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3 aprile 2009

Citazioni

Architettura dei sensi

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Il travertino di Rapolano protagonista nei nuovi spazi sensoriali delle Terme di Chianciano

«La coscienza moderna e la percezione della realtà si sono gradualmente sviluppate attraverso il dominio incontrastato del senso della vista. Sin dai tempi della Grecia classica il pensiero era basato sul vedere: Platone considerava la visione come la più importante facoltà dell’uomo perché più vicina all’intelletto e separava la sensazione dal pensiero e anche Aristotele considerava la vista come il più nobile dei sensi perché coglie aspetti più immateriali e quindi è più vicina all’intelletto. Durante il Rinascimento poi, si è codificata la rappresentazione dello spazio con l’invenzione della prospettiva che ha fatto dell’occhio il punto centrale del mondo percepito, associandolo così alla cognizione di sé.
[…] Se già storicamente il senso della vista era uno dei sensi privilegiati (Hegel limita alla vista e all’udito i sensi in grado di essere veicolo di piacere estetico), oggi assistiamo a un suo ulteriore accrescimento di importanza. Infatti, con le tecnologie interattive e la rivoluzione delle trasmissioni, il corpo umano si è trasformato in una sorta di “uomo terminale”, che per mezzo di veicoli statici audiovisivi, viaggia in un mondo telepresente.
[…] Tutto ciò, comunque, è parzialmente vero, infatti, nel mondo occidentale, si stanno riscoprendo i sensi fino a oggi negletti e questa presa di coscienza rappresenta un modo di insorgere contro la deprivazione sensoriale che stiamo soffrendo in un ambiente invaso dalla tecnologia. Vari filosofi, negli ultimi anni, si sono occupati di analizzare questo fenomeno del dominio della visione nella cultura occidentale, come per esempio David Michael Levin e Drew Leder che in particolare hanno studiato come in realtà la percezione sia il risultato di un’interazione tra i sensi. Davide Michael Levin critica l’egemonia del senso della vista nella nostra cultura dominata, a suo dire, da un oculocentrismo.
[…] Drew Leder, a sua volta, denuncia nel suo libro “The absent body” il modo di vivere della società occidentale, modo che egli definisce dis-corporato. […] Questo modo di vivere non deve la sua causa solo alla tecnologia e al benessere, ma si è potuto sviluppare principalmente grazie all’idea platonica che esaltava l’anima pura e disancorata dal corpo insieme alla concezione cartesiana del cogito, che relegava il corpo a un ruolo secondario a favore della ragione. L’autore rileva però il crescente interesse per un ritorno al corpo sempre più forte nella cultura contemporanea, testimoniato da vari tentativi di reagire all’esistenza decorporalizzata attraverso la ricerca di un rapporto intimo con la natura e dallo sviluppo di tantissime discipline sportive e terapie del corpo.
Nel mondo intellettuale il ritorno a un’interpretazione dell’esistenza legata alla percezione è avvenuto principalmente con la fenomenologia prima di Husserl e poi di Merleau-Ponty. Questi autori ci ricordano come l’esperienza umana sia incarnata, come cioè si riceve dal mondo circostante attraverso gli occhi, le orecchie, le mani […].
Traslando tutte queste considerazioni nel mondo dell’architettura, risultano essere molto calzanti alcune affermazioni dell’architetto finlandese Juhani Pallasmaa, secondo il quale molti aspetti dell’attuale “patologia” dell’architettura possono essere compresi solo attraverso una critica a questo predominio della visione. L’architettura si è trasformata in un’arte visiva: invece di proporre la creazione di un microcosmo per l’esistenza umana e una rappresentazione del mondo incarnata, insegue immagini retiniche dalla comprensione immediata. Ciò che manca nei nostri edifici, secondo Pallasmaa, è l’opacità e il senso di profondità dato dalle ombre, che sono il veicolo di una sorta di invito sensoriale alla scoperta e al mistero. […] Soltanto un’architettura che preveda un’esperienza multi-sensoria può essere significativa: uno spazio che si può misurare con gli occhi, il movimento, i muscoli e il tatto, che realizzi cioè una compresenza di sensazioni che mettano in rapporto l’intera percezione del nostro corpo con l’ambiente costruito.
L’interesse emergente per queste problematiche è sottolineato dal fatto che esse costituiscono materia di studio in diverse università statunitensi. Ci sono vari corsi nelle scuole di architettura dove si affronta la progettazione e lo studio dello spazio mediante un approccio percettivo, come per esempio: quello di Karen A. Franck al New Jersey Institute of Technology, di Galen Cranz alla Berkeley in California dove si parla di coscienza del corpo, prossemica, di ambiente sensorio […]. In Europa è da segnalare la scuola di Mendrisio in Svizzera dove, in particolare nell’atelier di Zumthor, si affronta la progettazione con un approccio sensoriale».

Daniela Martellotti, Architettura dei sensi, Roma, Mancosu, 2004, p. 43.

BIBLIOGRAFIA DI APPROFONDIMENTO
Drew Leder, The absent body, Chicago, The University of Chicago Press, 1990, pp. 218.
David Michael Levin, The body recollection of being: phenomenological psychology and the deconstruction of nihilism, Londra, Routledge & Kegan, 1985, pp. 390.
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, a cura di Andrea Bonomi, Milano, Il Saggiatore, 1965, pp. 597, (I ed. francese, 1945).
Juhani Pallasmaa, Gli occhi della pelle. L’architettura e i sensi, Milano, Jaca Book, 2007, pp. 90, (I. ed. britannica, 2005).
Juhani Pallasmaa, “Hapticity and the time: notes on fragile architecture, The architectural review”, n. 1239, 2000, pp. 78-84.

a cura di Davide Turrini

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1 aprile 2009

Opere di Architettura

British Museum Great Court

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Scorcio della sala di lettura al centro della Great Court.

L’occasione del trasferimento della British Library nella nuova sede di St. Pancras ha creato le condizioni per un progetto di totale rifunzionalizzazione del British Museum curato da Sir Norman Foster tra il 1994 e il 2000. Al centro del museo, nella Great Court che dalla metà dell’Ottocento ospita la neogotica sala di lettura progettata da Sydney Smirke, Foster ha ideato una grande piazza coperta da una struttura vetrata e interamente pavimentata in lastre di un calcare iberico di colore chiaro e di grana finissima. Anche il volume cilindrico della sala di lettura è stato rivestito dello stesso litotipo e va a costituire il fulcro attorno a cui si sviluppano due nuove scalinate ellittiche che collegano i diversi livelli del museo.

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Sezione longitudinale del British Museum nell’immediato contesto urbano.

L’ampio spazio coperto agisce infatti da elemento connettivo e distributivo per i consistenti flussi di pubblico che attraversandolo possono raggiungere le diverse sezioni espositive, i servizi di ristoro e le nuove sale interrate destinate a conferenze e attività didattiche.
Il nuovo volto della Great Court è dominato da un’immagine di grande unitarietà; grazie al mantello di copertura trasparente, che come un velario lievemente rigonfio raccorda il volume cilindrico centrale con le facciate circostanti, e grazie al rivestimento litico continuo e omogeneo che fodera completamente le superfici verticali e orizzontali della piazza, le preesistenze e i nuovi spazi trovano un’organica fusione nel segno di un’atmosfera sobria, luminosa e rarefatta, caratterizzata dalla luce zenitale e dalla chiara dominante cromatica della pietra.

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Vista generale e progetto esecutivo del rivestimento lapideo della sala di lettura (rielaborazione grafica Davide Turrini).

Il ruolo dello spazio reinterpretato da Foster non si limita ad una rilettura dell’immagine architettonica e ad un riordino dei percorsi di fruizione museale ma, inscrivendosi in un più ampio progetto di riqualificazione urbana operato tra il 1996 e il 2003, diviene il baricentro di una potente operazione di valorizzazione e raccordo di luoghi chiave della cultura londinese come Covent Garden, Trafalgar Square e, appunto, il British Museum.
La consistente fornitura di pietra richiesta dal progetto di Foster per la Great Court è stata assicurata da Savema s.p.a., azienda di Pietrasanta leader nella escavazione e lavorazione dei lapidei. La realtà produttiva versiliese ha affiancato il team di progettazione sin dalla fase di redazione degli elaborati grafici esecutivi, mettendo in campo specifiche competenze tecniche nella ingegnerizzazione del progetto dei rivestimenti, delle pavimentazioni nonché delle scalinate di impianto ellittico che abbracciano la sala di lettura.

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Abaci di componenti in pietra realizzati per la Great Court del British Museum: in alto, esecutivi dei masselli per le pedate delle scale; in basso, sezioni di elementi da rivestimento curvi o angolati (rielaborazioni grafiche Davide Turrini).

Durante le operazioni di costruzione il cantiere è stato approvvigionato con oltre 10.000 metri quadrati di lastre da pavimentazione di geometria radiale e pezzi per rivestimenti verticali caratterizzati da facce concave o convesse di curvatura diversificata. A tali elementi si sono poi aggiunte le forniture di masselli per le pedate delle scale e di pezzi speciali per corrimani litici di sezione complessa.
La pietra calcarea scelta per la realizzazione è stata accuratamente selezionata per garantire caratteristiche estetiche e prestazionali ottimali, sia in termini di omogeneità cromatica che di resistenza strutturale e durabilità (data la collocazione in spazi ad elevata affluenza di pubblico). Dopo le operazioni di taglio primario e secondario, tutti gli elementi sono stati modellati con l’ausilio di macchine a controllo numerico e sono stati sottoposti ad un trattamento finale di levigatura.

di Davide Turrini

Bibliografia di riferimento
David Jenkins (a cura di), On Foster… Foster on, Monaco-Berlino-Londra-New York, Prestel, 2000, pp. 814.
Norman Foster, Deyan Sudjic, Spencer De Grey, Norman Foster and the British Museum, Monaco-Berlino-Londra-New York, Prestel, 2001, pp. 120.
Massimiliano Campi, Norman Foster. Il disegno per la conoscenza di strutture complesse e di geometrie pure, Roma, Kappa, 2002, pp. 169.
David Jenkins (a cura di), Norman Foster: Works, Monaco-Berlino-Londra-New York, Prestel, 2003, voll. 4.
David Jenkins (a cura di), Norman Foster: Catalogue, Monaco-Berlino-Londra-New York, Prestel, 2005, pp. 259.
Giovanni Leoni, Norman Foster, Milano, Motta, 2008, pp. 119.

Vai a:
Foster and partners
Savema s.p.a.

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30 marzo 2009

Opere di Architettura

Domus Galilae a Chorazim, Israele
Kiko Arguello Wirtz / Rino Rossi

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Immagini tratte dalla rete

Come è noto vi sono realtà estere – ne sono un esempio i casi degli Stati Uniti o del Giappone – in cui il made in Italy davvero costituisce agli occhi dell’acquirente una condizione di particolare significanza commerciale. Pur essendo però la provenienza italiana un valore aggiunto generalmente riconosciuto nel mondo negli ambiti in cui intervengano l’artigianalità ed il sapere manifatturiero, forse non si direbbero sempre per primi i mercati mediorientali, come i bacini in cui questo dato potesse sempre fare maggiormente breccia. Con particolare riferimento all’area israeliana e palestinese, la consapevolezza di una storia millenaria e parimenti importante alla nostra, e pure l’eccezionalità della condizione legata alla presenza delle sedi religiose, risultano punti di contatto con la cultura italiana ma anche creano ragionevolmente i presupposti di un’orgogliosa possibile rivendicazione di autosufficienza.
Nel settore delle pietre poi, la presenza di materiali lapidei caratteristici locali è tale da connotare il volto di un’intera città come Gerusalemme, fino al punto di imporne in quota parte l’utilizzo nelle nuove costruzioni intervenenti nel centro storico.
Su queste premesse, quand’anche occasionalmente, la capacità di riuscire a convincere questo specifico mercato oltre confine costituisce per noi risultato ancora più significativo. In favore di aperture sovranazionali possono in effetti subentrare volontà di progetto orientate a richiamare episodi monumentali diversi da quelli tipici locali, come pure scelte di vincolarsi strettamente alle caratteristiche tecniche di una specifica pietra rispetto alle altre simili sul mercato, ma queste due condizioni da sole non paiono del tutto sufficienti a scardinare il banco delle materie prime autoctone in assenza di un adeguato sostegno dedicato di struttura aziendale.

Domus Galilae
Netta nel tratto e, se osservata da talune visuali, affiorante come pietra dura in superficie, la Domus Galilae vicino a Gerusalemme è una nuova occasione offerta al rivestimento litico parietale d’essere protagonista. Gli stilemi sontuosi occhieggianti alla tradizione locale e le connotazioni altre d’ispirazione più internazionale, anche di richiamo alle esperienze indiane di Khan, sono trattenuti in dinamico accordo dall’opera connettiva svolta della materia grigia arenaria.
Un monumento, un oggetto articolato vocato all’essere contemplato d’attorno, si completa qui di un ampio spazio verde perimetrale.
Il complesso abitativo affronta il tema della moltitudine di unità nell’unico edificio e si offre quale sistema urbano a sé stante; nelle sue profondità e nei suoi raccordi trovano spazio misurati intenti scultorei e riusciti accostamenti polimaterici, ora evocativi con l’intarsio, ora orientati all’immagine più innovativa mediante il ricorso alle tecnologie del cristallo.

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Il percorso centrale contenuto da setti lapidei (le immagini sono fornite da Il Casone)

Pietra serena e colombino levigati sono utilizzati entrambi, secondo il desiderio del progettista. E’ notevole, nella complessità dell’opera, il controllo del dettaglio.
Un primo esempio sono i tracciati segnati dai giunti di pavimentazione allo sbarco della scala monumentale, simmetrici rispetto al varco del camminamento. Allo stesso modo risultano simmetrici quelli fra gli elementi costituenti le pedate della scala contigua; particolarmente all’ultimo gradino d’ogni rampa, la tripartizione dei conci si ridistribuisce guadagnando l’intera dimensione del percorso compreso fra i due setti di contenimento.
Un secondo esempio è l’arco strombato: esso si compone a sua volta di sette differenti piani di profondità, cui corrispondono altrettanti autonomi archi lapidei tracciati su una geometria a tre centri, a ribadire significati di trinità religiosa. Oltre alla perizia tecnica di disegno e di realizzazione dei conci, s’evidenzia in questo caso l’impegno nel far sorreggere senza dissimulazioni i pesi propri e portati di materia dalle quattordici colonne sottili in base d’arco.
La vocazione più generale dell’intero complesso è religiosa. Alla prima realizzazione dai richiami formali d’accento kahniano, segue il completamento nell’adiacente costruzione del piccolo convento e della cappella del Santissimo posta al centro, a pianta circolare.
Al medesimo tempo connessione e cesura fra le due metà dell’intero intervento, scende da monte a valle l’ampio percorso pedonale su più livelli; i setti scalettati d’ordine gigante lo delimitano assecondando le linee di pendio naturale. Il progettista li riveste con conci regolarmente giustapposti per due corsi, cui sempre segue un corso con sormonto in mezzeria; poi la sequenza si ripete ordinatamente.
Le arenarie dell’Appennino tosco-emiliano fornite da Il Casone di Firenzuola, coerentemente con quanto allestito nei fabbricati a fianco, ancora cercano equilibri polimaterici; sono coinvolti allora i marmi bianchi, le fusioni dei metalli, il vetro e l’acqua. A ciascuno di questi è riservato specifico, singolo ruolo; alle arenarie grigie spetta invece quello di presenza dominante e caratterizzante. Il progetto indaga infatti, per i grigi di provenienza italiana, la gamma completa di applicazioni: abbiamo pavimentazioni esterne ed interne, rivestimenti di parete, poi addirittura coperture, oltre a vari elementi scultorei.
Questi ultimi, così come i conci posati a definire la copertura delle celle situate al perimetro del nuovo spazio aperto, tentano la reinterpretazione in chiave contemporanea delle geometrie orientali tipiche.
I piani pavimentali sono proposti con disegno regolare e costante delle lastre, senza diversità fra i conci nei differenti corsi di posa. Così facendo il calpestio predispone una piattaforma neutra da cui poter contemplare senza impedimenti il paesaggio naturale. Ci troviamo infatti di fronte ad un tempio sul mare, come a Tharros o Delfi.
Se dunque la prima parte dell’intervento risulta elemento scultoreo nel paesaggio pronto ad essere osservato dall’esterno, il suo completamento si offre come spazio contemplativo da cui finalmente potersi fermare ed ammirare l’intorno naturale.

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Alcune viste d’insieme dell’intervento (le immagini sono fornite da Il Casone)

di Alberto Ferraresi

(Vai alla pagina del progetto per la Bezalel Academy a Gerusalemme)
(Vai al sito Casone)

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26 marzo 2009

Opere di Architettura

Leibnizkolonnaden a Berlino (1997-2000)
di Hans Kollhoff*

English version

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Veduta della piazza filtrata dalle colonne

A Berlino, nelle immediate vicinanze del Kurfürstendamm, Hans Kollhoff, coadiuvato da Helga Timmermann, è il protagonista di un gesto architettonico di grande rigore conferendo una forte identità ad un vuoto urbano per troppo tempo abbandonato ad uno stato di assoluta provvisorietà.
Grazie a due edifici dal carattere compatto, Kollhoff definisce due testate raffrontate, una coppia di margini regolari chiudenti posti a separare il tessuto edificato esistente da una nuova piazza. Si tratta della Walter Benjamin Platz che come un ampio corridoio pedonale congiunge due delle principali arterie del quartiere di Charlottenburg. A delimitare la piazza verso la Leibnizstrasse, schermando con lo scrosciare dell’acqua i rumori del traffico, è una serie di fontane che “nascono” dal piano pavimentale realizzato in grandi piastre di granito. A dar forma alle pareti dell’invaso spaziale, individuando una lunga fuga prospettica, sono le cortine continue di facciata dei due edifici contrapposti, sviluppate per oltre 100 metri di lunghezza e 20 metri di altezza.
All’interno di ognuno dei corpi di fabbrica sono ospitate diverse funzioni, da quella residenziale a spazi per il commercio e le attività ricettive; così come diversi sono il numero dei piani (sette o otto livelli), la distribuzione planimetrica e il dispositivo strutturale (telai o setti portanti in cemento armato). Tale differenziazione dà vita a due facciate simmetriche ma non identiche, dove il tema comune della scansione tettonica dei prospetti è sì frequentemente variato, ma rimane sempre e comunque inscritto in un regola generale, dettata dalle gronde continue (sormontate da un breve attico) e da due, eguali, portici colonnati terreni.

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Planimetria e sezione trasversale dell’intevento

Le colonne che, in una sorta di ordine gigante, si sviluppano per i primi due piani di ogni edificio, compartecipano alla macchina statica dell’insieme e scandiscono, insieme con lesene e marcapiani ai livelli superiori, la spessa profondità plastica dei fronti. Si tratta di una partitura di facciata dalle forti valenze chiaroscurali, realizzata tramite colonne monolitiche e grandi lastre di rivestimento in pietra arenaria grigia posate a strati, così come efficacemente descritto dallo stesso Kollhoff: “oggi non si costruisce più con pesanti pietre sbozzate. La pietra che adoperiamo è in lastre di spessore da tre a sei centimetri (…). La disposizione delle lastre sulla facciata può seguire due principi opposti. Il primo è considerare l’edificio come un cubo astratto (…). Il secondo è trattare l’edificio oggettivamente: le lastre vengono articolate secondo un principio tettonico (…). Seguendo il procedimento della tettonica si aprono, oltre a quelle ormai dimenticate, altre possibilità di espressione dell’edificio, superando il semplice tema della distribuzione dei carichi, ma riportando in primo piano la relazione con la fisicità dell’uomo. Per questo noi consigliamo – soprattutto nell’isolato, quando l’edificio non si presenta come volume ma semplicemente come superficie – di costruire la facciata posando i rivestimenti a strati, cioè lavorando sull’effetto di rilievo. Le lastre di rivestimento si possono traslare una dietro l’altra senza problemi. Le tolleranze vengono coperte, le fughe delle giunzioni sono inevitabili solo nella zona dell’architrave. Con una forma architettonica sublimata si ottengono l’immagine monolitica e il gioco di luce e ombra che tanto ci impressionano della pietra prima che venga tagliata”.1
In quest’ottica che non falsifica la massività dell’architettura litica ma ne aggiorna la “sostanza” costruttiva, anche la monoliticità delle colonne è ottenuta grazie ad un fruttuoso sincretismo che fonde la tecnologia del calcestruzzo armato e una pratica rinnovata della scienza stereotomica.
Attorno ad un’armatura d’acciaio e all’interno di una casseratura metallica, viene gettato un impasto di leganti e graniglie di marmi diversi per dar vita ai fusti delle colonne. Gli elementi grezzi così ottenuti sono poi lavorati su di un grande tornio che, asportando materiale, conferisce alle colonne l’entasi geometricamente perfetta che le caratterizza. In un processo costruttivo che vede la perizia artigianale degli scalpellini sostituita dalla precisione elettronica delle macchine a controllo numerico, i fusti sono poi ulteriormente levigati e lucidati sino ad ottenere una superficie specchiante che evidenzia la granulometria omogenea degli inerti di marmo dell’impasto.

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Rielaboazioni grafiche di facciata e colonna

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Così in questa teoria di 52 fusti tutti identici, alti oltre 6 metri con un diametro massimo di 76 centimetri, Kollhoff trova la quintessenza della colonna contemporanea, mancante della base perché appoggiata direttamente su di una pedana litica che evoca lo stilobate classico e priva di capitello in quanto conclusa, in cima, da un semplice collarino. In questa estrema sintesi che vuole distillare le nuove forme di un ordine architettonico stilizzato, anche la successione classica di architrave, fregio e cornice della trabeazione è presentata come semplice progressione in leggero aggetto di due fasce piatte e di un listello terminale. Dei triglifi rimane una memoria in una piastra quadrata posta sull’asse di ogni supporto colonnare.

di Alfonso Acocella

Note
* l saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.
1 Hans Kollhoff, “Hofgarten am Gendarmenmarkt, Friedrichstrasse 79”, Bauwelt n.7, 1997, p.300 (traduzione italiana Annegret Burg, Kollhoff, Berlino, Birkhäuser, 1998, pp. 190-191).

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24 marzo 2009

News

REGOLA E SOSTENIBILITÀ
Lectio Magistralis di Gilles Perraudin

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GILLES PERRAUDIN
REGOLA E SOSTENIBILITA’

LECTIO MAGISTRALIS|MERCOLEDI’ 1 APRILE 2009|ORE 11|
AULA MAGNA

via Quartieri 8

Corso di COSTRUZIONI IN PIETRA|a.a. 2008-2009|Prof. ALFONSO ACOCELLA, Prof. VINCENZO PAVAN
Corso di STORIA DELL’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA|a.a. 2008-2009|Prof. MARCO MULAZZANI

Saluti, prof. Roberto Di Giulio Direttore del Dipartimento di Architettura
Presentazione, prof. Vincenzo Pavan

Gilles Perraudin
Nato nel 1949, Perraudin si laurea nel 1977 all’Ecole d’Architecture di Lyon, città dove vive e lavora.
Inizia la propria attività progettuale, in associazione con Françoise Jourda, sviluppando una coerente linea di ricerca su edifici a struttura leggera e ad alto contenuto bioclimatico. Tra i più significativi di questo periodo l’ampliamento della Scuola di Architettura di Vaulx-en-Velin di Lioni, la residenza per studenti a Ecully, edifici dell’Università di Marne La Vallée, l’Emscher Park Academy di Herne Sodingen.
Contemporaneamente collabora con alcune grandi firme internazionali come Foster e Rice.
Nel 1998 fonda lo studio Perraudin Architectes con Elisabeth Polzella, e inizia una approfondita ricerca sulle strutture in pietra massiva utilizzando grandi blocchi di Pierre du Pont du Gard in una rigorosa disciplina costruttiva che caratterizza numerosi suoi edifici nel sud della Francia. Tra questi le cantine vinicole di Vauvert, Nizas e Solan, e il Centro Professionale “Marguerittes” a Nîmes.
Perraudin ha svolto attività didattica in diverse sedi accademiche:
Lione, Oslo, Huston, Copenhagen.
Attualmente insegna alla Facoltà di Architettura Languedoc-Roussillon a Montpellier.
È stato insignito di numerosi riconoscimenti e premi tra i quali Membro dell’Accademie Française d’Architecture; Primo premio al Concorso Europeo delle energie solari passive, 1980; l’International Award Architecture in Stone di Marmomacc, 2001; la Tessenow Gold Medal, 2004.

Leggi su Gilles Perraudin:
Gilles Perraudin intervistato da Mario Pisani
Centro scolastico a Marguerittes
Cantine vinicole a Vauvert
Gilles Perraudin, cantina per il Monastero di Solan

Gilles Perraudin sarà presente in Conferenza a Verona il 31 marzo 2009
Museo di Castelvecchio, Sala Boggian, ore 17,00

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