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27 aprile 2009

Opere di Architettura

Centro Congressi “Magma Arts”, Adeje, Tenerife, Isole Canarie
Megaliti contemporanei e pietre d’invenzione

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Le forme scultoree del Centro Congressi; scorcio sul profilo sbozzato dei corpi

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AMP Arquitectos – Felipe Artengo Rufino, Fernando M. Menis e José M. Rodríguez-Pastrana Malagón, in attivi sul territorio delle Canarie dal 1981, hanno realizzato edifici singolari, coerenti ed espressivi, spaziando tra temi diversi – residenze collettive, sociali e non, edifici pubblici, sistemazioni urbane – nei quali ricerca linguistica internazionale e specificità locale sono coniugate. Il riconoscimento e la valorizzazione del luogo, nelle sue forme tettoniche e paesaggistiche, è stata al centro della poetica dei progettisti e si è svolta mantenendo sempre un rapporto privilegiato con le maestranze di cantiere locali, consentendo così di approfondire la ricerca, anche sperimentale, relativa al rapporto tra materia e forma. Un’architettura che mostra le proprie radici e che pare una sintesi tettonica dei caratteri dell’isola.
L’opera “Magma Arts” conclusa nel 2005, è stata definita una “dichiarazione d’amore e di guerra” alla loro terra. “Guerra” perché esplicitamente avversa alla produzione senz’anima, senza raziocinio, senza forma, della speculazione immobiliare che nei territori battuti dal turismo internazionale soffoca l’ambiente; “amore” invece perché carica di pathos per quel territorio di così forte impatto, segnato dai crateri vulcanici nel cuore dell’isola, dalle sabbie scure, dal sole e dalle nuvole fugaci che scorrono verso l’oceano.
Nel 2001 erano conclusi i lavori del Palazzo del Governo di Tenerife a Santa Cruz dove già si trova adottato il potenziale espressivo del conglomerato di calcestruzzo in analogia alla pietra locale, mentre il cantiere per il nuovo Centro Culturale era avviato nello spazio semi-desertico all’estremo sud dell’isola, presso Adeje, confrontandosi con il primo progetto ma in un crescendo di scala.

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Magma Arts Center, i ciclopici volumi

“Magma Arts”, un nome paradigmatico per questo complesso fondato sull’emergenza di pietre “architettoniche”, primitive e regolari allo stesso tempo, come appena sbozzate dalle rocce che si scorgono all’orizzonte.
Dodici elementi monolitici imponenti, dalla configurazione massiva nello svolgere funzione portante, e dalla superficie grezza, rude ad accentuarne il carattere, si svelano essere invece cavi, a celare all’interno spazi autonomi e funzionali: laboratori, impianti, servizi igienici, guardaroba ed elementi di servizio sono in essi racchiusi, non trattandosi infatti di blocchi in pietra naturale ma di calcestruzzo armato gettato in opera.
Lo spazio libero che nasce dalla disposizione della sequenza di blocchi-pilastro – “opera megalitica urbana” che evoca il cerchio di Stonhenge ma anche le poetiche novecentesche del beton brut – è una vasta hall, per 30000 persone, sorprendentemente trasformabile in nove sale minori da 300 posti tramite pannelli fonoassorbenti incorporati nelle pareti-armadio degli stessi pilastri monolitici, trattati a vista anche all’interno come nuda pietra.

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I grandi blocchi di calcestruzzo architettonico: disegno schematico di sezione

All’apparente complessità formale dell’intervento corrisponde un sistema costruttivo semplice. I grandi massi fungono da basamento per sostenere la struttura metallica regolare, sostegno della copertura sovrastante, composta da travi quasi tutte di uguali dimensioni: placche di fibrocemento dal colore grigio chiaro per la prima volta usate in doppia curvatura per seguire il disegno complessivo del progetto.
Questa pietra ricostruita in opera per i ciclopici macigni, ricca di granulati autoctoni – frammenti di pietra “chasnera”, cenere vulcanica color grigio-sabbia -, cromaticamente progettata, compone un mosaico di superfici che talora mostrano l’impressione delle casseforme in legno, talora sembrano erose, vive, perché bocciardate con martello pneumatico.
Fernando Menis, principale supervisore al progetto e che dal 2004 persegue con il proprio studio professionale la medesima poetica del conglomerato di calcestruzzo a
vista, ha lavorato costantemente con un gruppo ristretto di professionisti unitamente a maestranza locali, traendo vantaggio dal limitato accesso alle tecnologie che l’importazione necessaria sull’isola induce e quindi adattando la tecnica alle esigenze pratiche. In questo caso, alla realizzazione dei grandi monoliti, il getto in opera piuttosto che la prefabbricazione è risultata estremamente conveniente.
Il comune processo di gettare entro casseri il materiale impastato in cantiere nella miscela progettata specificatamente, si fa suggestiva allusione alla trasformazione che subisce la lava convertendosi in pietra e conformando il paesaggio circostante.
La definizione statica dell’opera sono state necessarie complesse fasi di calcolo: la forma acustica della copertura – il centro congressi è anche auditorium e sala concerti -, l’ampio spazio libero tra i pilastri, il risultato complessivo delle forme percepibili dall’esterno. Il progetto ha richiesto diversi anni di elaborazione ed il succedersi di collaborazioni esterne in particolare con l’Università di Madrid. La fase creativa, come consuetudine nei progetti di Menis, ha preso le mosse dal modello in tre dimensioni: dalla scansione tridimensionale di un primitivo bozzetto in carta pesta e sabbia bagnata progressivamente ridisegnato e definito, sino a raggiungere le precise definizioni delle sezioni con piani curvilinei, rese possibile da Katia, il programma di modellazione tridimensionale reso noto da Frank Gehry nel progetto per Bilbao.
Il Magma Arts appartiene alla corrente di progetti nati sull’onda post-Guggheneim e mostra l’adattabilità delle tecnologie informatiche al linguaggio espressivo dei diversi materiali.
Qui la ricerca dei progettisti è dichiaratamente rivolta all’integrazione dell’edificio col suo intorno, dell’oggetto architettonico artificiale nell’ambiente: la materia è densa, le forme sono plastiche, piene, paiono appena indurite dal flusso tellurico o sbozzate di cava, si misurano con la riflessività dura e intensa del materiale conglomerato artificiale inestricabilmente connesso con quello lapideo fino a farsene simbolo.

di Veronica Dal Buono

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L’accurata ricerca cromatica e tessiturale per le superifici

Progetto: AMP Arquitectos, Felipe Artengo Rufino, Fernando Martin Menis e José M. Rodríguez-Pastrana Malagón
Cronologia: progetto 1997; costruzione 1998-2005
Materiali: calcestruzzo faccia vista (strutture), pannelli in fibrocemento (copertura)
Produzione: Naturvex (elementi di copertura); Congress U.T.E. – Nesco – PPl (imprese di costruzioni)
Tecnologia costruttiva: cemento armato gettato in opera faccia a vista
Dati dimensionali: superficie 14 000 m2; superficie costruita 20 400 m2
Lavorazione: calcestruzzo gettato in opera in casseri lignei e bocciardato manualmente con martello pneumatico

(Vai a Fernando Menis)

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24 aprile 2009

Letture

Casa Araba d’Egitto

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CASA ARABA D’EGITTO – COSTRUIRE CON IL CLIMA DAL VERNACOLO AI MAESTRI CONTEMPORANEI
Adelina Picone
Jaca book (Milano) – 2009
pagine 370 – € 32,00

L’architettura egiziana è un esempio di convivenza tra progetto, clima e tradizione, in pratica la definizione della vera architettura sostenibile.
Il libro, presentato in collaborazione con il Dipartimento di progettazione urbana e urbanistica dell’Università di Napoli, propone un’analisi, corredata di disegni e immagini, dei caratteri della casa egiziana nei suoi diversi contesti ambientali: dalle oasi del deserto occidentale, all’oasi di Siwa, alle regioni rurali, all’ambiente urbano consolidato della città del Cairo.
Chiave di lettura del percorso, tracciato attraverso l’architettura vernacolare e quella contemporanea, è il rapporto tra gli elementi naturali, le influenze climatiche da essi determinate e la forma costruita.
Inoltre la considerazione del modo con cui l’architettura spontanea riflette in maniera diretta l’accumularsi delle conoscenze tradizionali, senza porsi il problema dell’innovazione nella determinazione della forma, che è invece tema centrale nel lavoro dell’architetto.
Ashraf M.Salama, nella prefazione, ripercorre la storia della capitale d’Egitto, cercando di recuperare la memoria di una tradizione tipologica dell’abitare arabo.
La presentazione di Isadora d’Aimmo dà invece valore alla ricerca riprodotta in questo libro, sottolinenando il carattere di efficienza e funzionalità che può offrire il modo di costruire legato alla civiltà che si affaccia sul Mediterraneo.
Nell’introduzione, l’autrice(docente all’Università di Napoli) definisce la mediterraneità architettonica frutto del rapporto tra forma costruita e ambiente naturale (paesaggio, clima, suolo e tradizioni di conoscenza).
Citando libri e autori d’architettura, sottolinea l’importanza dell’edilizia minore, frutto di un processo spontaneo basato sull’abitudine, sul vernacolare, sulla ripetitività di un modello e ne richiama la definizione dei termini.
Ricorda comunque “il rapporto tra le architetture spontanee, sintesi delle architetture tradizionali e i progetti d’autore, che di quelle istanze forniscono un’interpretazione critica”.
Da ciò giunge a dichiarare come i temi e i termini di quella relazione si palesano nella vicenda architettonica egiziana.
La descrizione del modello abitativo, ove si sperimentano i principi di ventilazione naturale, selezione della luce solare, uso dell’acqua per il miglioramento del comfort ambientale, è l’oggetto specifico di studio dei primi quattro capitoli.

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Casa As- Suhaymi, qa’a

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Il quinto capitolo è incentrato sull’opera di un protagonista dell’architettura del XX secolo come Hassan Fathy e il suo metodo progettuale, basato sulla varia articolazione di alcuni elementi base, invarianti tipologiche e formali, che lo studio della tradizione ha dimostrato derivare dal rapporto tra architettura ed elementi naturali.
I successivi hanno come argomento cardine il lavoro di architetti come Ramses Wissa Wassef o Abdel Wahed El Wakil, individuando l’eredità culturale dei maestri, nel panorama architettonico dell’Egitto contemporaneo e spunti di riflessione sul rapporto tra progetto, clima e tradizione.
Dei progetti presentati sono descritte le qualità compositive e formali, la semplicità e il rigore, la ricerca di equilibrio fra tradizione e innovazione.
Il volume infatti, pur inserendosi nel quadro degli scritti relativi alla cosiddetta architettura bioclimatica, si occupa principalmente degli aspetti progettuali di costruzione della forma; allontanandosi quindi dalle implicazioni tecnologiche, per rivendicare un’appartenenza dei temi trattati alla sfera del progetto di architettura.

Roberto Gamba

Vai a Jaca Kook

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21 aprile 2009

Opere di Architettura

Piazza Cardinale Angelo Maj a Schilpario, Bergamo
Gualtiero Oberti e Attilio Stocchi

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Uno scorcio della piazza dall’alto mostra le sfumature cromatiche del porfido d’Albiano.

Ad Angelo Mai
Italo ardito, a che giammai non posi
Di svegliar dalle tombe
I nostri padri? ed a parlar gli meni
A questo secol morto, al quale incombe
Tanta nebbia di tedio? (…)

Opere litico-letterarie: Palinsesto
Davide Turrini ci mette in contatto con Attilio Stocchi. La telefonata con l’architetto, appena dopo aver visionato alcune fotografie delle sue realizzazioni, è una scoperta: Stocchi riporta infatti al centro della professione il gusto della ricerca compositiva, il divertimento nella pratica della costruzione, la consapevolezza della responsabilità dell’opera d’architettura specialmente pubblica; tutto questo traspare immediatamente dalle sue parole.
I suoi interventi generanti e rigeneranti gli spazi pubblici ricercano nuovi equilibri tra le rinnovate concrete esigenze funzionali ed il territorio. Lo fanno affiancando alla prestazione puramente tecnica quella culturale, ricercante concettualmente il contenuto di progetto ben prima della forma.
Le parole dell’architetto sono assai precise, quanto per altro i disegni delle sue realizzazioni. Le parole hanno particolarmente in questo caso valore primario: ci spiega Stocchi come, in massima sintesi, il suo approccio al progetto per lo spazio pubblico coincida con l’emersione di uno o più motivi storici attinenti lo spazio specifico – ciò che lui definisce il pretesto – ed in parallelo la percezione dei contenuti geografici, naturali ed ambientali rientranti invece nella sfera del contesto. Il progetto nasce dunque, dopo l’individuazione di questi componenti di base secondo personale sensibilità del progettista, con l’elaborazione e l’acquisizione della regola capace di mettere a sistema i vari componenti per così dire pretestuali e contestuali, allo stesso modo in cui singole parole ritenute essenziali possono essere poste in relazione in una frase così che il messaggio si porti al destinatario nel modo più espressivo e chiaro.
Per la piazza di Schilpario intitolata al Cardinale Angelo Maj il pretesto è fornito dall’attività di ricerca sui palinsesti antichi per cui il Cardinale è rimasto nella memoria dei posteri, immortalato nell’ode leopardiana celebrante il rinvenimento del De Republica ciceroniano ad opera appunto di Maj. Il componimento leopardiano e la figura del Cardinale, in special modo nella cultura locale, si fondono quasi a diventare cosa sola. La poesia allora, un’esaltazione di Maj e degli avi illustri rappresentati anche nelle persone dei poeti Alighieri, Petrarca, Ariosto, Tasso e Alfieri, diventa la chiave, prima d’impostazione, poi di lettura dell’intero intervento architettonico, in quanto testo capace, trasposto ad opera pavimentale e spaziale, di legare fra loro da un lato persone ed eventi storici, dall’altro le montagne, i laghi ed i luoghi del contesto naturale. Il contesto è infatti costituito dai picchi montani cingenti Schilpario. Per parola dello stesso architetto essi delineano il profilo verso il cielo distinguendo nettamente le vette principali affaccianti sulla valle, come fossero personaggi dal carattere e dal portamento assai ben delineato.

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Il legame fra pretesto e contesto è concretizzato nelle parole leopardiane.

Sul piano pavimentale vengono quindi riproposti da Gualtiero Oberti ed Attilio Stocchi brani estrapolati dall’ode leopardiana, con una lunghezza della stringa testuale proporzionale alle altezze caratteristiche delle montagne circostanti od anche alle altitudini dei laghi. Secondo stesso principio, le scritte sono proposte in rilievo quando si tratti del rimando alle montagne, mentre in negativo quando si tratti di laghi, poichè dunque in questo caso le concettuali associazioni d’idee son rivolte ai rilievi altimetrici sotto il livello dell’orizzonte calpestabile. Al centro, una griglia lineare continua per la raccolta dell’acqua meteorica segna la dimensione principale dello spazio pubblico. Vi è poi anche un garage sotterraneo in cui il corsello sempre centrale ripropone le dimensioni caratteristiche e la propria pendenza secondo le proporzioni geometriche dell’asse reale di fondovalle.
Tornando al calpestio: cinque lampade a raso pavimento illuminano le cinque scritte dell’ode leopardiana prescelte e realizzate qui in fusione metallica. La materia prima, salvo queste contenute eccezioni, è il porfido d’Albiano. I conci della pavimentazione a correre sono posati con attenzione cromatica particolare, per cui le lastre con prevalenza di sfumature violacee sono raccolte verso il centro della piazza, quelle più tendenti al grigio sono invece disposte ai margini. Le sedute emergenti dal suolo sono sempre coerentemente realizzate in porfido di Albiano; costituiscono assieme all’albero esistente l’unica eccezione all’orizzontale bidimensionalità della piazza. I rilievi delle scritte, emergenti o profondi, offrono una tridimensionalità sottile, epidermica. Il senso di stupore di Maj all’atto del ritrovamento dei testi latini sotto la riscrittura dell’opera di Sant’Agostino, è rivissuto dal bambino che scopre col piede le lettere sotto la neve.

Alcune parole chiave
Pretesto
Dal latino prae – davanti, prima; texere – tessere, intrecciare, vestire, ornare.
Il pretesto è dunque la veste esteriore giungente all’osservatore od al lettore prima del contenuto più vero e profondo.
“Motivo addotto palesemente a spiegazione del proprio comportamento o del proprio operato, allo scopo di mascherarne i veri motivi.” Definizione tratta dal dizionario Devoto – Oli

Contesto
Dal latino cum – assieme; texere – tessere, intrecciare, vestire, ornare.
Il contesto è letteralmente l’insieme degli elementi e delle condizioni strettamente legati, quasi annodati ed intrecciati ad un determinato argomento.

Cardinale Angelo Maj
Nativo di Schilpario nel 1782, erudito e poligrafo, fu un gesuita studioso degli antichi palinsesti della Biblioteca ambrosiana; alla Biblioteca vaticana giunse al ritrovamento di ampi brani del De Republica di Cicerone.

Palinsesto
“Manoscritto ottenuto previa raschiatura di un materiale scrittorio (papiro, pietra, metallo, coccio, ma specialmente pergamena), in modo da consentirne la riutilizzazione. (…) Dal XVII sec. i paleografi riuscirono a leggere le tracce incise della scriptura anterior perlopiù servendosi di fonti luminose. La decifrazione scientifica moderna comincia con Angelo Maj. (…)” Definizione tratta dall’Enciclopedia Generale Mondadori

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La planimetria generale della piazza ed uno scorcio verso la chiesa sul fianco.

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di Alberto Ferraresi

(Vai al sito di Attilio Stocchi)
(Vai alle informazioni sul Cardinale Angelo Maj)
(Vai al testo dell’ode leopardiana)

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21 aprile 2009

News

Presentazione del volume
Leon Battista Alberti 1404-1472. Architettura e Storia

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Presentazione del volume
Leon Battista Alberti 1404-1472.
Architettura e Storia
(Electa, Milano 2008)
di Massimo Bulgarelli

Facoltà di Architettura di Ferrara
Mercoledì 22 aprile 2009

Ore 17,30
La presentazione si svolgerà a Palazzo Tassoni
via della Ghiara 36
Introduce Susanna Pasquali

Il libro propone non una monografia sistematica sull’opera albertiana, bensì un saggio d’interpretazione della sua architettura.
Dato di partenza è l’eccezionalità della figura di Alberti. Studioso dell’antico, grande umanista e pensatore, egli è autore dei progetti per alcuni degli edifici più importanti e affascinanti della tradizione architettonica occidentale. A lui si devono i primi trattati sulle arti in epoca moderna – il De re aedificatoria, vero e proprio testo fondativo della disciplina – e diversi testi letterari in latino e in volgare.
Lo studio di Massimo Bulgarelli prende le mosse dal concetto di ornamento presente nel trattato, dimostrando come Alberti consideri l’architettura esito di una serrata dialettica fra natura e artificio, nella quale l’accento cade sul secondo termine. Ciò è ancora più chiaro quando si procede all’esame degli edifici – soprattutto Sant’Andrea a Mantova, Palazzo Rucellai e Santa Maria Novella a Firenze –, frutto di un sofisticato procedimento di montaggio di forme antiche e medievali, osservate da Alberti con uno sguardo insieme appassionato e straniante.
Dall’analisi di quelle stesse architetture emerge una strategia precisa, fondata su quello che si propone di definire “immaginario architettonico”. Alberti prende la parola nei suoi progetti rifacendosi all’insieme di significati, storie, leggende, depositatosi nel corso dei secoli sulle fonti architettoniche, scelte con grande consapevolezza. La trama di citazioni e riferimenti depositata sull’architettura rende quest’ultima leggibile come tramite di precise prese di posizione su politica e religione. Si tratta di opinioni non del tutto coincidenti con le intenzioni dei committenti e confrontabili, viceversa, con quelle espresse da Alberti nei dialoghi – Theogenius, Profugiorum ab aerumna, e De iciarchia – e, in forma satirica, nel Momus.

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Biografia dell’autore
Massimo Bulgarelli si è laureato e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia dell’architettura all’Università Iuav di Venezia, studiando con Georges Teyssot e poi con Manfredo Tafuri. Attualmente insegna presso la stessa Università, dove è membro del collegio docenti del Dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica.

(Vai al sito della Facoltà di Architettura di Ferrara)
(Vai al sito di Electa)

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14 aprile 2009

Design litico

Michele De Lucchi e la pietra rarefatta

English version

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Dettaglio progettuale di Michele De Lucchi per il corner reception dello spazio “Natural Stone Vision 2009″, realizzato da PIBA Marmi.

Da tempo Michele De Lucchi ha intrapreso un percorso creativo particolarmente fecondo, basato sull’”esperienza” dei materiali naturali che toccati, soppesati, sezionati e ricomposti, vengono reinterpretati nei loro caratteri più pregnanti e restituiti in nuove forme e consistenze al progetto di design contemporaneo.
Emblematiche di tale processo, sperimentale prima ancora che teorico, sono le piccole costruzioni che da alcuni anni il designer realizza con listelli di legno o di pietra, tagliando personalmente porzioni minime di materia per poi ricomporle in volumi pieni e stratificati, che ricordano architetture elementari di impianto quadrato o circolare.
Interpretare tali “casette” come puri divertimenti o, per contro, come veri e propri modelli di micro-architetture, è un esercizio eminentemente critico: il valore di tali piccole opere non sta infatti in motivazioni puramente compositive, o nel risultato formale raggiunto, quanto piuttosto nel processo tramite il quale i materiali vengono suddivisi e rimontati in un sistema di incastri; grazie a questo iter il designer acquisisce dimestichezza con i caratteri più intimi della materia, con le sue venature o le sue tessiture minerali, il suo colore, la densità e il peso, con la sua disponibilità ad essere ridotta ai minimi termini per poi dar vita a dispositivi aggregativi di varia natura.

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Casetta in pietra realizzata da Michele De Lucchi.

Lungo tale percorso di sperimentazione, teso a metabolizzare i materiali naturali alla ricerca delle nuove scritture e dei nuovi ritmi di un originale surface design del tutto contemporaneo, De Lucchi è approdato nel 2008 alla progettazione de “La Palissade”, padiglione fieristico in pietra realizzato per PIBA Marmi, e oggi firma il corner reception di “Natural Stone Vision – Sacro e Profano”, evento espositivo organizzato presso lo Spazio Giovannoni di via Stendhal, a Milano, in occasione della prossima edizione del Salone del Mobile. Il nuovo allestimento, studiato ancora una volta per PIBA, azienda di Chiampo specializzata in design litico, comprende un grande tavolo circondato da sedute sullo sfondo di una quinta-paravento dall’andamento spezzato.
Tutti gli elementi saranno realizzati in lastre di pietre calcaree, traforate o intarsiate, in base a un disegno che sembra riprodurre, stilizzandola, la tessitura sottile e tenace della laboriosa Aracne.
Rete, maglia, inviluppo di linee intersecate, il progetto che il designer ha realizzato in collaborazione con Angelo Micheli e Philippe Nigro, utilizza schermi discontinui, funzionali ed estetici, in cui il design e la solida pienezza della materia litica si incontrano con l’immaterialità e la leggerezza del vuoto dando vita a griglie modulari lievi e sospese. La convenzionale corposità della pietra in questi caso si discretizza in trame geometriche rade e informali che possono creare diverse tipologie di testurizzazione delle ombre portate e della luce, a seconda che quest’ultima sia incidente, radente o filtrante.

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Pianta dell’allestimento di De Lucchi per “Natural Stone Vision 2009″.

Diradare la pietra in ritmi variati e intermittenze che fanno coesistere l’opacità e la trasparenza, significa consentire alla vista imprevedibili scarti inscritti in una originale logica on-off. Si tratta di una strategia distributiva convergente verso l’obiettivo di rarefazione e alleggerimento della materia posta ad incontrare il vuoto. In questo caso l’azione della luce, quale fattore più che mai attivo e modellante, è portatrice di una potente interpretazione del tema della leggerezza: una luce che agisce su di un tessuto discontinuo, che passa all’interno della trama litica senza intermediazione alcuna, oppure ne rimane in superficie lumeggiandola o ombreggiandola con diversa intensità, conferisce agli schermi ideati per Natural Stone Vision nuove consistenze materiche e figurali.

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Le fasi di lavorazione delle lastre traforate o intarsiate presso i laboratori PIBA Marmi.

La nozione di schermo reinvia al concetto di demarcazione, di separazione ottenuta attraverso una composizione di elementi solidi allo scopo di segnare dei confini; limiti che tuttavia, in questo caso, non sono assoluti, né si presentano netti e perentori come le pareti piene che in genere definiscono uno spazio, bensì appaiono permeabili e filtranti. All’idea di filtro associamo poi la dualità della separazione e della connessione, in essa si legge la trasformazione della materia in un dispositivo che attira lo sguardo e promette un disvelamento studiato e graduato delle realtà che stanno al di là di esso; realtà che vengono preannunciate come prossime ad essere scoperte e tuttavia non saranno mai raggiungibili direttamente, tramite l’attraversamento fisico del filtro stesso.
Il senso a cui la trama di De Lucchi risponde è quello di mettere in relazione entità molto diverse fra loro come pieno e vuoto, luce ed ombra, interno ed esterno, accesso e ostacolo, in una continua oscillazione tra l’affermazione di una concreta e profonda materialità architettonica e la dissoluzione in un’ineffabile immaterialità. In tale sottile gioco di bilanciamento, trasparenza e opacità sono da riguardare come topoi paritetici e ugualmente fondativi.

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Abaco dei componenti per il corner reception “Natural Stone Vision 2009″.

Così il fascino ambiguo, la “riservatezza” e “l’indiscrezione” allo stesso tempo di una visibilità relativa, di un’opacità misurata, di una percezione guidata e calibrata, caratterizzano la base concettuale di sviluppo di questa interpretazione libera della parete, in cui lo status archetipico dell’involucro chiuso cede il campo a layers semitrasparenti e discontinui, capaci di captare parzialmente, assorbire o rimandare la luce e le immagini, di traguardare selettivamente o di sfumare i contorni delle figure, creando giochi di tagli luminosi orizzontali o inclinati e attivando inedite esperienze visuali e cromatiche.

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Textures traforate e intarsiate disegnate da Michele De Lucchi per lo spazio “Natural Stone Vision 2009″.

Le grate e gli intrecci litici di Michele De Lucchi per Natural Stone Vision veicolano un flusso luminoso selezionato e frammentato capace di creare un vivido mosaico di spot e consegnano al progetto di design contemporaneo molteplici suggestioni, cariche di potenzialità espressive che, nel caso specifico, ineriscono il mondo delle pelli sottili, incise con diagrammi ornamentali regolari o con ancor più suggestivi disegni informali, segni astratti non assoggettati alle leggi di una scansione geometrica, o di un universo figurativo o simbolico.

di Davide Turrini

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Michele De Lucchi
PIBA Marmi

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