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27 febbraio 2009

Design litico

La pietra è terra

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Terra Kitchen (le fotografie sono fornite da Claudio Silvestrin architects)

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Completiamo solo momentaneamente l’itinerario lapideo dei progetti di Claudio Silvestrin portando a compimento i pensieri introdotti nelle occasioni de Il Casone a Marmomacc; siamo guidati dall’architetto, che afferma: la pietra è terra.
In che senso, però, terra? La terra forse su cui camminiamo, capace del suono sotto le nostre suole, o forse la terra su cui appoggiano i polpastrelli le fondamenta delle nostre case; la terra che ci prende il palato coi suoi frutti, che imprime l’aria con le fragranze a seconda della pioggia e del tempo atmosferico, mentre agli occhi mostra la chimica dei suoi componenti. La chiave di lettura sensibile, fosse questa la giusta via interpretativa, è profondamente connaturata alla condizione umana. E’ dunque legata strettamente al senso ed alla percezione del tempo di ciascuno.
La terra allora ci precede e pure sopravvive a noi, come alle nostre quotidiane sensazioni. Il suo è un tempo di durata, disteso ben oltre l’attimo, e questo ai nostri sensi si traduce in termini di solidità, sicurezza, stabilità.
La ricercata a-temporalità espressiva dei volumi di questa cucina include comunque entro propria sagoma anche elementi tecnici d’ultima generazione, introducendo così il tema di progetto dei sottili accostamenti antitetici.
Per Minotti cucine nel 2005 Claudio Silvestrin disegna la linea Terra. Riportiamo liberamente all’italiano la descrizione offertaci dall’architetto in lingua inglese.

La terra – le sue acque, foreste e montagne – è straordinariamente bella in se stessa, nella sua semplice, sola presenza.In contrasto con gli artefatti d’ogni giorno, in cui sono predominanti l’uso e la funzione, la terra è ciò che è, indipendente da ciò che noi siamo, da ciò che facciamo e dal senso che vi attribuiamo.
Concependo la cucina Terra, ho immaginato un oggetto che fosse utile, funzionale e che fosse presente con la stessa forza della natura: solida, senza tempo ed astratta.
Ho espresso l’immenso valore della terra con una forma geometrica rigorosa e materiali naturali – pietra e cedro.Cucinare su di un piano di lavoro in porfido che ha ventotto milioni di anni, mi fa sentire allo stesso tempo riverente e felice.
La cucina Terra è disponibile in differenti materiali e combinazioni: porfido chiaro o scuro, legno di cedro, e la più recente pietra Labradorite.

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Un tavolo della collezione H_O (le fotografie sono fornite da Claudio Silvestrin architects)

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Un anno dopo Terra Kitchen Claudio Silvestrin disegna la collezione per ufficio direzionale H_O per Poltrona Frau.
La solidità di Terra Kitchen non viene meno in questi arredi in cui, per vero, la solidità lapidea è ammorbidita dalle fasciature in pellame di lavorazione tipicamente artigianale di poltrona Frau. La solidità è mitizzata al punto, in alcuni pezzi della collezione, da far prevalere dimensionalmente il sostegno in porfido sulla superficie orizzontale del piano di lavoro in legno, sopravanzandola. Quest’ultimo – il piano – completa il mix d’ingredienti naturali del progetto e fa da ponte fra litica durezza e più soffice, epidermica consistenza dei sostegni al lato opposto. Gli spessori, comunque generosi, s’accoppiano ai materiali in modo personalizzato: il sostegno in porfido più massiccio, il piano di una consistenza capace di confortare con la propria altezza la presa ravvicinata del palmo d’una mano, le gambe sottili rivestite Frau.

Elegante ed intenzionalmente al di sopra dell’idea di moda, H_O è una collezione di raffinato arredo di gusto esclusivo, che Claudio Silvestrin ha disegnato in risposta al bisogno di un prestigioso e lussuoso home office. Incentrato sulla naturale bellezza dei materiali utilizzati nelle più consolidate tradizioni d’artigianato – pelle, porfido e legno – e su di un design attento alla proporzione di tutte le parti, la collezione H_O segue la rinnovata tendenza ad apprezzare e trarre piacere dall’unicità dell’arredo esclusivo.
Sviluppato come insieme d’elementi che possono esser posti uno accanto all’altro, il progetto si caratterizza per i montanti di tavoli e scrivanie in porfido naturale, che rispondono ai toni caldi del legno e del pellame lavorato a mano, per produrre una tavolozza tono su tono.Una combinazione inusuale per una collezione prestigiosa, progettata per durare oltre il tempo.

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Oriente/Occidente (le fotografie sono fornite da Claudio Silvestrin architects)

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Oriente/Occidente è un tavolo da pranzo per Glas, del 2006. Anche in questo caso non troviamo gambe puntuali, ma piani della consistenza minima in spessore, quasi superfici.
I due mondi s’incontrano con preciso incollaggio a 45 gradi, l’uno portatore di sincere trasparenze, l’altro d’opacità sfumate nelle vene grigie del Carrara.
Visibile ed invisibile, duro e morbido, senza tempo e contemporaneo: nel design in particolare, Silvestrin è sensualmente ossimorico e sempre trae da questi accostamenti diretti il contenuto ulteriore alla semplice somma degli elementi costituenti.

I piani grigio-venati sono in marmo Statuario di Carrara e vetro trasparente ultra-sottile, di 19 mm di spessore. Il top vetrato è formato incollando i bordi rifilati a 45° di un cristallo centrale, ai bordi di due lastre marmoree laterali. I supporti, fissati al piano vetrato mediante piatti d’acciaio, sono costituiti da due lastre di vetro incollate assieme.

di Alberto Ferraresi

(Vai al sito Casone)
(Vai al sito di Marmomacc)
(Vai al post precedente sul design litico di Claudio Silvestrin)
(Vai al sito di Claudio Silvestrin)
(Vai al sito di Minotti cucine)
(Vai al sito di Poltrona Frau)
(Vai al sito di Glas)

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24 febbraio 2009

News

PROGETTARE IN PIETRA
L’architettura di pietra fra tradizione ed innovazione

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FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI FERRARA AA. 2008-2009
CORSO “COSTRUZIONI IN PIETRA”
In collaborazione con MARMOMACC-VERONAFIERE

Prof. Alfonso Acocella
Prof. Vincenzo Pavan
Arch: Veronica Cupioli
Arch. Veronica Dal Buono
Arch, Davide Turrini

Durata del Corso – 100 ore (CFU)
Inizio delle lezioni 25 Febbraio 2009-02-21

Obiettivi del Corso:
Il corso è finalizzato a consolidare negli studenti del quinto anno della Facoltà di Architettura di Ferrara una consapevolezza critica sull’impiego dei materiali lapidei all’interno del progetto contemporaneo d’architettura, d’allestimento d’interni e di design. Temi portanti dell’offerta formativa sono: l’identificazione e l’interpretazione critica dei codici e dei linguaggi con cui la pietra si presenta nell’architettura contemporanea; l’analisi della connessione tra progettazione architettonica e tecniche costruttive legate alle nuove frontiere di trasformazione e trattamento dei materiali lapidei; il trasferimento di tali processi analitico-critici nell’esperienza progettuale dell’Atelier di progettazione..

Contenuti didattici:
L’offerta didattica del corso si svilupperà per sezioni tematiche articolate su linguaggi e tecniche dell’architettura litica con particolare attenzione alle esperienze contemporanee. Attraverso una lettura sincronica delle fasi che concorrono alla realizzazione dell’opera architettonica saranno indagati i legami tra concezione formale, aspetti costruttivi e qualità tecnico espressive dei materiali litici, secondo una visione unitaria dei saperi.

Argomenti delle lezioni
Lo Stile litico
La rinascita della pietra strutturale
I rivestimenti a spessore e l’opera muraria composita
I rivestimenti sottili contemporanei
L’epidermide di pietra
Light stone. Leggerezza e trasparenza della pietra
Liquid stone. Pietre fluide e architettura digitale
Lo spazio pubblico di pietra
Il design litico contemporaneo

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Lectures (Inviti):

GILLES PERRAUDIN
Perraudin Architectes, Lione (Francia)

FERNANDO MENIS
Menis arquitectos, Santa Cruz de Tenerife (Spagna)

MANUEL AIRES MATEUS
Aires Mateus & associados LDA, Lisbona (Portogallo)

RAFFAELLO GALIOTTO
Galiotto design, Vicenza, Italia

DAVIDE TURRINI
Università di Ferrara

GIUSEPPE FALLACARA
Politecnico di Bari

VERONICA DAL BUONO
Università di Ferrara

VERONICA CUPIOLI
Università di Ferrara

CHRISTIAN PONGRATZ
Texas Tech University, Lubbock, USA

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Atelier di progettazione. Osservatori di pietra per il paesaggio
Scopo fondamentale del corso è la formazione di una specifica “cultura della pietra” nei suoi aspetti tecnico-costruttivi, nelle potenzialità estetiche e nello sviluppo di appropriati e innovativi linguaggi.
Centrale rispetto a tali obiettivi è l’Atelier di progettazione incentrato su un tema che lega la costruzione lapidea al paesaggio.
Il luogo scelto è un percorso pedonale di circa 10 km che si snoda lungo la linea d’acqua sulla riva orientale del Lago di Garda, compreso tra i centri di Lazise e Garda, intensamente frequentato dal turismo stagionale e di fine settimana. Il tema è costituito da un sistema di piccoli edifici di accoglienza, informazione e ristoro distribuiti in zone di sosta individuate lungo il percorso. Il progetto, mirato a sviluppare una di queste unità di accoglienza, oltre ad approfondire gli aspetti costruttivi, intende stimolare attraverso l’uso dei materiali lapidei uno specifico legame con il paesaggio: l’acqua e le rocce, la vegetazione di terra e il canneto, l’orizzontalità della superficie del lago e la verticalità dei monti.
La semplicità del programma funzionale potrà favorire, attraverso la sperimentazione di linguaggi costruttivi innovativi, la ricerca di una nuova percezione dei materiali lapidei come componenti fondamentali della qualità dello spazio architettonico nei suoi aspetti di fisicità, materialità e sensorialità. Le unità di accoglienza saranno in questo senso pensate come “macchine di osservazione del paesaggio” e contemporaneamente come “accumulatori” di esperienze percettive.
La scelta dei materiali lapidei, le loro possibilità tecnico-costruttive e le potenzialità espressive saranno verificate attraverso il confronto diretto con aziende produttrici impegnate nella sperimentazione sia architettonica che di design, integrando la progettazione in studio con visite dirette ai laboratori.
Parte essenziale in tale processo sarà inoltre la ricerca dei fattori di sostenibilità energetica, di cui la pietra è naturalmente dotata, oggi imprescindibile per una consapevole metodologia progettuale.
Gli elaborati finali d’esame saranno formati da tre tavole di cm. 70×100 contenenti studi planimetrici, piante, prospetti, sezioni, particolari architettonici e rappresentazioni tridimensionali. Saranno inoltre elaborati plastici di studio in materiali diversi.
Le attività di progettazione saranno svolte con l’assistenza del gruppo docente e di alcuni visiting teachers.
Durante la 43ª Marmomacc, Mostra Internazionale di Marmi Design e Tecnologie, di Veronafiere i progetti del corso saranno esposti in una apposita mostra dedicata alla didattica e formazione.

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BRAND PARTNERS. I progetti produttivi

ANTOLINI LUIGI | Sega di Cavaion, Verona

CASONE | Firenzuola, Firenze

LABORATORIO MORSELETTO | Vicenza

LA PERLA | Chiampo, Vicenza

LITHOS DESIGN | Chiampo, Vicenza

PIBA MARMI | Chiampo, Vicenza

PIETRA DELLA LESSINIA
| S.Anna d’Alfaedo, Verona

SANTA MARGHERITA | Volargne, Verona

TESTI FRATELLI | S. Ambrogio di Valpolicella, Verona

TRAVERTINO SANT’ANDREA | Serre di Rapolano, Siena

VASELLI MARMI | Serre di Rapolano, Siena

Canale comunicativo del Corso: architetturadipietra.it
Fungerà da agenda e da spazio di social networking il web site tematico Architetturadipietra.it in cui sarà annunciata e documentata l’attività in svolgimento, le lectures, le visite e, allo stesso tempo, sperimentata un’attività di produzione e di condivisione dei contenuti promossa dal gruppo docente e dai frequentanti del Corso.

Biografie scientifiche dei docenti
Alfonso Acocella, architetto è Professore ordinario di Tecnologia dell’architettura presso la Facoltà di Architettura di Ferrara. Attualmente svolge i Corsi di “Cultura tecnologica della progettazione” e di “Costruzioni in pietra”. Ha scritto numerosi volumi sugli “stili tecnologici” dell’architettura in laterizio e in pietra; in particolare L’architettura di pietra (Firenze 2004), Stone Architecture (Milano 2006)

Vincenzo Pavan, architetto e studioso dei linguaggi dei materiali costruttivi. E’ curatore, dalla sua istituzione, dell’International Award Architecture in Stone di Veronafiere. Organizza per pubbliche istituzioni mostre e convegni internazionali di architettura e urbanistica nell’ambito dei quali ha pubblicato numerosi cataloghi. Ha esposto i propri progetti in mostre e musei internazionali tra i quali la Biennale di Venezia, il Deutsches Architekturmuseum di Francoforte e la Graham Foundation di Chicago. Dal 1994 è co-direttore dell’USA Institute (Urban Studies and Architecture Institute) di New York per il quale cura seminari di progettazione e convegni.

Veronica Cupioli, laureatasi presso la Facoltà di Architettura di Ferrara svolge attualmente il Dottorato di Ricerca presso la stessa Facoltà in Tecnologia dell’Architettura. Ai fini della ricerca si sta occupando dei temi relativi al design litico, con particolare attenzione al mondo degli interni e dei rivestimenti lapidee. Svolge attività di grafica e design per aziende private. Collabora dal 2006 con il blog architetturadipietra.it occupandosi di critica e recensioni. Nel giugno 2008 ha pubblicato per Alinea un saggio sulla riqualificazione dell’edificio UniqaHaus, a Klagenfurt (AU), ad opera dello Studio Frediani-Gasser.

Veronica Dal Buono, laureata presso L’Istituto Universitario di Venezia, consegue presso la Facoltà di architettura di Ferrara il titolo di Dottore di Ricerca in Tecnologia dell’Architettura. Coniugando l’interesse per il progetto contemporaneo, le tecnologie applicative dei materiali, la comunicazione e rappresentazione dell’architettura, la sua attività di ricerca si sviluppa in particolare intorno al rapporto tra uomo e materia con particolare interesse verso i laterizi, la pietra ed i prodotti d’artificio realizzati in analogia ai lapidei naturali. Autrice per riviste di settore pubblica interventi indagando tecnica e cultura del progetto contemporaneo.

Davide Turrini, laureato in architettura presso l’Università degli Studi di Firenze, ha conseguito nello stesso ateneo la specializzazione in Storia Analisi e Valutazione dei Beni Architettonici e Ambientali e successivamente, presso l’Università di Ferrara, il titolo di Dottore di Ricerca in Tecnologia dell’Architettura. Svolge attività di ricerca sulle tecnologie costruttive del laterizio e della pietra naturale tra tradizione e contemporaneità e pubblica con continuità contributi autonomi e articoli su riviste specializzate.

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In collaborazione con
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23 febbraio 2009

Citazioni

Manufatto

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Uno scalpellino al lavoro in un laboratorio di Serre di Rapolano. (foto Davide Turrini)

“Manufatto: fatto a mano o anche a macchina?
La disquisizione oggi non ha più molto senso, visto che tutte le figure di artigiano, da quello tecnico a quello artistico, dispongono già o sono avvicinate dalle tecnologie evolute e lavorano un prodotto creato con il contributo sostanziale della tecnica e delle macchine, non una ma tante, al contrario della fabbrica dove agli addetti corrispondono singole mansioni e macchine.
[...] La mano, simbolo universale di prima applicazione al lavoro dell’uomo, che secondo Henry Focillon nel suo saggio del 1934 Elogio della Mano: “… è azione; ella afferra, crea perfino, si potrebbe dire che ella pensa”, è il paradigma su cui si gioca l’importanza dell’artigianato oggi: declinazione e diversificazione, di segno opposto alla standardizzazione della produzione seriale.
Da sempre l’uso dell’attrezzo, poi diventato macchina, inteso come sostanziale contributo alla riduzione della fatica dell’uomo, non rappresenta una discriminante nei confronti di ciò che può essere considerato fatto a mano.
[...] L’uomo moderno cerca valori nella manualità e nella creatività del pezzo unico e non potrà fare a meno, anche in un futuro tecnologico, di oggetti della tradizione. L’artigianato, in particolare quello “tipico e artistico” [...], conserva un ruolo importante nella società, è parte di un processo di recupero dei valori tradizionali, affettivi, di appartenenza al territorio che dimostrano l’importanza della centralità dell’uomo e della cultura materiale”.

Claudia De Giorgi, Claudio Germak, “Artigianato comunità design” p. 11-12, in Manufatto, Cinisello Balsamo, Silvana, 2008, pp. 159.

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20 febbraio 2009

Letture

VERTICALITÀ
I grattacieli: linguaggi, strategie, tecnologie dell’immagine urbana contemporanea
E. Faroldi, L. C. Gramigna, M. Trapani, M. Pilar Vettori

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Le condizioni che in epoca contemporanea influenzano e orientano il governo del sistema-territorio, hanno indotto al rafforzamento dell’identità territoriale attraverso nuove trasformazioni ed episodi di “rigenerazione urbana”, competitive rispetto al contesto
metropolitano, regionale o nazionale, e nei confronti di scale diffuse di matrice internazionale. Nel processo di assimilazione dei luoghi a “prodotti”, principio fondativo delle politiche di sviluppo locale, la progettazione architettonica costituisce una delle strategie dirette alla competitività, attribuendo ai nuovi tipi edilizi compiti e ruoli sempre più connotati da finalità di marketing urbano: tra questi il grattacielo contemporaneo rappresenta uno strategico tipo architettonico in grado di rivestire grande importanza per il futuro della città. Condensatore dei fattori più influenti nell’ambito disciplinare del progetto architettonico, dell’economia, della tecnologia e della comunicazione, coinvolge indistintamente sia i processi di riqualificazione degli spazi pubblici e, più in generale, dell’intero ambito urbano, sia i fattori interagenti di trasformazione e riconversione delle aree dismesse della città. Nonostante gli aspetti di incertezza che tali fenomeni inevitabilmente innescano, lo scenario contemporaneo afferma la vitalità del tema progettuale: la sorprendente accelerazione della progettazione e costruzione di grattacieli degli anni recenti esibisce, pur nella diffusa tendenza all’auto-referenzialità, ricerche e percorsi che confermano, nella continuità con le sue radici culturali, economiche e simboliche, il ruolo sociale dell’edificio alto all’interno delle complesse dinamiche di trasformazione. La crescente attenzione nei confronti dell’ambiente e del territorio relaziona i progetti di architetture a sviluppo verticale con il grado di sostenibilità e di socialità delle soluzioni urbanistiche e architettoniche, nel tentativo di confermare che la verticalità, accanto ad un movente economico, si fonda ancora su presupposti culturali e sociali. Riflettere attorno al ruolo che il grattacielo, non solo come icona della modernità, riveste nello scenario dell’architettura contemporanea e delle sue contaminazioni, significa interrogarsi sulle accezioni, variegate e profondamente colte, che il tema del moderno ha assunto nel contesto
culturale del progetto di architettura, in relazione ad un concetto di costruzione che da sempre rappresenta la cifra caratterizzante dei processi di conformazione della città. Ne emerge un quadro a scala internazionale in cui la sperimentazione vuole fornire risposte concrete al superamento di problematiche intrinseche a tale tipologia, proponendo ipotesi e progetti che tentano di interpretare le variabili di natura sociale, insediativa, economica ed energetica, all’interno di un’evidente criticità di relazione con i tessuti urbani esistenti.In questo contesto, l’osservatorio italiano intende costituire, per nella difficoltà di esprimere in forma esaustiva esperienze compiute e concrete, uno scenario decodificatore del dibattito architettonico in atto, ribadendo il suo ruolo di ambito privilegiato interno al quale riflessioni
teoriche e ragioni di sostanza fondano le radici in un solido retroterra culturale da rileggere e rivisitare profondamente. La forma verticale, tra storia e ragioni del moderno, tra istanze urbane e semantica, tra immaginario e tecnologia, costituisce l’oggetto di una contemporanea narrazione tesa a mettere in evidenza luci e ombre di fenomeni architettonici destinati a definire i codici di nuovi paesaggi urbani.

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New York City USA, William van Alen, inaugurato il 27 maggio 1930, 319 metri.

Riflettere sul ruolo che il grattacielo, in qualità di icona della modernità, ha ricoperto nello scenario dell’architettura italiana del Novecento, significa interrogarsi sulle accezioni, variegate e profondamente colte, che il tema del moderno ha assunto nel contesto culturale europeo, in relazione ad un concetto di costruzione che da sempre rappresenta la cifra caratterizzante dei processi di trasformazione della città e del territorio.
Se per il grattacielo originario, quello americano, è ipotizzabile l’individuazione di una ragione precisa delle sue evoluzioni formali, indipendenti dalla struttura e dalla funzione, “una ragione che può essere compresa soltanto se si considera il sistema socio-economiche a cui interamente appartiene il grattacielo”, il paradigma italiano evidenzia come il concetto di verticalità possieda radici profonde che obbligano ad una lettura del fenomeno non limitata alle vicende che caratterizzarono le trasformazioni economiche intercorse dalla fine dell’Ottocento sino al XXI secolo.
La possibile soluzione all’enigma dicotomico esistente tra concentrazione urbana e distribuzione sul territorio, e la risposta alle esigenze di rappresentatività della nuova architettura aziendale, individua nel tema della costruzione verticale in Italia un’occasione importante per alimentare il dibattito sulla costruzione della città: nei primi decenni del Novecento, lo scenario architettonico e culturale italiano, al pari di quello europeo, focalizza l’attenzione sugli sviluppi delle costruzioni in altezza in America, divenendo luogo critico di osservazione, mai passivo seguace di meccaniche emulazioni.
Nonostante il fascino esercitato dall’innovazione tecnica e tecnologica della tipologia edilizia verticale, e l’elevato livello di pensiero espresso dalla scuola ingegneristico-strutturale italiana, il dibattito sul tema degli edifici alti si articola prevalentemente in ambito teorico. Le rare occasioni di progettualità in Europa si configurano come provocatorie sperimentazioni progettuali, quali il progetto del 1908 di Antoni Gaudì per un hotel di 360 metri a New York, o come traduzione di teorie urbanistiche, quali i piani di Le Corbusier o gli schizzi di Auguste Perret, oppure come apprezzamento del valore simbolico prima ancora che tentativo di applicazione pratica, come nel caso del costruttivismo russo che elegge il grattacielo a simbolo della Rivoluzione.
Non a caso la questione della verticalità in Italia prende il via proprio in concomitanza della crisi del grattacielo americano come “evento”: una crisi che Manfredo Tafuri fa risalire all’inizio degli anni Venti, generata da “l’equilibrio instabile fra l’indipendenza della singola corporation e l’organizzazione del Capitale collettivo” e sfociata nella scissione tra organismo architettonico e innovazione tecnica, tradottosi nell’incapacità di inserirsi nel processo di sviluppo della città in modo integrato, con il conseguente trionfo dell’eclettismo. “Accompagnata dal discredito critico di quanti avevano finito col riconoscervi l’immagine più stereotipata e negativa dell’antico ideale di modernità, la discussione sul grattacielo aveva assunto ormai i toni della querelle sociologica, facendo rinascere l’asprezza di quella diffidenza urbanistica che nel supercolosso scorgeva giustamente il pericolo di una progressiva erosione del concetto stesso di ordinamento urbano”.
Il pensiero critico europeo, diviso sulla questione americana tra interesse per gli aspetti tecnologici e pressioni della tradizione architettonica, orienta la propria ricerca verso la codifica di modelli tipologici capaci di interpretare i bisogni della società piuttosto che tendere alla definizione di forme atte a rappresentare una “macchina per fare soldi”. L’interesse è concentrato, oltre che sugli aspetti tecnologici e formali, su quelli distributivi, urbanistici e sociali, lasciando più sfumate le logiche imprenditoriali e di strategia aziendale che hanno generato il grattacielo americano.

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Trump Tower, New York City USA, Der Scutt su commissione di Donald Trump e della AXA Equitable Life Insurance Company, terminata nel 1983, 202 metri.

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In Europa il significato del grattacielo ruota attorno al dibattito sulla risoluzione delle questioni insediative della nuova città: i grandi temi delle modificazioni di scala generate dai fenomeni di crescita urbana, della logica di localizzazione degli insediamenti industriali, abitativi, dei servizi, dello sviluppo dei sistemi infrastrutturali, intravedono nello sviluppo verticale possibili strade da percorrere e alle quali consegnare il testimone di un parziale sviluppo.
Paradigmatiche, le sperimentazioni di Le Corbusier elaborate a valle di ricerche teoriche per la “città contemporanea per tre milioni di abitanti”: diciotto grattacieli a pianta cruciforme alti sessanta piani, disposti su una maglia ortogonale, costituiscono la matrice di un impianto volto a ridisegnare provocatoriamente il centro storico di Parigi, e inserito nel piano presentato all’Esposizione di Arti Decorative del 1925, promosso dal costruttore di aerei e di automobili Gustave Voisin.
A partire dagli anni Venti, in linea con le nuove tendenze espresse dalla società, la visione della città moderna coincide con quella di un organismo sviluppato in altezza, pur rimanendo radicata all’interno del dibattito sulla misura, scala e strumenti dell’intervento urbano: il tessuto delle città europee, radicalmente diverso dal modello americano ma non per questo estraneo alla verticalità storicamente presente sin dai tempi medievali, mostra una tenace resistenza ad incorporare le innovative tipologie dell’edificio alto, specchio della diffusa difficoltà ad interpretare il grattacielo come occasione di rinnovamento architettonico.
L’assimilazione dell’edifi cio verticale anche in Italia raggiunge la propria maturazione tramite l’interpretazione e l’assunzione di responsabilità intrapresa dal pensiero razionalista, grazie al supporto teorico delle posizioni generate dal taylorismo, dal fordismo e dall’organizzazione scientifica del lavoro. Il ruolo di Hilberseimer, Mies, Gropius, Mendelsohn, Le Corbusier, e successivamente della cultura urbanistica sovietica, diventa determinante nel riconoscere l’edificio alto quale elemento morfologico e funzionale della nuova città, non tanto in relazione al rapporto dialettico tra la tradizione architettonica europea e quella americana, quanto nella definizione di una
vera e propria categoria tecno-tipologica, anticipando le risposte necessarie a contrastare il prevalere di un’omologazione “internazionale”, dominata dall’assimilazione del modello statunitense.
La rimodellazione dello skyscraper non rimane circoscritta all’interno di repertori concettuali e formali: se, parallelamente, negli Stati Uniti le forme delle torri si ispirano a modelli gotici e rinascimentali, in ambito europeo, la medesima tematica si inserisce all’interno di una concezione urbanistica di “città verticale” in contrapposizione alle teorizzazioni sulla città giardino e sul decentramento urbano.
L’approccio non coincide con un’azione di sola critica, bensì affonda le sue radici in un’indagine teorica e scientifica: i primi studi di rilievo sui comportamenti delle strutture alte rispetto alle dinamiche del suolo si collocano agli inizi degli anni Trenta in Germania, in anticipo sugli Stati Uniti, grazie al contributo transdisciplinare della progettazione aeronautica, sviluppatasi dopo il primo conflitto mondiale, e alla valenza che alcuni maestri avevano attribuito alla dialettica tra architettura e innovazione tecnica. Risalgono al 1919-20 i progetti di grattacielo di Mies van der Rohe nella Friedrichstrasse a Berlino, prototipi di edificio multipiano in cemento armato, acciaio
e cristallo.
Confrontarsi con il tema del grattacielo significa rischiare di scivolare in narrazioni idealizzate o romantiche, che da Babele, attraverso le torri della città medioevale, per giungere agli scenari cinematografici, raccontano dello stretto rapporto tra tecnologia e immaginario che è all’origine di questo tipo edilizio. In realtà, riflettere attorno al ruolo che il grattacielo, non solo come icona della modernità, riveste nello scenario dell’architettura contemporanea, significa interrogarsi sulle accezioni, variegate e profondamente colte, che il tema del moderno ha assunto nel contesto culturale del progetto di architettura, in relazione ad un concetto di costruzione che da sempre rappresenta la cifra caratterizzante dei processi di trasformazione della città e del territorio.
In questo contesto, l’osservatorio italiano intende costituire, per nella difficoltà di esprimere in forma esaustiva esperienze compiute e concrete, uno scenario decodificatore del dibattito architettonico in atto, ribadendo il suo ruolo di ambito privilegiato interno al quale riflessioni teoriche e ragioni di sostanza fondano la radici in un solido retroterra culturale da rileggere e rivisitare profondamente. La forma verticale, tra storia e ragioni del moderno, tra istanze urbane e semantica, tra immaginario e tecnologia, costituisce l’oggetto di una contemporanea narrazione tesa a mettere in evidenza luci a ombre di fenomeni architettonici destinati a definire i codici di nuovi paesaggi urbani.

Emilio Faroldi, Laura Chiara Gramigna, Mauro Trapani, Maria Pilar Vettori
VERTICALITA’.
I grattacieli: linguaggi, strategie, tecnologie dell’immagine urbana contemporanea
Collana Biblioteca di architettura, Sezione Tecnologia,
Maggioli Editore,
Rimini 2008
pp. 233
44 euro

(Vai a Maggioli Editori)

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18 febbraio 2009

Interviste

Liticità contemporanee. Intervista a Luigi Alini

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La pubblicazione del libro “Liticità contemporanee. Da Stone Museum a Stone Pavilion” ci ha offerto l’occasione per riflettere sul rapporto tra materia, ricerca della bellezza e dimensione tecnologica del progetto. In questa intervista, Luigi Alini ci spiega come è approdato all’opera di Kengo Kuma, maestro-sognatore che riesce a far “mormorare” la pietra, rivelandone le innate potenzialità espressive, come nel caso dello stand progettato nel 2007 per IL CASONE.

Laura Della Badia. Quello scritto per IL CASONE non è il primo libro che dedica a Kengo Kuma. Come è approdato a questa ricerca?
Luigi Alini. I miei interessi disciplinari sono interni alla dimensione tecnologica del progetto. Le connessioni tra tecnica, tecnologia e progetto sono al centro delle mie attività da molti anni. Mi sono avvicinato all’opera di Kengo Kuma circa 8 anni fa, percepivo nel suo lavoro una dimensione del fare, una ricerca figurativa in cui la materia si rivela. Da quel momento in poi ho cominciato a guardare l’architettura da un altro punto di vista, è stata una rivelazione. La ricerca che ne è seguita è stato un approfondimento progressivo: ho cercato di non rimanere in “superficie”, mi sono spinto in “profondità” per trovare conferma a quelle intuizioni iniziali. E’ un cammino lungo, che non si è ancora esaurito. Continuo ad indirizzare le mie attività, con l’ostinazione e la convinzione che Kuma, parafrasando Bachelard, è “un sognatore che ascolta con attenzione le intime confidenze mormorate dalla materia“. Io cerco solo carpire questo sogno.

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L.D.B. Liticità contemporanee…Da Stone Museum a Stone Pavilion. Questo percorso tracciato nella monografia che cosa ci porta ad esplorare?
L.A. Sono convinto che Kuma abbia la capacità di rivelarci l’infinita bellezza della materia. In questo volume, insieme al prof. Alfonso Acocella, abbiamo proposto un’interpretazione dell’opera di Kuma in relazione all’uso della materia litica, alla capacità con cui Kuma la con-forma, la rivela. Le opere che abbiamo proposto, in realtà, sono un’unica opera. La tensione creativa è sempre la stessa, cambiano solo le condizioni al contorno. Le relazioni tra tradizione ed innovazione, tra il “già stato” e il “non ancora” sono in Kuma una verità che ci viene rivelata solo se guardiamo con ostinazione, solo se entriamo in sintonia con l’opera.

L.D.B. Le potenzialità espressive della pietra vengono indagate attraverso l’opera esemplare di un maestro della contemporaneità. Quali i punti salienti della sua ricerca su questo materiale?
L.A. Devo molto ad Alfonso Acocella. Ho trovato in lui un amico ed un riferimento per molte delle riflessioni che ho sviluppato su questo tema. Sono state oggetto di lunghe conversazioni. Del resto, Acocella, negli ultimi dieci anni, ha svolto un lavoro immane, di avvicinamento, di diffusione, sistematizzazione e promozione. Questo libro dà conto di un’opera che non ci sarebbe stata senza l’intuizione di Acocella e di Alini che lo ha seguito. Devo poi dire che Il Casone ha svolto un lavoro straordinario. Hanno aderito con entusiasmo ad una sfida che il progetto poneva. E’ stato meraviglioso vedere quest’opera nascere e progressivamente vivere di luce propria. Non dimenticherò mai la faccia dei molti amici che hanno visto l’opera il giorno della sua inaugurazione a Marmomacc, il loro viso esprimeva un senso di meraviglia di cui abbiamo tutti gioito.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, è difficile indicare delle strade lungo le quali orientare la ricerca in questo settore. Tuttavia, quello che mi sento di dire è che questo materiale ci propone una sfida continua, una sfida che è tutta interna all’opera di architettura, a quei nuclei di significato permanenti che si evolvono in forma di “continuità imperfetta”. E’ la materia che si fa elemento generatore delle forme.

(Vai al sito Casone)

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