioni sopra indicate. La documentazione dovrà comprendere:

Scheda allegata completata in ogni sua parte, contenente i dati generali dell’opera;

CD-ROM contenente la versione grafica del progetto in formato JPG e una serie di fotocopie formato A4 degli schizzi iniziali relativi al progetto stesso;

Diapositive e/o fotografie di elevata qualità (max 10) in bianco e nero o a colori dell’intero progetto, che includa interni, esterni, dettagli ed eventuali immagini di plastici di studio dell’opera in concorso. Tutte le immagini fornite dovranno essere libere da diritti d’autore;

Un testo descrittivo in cui vengano spiegate le motivazioni, le scelte tecniche ed estetiche relative all’opera in concorso (max 2 cartelle);

Il curriculum vitae aggiornato degli autori dell’opera in concorso (max 2 cartelle).

Tutta la documentazione suddetta dovrà pervenire presso la Triennale di Milano entro il 31 gennaio 2006 ed entrerà a fare parte di un archivio permanente.
La documentazione relativa ai progetti finalisti e a quelli premiati sarà inclusa in un’apposita pubblicazione.

Norme per la compilazione delle schede

PARTE A+B
Gli architetti, gli ingegneri, le committenze pubbliche e private possono presentare la propria autocandidatura completando le parti A e B delle schede allegate nel modo più dettagliato possibile, indicando con precisione indirizzo, numero di telefono, numero di fax, indirizzo di posta elettronica ed eventuale sito internet. Queste informazioni risultano di fondamentale importanza per la Segreteria organizzativa del Premio.

Modalità di consegna
Le schede possono essere spedite, in via preventiva, via fax o via e-mail presso la Triennale di Milano. La copia originale della scheda (scaricabile sul sito www.triennale.it), insieme alla suddetta documentazione grafica e fotografica, dovrà comunque pervenire alla Triennale di Milano entro e non oltre il 31 gennaio 2005.

Per informazioni contattare la Segreteria Organizzativa dei Premi:
tel.02.72434210 /229 – fax 02.72434248
e-mail: medaglia.architettura@triennale.it
Web site: www.triennale.it

SCHEDA DI AUTOCANDIDATURA PROGETTI

PARTE A – dati generali relativi all’opera

a.1) Nome dell’opera:
a.2) Localizzazione geografica dell’opera (città, paese, indirizzo)
a.3) Anno di realizzazione
a.4) Categoria funzionale ( solo per Menzione d’onore – vedi elenco allegato)
a.5) Committente
a.5) Bibliografia dell’opera ( dove l’opera è stata pubblicata)

PARTE B – date generali relativi ai progettisti

b.1) Nome dell’autore/degli autori
b.2) Anno di nascita dello studio associato
b.3) Indirizzo
b.4) n.tel. n.fax e-mail www.

Si sollecitano i lettori del blog a segnalare, attraverso lo spazio di editazione dei commenti, opere d’architettura italiane recenti (non solo litiche) degne di un approfondimento e di una valutazione critica ai fini della selezione oggetto del concorso.

di Alfonso Acocella
(Vai al sito Triennale)

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5 dicembre 2005

Eventi

Incontro con Rossana Carullo

CREAZIONE DELLO SPAZIO VERSUS CREAZIONE DEI LIMITI DELLO SPAZIO
Il principio del rivestimento tra costruzione e decorazione

POLITECNICO DI BARI – FACOLTA’ DI ARCHITETTURA – 1a FACOLTA’ DI INGEGNERIA
CORSI DI STORIA DELL’ARCHITETTURA
CORSI DI STORIA DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Docenti: Prof. Arch. Francesco Moschini, Prof. Arch. Gian Paolo Consoli
coordinamento di Antonio Labalestra, Francesco Maggiore, Lino Sinibaldi

BARI, MERCOLEDI 7 DICEMBRE 2005 ore 14.00 – POLITECNICO DI BARI – FACOLTA’ DI INGEGNERIA, AULA N
Proseguono come consuetudine al Politecnico di Bari i contributi “esterni” ai corsi di corsi di Storia dell’Architettura ed ai corsi di Storia dell’Arte Contemporanea per le facoltà di Architettura e di Ingegneria con l’incontro con Rossana Carullo.
Sulla scorta della distinzione operata da Alois Riegl tra “creazione dello spazio” e “creazione dei limiti dello spazio”, nell’incontro si sviluppano alcuni aspetti del linguaggio architettonico relativi alle problematiche del rivestimento ed al significato della decorazione, a partire dal pensiero di Gottfried Semper. Le opere di architettura da Otto Wagner ad Adolf Loos da Auguste Perret a Le Corbusier verranno lette attraverso il filtro del mito semperiano dell’origine tessile dell’architettura. Semper individua nell’antichità le due componenti del colore e del rivestimento come aspetti essenziali della qualificazione architettonica. In alternativa a Viollet-le-Duc che incentra il proprio pensiero sulla ricerca di una corrispondenza diretta tra struttura e forma architettonica, Semper giunge a delineare un’idea di architettura in cui, trascendendo il ruolo deterministico dei materiali, la struttura degli edifici si trasfigura, per diventare il supporto di complessi involucri delimitanti lo spazio.

Rossana Carullo Si laurea a Venezia con Alessandro Anselmi ed inizia le prime collaborazioni e ricerche all’interno di diverse facoltà di architettura italiane: dapprima a Venezia, poi a Roma e Palermo. Qui porta a termine con Claudio D’amato Guerrieri un dottorato di ricerca in Composizione Architettonica sulle esperienze didattiche che hanno caratterizzato l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia negli anni della direzione di Giuseppe Samonà. Lo studio diventa l’occasione per approfondire i temi legati all’architettura degli interni, disciplina di cui erano docenti alcuni dei maestri che insegnarono in quegli anni a Venezia, in particolare Carlo Scarpa e Franco Albini. Prosegue al Politecnico di Bari, come ricercatore in Architettura degli Interni ed Allestimento, l’approfondimento sul rapporto tra architettura e decorazione, tra spazio interno ed espressione materica delle sue logiche compositive e costruttive come capacità ultima di controllo dell’intero processo progettuale.

FONDO FRANCESCO MOSCHINI ARCHIVIO A.A.M. ARCHITETTURA ARTE MODERNA PER LE ARTI, LE SCIENZE E L’ARCHITETTURA

(Vai a Facoltà di Architettura – Politecnico di Bari)

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4 dicembre 2005

Eventi Pietre dell'identità

Architetture e manufatti del cotto


Il convegno nel salone del Palazzo dei diamanti (foto: Luca Rocchi)
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Approfondimento di storia e cultura materiale
Nelle giornate del 14 e 15 novembre si è svolto a Ferrara il primo convegno nazionale delle “Architetture e manufatti del cotto, approfondimenti di storia e cultura materiale”, in una cornice, quella ferrarese, che costituisce senza dubbio uno dei tessuti architettonici più rappresentativi della cultura dei laterizi e delle terrecotte decorative dell’Italia settentrionale.
Il convegno, come sottolineato dalle autorità presenti – il preside della facoltà di Architettura arch. Graziano Trippa, la direttrice regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia l’arch. Carla di Francesco, la soprintendente per i Beni Architettonici e il Paesaggio di Ravenna arch. Anna Maria Iannucci e i rappresentanti dell’Amministrazione Comunale – si inquadra in un percorso di studio e confronto sul tema della città storica intrapreso da lungo tempo ed in un rapporto di stretta simbiosi tra Amministrazione Comunale, Soprintendenza ai Beni Architettonici e Facoltà di Architettura. Un percorso di studio, tutela, valorizzazione e valutazione delle applicazioni normative, che ha prodotto numerosi studi finalizzati alla stesura di procedimenti per attuare la conservazione di un patrimonio così importante, soprattutto in seguito al riconoscimento di Ferrara da parte dell’U.N.E.S.C.O.
Il tema del cotto in tutte le sue forme (dal mattone comune, al cotto plasmato o scolpito fino alla statuaria in terracotta e le relative tecniche di finitura) costituisce uno dei principali filoni di studi intrapresi in questi anni la cui naturale conseguenza è stata l’organizzazione di questo ampio convegno che ha coinvolto tecnici e studiosi dell’Italia settentrionale e non solo, intorno ad un tema specifico su cui confrontarsi, augurandosi che, come esposto nelle intenzioni degli organizzatori, diventi questo un appuntamento annuale per incontrarsi ed estendere la presentazione dei casi studio anche alle realtà più lontane.
Le due intense giornate sono state suddivise in quattro grandi sessioni di relazioni, nel salone del palazzo dei Diamanti, più una sessione di poster, ospitata nella magnifica sede di Casa Romei.
Le quattro sessioni hanno costituito i contenitori per suddividere i trenta interventi in aree affini: le “Grandi Architetture del cotto tra Emilia e Lombardia”, gli “Aspetti metodologici nello studio della terracotta decorativa”, “L’uso del laterizio: costruzioni e finiture” e il “Cotto plasmato: la statuaria in terracotta”. La sessione poster è stata pensata invece come uno strumento di chiarificazione ed ampliamento grafico di alcune relazioni che hanno trovato in questa sede la possibilità di esporre tavole e fotografie più esaustive ed anche di presentazione di studi o restauri che non hanno trovato modo di essere contenuti nelle precedenti sessioni.
Al di là di una descrizione dei singoli interventi, per i quali si rimanda alla prossima pubblicazione degli atti che saranno certamente più completi ed esaustivi, si vuole in questa sede esporre le principali tematiche emerse da questo primo convegno che sono state anche argomento di discussione dell’interessante sessione poster e che dovrebbero costituire lo stimolo di ricerca e studio in vista del prossimo appuntamento.

Cotto “a vista”; l’importanza e il ruolo delle finiture
La cultura ottocentesca e le sue ideologie, ancora oggi troppo spesso presenti, hanno a lungo creato un’immagine del cotto che vuole la sua messa in vista, il mostrare la nuda realtà materica senza tracce di finiture o lavorazioni che mascherassero la verità strutturale del mattone.
Oggi siamo tutti, o almeno chi si occupa con interesse e professionalità di restauro, coscienti della dimensione complessa che la “muratura in laterizio” significasse nel passato, costituendo un sistema di tecniche e materiali differenti, ma affini, che si integrano e completano per offrire un’immagine molto più ricca e affascinante delle tante riduzioni a vista che costellano i nostri “centri medievali”. Non è un caso che almeno un terzo degli interventi del convegno abbia infatti trattato più degli intonachini, dei giunti e dei trattamenti superficiali che delle cortine laterizie in sè.
Sembra ormai scontato ai tecnici riuniti – anche se purtroppo quasi solo a loro e non alla maggioranza dei professionisti attivi sul mercato – che non potessero esistere cortine in laterizio a vista che non prevedessero dei sistemi di finitura o di nobilitizzazione del cotto attraverso diverse tecniche e materiali. Si è parlato dei giunti realizzati in calce e poi stuccati con cocciopesto per avvicinarsi alla tonalità del mattone, giunti che prevedono anche numerose varianti nella lavorazione degli stessi al fine di conferire un migliore valore estetico (oltre che funzionale).
Sono stati presentati interessanti casi di velature monocromatiche (in prevalenza bianche o rosse) ed anche policrome che erano utili al completamento degli ornati: cornici ad elementi semplici o decorati con fregi a stampo e modanature complesse. La vista delle ricostruzioni ideali di questi apparati decorativi o semplici ordini architettonici a vista, caratterizzati dal tradizionale “rosso cotto”, ci suscita forse la stessa sorpresa (ma non l’impressione) che avrà provato il Winckelmann nel vedere i disegni del Partenone in “multicolor”, solo che tra noi e le fabbriche in questione sono passati solo poche centinaia di anni che sono state però sufficienti a rimuoverne la coscienza tecnologica. L’uso di intonachini, anche di fattura notevole e tecnologicamente avanzata, impiegati a velare e mitigare cortine edilizie eseguite a regola d’arte che prima avremmo pensato a vista, ci dovrebbero suggerire una maggiore attenzione, un maggiore rispetto del dato materico che ci è stato tramandato. Si è infine ampiamente presentato i casi di oli, cere ed altre sostanze organiche tipiche dei restauri ottocenteschi che pongono oggi notevoli problemi conservativi e di pulizia di superfici che hanno attratto e fatto aderire il pulviscolo atmosferico e gli agenti inquinanti.

Sintassi e grammatica dell’architettura a confronto tra rinascimento e storicismo ottocentesco
L’altro tema di grande interesse, affrontato in numerosi interventi, soprattutto inerenti l’area ferrarese e milanese, riguarda sempre il tema delle finiture sulle facciate in cotto ed in particolare il rapporto di bicromatismo tra partito architettonico e sfondato. Il tema interessa in particolare l’inversione cromatica, nel ruolo attribuito alle finiture, nel rapporto tra gli ordini architettonici e lo sfondato, che avviene negli interventi storicisti ottocenteschi su edifici rinascimentali. Se il quattro e il cinquecento, almeno nelle aree del cotto, vedono l’impiego di finiture bianche per segnalare gli ordini in contrasto con fondi rossi, del color del cotto, ottenuti con semplici velature o con finte cortine ad intonaco; l’ottocento, nella sua reinterpretazione dell’architettura rinascimentale lascia in vista il laterizio del partito architettonico, potenziandone anche la cromaticità con oli pigmentati con terre rosse, velando lo sfondo con tinte chiare (bianchi o gialli). In molti casi la resa bicromatica è ottenuta sostituendo elementi in terracotta molto rossastri nelle paraste o nelle cornici per opporle al tono generalmente chiaro delle murature. L’inversione non si deve naturalmente solo ad una modifica del gusto estetico, ma soprattutto alla cultura storicista e funzionalista, fortemente radicata dalla metà del XIX sec., che assume il mattone a simbolo della cultura architettonica italiana e ne enfatizza la visibilità perchè “la struttura si deve mostrare per quello che è” senza “le finzioni e le mimesi barocche” a costo di cancellare tutta una serie di lavorazioni che erano tipiche non del XVII o del XVIII sec. ma di una fase coeva alla realizzazione stessa delle cortine murarie.
Il tema, di natura squisitamente filologica, che può interessare principalmente per l’acquisizione di maggiori informazioni sulla storia dell’architettura pone però un problema di fondo nella cultura del restauro italiana: conservare l’interpretazione ottocentesca, anche quando vi sono tracce chiare della fase originaria, o riportare alla facies rinascimentale per restituire al monumento la sua più “corretta” interpretazione estetica e sintattica? La questione è evidente soprattutto quando ci si trova di fronte ad esempi, come il San Francesco ferrarese, dove oltre alle tracce residue della finitura rossettiana, si ritrovano elementi in pietra calcarea posti in punti nevralgici della struttura del partito architettonico, a costituire una memoria dell’aspetto originario. I relatori presenti si sono posti tutti in un’ottica conservativa, di rispetto della fase più completa a noi giunta, senza riproposizioni o nuove interpretazioni, ma resta il problema della divulgazione: l’architettura deve anche avere un valore didattico e in tal senso sfruttare le moderne tecnologie, come da decenni avviene per il mondo dell’archeologia, per illustrare le diverse configurazioni di una facciata nel tempo.

La prassi della sostituzione del cotto nell’Ottocento. Oggi, quale sostituzione?
Un tema ampiamente trattato, soprattutto da chi ha curato i grandi cantieri quali le certose di Pavia e Ferrara o la Ca’ Granda a Milano, è quello dei restauri ottocenteschi che, soprattutto nel caso delle terrecotte decorative, hanno portato a consistenti sostituzioni dei materiali originari con copie anche di ottima fattura. La tematica è strettamente connessa alla più ampia questione dell’integrazione della lacuna e del valore che si attribuisce all’elemento ripetitivo piuttosto che all’unicum. Come per gli affreschi si dibatte tra chi integra i motivi ripetitivi e geometrici con segni semplificati e chi conserva quanto giunto senza interventi di completamento, le terrecotte a stampo, come elementi seriali e ripetitivi (anche in fabbriche diverse come nel caso ferrarese), pongono la stessa questione. Qui però la tematica è forse più complessa perchè ci si trova di fronte ad elementi scultorei tridimensionali per i quali un’integrazione semplificata diventa estremamente riduttiva e d’altro canto l’assenza comporta un’interruzione notevole del partito decorativo. La questione rimane aperta a nuovi interventi e futuri confronti e gli interventi illustrati non si sono ancora inquadrati in una disciplina comune ma in una pluralità tipica delle fasi iniziali di sperimentazione. Sembra però prevalere una tendenza alla sostituzione dei pezzi assolutamente irrecuperabili ed alla conservazione di quelli parzialmente degradati. Il rischio di una progressiva sostituzione con copie, come faceva notare durante la sezione poster l’arch. Lolli Ghetti (direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche), è quello di una progressiva falsificazione dei nostri monumenti che si troveranno tra alcuni decenni a non avere più un solo frammento originario, mentre d’altro canto la sostituzione con elementi semplificati porterebbe ad una banalizzazione progressiva del manufatto.

Il mattone e la pietra: imitazione o indipendenza culturale e tecnologica?
L’ultima questione, proposta dall’arch. Acocella della facoltà di architettura di Ferrara, che poco è stata discussa nell’ambito degli interventi e che potrebbe costituire un interessate tema per il prossimo appuntamento, è il rapporto esistente, dal punto di vista linguistico e filologico, tra l’uso arcaico della pietra e quello più “moderno” del mattone. Il laterizio ricerca di imitare l’espressività del materiale lapideo rimanendo sempre in una posizione di inferiorità o assume caratteri e linguaggi indipendenti?
Il problema, anch’esso di pura analisi storica, rimane molto interessante perchè permetterebbe di indagare lavorazioni molto diffuse di graffiature e velature del mattone che restano ancora difficilmente interpretabili dal punto di vista del linguaggio dell’architettura.
Il professore nel suo intervento sosteneva la teoria della sudditanza tecnologica del laterizio rispetto alla pietra: quando con una cortina a vista ricerca le lisce superfici dei grandi conci dell’età classica; ancora nel momento in cui, con lavorazioni di graffiatura o bocciardatura, cerca di ricordare le tipiche lavorazioni della pietra decorata o quando infine con velature chiare si maschera il colore rosso per avvicinarlo al nobile marmo. Suggestioni estremamente interessanti che andrebbero però indagate più dal punto di vista tecnico ed eventualmente archivistico per comprendere se sono interpretazioni in ottica contemporanea di comportamenti e tecnologie che non avevano questa pretesa o se realmente la tecnologia del cotto fosse rivolta all’imitazione povera della pietra. Nell’indagare le lavorazione bisognerebbe anche coinvolgere le murature in terra cruda, che se pur esigue nel territorio italiano, rappresentano il punto di partenza per lo sviluppo del mattone cotto, e quindi il suo principale riferimento storico. Non è poi esatto in assoluto che la pietra fosse un materiale sempre a vista, tanto che fin dall’epoca romana veniva dipinta per rendere omogenea la superficie e poterla poi colorare con pigmenti e tinte sgargianti.

Il convegno, con l’immensa mole di informazioni che ci ha offerto ci ha reso coscienti del fatto che gli sudi scientifici, le analisi di laboratorio e le ricerche storiche ci consentono oggi di leggere questa complessità delle strutture in cotto, ma dopo la trasmissione e la condivisione di questi saperi tra i tecnici e gli studiosi del settore, ci dovremmo imporre di trasmettere ai più questa coscienza rinnovata per evitare che si ripetano, per ignoranza, quegli interventi di restauro brutali che quotidianamente sottraggono all’edificato storico la sua eterogeneità, tendendo ad uniformare le facciate ad un gusto che si nutre di stereotipi errati e fin troppo radicati. Se ancora oggi imperversano, in regioni meno aggiornate dal punto di vista della cultura del restauro, sabbiature di murature, decorticazioni di intonaci in calce e appiattimenti dei partiti architettonici, è perchè l’intervento conservativo non è sempre facilmente interpretabile dai non addetti ai lavori. Conservare tout court un restauro ottocentesco, senza un’adeguata informazione, può portare anche alla conservazione dei significati ideologici ad esso connessi, significa riconoscere ancora al mattone “nudo e crudo” (si badi, non “a vista” che come il convegno ha ben mostrato è un carattere ben più complesso) un valore che non possedeva nel momento della sua realizzazione. Le tecnologie moderne ci consentono di visualizzare, anche con modelli virtuali, esemplificazioni delle fasi di un edificio per aiutare a capire che quello che noi oggi conserviamo non è necessariamente una situazione sintatticamente originaria, ma una delle tante situazioni. Boito sosteneva l’esigenza di salvare, attraverso la fotografia, l’immagine precedente ad un restauro; quest’operazione, che oggi può essere molto più significativa con le nuove tecnologie, non dovrebbe essere un’operazione tecnica di routine, ma un atto di conservazione rivolto alla divulgazione. I monumenti inevitabilmente si perderanno nel tempo, o per il naturale decadimento o per i restauri (anche la più piccola sostituzione) ma è nostro dovere trasmettere i dati acquisiti perchè questi sono durevoli.
Il restauro, oltre alla conservazione del manufatto, dovrebbe porsi un obiettivo didattico, cercando di integrare la Storia dell’Architettura per superare gli schematismi e la forzosa geometrizzazione di un processo culturale più ampio che mal si rappresenta con foto in bianco e nero e rilievi talmente esatti da risultare ideali.

Ambrogio Keoma

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2 dicembre 2005

News

Osdotta

Un progetto di comunicazione nato nella community di ricerca nel settore della Tecnologia dell’Architettura

Osdotta
L’idea di un sito nella community dei dottorati in Tecnologia dell’Architettura nasce per dare un volto ed uno spazio comunicativo ai giovani ricercatori che si occupano in Italia di cultura e tecnica del progetto di architettura e per offrire notizie capaci di stimolare un dibattito disciplinare che si presenta, nelle varie sedi (10) dove i dottorati sono stati attivati in Italia, con una offerta formativa articolata, in 15 DdR ufficialmente registrati nel Settore Scientifico Disciplinare della Tecnologia dell’Architettura – ICAR/12, ed in continua evoluzione.
Sulla rete policentrica ed interattiva di Internet finora erano introvabili notizie che potessero dare la visione d’insieme anche delle tematiche, delle risorse umane e dei contesti culturali di riferimento. Con ricerche in ciascun sito istituzionale è possibile rintracciare le notizie dell’offerta formativa locale, nell’ambito dei vari Atenei, tutti caratterizzati da interfacce e modalità di pubblicazione dei dati molto differenziati, quasi a marcare un’autonomia degli stessi che finisce, tuttavia, con il far perdere quasi l’immagine complessiva dell’Universitas. Le ricerche nella base dati del Ministero poi si presentano ancora più complesse.
Il sito nasce dalla volontà di diffusione pubblica, sia nazionale che internazionale, e condivisione nel web dei contenuti dei dottorati, visti come punta di diamante della ricerca nel settore, e viene promosso dall’Osservatorio Nazionale del Dottorato di Ricerca in tecnologia dell’Architettura intitolato a "Giovanni Neri Serneri", giovane dottorando fiorentino prematuramente scomparso. Con l’occasione l’Osservatorio stesso si è ridisegnato come rete intorno al progetto, come espressione di scambio di informazione e coordinamento scientifico dei diversi dottorati italiani riguardanti la Tecnologia dell’Architettura.
Con il sito tematico OSDOTTA, acronimo formato in latino dalle parole OS, voce e DOTTA, colta, con il significato di coltivata, curata, registrato come dominio nel website ( www.osdotta.unifi.it) si punta alla messa a fuoco dell’immagine di una identità disciplinare che l’esplosione della galassia degli interessi specialistici di ricerca rischia di rendere illeggibile. Si pensa di poter raggiungere questo obiettivo adottando, tra i possibili modi di trattare i dati al fine di creare l’informazione relativa all’immagine d’identità, un dispositivo comunicativo, organizzato intorno alla logica dei palinsesti multimediali che prevedono la contemporanea offerta di classi d’informazioni con tassi di attualità ed obsolescenza differenziate, ma sempre tutte colte , nel senso di curate selettivamente, con riferimento all’oggetto, valorizzando in particolare i contenuti di partenza della community, formata dai giovani ricercatori sia in formazione sia laureati dottori (in 20 anni è formata ormai da circa 560 persone), che è, e rimane comunque, il target principale, ma è rivolta anche a quelli, del tutto nuovi, prodotti dall’uso del media digitale pubblico, che travalica il circuito scientifico, e vi accedono con motivazioni diverse. Vale la pena di fare alcune riflessioni su alcune conseguenze del progetto che sono immediatamente rilevabili: innanzitutto la perdita della caratteristica auto-referenzialità del mondo della ricerca rispetto al mondo esterno ed in particolare della produzione edilizia; in secondo luogo l’effetto di identificazione dei componenti della community ed il contributo, quindi, alla identità del gruppo, importante presupposto per favorire collaborazioni e sinergie interne ed esterne. Quest’ultimo aspetto appare particolarmente rilevante in un ottica di miglioramento competitivo della ricerca italiana del settore, soprattutto come presupposto all’allargamento Europeo della community che, pur contando molti contatti, uno a molti, di singoli ricercatori, non ha ancora una sua riconoscibilità internazionale complessiva, anche da parte dell’industria, vista come potenziale committente.
Questo aspetto è significativamente connesso con l’amplificazione e lo sviluppo del tema della Tecnologia dell’Architettura nell’ambiente del web che sta iniziando ad avere delle relazioni con altri rilevanti progetti, connotati anch’essi da particolari modalità di trattamento dei dati per la creazione dell’informazione specifica, promossi anche dai settori economici, come quello che ospita questo articolo.
Durante il 2005, rispetto alle varie azioni previste dal progetto OSDOTTA, che hanno riguardato la organizzazione del 1° Seminario estivo dei Dottorati in Tecnologia dell’Architettura (Viareggio 14-16 Settembre 2005) che farà parte di una serie con periodicità annuale, la creazione di un digesto delle tesi di dottorato che dal XX ciclo saranno disponibili nella sala di lettura dell’Osservatorio a Firenze, la promozione di una associazione dei dottori di ricerca in Tecnologia dell’Architettura, e, non certo ultima per importanza, la promozione di una collana DOTTA per la diffusione dei risultati della ricerca raggiunti in tesi giudicate eccellenti da un panel di consultori, sono emersi anche ulteriori spunti di sviluppo del progetto, soprattutto in termini di rafforzamento del suo funzionamento e rete e di accreditamento della sua funzione informativa.
Nel sito saranno aggiunte una serie funzionalità avanzate incentrate sul potenziamento delle tecnologie di condivisione dei dati ed informazioni e di comunicazione interpersonale e di gruppo, grazie alla sinergia con i processi organizzativi dell’informazione delle Scuole di Dottorato delle diverse sedi.
Obiettivo del 2006 è di far divenire OSDOTTA una vetrina interattiva di idee di ricerca e di intelligenze pronte a dare il loro contributo alle imprese, soprattutto italiane, ad ai promotori degli interventi nel settore edilizio.
Probabili sviluppi per il 2007 sono, più orientati al posizionamento Europeo ed alla organizzazione di un Forum internazionale on line sulla ricerca nei vari ambiti ascrivibili nella disciplina della Tecnologia dell’Architettura.
La consultazione del sito può offrire – anche ai non addetti ai lavori – un panorama dell’ambito scientifico e delle tematiche che la vetrina digitale espone nel suo primo anno di vita e che, comunque, rappresenta una tappa del percorso ormai maturo lungo 20 anni del DdR in Tecnologia dell’Architettura fondato già nel 1984.

Notizie
Rappresenta, all’interno del sito, una rubrica sintetica centrale con brevi articoli, che dovrà essere potenziata in quanto costituisce il punto di incontro e di dialogo della community dei ricercatori in Tecnologia dell’Architettura, in un ambito ampio che comprende il processo che va dell’avvio del progetto, alla sua gestione per la qualità, sino alla sua produzione dalla scala dell’architettura fino a quella dei semilavorati, ai prodotti, ai componenti e ai sistemi evoluti per l’architettura e per il design.
Si tratta di uno spazio selettivo di informazione, a cura dell’Osservatorio, attraverso il quale fornire notizie indirizzate al mondo universitario, che informa su eventi da condividere della ricerca, ma anche a quello della professione e della produzione, che può condividere questo spazio informativo, alimentandolo attraverso notizie varie, documentazione, richieste di progetti sperimentali e di ricerca.
Qui si possono trovare online i risultati del 1° Seminario Estivo dei DdR in Tecnologia dell’Architettura 2005 sintetizzati dagli interventi di cinque illustri docenti del settore scientifico disciplinare della Tecnologia dell’Architettura: i professori Gabriella Caterina, Romano Del Nord, Salvatore Dierna, Paolo Felli, Fabrizio Schiaffonati.

Ambiti di ricerca
Il blocco degli ambiti di ricerca è destinato a porre questioni, ad evidenziare e a produrre confronti di idee fra gli attori della community, in futuro anche attraverso il sito stesso, ed eventualmente il pubblico esterno del mondo istituzionale, della committenza, del progetto, della produzione, della cultura tecnica, in una visione del miglioramento della qualità della ricerca mediante una selezione dei temi di ricerca più aderente a visioni anticipate, frutto di creatività tecnologica in forma di patrimonio dei diversi dottorati nelle varie sedi e di rete costituita dalla community della Tecnologia dell’Architettura.
I vari contributi sono esemplificati da lemmi prodotti dai dottorandi su temi fondativi del settore scientifico disciplinare, presentati all’interno di quattro grandi aree tematiche e diversi sottotemi specifici: 1. dalla norma alla governance; 2. progetto/comunicazione; 3. produzione/tecnologie; 4. progetto/ambiente.
Qui si possono trovare on line la sintesi dei risultati dei tavoli di lavoro attivati durante l’esperimento di didattica interattiva del 1° Seminario Estivo dei DdR in Tecnologia dell’Architettura 2005 in questi stessi ambiti.

Offerta Formativa
Un altro blocco d’informazione all’interno del sito è destinato alla elencazione ed al collegamento con i siti istituzionali dei diversi DdR in Tecnologia dell’Architettura italiani. Qui si ha la visione completa della formazione per la ricerca in questo campo messa in azione dalle Università Italiane e che rappresenta il principale bacino di giovani specialisti del settore scientifico disciplinare non solo per la ricerca universitaria, ma anche, e soprattutto, per le imprese che vogliono sviluppare ricerca.
Oltre al titolo ed curricula formativi per sede si possono avere sinteticamente informazioni su: Coordinatore, Collegio dei docenti, Dipartimento universitario presso cui ha sede il dottorato, elenco completo dei docenti del dipartimento, collegamento alla pagina web del dottorato e/o del dipartimento.

Dottorandi
Questa area rappresenta il motore del sito in quanto contiene la base dati dei giovani dottori/andi. Qui mediante una semplice procedura di accreditamento via web ciascuno può iscriversi creando i propri user e password ed aprire la propria pagina che contiene un profilo auto-gestito, definito sulla base di una consultazione di un ampio campione di dottorandi di varie sedi ed aggiornabile in modo continuo, riguardante: dati identificativi della sede, del DdR e del ciclo, del dottorando, della tesi: anno, il titolo, le parole chiave, l’indice ed una sintesi in italiano ed in inglese. Ciascun dottorando può essere visto on line nel suo gruppo di lavoro per sede, per dottorato, per ciclo, per ambito tematico. Infine sulla base dati, di tipo relazionale, è possibile per l’Osservatorio operare e rendicontare qualsiasi tipo di interrogazione off line.

Utilità
Si tratta di un blocco informativo di servizio, tipico del progetto sviluppato come modello standard dall’Ateneo di Firenze su base open source per i siti istituzionali, mediante il quale, oltre a poter vedere l’indispensabile mappa del sito, i redattori possono accedere ed operare direttamente via web, avere statistiche sul sito, dalle quali si nota, tra l’altro, l’intensificarsi delle frequenze in occasione di attività specifiche: ad esempio in prossimità dell’apertura del 1° Seminario estivo si sono registrati 2861 contatti (Settembre 2005), ossia il sito, per ora poco noto fuori dal circuito accademico, e’ stato veramente usato come principale fonte d’informazione dalla intera community.

(Vai a OSDOTTA)

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Le cave delle Alpi Apuane: Musei di marmo


Cava a cielo aperto, Alpi Apuane
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Introduzione
Nel paesaggio urbano e conseguentemente anche nell’immaginario collettivo di questo primo scorcio di millennio, l’edificio museo ha ormai definitivamente conquistato un valore fondamentale come polo di attrazione mediatica, per forza comunicativa sostituendosi di fatto ai tradizionali e consolidati simboli costruiti del potere, trascendendo l’originale valore di contenitore culturale (Figg. 1- 3).
Proprio per queste sue inedite caratteristiche di catalizzatore di attenzione ben oltre confini geografici ristretti, rappresenta anche un momento di rivalutazione sociale e di recupero urbano, riscoprendo, valorizzando e spesso trasformando l’immagine percepita delle varie specificità territoriali e locali.
Il caso piu’evidente ed indicativo da questo punto di vista è forse quello del Guggenheim Museum di Bilbao progettato da F. O. Gehry, che ha cambiato l’appeal della città e dell’intera regione, purtroppo nota per ben altri motivi, la ha proiettata in una dimensione globale inaspettata ed insperata, producendo anche un risveglio delle energie già presenti sul territorio.
Dal punto di vista progettuale, poi, i musei sono concentrati di sperimentazione dei linguaggi compositivi e si configurano di fatto come realizzazioni di massima avanguardia.
Questo ha ormai portato all’ovvio passaggio dal ruolo di contenitore delle espressioni artistiche, a quello di opera d’arte contemporanea, indipendente e spesso anche invadente nei confronti del contenuto.
I linguaggi utilizzati presentano ampie citazioni alla pittura e alla scultura e conferiscono a questi edifici la dignità di “segni” facendoli diventare simboli di rinascimento culturale e di vitalità del territorio e della comunità che li ospitano e li promuovono.
Una potenza evocativa di una tale portata, oltretutto assolutamente politically correct per i suoi caratteri culturali, crea una vera e propria rete di percorsi, una sorta di moderni gran tour, tra le grandi capitali e le piccole province, per visitare questi luoghi di culto laico del terzo millennio, caratterizzati dalla costante incertezza del primato fra l’oggetto contenitore e quello contenuto.

I musei di marmo delle Alpi Apuane
Una tipologia particolare di spazio museale, può essere considerata quella costituita dalle cave di marmo presenti in Toscana nell’area delle Alpi Apuane (Fig. 4).
Si tratta di musei sicuramente inconsueti e non convenzionali per la progettazione, per le modalità di fruizione e di realizzazione, ma che si adattano perfettamente al loro ruolo.
Sono, infatti, segni che contraddistinguono tutto il territorio e presentano, in un panorama ambientale di assoluto rilievo ed in maniera spesso di grande impatto e estremamente suggestiva, una secolare attività profondamente legata alla cultura locale.
Lo spettacolo, spesso poco conosciuto, dell’escavazione, svolto con i suoi tempi e le sue ritualità e modificatosi nell’arco del tempo, sospeso tra moderne tecnologie ed antica sapienza, rappresenta, infatti, lo spirito del territorio, coincide con le sue fortune e le scandisce, comunicando universalmente la “cultura del lapideo”.
Le cave possiedono caratteristiche scultoree e tettoniche impressionanti e le loro forme così varie e tormentate sono realizzate dall’intervento dell’uomo (Fig. 5), ma in realtà dettate dalla natura, dalla ricerca costante delle “vene” più preziose che essa ha nascosto all’interno delle montagne piu’alte ed inaccessibili durante remoti fenomeni geologici.
Proprio per questo forse appaiono sempre ben proporzionate, affascinanti ed estremamente magnetiche: sembrano spazi progettati da una mano abile, quasi più attenta, per un occhio inesperto, al risultato scenico che a quello strettamente produttivo.
Un aspetto interessante è anche quello del sistema della viabilità di accesso alle cave, costituito dalle cosiddette “vie di arroccamento” (Fig. 6), che contribuiscono a creare il fascino di questi luoghi, come zona estrema di limite, di sfida continua fra l’uomo e la natura, oggi con le tecnologie moderne, come secoli fa con mezzi assai piu’ modesti.


Giovanni Michelucci: Progetto del Centro sperimentale del marmo dedicato a Michelangelo alla Foce di Pianza nel comune di Carrara

Questi luoghi di scontro tra l’uomo e l’ambiente naturale offrono, però, una profonda forza unita ad una altrettanto profonda armonia, come ben colse Giovanni Michelucci frequentando questo territorio (Fig. 7): “…Qui ci sono delle forme, delle forme che sbalordiscono. Inutile cercare qui le altezze, non si potrà mai competere con questo mondo (…) si farebbe una brutta figura…”.
Queste forme che sbalordiscono (Figg. 8-9), sono i giganteschi e stereometrici volumi che vengono realizzati in negativo, con il michelangiolesco “cavare” e che creano delle vere e proprie scenografie naturali.
Questa armonia fra pieni e vuoti colpisce anche perchè non è mai fissata e definitiva, ma anzi è sempre diversa da se stessa ed in divenire, come se le pesantissime quinte della scena venissero lentamente spostate ogni giorno.
Il movimento continuo e la riorganizzazione di questi candidi volumi fuori scala fanno correre il pensiero a qualcuna delle “Città Invisibili” descritte da Italo Calvino ed in particolare Tecla, che accoglie il visitatore con i suoi cantieri nei quali si lavora senza sosta all’infinito per realizzare un progetto che si può interpretare solo guardando il cielo nelle notti stellate.
La fascinazione di questi spazi, definiti da un materiale pesante per definizione, ma che appare qui estremamente leggero, è indubitabile (Fig. 10), anche per l’estrema vicinanza dalla costa tirrenica ed infatti da sempre ha stimolato artisti, fotografi e letterati, che li hanno rappresentati in vario modo.
La maggior parte delle cave sono attive, ma ce ne sono anche di dismesse, che però mantengono intatto il proprio interesse e le proprie attrattive.
Il valore di questi ambienti ha portato alla proposta di creazione di un Parco archeologico, per studiare le cave piu’antiche ed organizzarle in un percorso che ne permetta una corretta fruizione.
Il Parco comprende le tracce ed i reperti dell’attività estrattiva, dall’Antichità al Medioevo, ma anche l’insieme di testimonianze ed emergenze storiche, culturali ed ambientali, compresi i loro aspetti tecnologici e geominerari, che hanno contraddistinto le vicende estrattive, dall’età protoindustriale fino ad un passato piu’recente.
Le cave delle Alpi Apuane possono essere divise in due tipologie fondamentali, quelle realizzate a cielo aperto e quelle scavate in galleria, che presentano ognuna aspetti interessanti.

Cave a cielo aperto
Le cave a cielo aperto (Figg. 11 – 12) sono la tipologia più tradizionale ed anche quella di relativamente piu’ semplice realizzazione.
Per questo motivo le cave piu’antiche sono di questo tipo, a partire da quelle di epoca romana, come quella di Fantiscritti, oggi cava museo, che dà il nome ad un intero bacino marmifero di Carrara.
Queste cave hanno un indubitabile fascino, dovuto anche al richiamo molto forte all’architettura fortificata e si aprono come ferite sui fianchi delle montagne.
Esse presentano l’immagine piu’classica dell’attività estrattiva, ma anche notevoli problematiche di impatto ambientale.

Cave in galleria
Le cave in galleria (Figg. 13 – 14) sono la tipologia piu’recente ed interessante, anche se piu’ complessa e rappresentano una soluzione per quanto riguarda il tema della sostenibilità.
Hanno tratti in comune con le miniere, ma le tecniche estrattive sono completamente diverse e molto raffinate, per ottenere blocchi regolari che vengono tagliati e poi sfilati dalle pareti massicce all’interno delle montagne.
Le forme che risultano sono spettacolari e si aprono inaspettate nella penombra delle gallerie: volumi compatti aggettanti e vere e proprie navate, simili a quelle delle cattedrali, che rendono questi spazi magnetici, onirici ed indimenticabili.

Conclusioni
Le potenzialità museali delle cave apuane sono, quindi, tanto notevoli quanto poco considerate e sfruttate e sicuramente meriterebbero una maggiore e piu’ approfondita attenzione.
Questo modo di utilizzare le cave permetterebbe inoltre di compensare in maniera alternativa eventuali flessioni del mercato del lapideo e soprattutto di riutilizzare l’amplio patrimonio esistente di siti estrattivi dismessi (Figg. 15 – 17).
Questa ingombrante presenza sul territorio, infatti al momento non è sfruttata e sarebbe interessante renderla visitabile in sicurezza per poter osservare il fenomeno della riappropriazione del proprio territorio da parte della natura (Fig. 18).


La riappropriazione da parte della natura

Le cave, infine, ricompongono anche la citata e ricorrente dicotomia della prevalenza fra il contenitore ed il contenuto, in quanto il marmo è semplicemente l’uno e l’altro al tempo stesso.
È, infatti, il volume scavato, l’involucro dello spazio espositivo che, a cielo aperto o in galleria, racchiude ed incornicia l’attività estrattiva, ma è anche il materiale prezioso che viene tagliato ed estratto per poi essere utilizzato per realizzare opere d’arte da ospitare in altri musei o, magari, per costruirne di nuovi in tutto il mondo.

Lorenzo Secchiari (*)

(*) Relazione presentata al convegno internazionale “Museums. Merely buildings for culture?”, organizzato dal Dipartimento di Ingegneria Edile dell’Università degli Studi di Napoli Federico II dal 13 al 15 Ottobre 2005.

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28 novembre 2005

News

Intercreatività vs interattività

Intercreatività vs interattività

“Avevo (e ho) un sogno, che il web potesse essere meno un canale televisivo e più un mare interattivo di conoscenza condivisa. Immagino un caldo e amichevole ambiente fatto delle cose che noi e i nostri amici abbiamo visto, sentito, creduto o immaginato. Mi piacerebbe che rendesse più vicini i nostri amici e colleghi sí che lavorando insieme su questa conoscenza, possiamo ricavare una migliore comprensione.”

Tim Berners-Lee

Il sogno del ricercatore inglese, inventore del Word Wide Web, è stato lungamente il nostro sogno alimentando, nel passato recente, prefigurazioni e progetti non concretizzatisi. In questi ultimi giorni sullo spazio di discussione non filtrato del blog – posto “discretamente” in seconda linea rispetto ai contenuti editati con il post “Fluide superfici litiche_modellazione 3D” di Davide Turrini – sembra essersi avverata, inaspettatamente, la condizione propizia al posizionamento di commenti, alla condivisione delle idee e dei ragionamenti, al confronto delle posizioni.
Ne siamo soddisfatti e felici dell’incontro fra libere idee. Abbiamo acquisito la fiducia nel continuare il faticoso progetto che tende alla costruzione di uno spazio di cooperazione intellettuale e di intelligenza collettiva, un spazio di aperta informazione e discussione.
Pur avanzando con la pubblicazione di post il posizionamento di commenti, la ripresa dialogica di fili interrotti della discussione continua per quanti volessero partecipare alla produzione di riflessioni, alla richiesta di informazioni o di chiarimenti da parte dei diversi partecipanti alla conversazione nello spazio immateriale del web,

di Alfonso Acocella

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27 novembre 2005

Eventi

Kengo Kuma Selected Work 1994/2004

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Fluide superfici litiche _ modellazione 3D.


Pongratz Perbellini Architects – inviluppi di studio della superficie Hyper-Wave
(foto A. Acocella, elaborazione D.Turrini)

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Nel volgere degli ultimi decenni un sempre più rapido progresso scientifico ha indotto un profondo mutamento dei riferimenti spazio-temporali, dei processi cognitivi ed immaginativi e dei concetti di forma ed immagine del contesto oggettuale in cui l’uomo vive, calato com’è tra realtà e virtualità. Matematica, fisica, biologia e scienze informatiche hanno trasferito in particolar modo al mondo dell’architettura una serie di nuove conoscenze e suggestioni, accompagnate da inediti metodi di analisi e progettazione della realtà. Da questi campi conoscitivi, integrati in un’ottica multidisciplinare, si sviluppano innovativi concetti di dimensione, struttura geometrica, materia, forma e, soprattutto, emergono nuovi percorsi di percezione sensoriale.
La possibilità di tradurre equazioni differenziali, funzioni e algoritmi in oggetti tridimensionali riguardabili come vere proprie sculture matematiche consente al progettista di creare e controllare ogni tipo di formazione, metamorfosi e deformazione geometrica e modifica sostanzialmente la struttura e l’estetica delle forme solide e degli spazi architettonici. La continuità di trasmissione diretta dei dati digitali scaturiti dal design 3D al processo di produzione di componenti o di subsistemi costruttivi rappresenta una delle conquiste più avanzate dell’era tecnologica contemporanea.
In questo contesto si inscrive l’esperienza dello studio Pongratz Perbellini Architects, nata da ricerche accademiche condotte da Christian Pongratz a partire dal 2002 alla University of Texas di Austin, e di recente approdata alla produzione di cinque diverse tipologie di superfici litiche fluide, modellate grazie all’impiego dei più aggiornati software di tipo CAD/CAM (Computer Aided Drafting – Computer Aided Manufacturing).
La serie degli elementi, denominata Hyper-Wave, è stata concepita dai progettisti in collaborazione con l’azienda Fratelli Testi di Sant’Ambrogio di Valpolicella (VR) ed è in corso di brevetto. I modelli dimostrativi in scala reale di ognuna delle tessiture superficiali sono stati esposti al 40° Marmomacc di Verona e sono stati realizzati con materiali lapidei diversi: Rosso di Verona, Bianco di Carrara, Moleanos e Pietra Serena.
La fluidità plastica delle sinuose increspature litiche di Hyper-Wave crea inediti effetti tattili e visivi.


Pongratz Perbellini Architects – inviluppi geometrici e vista parziale della superficie litica Hyper-Wave Moon
(foto A. Acocella, elaborazione D. Turrini)

Il processo produttivo della linea Hyper-Wave prende avvio dal trasferimento e dalla conversione della modellazione digitale in specifici programmi CAM, che guidano la fresatura superficiale di grandi lastre litiche di alcuni metri di lato. Tale procedimento è realizzato con l’utilizzo di centri di lavoro pluriassiali (4 o 5 assi) con teste utensili diversificate. Successivamente le lastre passano al processo di finitura, eseguita manualmente per superfici levigate e specchianti, o con ulteriori utensili che permettono di ottenere lavorazioni superficiali ed effetti chiaroscurali aggiuntivi. Gli elementi litici sono poi tagliati in formelle più piccole.
La linea Hyper-Wave sarà proposta sul mercato suddivisa in moduli base quadrati delle dimensioni indicative di 40 cm di lato per 3 cm di spessore. In ogni caso la flessibilità dei processi di lavorazione consentirà una pressochè illimitata adattabilità dimensionale dei moduli, che potranno essere tagliati in dimensioni maggiori o minori in base alle specifiche esigenze progettuali.
Grazie alla ripetizione dei moduli si potranno realizzare rivestimenti architettonici interni od esterni senza limiti di lunghezza, larghezza e di variazione delle combinazioni disegnative della tessitura. La rapidità e la facilità di posa delle lastre litiche sono state oggetto di particolare studio: i componenti della linea Hyper-Wave potranno infatti essere assemblati a secco, con predisposizione di appositi supporti metallici, o potranno essere incollati con malte grazie alla calibratura di ogni lastra.
Specifici moduli di margine permetteranno di creare fluidi raccordi di continuità tra le superfici parietali verticali ed eventuali rivestimenti litici dei piani orizzontali di soffitti e pavimenti.

di Davide Turrini

(Vai a: Pongratz Perbellini Architects)

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