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1 marzo 2010

Appunti di viaggio

Algeria

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Magici equilibri lapidei

I suoi occhi mi fissarono e si fecero come una lama sottile appena mi sedetti sul fuoristrada: “ un sasso e tu sei fuori!” Eh vita dura per chi colleziona sassi ed ama viaggiare! Questo infatti è stato il modo in cui Giorgio, il mio compagno di viaggio, mi ha accolto appena arrivata in Algeria.
Loro, con molte più ferie di me, erano già partiti da una settimana con i mezzi e ci stavano aspettando a Tamang rasset, in attesa di addentrarci assieme nel deserto a sud ovest dell’Algeria.
Algeria. Paese strano… poco “leggibile” se posso usare questo termine, tra tutti quelli visti forse il meno appetibile. Non per bellezza di paesaggi, anzi, ma per qualcosa di sottile, poco identificabile. Se poi si pensa di essere in viaggio con un branco di “cinghialoni” (i motociclisti) che hanno nel cuore e nella mente sabbia, sabbia, sabbia e dune, ecco che affiora un impercettibile…. mah… Intanto in Algeria gli erg più grandi sono chiusi al turismo (poco presente ed ancora in fase di rodaggio) per problemi di sicurezza (predoni) e quindi le tanto agognate dune sono piccole e generalmente basse. Ma anche le guide medesime, così abili e ben predisposte al “gioco” in Libia, qui sono molto timorose e poco attrezzate, con scarso senso delle pause o del paesaggio, oserei quasi non in sintonia con questi diavoli di turisti che non si capisce che diavolo ci vadano a fare in mezzo alle dune quando ci sono piste che ci girano attorno e ben al largo!!!

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Dromedari tra le dune

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Algeria. Grandi piattoni sassosi che ti costringono a trasferimenti lenti (i 40 km/h sono un successo), mentre attorno si dipana un’enciclopedia di monti, pinnacoli ed affioramenti rocciosi, compendio geologico di una situazione sempre in divenire e mai in maniera tranquilla.
Tin Rerhoch, ad esempio, laguna tidale di intensa bellezza che mostra la ferita di una colata magmatica sovrimposta. Touak, pinnacoli di arenaria in rapido disfacimento come un castello di carte in balia di forze incomparabili. Calcari fossili ed una sabbia comunque onnipresente che si infila ovunque, specie nell’auto, regalando un brilluccichio di infantile memoria sotto i raggi di un sole caldo che alla fine di ottobre fa registrare ancora i 52 gradi pomeridiani.
Ma non è tanto o solo questo che colpisce dell’Algeria.
Innanzi tutto il vento. Un vento così forte e continuo nella sua irregolarità da far entrare la sabbia anche nelle tende meglio sigillate: quanta ne abbiamo mangiata, durante quelle notti impietose! E che incredibili paesaggi ovattati, quasi avvolti in una foschia in grado di nascondere montagne e luoghi tanto da renderli così simili ad evanescenti acquerelli del Turner. Senza parlare poi delle corse dietro a sacchetti, tende (!) beffardamente pronti ad improvvisarsi una vita propria ben lontana da chi se ne crede proprietario…Ma l’Algeria è anche “animali”: tanti! Quanti!!generalmente assai poco rassicuranti, fatta eccezione per qualche velocissima gazzella (oltre i 70 km orari!), tanti scorpioni bianchicci, grandi, e curiosi fino a insediarsi quasi di regola sotto le tende, e ad arrivare a pungere una guida locale, messa a KO per qualche giorno (era già la nona volta. Ma si può dico io?). E vipere del deserto: beige con esili macchioline brune su tutto il dorso. Mortale. Per fortuna ugualmente spaventata da me quanto io da lei tanto da scappare entrambe per la propria strada in un battibaleno. E ancora ragni, lucertoloni giganti, dromedari, volpi del deserto…. E acqua.

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In punta di masso

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Sì, pare proprio strano parlare di acqua nei deserti ma in Algeria, forse a causa di un periodo eccezionalmente piovoso si trovavano laghetti d’acqua tra le dune e improbabili distese di piante di un colore verde smeraldo lungo i piattoni aridi e sassosi con un effetto strano ed imprevedibile.
Ma la cosa più forte ed intensa è l’energia di questi ambienti, assolutamente profonda, quasi dolorosa. E mai come in questa terra, come è accaduto ad altri compagni di viaggio, ho sognato. Sogni vividi, spesso dolorosi di persone ormai irrimediabilmente perse che mai nella tranquilla quotidianità avevo evocato. Algeria, terra irrequieta.

di Anna Maria Ferrari

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26 febbraio 2010

Design litico

La questione del “sottile”: evoluzione degli strati in termini di spessore

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I materiali da costruzione si inseriscono a vari livelli nella dialettica tra materia e tecnica, secondo requisiti di tipo formale, funzionale e tecnico, mettendo il progettista di fronte ad “elementi” che presentano differenti proprietà: da un lato, la scelta del materiale ha relazioni dirette con la sfera della cultura materiale e dell’immaginario simbolico, dall’altro tale scelta ha a che fare con la definizione del sistema fisico, in termini di configurazione della morfologia dei suoi componenti e controllo delle reciproche relazioni.
Il processo di complessificazione della materia in atto nell’ambito delle componenti d’involucro, tuttavia, da qualche tempo sembra porre le basi per un rinnovato rapporto con il materiale per l’architettura: i trattamenti superficiali da sempre utilizzati per migliorare alcune prestazioni dei materiali hanno acquisito caratteristiche funzionali tali da rappresentare un vero e proprio percorso evolutivo: quello di materiali funzionalizzati per sovrapposizione di strati. Questo processo, praticato fin dall’antichità, rappresenta una trasformazione silente ma dalle proporzioni enormi. È silente, poiché queste trasformazioni della materia appaiono spesso “immateriali”: in un settore -quello delle costruzioni- dove tutto si misura in termini di spessori e peso, gli strati di finitura sembrano non misurabili, in quanto spesso invisibili e impalpabili.
Quanto alle proporzioni di tale percorso evolutivo, esse sono enormi, poiché mettono in gioco il modo stesso di pensare la superficie dell’involucro edilizio.
Se, intuitivamente, la superficie di un oggetto è il luogo dei punti in cui finisce il materiale di cui l’oggetto è fatto e comincia l’ambiente esterno, o interno, e deve quindi affrontare molti tipi di sollecitazioni e aggressioni, nella realtà di fatto avviene che la stragrande maggioranza dei manufatti subiscano varie forme di trattamenti superficiali che riqualificano l’ultimo strato del materiale per renderlo adatto a sostenere le sollecitazioni dell’ ambiente esterno e rispondere a maggiori prestazioni, e ciò avviene soprattutto per l’involucro edilizio. Materiali come la pietra, il vetro, la ceramica, l’acciaio inossidabile ed alcuni altri metalli e leghe hanno, di fatto, la capacità di essere impiegati ed esposti agli agenti ambientali senza particolari modificazioni della loro superficie, grazie alle loro caratteristiche intrinseche di inerzia agli agenti aggressivi (chimici, fisici, biologici), durezza, lavorabilità superficiale; tuttavia, questi materiali rappresentano un’eccezione rispetto alle numerose situazioni in cui si rendono necessari interventi di modifica, protezione, trattamento della superficie.

“Rovesciando il punto di vista, si può dire che , se veramente la superficie di un oggetto è l’ultimo strato di un materiale che continua con le stesse proprietà verso l’interno, in definitiva ci troviamo di fronte ad uno spreco. Non a caso la natura (che tende all’economia), ha dotato gli organismi più complessi di una pelle, cioè di un organo specializzato nel ruolo di interfaccia tra interno ed esterno.”
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Rinunciando alla massa in favore di nuove sinergie con materiali differenti, i materiali per l’involucro subiscono da tempo una metamorfosi, che porta di fatto ad una nuova concezione della superficie rispondente alla sua funzione di interfaccia tra interno ed esterno, comprendendo quindi le qualità dinamiche che vi si concentrano: dall’idea di un limite inespressivo, statico della materia, si giunge all’idea di superficie come interfaccia tra due ambienti, divenendo essa stessa un componente dell’oggetto in grado di mediare tra interno ed esterno e di produrre autonomamente una gamma di prestazioni.

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da limite modificato…a entità aggiunta
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Data dunque l’importanza della superficie come sede di molte diverse funzioni, in termini generali, si può affermare che il modo di concepirla possa essere di fatto ricondotto a due processi fondamentali: la modifica del limite, o lo strato aggiunto.
Possiamo ricondurre il processo di modifica del limite alle operazioni di trasformazione della superficie di un oggetto attraverso la manipolazione più o meno spinta del materiale che lo costituisce. In questo caso potremo avere la formazione di una epidermide superficiale con caratteristiche chimico-fisiche nuove, ma creata a partire dallo stesso materiale del substrato.

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La superficie aggiunta comprende invece i processi in cui la superficie è ibridata con l’intervento di un altro materiale, una pelle aggiunta al sostrato, applicando quindi trattamenti realizzati con sostanze o processi diversi da quelli che ne costituiscono il supporto, ma in modo da risultare stabilmente fissati ad esso. Un componente bidimensionale in grado di ricoprire un oggetto può essere prodotto in molti modi differenti, dal più tradizionale (che vede l’impiego di vernici, pitture, smalti o metallizzazioni), ai processi che aggiungono “in parallelo” la futura pelle: i processi di laminazione, di termoformazione  di alcuni film plastici, di deposizione, di stampa, di elettrodeposizione o di rivestimento applicato in diversi altri modi.

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La famiglia dei film e coating funzionalizzati 3 appartiene a questa grande categoria: sotto la forma di membrane sottili, spesso flessibili, costituite al loro interno da una stratificazione di diversi materiali, questi rivestimenti  rappresentano una pelle  che dal punto di vista strettamente fisico, della consistenza dimensionale dell’involucro, si accosta attraverso diversi tipi di  lavorazione al materiale di supporto, a volte in maniera da non modificare, almeno in apparenza, il sistema; questo accostamento, tuttavia, dal punto di vista delle prestazioni e delle relazioni che la nuova pelle può instaurare con l’involucro come sistema, rappresenta uno strumento dal potenziale enorme, ed un campo che ha ancora molto da indagare per le possibili integrazioni all’architettura. La pelle diviene strumento dinamico e reattivo, in grado di regolare il flusso luminoso o termico che lo attraversa, in grado di veicolare informazioni, suoni, impulsi luminosi, in grado di modificarsi, insomma, insieme all’ambiente circostante.

La Pietra: limite modificato e superficie aggiunta

“Così si stabilisce un divorzio tra le materie dell’arte e le materie della natura, anche se unite tra loro da una rigorosa convenienza formale. S’assiste allo stabilirsi d’un ordine nuovo. Sono due regni, anche se non intervengono gli artifici e la fabbrica. Il legno della statua non è il legno dell’albero; il marmo scolpito non è più il marmo della miniera; l’oro fuso è un metallo inedito; il mattone, cotto e messo in opera, è senza rapporto con l’argilla della cava. I colori, l’epidermide, tutti i valori che agiscono otticamente sul senso tattile, sono cambiati. Le cose senza superficie, nascoste dietro la scorza, interrate nella montagna, bloccate nella pepita, inglobate nella mota, si sono separate dal caos, hanno un’epidermide, aderito allo spazio ed accolto una luce che la lavora a sua volta. Anche se il trattamento subito non pure ha modificato l’equilibrio ed il rapporto naturale delle parti, la vita apparente della materia s’è trasformata.” 4

L’impiego di una tecnica che trasformi la materia arricchendone le prestazioni mediante l’applicazione di strati successivi si inserisce nella strategia di funzionalizzazione dei materiali a scopo protettivo o ornamentale che sin dall’antichità non teme di modificare il derma del materiale naturale (fra le tecnologie antiche, i casi più noti sono quelli della colorazione, della laccatura, dell’applicazione di smalti vetrosi);
certo, è evidente che di fronte alle esigenze esplicitamente definite dal progetto, invece di elaborare una risposta sul piano globale del sistema materiale-tecnica, spesso si circoscrive la risposta al materiale da costruzione, che è solo una delle parti che lo compongono: accade così che i materiali da costruzione, divenuti a tutti gli effetti dei prodotti da progettare e produrre secondo specifici vincoli tecnici, economici o qualitativi, sono spesso chiamati a ricoprire il vuoto di progetti dall’impianto spaziale e tettonico debole.

“l’architettura di oggi presenta una sottigliezza che, però, ha uno strano spessore” 5

Un materiale come la pietra, si è detto, possiede già caratteristiche intrinseche tali da renderla adatta ad essere impiegata senza particolari modificazioni della sua superficie, e, per lo specifico di questo materiale, si sono sviluppati soprattutto rivestimenti protettivi sempre più avanzati, in grado di modificare quasi impercettibilmente l’aspetto, ma migliorando sensibilmente alcune prestazioni, soprattutto legate alla resistenza del materiale esposto agli agenti atmosferici (es. il caso dei prodotti idrofobizzanti a base di silano, la cui azione consiste nel modificare la “pelle” dei materiali in costruzione sui quali vengono applicati, in strato così sottile da non cambiare l’aspetto ed il colore originale del substrato. L’effetto sull’epidermide di questi materiali, dopo il trattamento con i silani, consiste nella variazione del comportamento nei confronti dell’acqua: da materiali idrofili si trasformano in materiali idrofobi). Nell’evoluzione di questi trattamenti protettivi, già impiegati comunemente, si sono sviluppati sistemi nano strutturati avanzati, impiegati per la conservazione di manufatti di valore archeologico e artistico. Infine, accanto a questi trattamenti, più specificamente protettivi, anche nell’orizzonte litico sembrano profilarsi trattamenti superficiali funzionalizzanti: superfici attive in sé, in grado di conferire proprietà antimacchia, antiacido, antibatteriche o puramente estetiche all’elemento lapideo.

Valeri Zacchei

Note
1 MANZINI Ezio, La materia dell’invenzione, Milano, Arcadia, 1986, p..183.
2 MANZINI Ezio, La materia dell’invenzione, Milano, Arcadia, 1986, pp..185-186.
3 “Un promettente campo di sviluppo è rappresentato dagli Strati Funzionalizzati, che possono essere usati per raggiungere specifiche prestazioni in termini di trasmissione luminosa e di isolamento termico; questi strati consistono sia di film, che di coating (…) i film sono spesso realizzati con materiali plastici su cui sono depositati in vario modo uno o più strati di materiale reattivo alla radiazione solare (…) I coating sono strati sottili di metalli preziosi e/o ossidi, in grado di reagire sia al range di trasmissione della radiazione solare che alla sua intensità”
da: COMPAGNO Andrea, Intelligent Glass façade, Basel, Birkhausen, 1999, p. 41
4 FOCILLON Henry, “Le forme nella materia” p. 52 in Vita delle forme, Torino, Einaudi, 1990 (tit.or. Vie des Formes suivi de Éloge de la main, 1943), pp. 134 cit. in www.architetturadipietra.it
5 WITTE Ron, cit. in CUPIOLI Veronica, recensione a Immateriale/Ultramateriale

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23 febbraio 2010

Opere di Architettura

Piscina in Val Seriana (1995-1996) di ARCHEA*

English version

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Il grande contrafforte murario filtrato dagli alberi

La realizzazione di una piscina all’aperto nel parco di una villa esistente, crea l’occasione per rimodellare la topografia scoscesa di un rilievo ricco di affioramenti rocciosi. «La condizione naturale del pendio suggerisce l’artificiale forzatura del contrafforte quale struttura di contenimento del terreno, al fine di riconquistare una parte del piano per poter porre al centro un invaso d’acqua a doppio livello. L’immagine del bastione è resa evidente dalla presenza di un camminamento ribassato che perimetra il terrazzamento in pietra»1. La piscina è costituita da due vasche, una più grande rettangolare con acqua fredda, ed una più piccola, ordita secondo la configurazione del bastione, con acqua riscaldata. Siamo di fronte ad una piattaforma litica che, nelle aspre angolature delle cortine murarie a scarpa, rammenta l’invenzione buontalentiana del Forte di Belvedere a Firenze, città sede dello Studio ARCHEA dal 1988.
Lo scavo del terreno, intrapreso al fine di ottenere una terrazza complanare, fa emergere un banco roccioso subito sfruttato come giacimento di materiale per il cantiere. Una pietra bruna, animata da evidenti venature giallastre e utilizzata in forma di grandi macigni appena sbozzati, è così chiamata ad esprimere tutta la sua forza massiva in “muraglie di fortezza”, quasi opere ciclopiche, possenti sostruzioni che mostrano un paramento di tipo arcaico e rudimentale, appena rettificato da colpi rapidi e sommari per facilitare le operazioni di posa. In un simile dispositivo murario il ruolo dei giunti di malta diventa trascurabile se rapportato al peso proprio dei blocchi e alle forze di attrito che li serrano reciprocamente.

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Veduta notturna della piscina

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L’architettura amplifica la forza dell’orografia saldandosi con il carattere pietroso del sito. L’attacco del bastione alla montagna avviene sul fronte frastagliato della faglia rocciosa, utilizzata come cava, e lasciata a vista come sfondo della piscina, quinta naturalistica, popolata di vegetazione. In questa scena sospesa tra naturalità e artificialità si aprono anfratti, percorsi gradonati scolpiti nella roccia viva, ambienti di servizio ricavati nella sezione del pendio.
La rugosità della materia litica che avvolge scenograficamente l’invaso d’acqua lascia il posto alla perfetta levigatezza del travertino con cui sono realizzate le pavimentazioni di bordo delle vasche. Sottolineata dal chiaro contorno di pietra sedimentaria, la presenza dell’elemento liquido diviene quella di una sorgente che scaturisce dalle solide profondità della montagna: una fonte custodita da una architettura indistruttibile, arroccata a dominare le lontananze del paesaggio.

Davide Turrini

Note
* Il saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.

1 Rebecca Innocenti, Francesca Privitera (a cura di), Studio Archea, Firenze, Alinea, 1997, p.55.

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19 febbraio 2010

Letture

The Function of Ornament

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MOUSSAVI Farshid, KUBO Michael,
The Function of Ornament
Edizioni Actar (February 15, 2006), 192 pp., bianco e nero
ISBN:
Ed. Inglese [978-84-96540-50-7]
Ed. Spagnola [978-84-96954-31-1]
Ed. Giapponese [978-84-96954-33-5]
Ed. Tedesca [978-84-96954-32-8]
Prezzo: 23€

Nel loro libro The Function of Ornament, Farshid Moussavi e Michael Kubo indagano il ruolo e il senso dell’ornamento nell’Architettura dei nostri giorni, individuando, attraverso celebri esempi di architettura, il paradosso di soluzioni ornamentali apparentemente senza scopo e dimostrandone invece la profonda integrazione sul piano funzionale.
Dopo una breve introduzione che ripercorre la popolarità e il diverso approccio all’uso dell’ornamento dai Romani ai modernisti, Moussavi e Kubo vanno direttamente agli esempi: la trattazione teorica è ridotta al minimo in favore di analisi grafiche schemi costruttivi e compositivi di edifici che riescono a ottenere ornamento funzionale. Nella sua breve introduzione Moussavi traccia una sintesi del rapporto dell’Architettura contemporanea con l’aspetto decorativo del suo linguaggio, individuando, nell’ornamento, lo strumento necessario affinchè il progetto acquisisca gli strumenti semantici della rappresentatività. Dalla teoria di Semper, secondo cui i livelli funzionale e strutturale di un edificio erano subordinati agli obiettivi ornamentali artistici e semantici, a Loos, secondo cui l’ornamento, in quanto strumento di pretenziosa volontà di individualismo, andava invece soppresso, la teoria che sottende il testo è che l’ornamento sia ancora oggi necessario poiché costituisce la principale modalità con cui percezioni e sensazioni vengono generate: secondo gli autori, è l’uso stesso dell’ornamento a garantire che l’architettura contemporanea si connetta alla cultura del nostro tempo.
Attraverso un’interessante selezione di esempi, ordinati secondo le macrocategorie di Forma, Struttura, Schermo, Superficie, gli autori descrivono e analizzano le fasi generative dell’Architettura dal punto di vista dell’intenzione espressiva.

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Secondo le note sul retro del libro, “i disegni in questo libro sono interamente l’opera e l’interpretazione degli studenti presso la Harvard University Graduate School of Design, sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili sulle opere rappresentate: gli studenti hanno prodotto disegni splendidi e chiari, che si inseriscono a pieno diritto nel filone della ricerca progettuale classica, attraverso l’uso del disegno.
La funzione dell’ornamento va oltre la semplice ricerca di punti comuni tra i progetti selezionati, e Moussavi e Kubo compiono uno sforzo ammirevole per individuare alcune categorie. Brevi note e frammenti di dettaglio descrivono la concezione e la costruzione di ogni opera, ma, nella maggior parte dei casi, gli autori hanno lasciato che le opere si esprimessero attraverso il segno che le caratterizza. Un tema comune in tutti i progetti è un senso di ordine, spesso realizzato attraverso il principio compositivo dalla ripetizione o dalla simmetria. Di tanto in tanto, si mostrano anche casi in cui il layout compositivo impiega geometrie frattali, assetto aggregativo osservato più volte nel mondo fisico. È il caso del Padiglione Serpentine disegnato da Toyo Ito a Londra, in cui le linee, incrociandosi, formano triangoli di apparentemente casuali, o del Dominus Winery di Herzog & de Meuron nella Napa Valley, dove le diverse dimensioni delle rocce naturali insieme ad una disposizione apparentemente casuale tradiscono un ordine sottostante.
l testo individua nell’ornamento la funzione di suscitare relazioni con il contesto, smantellando la vecchia concezione modernista secondo cui l’ornamento è applicato all’edificio come un’entità discreta e non essenziale. La funzione dell’ornamento è quella di esprimere sinergie tra interno ed esterno, attraverso la costruzione di un ordine interno tra ornamento e materiale costruttivo. Questo sistema di ordine interno produce espressioni che sono contemporanee, ma i cui effetti si dimostrano elastici nel tempo, e tutto ciò, generato da un confronto critico e creativo con la cultura contemporanea, è responsabilità degli architetti.

Valeria Zacchei

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16 febbraio 2010

Opere di Architettura

Piazza Caracciolo a Sammichele (1999-2001)
di Netti Architetti*

English version

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Prospettiva di Piazza Caracciolo

In un piccolo centro della provincia barese, Lorenzo Netti e Gloria Valente ridisegnano l’immagine complessiva di tre piazze contigue, fortemente caratterizzate da antiche emergenze monumentali. Il tema progettuale è quello della riqualificazione dei tessuti storici minori, della ridefinizione delle qualità spaziali dei vuoti urbani.
Nuove basole di pietra di Trani, accostate le une alle altre in estese superfici lastricate, costituiscono il piano pavimentale dei tre invasi. Il materiale litico diviene così presenza unificante che, attraverso la direzionalità della giacitura di posa, dà vita ad un suolo orientato, capace di contenere e riconnettere in una nuova logica gli oggetti di ciascuna piazza.
Nel baricentro del sistema di spazi pubblici, laddove all’ingresso dell’omonimo castello si apre Piazza Caracciolo, il progetto raggiunge la massima forza riconfigurativa della forma urbana. Grazie alla demolizione parziale di un mercato coperto realizzato in cemento armato negli anni Cinquanta del Novecento, la piazza riacquista la dimensione originaria. La parte dell’edificio conservata è recuperata come aula civica destinata alle attività culturali del museo insediato nel castello. A ridosso del corpo di fabbrica ristrutturato, racchiuso da un nuovo involucro protetto ed inpreziosito rivestimento litico, viene costruito un portico per ripristinare volumetricamente l’originario isolato.

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Prospettiva di Piazza Caracciolo

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La piazza è ripavimentata innalzando la quota di calpestio con lastre a forte spessore di pietra di Trani bocciardata. Gli elementi litici sono posati su di un letto di sabbia e giuntati con una boiacca di malta cementizia. Antiche basole, recuperate da precedenti pavimentazioni, sono incastonate come isolati e preziosi elementi di spoglio nella regolare orditura del nuovo lastricato.
La variazione di orientamento dei campi pavimentali definisce percorsi o aree di sosta diversificate ponendo in evidenzia tre sedili lapidei e due alti e laconici lampioni. Le nuove sedute litiche, sempre realizzate in pietra di Trani e sostenute da rocchi ottagonali, impediscono la sosta delle automobili dando vita ad aree di rispetto davanti alle abitazioni private e agli accessi riservati ai pedoni e ai mezzi di soccorso.
Con questi pochi segni, solidi ed essenziali, i Netti Architetti rifiutano la strada dell’aggettivazione fatta di effimeri oggetti d’arredo urbano e dettano una nuova sintassi spaziale destinata ad una lunga e significativa permanenza.

di Alessandro Vicari

Note
* Il saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.

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