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5 febbraio 2009

Pietre Artificiali

Arte, tempo e materia.
Peter Zumthor, Kolumba Museum, Colonia

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Il nuovo filtermauerwerk in laterizio e le rovine della basilica tardogotica

photogallery

“A Kolumba – suggerisce Zumthor – tutto comincia dall’arte”.
Mentre al di fuori scorre il tempo della città, entro le spesse mura del nuovo museo dell’Arcidiocesi di Colonia la presenza ancora palpabile del passato e la poesia invisibile di quanto può accadere, si incontrano nello spazio “sacro”, emozionale, esattamente composto dal maestro svizzero. Le luci ed ombre che lo attraversano costruiscono uno spettacolo che subito, per il fascino esercitato su chi vi sia immerso, una serie di aggettivi convenzionali pretenderebbe di sintetizzare – magico, incantato, irreale, immateriale.
Fra i molteplici passati di questo luogo unico nel cuore di Colonia e la sua ritrovata funzionalità, ciò che certo si giunge a percepire, è il tempo della contemplazione qui tradotto in architettura dal linguaggio della materia e celebrato con solenne intensità.
Zumthor, con la sensibilità e l’etica che gli sono proprie, affronta il compito di ordinare a esposizione permanente il complesso spazio di un antico edificio – o meglio, i frammenti di memoria legati ad un sito dal trascorso leggendario. Come successioni sedimentarie archeologia tardo romana, franca e poi romanica, e ancora le rovine tardogotiche sulle cui macerie sorsero due opere di Gottfried Böhm, il tutto è ricomposto e accolto entro la nuova fabbrica.
L’architetto Zumthor succede ai costruttori del passato “senza spezzarne l’opera”. Non è il desiderio fine a se stesso di innovare o di inserire lo spazio museale nel vortice del consumo turistico di massa, ma il rispetto verso il progetto originario e la ricerca coerente e filologica a guidare il suo paziente lavoro teso a ritrovare il tempo della storia e a creare continuità.

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L’antico e il nuovo insieme in una sola massa muraria

Il Kolumba Museum, con portamento da fortilizio che preserva al proprio interno le rovine, pare negarsi al rapporto verso l’esterno. In esso, in vicendevole armonia, convivono, senza costringersi o soffocarsi vicendevolmente, due elementi: l’esposizione museale e l’architettura che ne costruisce l’itinere, entrambi in aderente e sottile relazione con la qualità architettonica originaria. È con audacia e franca decisione nell’interesse della nuova funzione, che Zumthor, come l’architetto rinascimentale, prosegue le antiche mura della chiesa tardogotica – ritesse con trame di muratura piena le sue aperture – costruendovi sopra il nuovo. Ripercorrendo il profilo planimetrico della chiesa originaria, le pietre si intrecciano alla nuova muratura, a divenire un massivo paramento che declina ancora una volta in modo inedito il principio della stratificazione.
Muri portanti, sessanta centimetri di spessore, realizzati concatenando strati del mattone custom made definito quale “Kolumba Stein”. Studiato nella componente materica e cromatica con prove ed analisi durate anni, il mattone Kolumba, oggi divenuto vessillo della fornace danese produttrice, è realizzato a mano in un formato inconsueto – 4 x 21 x 54 centimetri – sottile, ampio e lungo, adatto a innestarsi nei muri medievali, ideale per realizzare murature di spessore complementari alla pietra cui cromaticamente si rivolge. Un’avvolgente sfumatura grigio cenere veste gli spazi, ammorbidita da tonalità cangianti dei colori fondamentali – giallo, rosso, blu – ed uno strato leggermente più denso di malta a separare gli elementi.
Ma la semplice bellezza del disegno murario trova la propria speciale interpretazione là dove la trama degli elementi si fa più rada fino a divenire traforo, diaframma attraversabile dalla luce e, interrotto nella sua continuità, improvvisamente “leggero”. Sgravate dal peso della materia, minute vibrazioni di luce costellano lo spazio interno rendendolo mobile e imprevedibile.
Qui coerenza di pensiero e di metodo del progettista si fanno materia e torna il concetto, più volte espresso dall’autore, di architettura come organismo ove tra le sue parti e il tutto non vi sia “nulla di troppo”, in una parola concinnitas. Così la superficie diviene essa stessa ornamento e i piccoli vuoti che la traforano sono dettagli altrettanto concreti quanto i corpi solidi, giocando con la magia della luce.

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Il percorso nell’area archeologica

Presso la promenade archeologica che si svolge alla quota inferiore del complesso, costeggiando esternamente le cappelle “del Sacramento” e la “Madonna delle Macerie” di Böhm, l’ordine spaziale che si avverte è dettato dalla presenza dei sottili pilastri in acciaio fasciati nel cemento che – aghi sul corpo dell’architettura – sostengono assieme alla muratura gli spazi costruiti sovrastanti.
Ai livelli superiori le sale del museo. Ora ambienti aperti, ora spazi raccolti si susseguono e, mentre muta la percezione, il comfort rimane costante. Perchè vi è attenzione anche per la componente energetica. Lo spessore dei muri in mattone è attraversato da tubi che sfruttano la geotermia; l’aria nelle sale penetra dal soffitto mentre l’elegante stacco tra pareti e pavimenti l’aspira.
Al contempo il racconto della collezione esposta nelle sale è composto di oggetti di eterogenea natura, epoca e valore, accostati in modo inconsueto perchè “passato e presente – precisa Zumthor – nella buona arte si incontrano”. Allestitore attento alla matericità tonale dei fondali, ai punti di luce artificiale e naturale, alla posizione dei singoli pezzi, l’architetto, nell’esperire il progetto, ha amato in particolare le rappresentazioni scultoree della Vergine che tutte paiono sorridergli ed una, in particolare, ora occhieggia dalle grandi finestre alla cattedrale della città, laddove il luogo si ricongiunge con la sua cornice.

di Veronica Dal Buono

Si ringrazia Costruire in Laterizio per aver consentito la pubblicazione del presente articolo – Costruire in Laterizio, n.124, 2008, pp.4-9 – e l’Istituto Kolumba Museum per il cortese utilizzo delle immagini (photo Elene Binet)

Vai a Andil – Costruire – Costruire in Laterizio

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2 febbraio 2009

PostScriptum

Riapre il Borgo Castello a Calitri

Restituire alla collettività un monumento, un edificio storico o un’opera d’arte è sempre motivo di grande soddisfazione; quando, poi, si tratta del cuore antico della città, l’evento si carica di un significato davvero particolare. E la soddisfazione aumenta in maniera esponenziale. Il sito-monumento definito Borgo Castello offre da oggi ai visitatori affascinanti sollecitazioni relative alla storia irpina medievale e moderna. Oggetto di un insieme di organici interventi di recupero, rappresenta un caso esemplare di multidisciplinarità e concorso di forze.
Molti ricorderanno che, prima del terremoto del 1980, si presentava come uno dei più vivaci e affollati quartieri popolari di un grosso paese rurale. Costruito sui resti del castello e della cinta muraria della terra di Calitri, era il risultato delle numerose e frequenti trasformazioni succedutesi nel tempo. Deve la sua unicità alla sua essenza stessa di sito fortemente segnato e continuamente sconvolto dai ricorrenti eventi distruttivi verificatisi nel corso di oltre un millennio: da poderosa struttura fortificata messa a guardia dei confini di un vasto gastaldato di frontiera, si è trasformato dapprima in una sfarzosa residenza signorile assiduamente vissuta, e poi, per oltre tre secoli, in un affollato borgo contadino e artigiano. Si appresta, oggi, a diventare un’area pubblica per attività culturali e ricreative a servizio di un centro abitato che, negli ultimi anni, a fronte di una caotica crescita urbana, sta vivendo grosse trasformazioni nel proprio tessuto economico e sociale.

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E’ dal 1988 che gli sforzi congiunti di Soprintendenza e Comune hanno mirato alla conservazione e alla conoscenza approfondita del luogo. Come non ricordare il pionieristico intervento di recupero strutturale del muraglione sul lato nord condotto dalla Soprintendenza sul finire degli anni ottanta, qui come nei castelli di Sant’Angelo dei Lombardi, di Montella, di Bisaccia, di Rocca San Felice, di Torella dei Lombardi, nella Torre di Girifalco presso Torella? Una fervida stagione di ricerca che ha consolidato conoscenze ed aperto nuove piste di indagine. Erano quelli gli anni in cui, nel vicino centro storico di Conza della Campania, affioravano le strutture dell’antica Compsa romana e scavi archeologici, condotti nel corso dei tanti interventi di restauro, restituivano molti elementi interessanti ai fini della ricostruzione della storia dei luoghi lungo tutta la valle dell’Ofanto.
Il recupero completo del Borgo Castello, con i resti medioevali delle fortificazioni normanne ed angioine attinenti al Castrum Calitri e le successive strutture pertinenti al palatium cinquecentesco, quali la cisterna e il frantoio, e la sistemazione esterna delle aree si sono concretizzati, però, solo nell’ultimo decennio grazie ad un forte impegno di fondi ordinari e straordinari del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e, di recente, dei fondi del POR Campania 2000/2006.

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Tutti gli interventi eseguiti si sono ispirati al concetto che il costruito storico è un patrimonio stratificato costituito da varie fasi di edificazione, quasi sempre determinato dai continui riusi. Il ricorso, durante il restauro, alla reintegrazione strutturale con partiture murarie di pietrame listato, ovvero all’aggiunta di ‘porzioni d’opera moderna’ indispensabili per non far perdere la forma degli antichi edifici, è stato adottato nel pieno rispetto dell’unità della concezione costruttiva del manufatto, mediante l’utilizzo di materiali e tecniche compatibili con quelle preesistenti per omogeneità, durabilità e, ove possibile, reversibilità. La necessità inderogabile di rinforzi strutturali, dunque, non ha mai costituito un alibi per privilegiare gli aspetti estetico-architettonici, ma s’è limitata a proporre interventi limitati, inquadrati in una visione generale di manutenzione programmata, mirati a conservare per le future generazioni l’integrità della lettura delle antiche fabbriche, intese come documento di archivio materiale.
Imminente l’apertura del Museo della Ceramica; negli ambienti restaurati, tra la torre medievale e i contrafforti sul Piano San Michele, sarà ambientato quanto l’indagine stratigrafica, nel centro storico e nelle zone ad esso limitrofe, ha restituito in termini di resti della cultura materiale: ragguardevoli quantità di frammenti ceramici nonchè oggetti in metallo, vetro, osso, pietra, terracotta, laterizi, tegole, monete, intonaci ed altro. Il percorso espositivo conterrà, infatti, la documentazione sulla produzione di ceramiche della fossakultur Oliveto-Cairano, sulle ceramiche di età romana, sulla mezza maiolica medioevale tra Santa Maria in Elce e San Zaccaria, sulle maioliche rinascimentali e moderne. Vi saranno sezioni dedicate alla produzione artigianale ed industriale delle terrecotte e della maiolica tra il XIX e il XXI secolo ed ambienti per la sperimentazione e la conoscenza dei materiali e la realizzazione di exhibits. Il Museo della Ceramica del Borgo Castello di Calitri, come ogni museo, è stato concepito come un istituto culturale, scientifico, educativo, al servizio della comunità, aperto al pubblico ed ha come scopo la conservazione, la valorizzazione e la fruizione da parte dell’utenza (cittadini, visitatori, turisti e studiosi), dei i beni culturali che documentano la storia e la cultura di cui è espressione. “Per il perseguimento di tali finalità”, viene specificato nel Regolamento approvato con Deliberazione del Consiglio Comunale di Calitri n. 24 del 29 settembre 2008, “nell’ambito della normativa vigente, il Museo si pone anche come polo di documentazione della realtà territoriale circostante e realizza attività dirette alla educazione culturale dei cittadini, e alla valorizzazione turistica del territorio. A tal riguardo, il Museo mira alla realizzazione di mostre, attività didattiche, visite guidate, manifestazioni, conferenze e ogni altra forma di iniziativa volta a concorrere a tale progetto. Il Museo, oltre a costituire una fonte di documentazione, intende farsi promotore della documentazione stessa e si pone come uno dei destinatari delle ricerche eventualmente svolte”.

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Con Deliberazione della Giunta Municipale n. 87 del 22 ottobre 2008 l’Amministrazione Comunale di Calitri ha, poi, approvato il piano di gestione del Borgo Castello redatto dai funzionari delle Soprintendenze BAP e BSAE responsabili dell’intervento a conclusione dell’opera, come previsto nella procedura di erogazione dei fondi europei. Il piano suddetto individua le strategie per la valorizzazione del bene a carattere globale, attraverso un adeguato utilizzo degli spazi e la progressiva elaborazione di un target che porti alla massima espressione le sue potenzialità, tanto sul piano culturale che sul piano economico, partendo dal presupposto che il Borgo Castello di Calitri rappresenta una opportunità non solo per l’ente territoriale a cui appartiene, ma per l’intera Valle dell’Ofanto. Le destinazioni d’uso assegnate agli oltre tremila metri quadri di superficie utile coperta sono state concepite, nel piano di gestione, in modo da prestarsi ad un utilizzo dell’intero complesso monumentale quanto più flessibile e polivalente. Oltre agli ambienti del museo adibiti a sede espositiva permanente per la ceramica antica, medievale, rinascimentale e moderna e per la terracotta, perciò, sono stati individuati appositi locali da adibire:
- alla promozione dell’artigianato produttivo locale (oggettistica ed exhibits in ceramica, legno, pietra etc.) nella Salita tra Piano San Michele e Via Castello;
- alla promozione della produzione agricola tipica del luogo e a punti di ristoro all’angolo di Via Castello;
- all’accoglienza dei visitatori – reception, bookshop, servizi, etc. – in Via Castello;
- ad attività culturali e/o di supporto al museo (Centro Studi sulla Ceramica in Vico I Castello);
- a sportello informativo, laboratorio di restauro delle ceramiche e depositi della Soprintendenza BAP e BSAE di Salerno e Avellino nel Piazzale Alto;
- a depositi a servizio del museo in Vico I Castello;
- a custodia e guardiana nel vicolo del Bastione;
- ad attività culturali temporanee e di rappresentanza presso casa d’angolo in Vico del Ciliegio, casette gotiche in Vico del Ciliegio, casa della voltina in ‘mummoli’ prospettante sul Piano San Michele in Vico I Castello, casa gialla prospettante sul Piano San Michele, al termine di Vico I Castello, ambienti medievali nel vicolo del Bastione;
- a spazi espositivi permanenti non pertinenti al museo della ceramica (Museo dell’opera del Borgo Castello e intervento di recupero nella Salita al Piazzale Alto; mostra permanente Un mestiere antico: il ‘mastro’ muratore e l’arte di costruire muri di pietra, mattoni e calcina in Via Castello e Vicolo della Pergola, mostra permanente ‘Madre Terra’ e i suoi prodotti essenziali. Il ciclo produttivo del pane e del vino negli ambienti al piano terra di Via Castello fronteggianti la Chiesa della Madonna delle Grazie e Il ciclo produttivo dell’olio nel vecchio frantoio delle olive annesso al ‘palatium’ cinquecentesco in Via Castello.

Particolare interesse rivestono, infine, i due percorsi coperti idonei anche ad installazioni ed eventi d’arte contemporanea: la grotta di accesso alla Ripa del Melograno e gli ambienti sottostanti la Terrazza del Belvedere.

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La portata dell’evento e la sua alta valenza positiva non deve però esimerci da doverosi bilanci: molte delle ferite di allora non sono ancora perfettamente rimarginate; lunghissimo resta l’elenco degli edifici di interesse storico-architettonico, di interi ambiti urbani e di opere d’arte mobile il cui restauro non è terminato mentre per alcuni non è mai iniziato. Non mancano posti, nel centro abitato, radicalmente modificati e privati delle loro caratteristiche, a causa delle demolizioni, delle ristrutturazioni e delle ricostruzioni in stile o in forme pseudo-contemporanee o da errati interventi di restauro. Parallelamente all’alterazione dell’ambiente urbano anche il paesaggio rurale è stato gravemente modificato dalla costruzione, fuori sito, di nuovi insediamenti che hanno sostituito totalmente o in parte edifici distrutti o gravemente danneggiati dal sisma. Nel caos della ricostruzione, spesso interpretato come speculazione, molteplici professionalità hanno tentato di ritagliarsi un loro spazio, con interventi spesso infausti o inutilmente dispendiosi. Le molteplici “correnti di pensiero”, per lo più contrapposte, in cui si è frammentata la teoria del restauro, hanno trovato vasti campi di sperimentazione, con risultati spesso contrastanti e talvolta, essenzialmente per quanto concerne i consolidamenti, devastanti. Sottolineo con una punta di orgoglio che se oggi ancora si può discutere del futuro del centro storico di Calitri, come di quello di tanti centri storici irpini, molto si deve alla tenace opera di tutela portata avanti dalla Soprintendenza anche se, ripeto, non va sottaciuto che l’integrità dei tessuti urbani storici non è stata sempre preservata e talvolta non si è riusciti ad evitarne lo stravolgimento totale se non, addirittura, la distruzione completa.
Questo impegno trova significativi episodi proprio nell’Alta Valle dell’Ofanto ed in particolare a Calitri. L’attività di tutela, salvaguardia e recupero delle emergenze monumentali si è qui coniugata sin dagli anni ottanta con l’intervento diretto per il recupero del centro antico. Il gruppo di lavoro costituito dalla Soprintendenza nell’immediato dopo-sisma con il compito di seguire da vicino il recupero dei centri storici maggiormente colpiti dal terremoto, qui insediato sin dal 1987, ha rappresentato per alcuni anni un valido supporto dal punto di vista tecnico-scientifico per molte amministrazioni locali, ha instaurato spesso un rapporto diretto con i cittadini e le strutture pubbliche e private interessate agli interventi di recupero dei Beni Culturali e alla tutela del paesaggio dei territori a ridosso dell’Alta Valle dell’Ofanto e del Sele. Ha proposto e attuato il restauro dell’edilizia storica e ha contribuito alla diffusione di tecniche, tecnologie d’intervento e materiali rinvenibili nella tradizione locale.

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Il restauro del Borgo Castello appena concluso, effettuato sulla base di un esemplare progetto fondato su una metodologia di analisi strutturale innovativa e “moderna”, ha rappresentato la fase di avvio di una lunga e sofferta opera di recupero, che ha visto impegnare a fondo la professionalità e l’impegno dei funzionari dell’ufficio. E’ ora la volta del “tessuto connettivo” ad esso attinente, ovvero della vasta area circostante il castello, tutta la zona compresa fra Piazza della Repubblica, Corso Giacomo Matteotti, Via Torre e Piano San Michele con i resti delle fortificazioni medievali a ridosso della Torre cosiddetta della Porta di Nanno e di possenti resti del circuito murario cinquecentesco. Ma avremo modo di illustrarne, nel prossimo futuro, le caratteristiche particolari e, per certi aspetti, uniche.

di Vito De Nicola
Architetto Direttore Coordinatore della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Salerno e Avellino

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28 gennaio 2009

Design litico

Intersezioni

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Studi grafici di Philippe Nigro per la collezione Saturnia PIBA Marmi

Da alcuni anni protagonista di un’esperienza creativa originale, basata sul tema delle intersezioni geometriche, e applicata alla progettazione del mobile e dell’imbottito, Philippe Nigro declina ora la sua ricerca nel settore del design litico firmando Saturnia, una nuova collezione di elementi per il bagno prodotta da PIBA Marmi.
L’esplorazione sulle variazioni delle geometrie compenetrate, interpretabili come insolite metafore del bisogno attuale di integrazione tra genti e culture diverse, porta il designer ad elaborare una singolare trasfigurazione della teoria diagrammatica degli insiemi matematici, in cui i concetti di appartenenza, unione, vuoto, sottoinsieme, sono tradotti in catene di figure litiche nitide e compatte.
La riflessione sugli incroci di gruppi sociali, di destini individuali, di percorsi, linguaggi e reti informative del mondo globale, porta dunque alla concezione di un design assolutamente nuovo, nel quale la pietra diventa uno strumento materico giocoso con cui realizzare composizioni lievi e vivaci, sequenze di pieni e vuoti che convergono tra loro, si sovrappongono parzialmente o si fondono del tutto, secondo un processo combinatorio pensato per generare continue inedite gemmazioni e configurazioni.

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I divani Intersection firmati da Philippe Nigro per VIA

Quasi come in un collage, in un puzzle o un tangram, Philippe Nigro ripensa la pietra, suddividendone la massa in macrotessere concatenate, disposte secondo giaciture di volta in volta ruotate a formare coppie o intere batterie multiple di vasche e ripiani per l’allestimento dello spazio abitato contemporaneo.
La presentazione ufficiale della linea Saturnia è fissata per le prossime edizioni veronesi di Abitare il Tempo e di Marmomacc, ma un’anteprima, costituita dal prototipo di un lavabo in pietra, sarà esposta nel padiglione PIBA Marmi dal 4 al 7 febbraio prossimo, durante le giornate del MADE Expo di Milano.

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Studi grafici di Philippe Nigro per la collezione Saturnia PIBA Marmi

BIOGRAFIA PHILIPPE NIGRO
Philippe Nigro nasce nel 1975 a Nice in Francia. Conseguita la maturità in arti applicate, ottiene il diploma in Industrial Design a Lyon e, nel 1996, vince con C. Gardet il concorso dei giardini di Chaumont-sur-Loire, per il giardino sperimentale Ailleurs. Dopo aver vinto anche il concorso Habitat per la lampada Flac, nel 1997 consegue il Diploma Superiore d’Arti Applicate in Industrial e Interior Design alla École Boulle di Parigi.
Dal 1999, in Italia, collabora con lo studio De Lucchi dove segue progetti di design e di mobili per Olivetti, Compaq, Siemens, Poltrona Frau, Artemide, Coromandel, Danese, Alias, Caimi, Banca Intesa, Produzione Privata, Unifor, Hera, Interni, Design Gallery, Feg, Colombo, Listone Giordano.
Del 2004 sono i suoi progetti per i divani Vega e Vertigo prodotti da Nube e dell’anno successivo quello dello scaffale Spiral realizzato per “Aides à projet VIA 2005″. Nel 2006 firma, con De Lucchi, Sarissa e Tatlin per Artemide; nel 2007 disegna la poltrona Twist per Felicerossi; nel 2008, con M. Biffi, si aggiudica il secondo premio del concorso “Lo spirito di Stella / Autogrill”.
Per “Aides à projet VIA 2008″, realizza il sistema di divani Intersection e per la mostra collettiva Gate-08 realizza Market: un porta frutta in marmo di Carrara. Nel 2009 firma per Ligne Roset la famiglia Confluences, ulteriore declinazione dei divani Intersection, e per il VIA realizza la gamba universale per tavoli Trèteaux e le sedie Twin-Chairs.

di Davide Turrini

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Philippe Nigro
PIBA Marmi

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26 gennaio 2009

Design litico

“Palladio e il design litico” si inscrive nel progetto Lithospedia – Interior Design

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Parallelamente all’editazione di questo post la sezione Lithospedia del progetto architetturadipietra.it riedita i prodotti di design della collezione nella virtual gallery dedicata all’Interior Design.
Le opere realizzate dalle aziende del Consorzio del Chiampo con Raffaello Galiotto trovano così collegamento con le Gallery già editate, suddividendo gli artefatti in specifiche Categorie quali, per esempio, Superfici parietali, Superfici orizzontali, Sedute, Vasche, Docce, Lavabi, Vasi…
Tale archivio di immagini, disegni e schede tecnico-descrittive identificative delle Aziende di produzione, nasce come spazio di conoscenza e informazione selezionata rivolto a progettisti e produttori interessati al mondo del design litico contemporaneo.

Vai alla virtual gallery dedicata all’Interior Design
Leggi anche La collezione “Palladio”. Opere per un’esposizione e non solo.

Vai al Consorzio Marmisti del Chiampo

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23 gennaio 2009

Letture

Memoria progetto tecnologia.
Lineamenti e strategie per l’identità della conoscenza

Emilio Faroldi (a cura di)

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La memoria, intesa come deposito per la conservazione e la trasmissione del sapere, rappresenta il requisito essenziale per la nascita e lo sviluppo della cultura di un popolo. Gli archivi, le biblioteche, i musei sono dunque ambiti essenziali, veri tramiti tra
passato e futuro. Agire nella prospettiva di una valorizzazione del patrimonio
culturale è un atto dovuto e non prorogabile, in uno scenario che vede l’accesso ai beni culturali come un problema di palese democrazia e, specularmente, l’azione di custodia e di trasmissione della memoria come una risorsa strategica di una comunità. La disciplina architettonica e le scienze archivistiche e bibliotecarie, dapprima autonome e separate, si delineano come realtà funzionalmente collegate per la progettazione dei luoghi e delle tecnologie atte alla conservazione e all’utilizzo della memoria. Alla conservazione si affiancano oggi logiche tese ad ampliare il significato che qualsiasi bene di matrice culturale possiede nella società postmoderna, tracciando lineamenti e codici comportamentali atti ad attribuire un idoneo ruolo al valore materiale e immateriale di questi beni, sempre più un valore non solo di uso, ma di scambio e di relazione. L’opera raccoglie i contributi di alcuni tra i principali studiosi e operatori del mondo archivistico e bibliotecario, insieme a esponenti della cultura del progetto, al fine di tracciare linee guida operative per la conservazione, la valorizzazione e la fruizione dei beni culturali.

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Dalla presentazione al libro di Antonio Padoa Schioppa
“L’esigenza di garantire la conservazione dei libri e dei documenti del passato non è certo nuova. Nasce nel mondo antico, si trasmette al medioevo delle Chiese e dei monasteri, si accentua nell’età moderna e si dilata sino al presente. Mutano i materiali, dalle tavolette d’argilla al papiro, dalla pergamena alla carta, sino ai supporti magnetici e digitali dell’oggi. E paradossalmente la durata dei documenti risulta proporzionale alla vicinanza nel tempo: tanto più recente è il documento, tanto più breve la sua “speranza di vita”. Sono ancora perfettamente leggibili la tavolette cuneiformi, le tavole bronzee e i papiri, sono intatte le superstititi pergamene medievali, appaiono freschi di stampa gli incunaboli quattrocenteschi, ma quanto deteriorabili e deteriorati sono ormai milioni di volumi a stampa del Novecento. E addirittura ormai illeggibili risultano montagne di documenti elettronici generati appena pochi anni orsono. Il volume che qui vede la luce, curato con intelligenza da Emilio Faroldi, presenta una panoramica vasta e multiforme dei tanti problemi e delle diversissime situazioni e tecnologie oggi presenti sul fronte della conservazione dei documenti librari e d’archivio. Una serie di autori per le singole materie – scelti tra i più competenti in queste materie tra i bibliotecari, gli archivisti e gli architetti – discute di problemi di portata generale legati alla conservazione alla valorizzazione dei documenti, spesso muovendo da esperienze concrete in corso, relative a singole biblioteche o sedi archivistiche. Questo approccio consente una visione ravvicinata e per così dire dal vivo delle tante difficoltà che si frappongono nell’iter che conduce al restauro e alla valorizzazione del patrimonio inestimabile di documenti e di opere librarie (per non parlare del patrimonio artistico, senza possibili paragoni al mondo) che tuttora è custodito nelle nostre città e in ogni angolo del nostro Paese. Basti considerare, riguardo alle difficoltà, quanto sia arduo contemperare l’esigenza di conservazione di un monumento architettonico antico che ospiti un archivio o una biblioteca con l’esigenza di tutela delle opere accolte nel medesimo palazzo. Non si possono toccare o alterare i muri e le strutture architettoniche, ma non è facile allora assicurare le condizioni di temperatura e di sicurezza che pure i libri, i documenti o i quadri richiedono. In ogni caso gli interventi presuppongono risorse, tanto più ingenti quanti più delicate e sofisticate sono le tecnologie individuate per rispondere al meglio ad entrambe le due divaricate esigenze della conservazione degli ambienti e di quanto in essi è contenuto. Ma gli investimenti su questi fronti non sono certo ottenibili con facilità, mentre è chiarissimo a chi vuole capire e guardare avanti che per l’Italia il futuro anche economico delle generazioni che verranno sarà in misura molto considerevole legato alla capacità di conservare, insieme con il paesaggio, il nostro patrimonio artistico, documentario e librario, facilitandone l’accesso agli studiosi e ai cittadini del mondo intero. Conservare, mantenere e valorizzare: tutto ciò esige investimenti importanti in danaro e in conoscenza. Non meno delicati sono i problemi che una moderna biblioteca pone all’architetto. I modelli nuovi di biblioteca a libero accesso e di biblioteca ibrida, nella quale il libro cartaceo e i documenti digitali – anche musicali e visivi – coesistono e interagiscono al servizi dell’utente, richiedono da parte dell’architetto strategie particolari. Perchè le attività domande di chi oggi frequenta una biblioteca sono molteplici: includono tra l’altro moduli interattivi e servizi di reference, con la necessità di modellare gli spazi in modo nuovo. Gli esempi, nel volume, di numerosi progetti ed interventi recenti e la puntualizzazione delle tante questioni da risolvere e degli ostacoli superati (o non superati) riguarda molte realtà specifiche considerate dai singoli autori, spesso protagonisti di queste stesse vicende: si vedano i contributi dedicati a Genova, a Milano, a Torino, a Venezia, a Roma, a Napoli e ad altre località italiane. Problemi più generali di impostazione e di metodo sono affrontati in diversi contributi, con riferimento alle molteplici identità della conoscenza, alla conservazione preventiva, al recupero dei documenti, alle biblioteche universitarie e ad altre questioni connesse. Il capitolo delle nuove tecnologie è particolarmente ricco in queste pagine, in considerazione dell’attualità del tema e dell’evoluzione continua e rapidissima dell’hardware e dei software legati alla conservazione e alla consultazione dei documenti. Opportuna è anche la valutazione di alcuni modelli stranieri relativi al patrimonio digitale e alla sua conservazione, quale è quello di Monaco di Baviera. Non è difficile prevedere che il volume sarà letto e utilizzato come un testo di riferimento ricco e aggiornato, anche nella bibliografia, a disposizione di chi voglia avere un panorama chiaro dei tanti problemi legati alla memoria del passato e alle strategie per la sua conservazione nell’era digitale.”

Emilio Faroldi (a cura di)
Memoria progetto tecnologia.
Lineamenti e strategie per l’identità della conoscenza

Umberto Allemandi & C.
Torino 2008.
pp. 268
30 euro

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