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1 luglio 2011

News

Marmomacc Meets Design 2011
“MUTABLE SPIRIT”

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Il marmo muta.
Materiale naturale e “alchemico”, si forma e si trasforma, evolve in lentissima genesi, assume proprietà e caratteristiche dell’ambiente dove nasce, assorbendone e rappresentandone individualità e unicità.
Resistente e stabile, è stato storicamente associato a durata e prestigio, diventando materiale d’elezione di architettura e scultura, alla ricerca dell’immortalità.
Oggi tecnologie sempre più avanzate, anche digitali, ne riscoprono l’essenza intimamente, insospettabilmente adattabile.
Il marmo dunque muta ancora.

Lo fa questa volta a livello percettivo, rendendosi duttile ad accogliere quello specchio flessibile
di un mondo in continua evoluzione che è il design.
Nasce da qui l’incontro annualmente proposto a Veronafiere da MMD nell’ambito di Marmomacc.
Moduli, complementi, superfici vengono riletti dalla sensibilità dei progettisti allo scopo di affinare logiche sempre più attente anche alle tematiche della sostenibilità.
Se da un lato infatti il marmo continua a imporre la sua personalità, chiedendo di accostarsi alle proprie caratteristiche con una profonda e specifica conoscenza, dall’altra propone infinite variabili – di colore, consistenza, impatto – che rendono possibili altrettante declinazioni.
É allora che interviene il fondamentale potenziale di sperimentazione e innovazione offerto
dal design.
Nasce da qui la sfida proposta quest’anno da MMD a progettisti e aziende, MUTABLE SPIRIT: essere tanto flessibili da esaltare il marmo come materiale mutante e mutevole. Rendendolo, con il loro lavoro, concretamente “mutabile”.

Architetti ed aziende:
Patricia Urquiola per Budri,
Pietro Ferruccio Laviani per Citco,
Setsu & Shinobu Ito per Grassi Pietre,
Raffaello Galiotto per Lithos Design,
Flavio Albanese per Margraf,
Snøhetta/Kjetil Thorsen per Pibamarmi,
Marco Piva per Regione Puglia,
Philippe Nigro per Testi Fratelli,
Giuseppe Fallacara con Politecnico di Bari e Facoltà di Architettura di Budapest per Reneszánsz Köfaragó Zrt,
in attesa di conferma) per Trentino Pietra.

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27 giugno 2011

PostScriptum

Manuel Aires Mateus. Lo spazio è il tema

English version


Manuel e Francisco Aires Mateus, Casa a Melides, 2000-2002.

“Siamo debitori di Roma dell’assunzione artistica dello spazio nell’architettura; la vera e propria architettura come linguaggio spaziale nasce a Roma. Oggi, dopo duemila anni di esperienza architettonica compiuta nella scia di Roma, ci riesce facile affermare che lo spazio è il mezzo di espressione specifico dell’architettura e soltanto di essa (…). Roma concepisce lo spazio non come termine di armoniosa contemplazione, ma come luogo della sua azione, della sua insaziabile esperienza e conquista: e perciò si circonda di spazio, e nei suoi edifici allarga, tende i vani interni, li volta in absidi, in cupole; infine li fa quasi esplodere in una dilatazione immensa: chi entri nel Pantheon, o tra i ruderi delle Terme o della basilica di Massenzio, si sente subito avvolto dal senso d’una straordinaria enormità di spazio. Uno spazio che sempre più si allarga, ma che sempre si riporta unitariamente al suo centro, come l’impero dei romani. L’architettura romana è dunque il primo linguaggio costruttivo propriamente spaziale. (…)
Ma se vogliamo intendere l’architettura come arte, lo spazio va considerato, o meglio sentito, non come una realtà fisica, ma come una creazione fantastica: di carattere teorico, non pratico; esso non è più solo il luogo del nostro soggiorno o della nostra curiosità turistica, ma è la poesia dell’architetto, la forma in cui esprime se stesso.”

Sergio Bettini, Lo spazio architettonico da Roma a Bisanzio, Bari, Dedalo, 1990 (ed. or. 1979).

Il vuoto
La “formalizzazione” dello spazio compreso entro i limiti murari di un edificio è da secoli il problema di fondo della sperimentazione dell’architettura occidentale.
Le forme dell’architettura greco-ellenistica, plastiche e lineari, sono state povere di rapporti spaziali interni e di significatività dimensionale, a fronte di una concezione configurativa che ha esaltato il pathos degli esterni attraverso l’uso di ordini architettonici marmorei in chiave plastica. Sono gli architetti romani, per primi, a trasferire negli interni i valori dello spazio esaltandoli morfologicamente e dimensionalmente per consegnarli all’architettura tardo antica e poi, in qualche modo, a tutta la tradizione occidentale che giunge sino a noi. L’opera dei fratelli Mateus non è esente, come già ampiamente evidenziato nei saggi di questo volume, dalla fascinazione dello spazio architettonico al punto di rappresentarne in ultima istanza la cifra stilistica fondamentale.


Manuel e Francisco Aires Mateus, Edifici Laguna Furnas nelle Azzorre, 2010-2011.

Manuel Mateus sulla scia dell’insegnamento di Gonçalo Byrne, Fernando Tavora, Alvaro Siza Siza – ma anche, ritengo, sull’influenza di altri Maestri ineguagliati del Novecento quali Rafael Moneo e Peter Zumthor guardati a distanza (ma anche vicini e contigui per Manuel, come per il maestro di Vals nella scuola di Mendriso che li ha avuti entrambi teacher da almeno un decennio) – sembra portare con sé, come dote naturale, nella sua architettura i sigilli di una spazialità contemporanea assoluta, silenziosa, neutra ed elegante. Una spazialità figlia di quella visione figurativa “riduzionista” e “monomaterica” del Novecento – alimentata, in avvio di secolo, dalle avanguardie del Movimento Moderno e, poi, riemergente attraverso continue “rinascenze” fino alla tendenza del minimalismo internazionale di fine millennio – materializzatasi attraverso i caratteri selettivi ed omogenei portati sulla materia, sulle superfici, sullo spazio dell’architettura.


Manuel Aires Mateus, Padiglione Pibamarmi alla 45° edizione Marmomacc, 2010.

Se lo Spazio è il Tema dell’Architettura, sotto l’apporto originario e sublime di Roma, e della stessa opera di Mateus, ci chiediamo allora se sia possibile (e in che modo) parlare di questa ineffabile entità – inafferrabile al pari della sfuggente nozione di Tempo, che pure sembra “far capolino” nell’intervista di Manuel rilasciata a Davide Turrini all’interno del dedalico scrigno litico di Pibamarmi a Marmomacc 2010 – cercando di definirne la sua essenza, o quantomeno qualche carattere, qualche elemento di riflessione.
Parmenide, fondatore della scuola filosofica di Elea, rappresenta il concetto di spazio attraverso la visione del “vuoto come negazione del pieno”, inscrivendo nella categoria ideale di “quel che non è” e, conseguentemente, escludendolo dall’ambito del reale.
Ma valutando che di spazio ne parliamo, lo esperiamo e lo misuriamo quotidianamente con i nostri passi, per noi architetti lo spazio è “oggetto reale”, anche se non “oggetto fisico”. Oggetto reale come luogo vuoto, entità circostante a tutte le altre o vuoto fra entità altre; luogo illimitato e indefinito, a volte, in cui gli oggetti fisici vi si trovano collocati; luogo configurato, definito e formalizzato, altre, come in tutte le vere architetture. Un vuoto che gode di proprietà geometriche – da cui la qualifica di euclideo – ai confini del quale avviene la magia della fusione im_materiale, là dove il vuoto incontra il pieno entrando in contatto e contiguità con l’epidermide, ovvero l’ultimo strato della materia che comprime e visualizza lo spazio architettonico.


Manuel e Francisco Aires Mateus, Museo del Faro a Santa Marta, 2007.

Il pieno
Le tre dimensioni (x, y, z) non sono soltanto il luogo dello spazio euclideo, ne incarnano pure la materia che si affaccia su di esso con i suoi caratteri di pesantezza e di equilibrio. Il rapporto che unisce vuoto e materia in un’architettura non è mai indifferente, o fisso, e modella lo spazio secondo caratteri e assetti calcolati mai più modificabili sostanzialmente se non dal Tempo, la quarta dimensione latente dello spazio.
L’architettura – più volte è stato detto da teorici e trattatisti – ha inizio nel momento in cui sulla superficie orizzontale del suolo l’uomo insedia dei muri che s’innalzano in verticale per ritagliare uno spazio propizio alla vita degli individui rispetto allo spazio naturale, vasto, incommensurabile, spesso inospitale.
Il muro – destinato a racchiudere e modellare lo spazio – non è mai ricavabile “tutto d’un pezzo” dalla crosta terrestre. I materiali, gli elementi prelevati dalla terra vanno “assemblati” a formare dispositivi costruttivi, trame, ricoprimenti, superfici, infine architettura. Ma l’architettura – per dirla con Henri Focillon – «non è una collezione di superfici, ma un insieme di parti, le cui lunghezza, larghezza e profondità s’accordano tra loro in un certo modo e costituiscono un solido inedito, il quale comporta un volume interno [spazio] ed una massa esterna».1


Manuel e Francisco Aires Mateus, Edifici Laguna Furnas nelle Azzorre, 2010-2011.

Per isolare uno spazio architettonico dall’immensurabile superficie terrestre è necessario “piegare”, “curvare” il muro o quantomeno elevare una coppia parallela di pareti posizionate in modo tale che la loro topologia insediativa produca un vero “blocco” spaziale. In tutti questi casi, grazie al dispiegamento inclusivo di muri avvolgenti – così come si presenteranno dalle origini della civiltà architettonica i recinti sacri egiziani, le mura urbiche delle cittadelle micenee o quelle dei tèmenos dei santuari greci – si “materializza” un intervallo di superficie terrestre interclusa fra evidenti e fisiche pareti verticali: è questa l’archetipica ed eterna magia della creazione dello spazio architettonico. Sullo scenario orizzontale del suolo s’insedia la costruzione muraria volumetricamente incisiva che porta in sé – al pari di uno scrigno – la definizione dello spazio architettonico dotato di un carattere e di un valore molto particolare.
A Verona Manuel Aires Mateus rinnova il rito della creazione spaziale.


Manuel Aires Mateus, Padiglione Pibamarmi alla 45° edizione Marmomacc, 2010.

Il padiglione realizzato per Pibamarmi è scandito spazialmente da una serie di diaframmi visuali, costituiti da setti e muri litici – monomaterici, monocromatici, omogenei, complanari – dalla figuratività solida e corposa. L’esperienza fruitiva vissuta all’interno di questa struttura dal carattere labirintico viene pervasa dalla forza dimensionale dei massivi volumi litici che – ostruendo parzialmente la vista di colui che vi si addentra e, allo stesso tempo, “aprendola” verso inediti scorci – invitano a muoversi all’interno dello spazio dall’intensità dedalica restituendolo attraverso una molteplicità di punti di vista e sfondamenti prospettici.
All’interno dello spazio – contratto e serrato – del padiglione, stretti passaggi si alternano a slarghi e varchi che fanno da contrappunto ad inaspettati vicoli ciechi: un gioco calibrato di pieni e di vuoti che sembra rievocare su scala ambientale, architettonica, la stessa morfologia che anima le vasche e i lavabi di pietra esposti all’interno di tale intrico di vie.
Questi artefatti litici in-formano, di fatto, la materia proponendo anch’essi un calibrato gioco di masse e cavità. Alla spigolosità dei muri e dei pilastri si sostituisce però la sinuosità e la morbidezza delle curve, quasi a suggerire il corpo fluido dell’acqua che tali oggetti si apprestano ad accogliere al loro interno.

di Alfonso Acocella

Note
1 Henry Focillon, “Le forme nello spazio” p. 32, in Vita delle forme, Torino, Einaudi, 1990, (titolo originale Vie des Formes suivi de Eloge de la main, 1943, p. 134).

* Il post riedita il saggio di Alfonso Acocella intitolato “Lo spazio è il tema” e contenuto in Davide Turrini, Manuel Aires Mateus. Un tempio per gli dei di pietra, Melfi, Libria, 2011, pp. 93.

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24 giugno 2011

Osservatorio Litico

Pietro Carlo Pellegrini,
Restauro ed allestimento del presbiterio della Chiesa di San Giovanni Battista
Firenzuola, Firenze 2004 – 2006


Vista della chiesa dall’esterno

Un intervento dalla gestualità minima, delicata ed elegante: così appare l’approccio perseguito da Pietro Carlo Pellegrini nel progetto di restauro, allestimento e adeguamento funzionale del presbiterio della Chiesa di S. Giovanni Battista situata nel piccolo centro montano di Firenzuola (FI).
L’edificio, una chiesa inaugurata nel 1966, rappresenta un tema di confronto piuttosto complesso, in quanto originariamente frutto della collaborazione tra Edoardo Deti e il genio di Carlo Scarpa.
Nel rapportarsi con una così influente eredità, Pellegrini ha scelto una metodologia compositiva volutamente “leggera”, “sotto tono”, in grado di armonizzarsi con il contesto e di proporre un’ideale continuità con le soluzioni maturate in passato, senza indulgere in forzate rivendicazioni espressive o in atti di “traumatica” cesura.


Particolare del presbiterio

photogallery

Il progetto ha inteso conciliare le esigenze funzionali della committenza con la necessità di valorizzare uno spazio dall’alto valore simbolico. In particolare, oggetto di intervento sono state la disposizione dell’altare e della mensa come da progetto originario di Scarpa, la realizzazione di un nuovo altare nell’area presbiteriale e la collocazione di nuovi arredi (ambone, sedia del presidente, stalli del coro).
Il linguaggio figurativo si conforma con sensibilità alla preesistenza sia per scelte dei materiali, sia per finiture, sia per soluzioni formali, privilegiando l’utilizzo piatti di ferro brunito e pietra serena come leitmotiv progettuale, in sintonia con l’altare scarpiano.

Chiara Testoni


Vista della navata

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21 giugno 2011

News

DOME
Cantiere didattico sperimentale


Clicca sull’immagine per ingrandire (foto di Davide Patanè © 2011)

Universita degli Studi di Catania – Facoltà di Architettura di Siracusa
Laboratorio di Progetto II – Prof. arch. Luigi Alini, e-mail: lalini@unict.it;

In collaborazione con AION
In PARTNERSHIP con
Ente Scuola Edile di Siracusa
Cassa Edile di Siracusa
Consorzio Universitario Archimede
ANCE – Siracusa
MAPEI
Material Design
Ordine degli Architetti di Siracusa
ANDIL
Costruire in Laterizio

Dome, è un progetto che vede gli studenti del Laboratorio di Progetto II della Facoltà di Architettura e gli allievi della Scuola Edile di Siracusa impegnati a realizzare in scala 1:1 un sistema abitativo low-tech. Archi, volte e cupole in laterizio sono gli elementi costruttivi con cui gli allievi sperimentano le potenzialità d’uso innovativo di materiali e tecnologie della tradizione.
All’interno di un percorso didattico finalizzato DOME è uno dei pochissimi esempi in Italia di attività didattica integrata, attività finalizzata ad una reale formazione professionalizzante. E’ in ragione di tale obiettivo che il progetto sperimenta le potenzialità di forme di didattica ‘non convenzionali’ al fine di far interagire gli studenti del Laboratorio di Progetto con condizioni operative ‘reali’, concrete, condizioni oggettive entro cui sviluppare l’azione progettuale: un luogo, una funzione, un budget, una tecnica costruttiva, un materiale, un committente. In questo percorso didattico l’apporto del mondo della produzione industriale (ANCE, Cassa Edile) e quello della formazione professionale (Scuola Edile, AION, Ordine degli Architetti) hanno rappresentato il naturale completamento di attività svolte per il primo semestre in aula e durante il secondo semestre in cantiere.
Un modello didattico efficace che ha aperto agli studenti le porte del mondo della professione attraverso il confronto con gli altri operatori del settore con i quali saranno chiamati a confrontarsi durante la loro vita professionale. Un modello sancito con un protocollo di intesa sottoscritto dall’Ente Scuola Edile con l’Ateneo di Catania, che ne ha affidato la responsabilità scientifica del prof. Luigi Alini.
La tecnica adottata per la costruzione di DOME si fonda sull’impiego del ‘compasso’, un metodo che l’architetto Fabrizio Carola impiega da oltre trent’anni in Africa ed in particolare nel Mali. Un metodo desunto dalle ‘antiche tecniche’ costruttive nubiane e dalle esperienze dell’architetto egiziano Hassan Fathy.
Questo cantiere didattico-sperimentale è anche un omaggio a Fabrizio Carola, “all’uomo della pietra” come lo chiamano i Dogon del Mali, l’uomo che ci ha mostrato col suo esempio la possibilità di ritrovare un più equilibrato rapporto tra architettura e luogo entro una visione in cui ricerca, formazione e professione non costituiscono più ambiti separati.
Gli allievi della Facoltà di architettura di Siracusa attraverso questa esperienza hanno sperimentato una forma di didattica integrativa fondata sul fare, sull’esperienza diretta connessa alla dimensione fattuale del ‘fare architetura’.
La dimensione costruttiva del progetto è incardinata all’interno di una azione governata dai principi dell’efficienza energetica fondata sull’impiego di sistemi di ventilazione passiva. L’efficienza dei sistemi costruttivi a volta è estesa anche alle performance strutturali del sistema che ben si adattano a contesti tipici delle aree mediterranee.
Questo progetto sperimentale che ha visto gli allievi della Facoltà collaborare con maestranze e professionisti provenienti dal mondo dell’impresa e della produzione industriale evoluta, chiude una prima fase di ricerca che a partire dal prossimo anno si avvarrà anche della collaborazione di ricercatori ed esperti del settore impegnati su ricerche analoghe presso altre università straniere, all’interno di un percorso di internazionalizzazione delle attività didattiche e di ricerca del Laboratorio di Progetto.

di Luigi Alini

Leggi anche:
Memorie di un architetto con il mal d’Africa

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18 giugno 2011

News

PREMIO INTERNAZIONALE ARCHITETTURE DI PIETRA
46a Marmomacc – Verona 21/24 settembre 2011

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Un evento aperto a nuovi orizzonti del linguaggio litico è quello proposto dalla dodicesima edizione dell’International Award Architecture in Stone, momento culminante dell’indagine che Marmomacc mette in atto ogni due anni nel vasto panorama della produzione architettonica a livello mondiale.
Dalla sua istituzione nel 1987, il Premio rappresenta una fondamentale fonte di orientamento per il mondo dell’architettura e del design impegnato nella ricerca di nuovi indirizzi ed esperienze in cui l’uso dei materiali litici coniuga la coerenza disciplinare con l’innovazione.

L’edizione 2011 del Premio, curata in continuità con le precedenti da Vincenzo Pavan, si è avvalsa di una prestigiosa giuria internazionale di storici, critici e docenti di architettura che ha dato un sostanziale apporto di qualità al Premio e nel contempo ha garantito una scelta pluralista e rigorosa.
Le opere selezionate infatti spaziano da importanti edifici pubblici riguardanti grandi istituzioni europee a interventi di recupero di aree urbane degradate nei quali sono state messe in luce le qualità delle preesistenze lapidee coniugate con l’integrazione di analoghi litotipi e con l’accostamento di materiali diversi in sintonia con essi. Altri interventi riguardanti strutture culturali e religiose mettono la pietra in relazione con la natura e con la cultura storica locale testimoniando la grande capacità dei materiali litici di essere interpreti nel nostro tempo di istanze evocative e spirituali. Come nelle ultime edizioni del Premio, anche in questa sono state incluse opere di particolare impegno in rapporto alle difficili condizioni del territorio, opere che sanno coniugare l’etico e l’estetico attraverso l’uso coerente del materiale locale.
Particolarmente significativi infine i due premi speciali non riferiti alla contemporaneità, ma ad essa sostanzialmente collegati. Il premio “ad memoriam” è assegnato quest’anno all’opera di un architetto greco recentissimamente riscoperto: Aris Konstantinidis. Si tratta di un piccolo edificio, rappresentativo di una serie di opere in cui la pietra viene costruttivamente declinata in modo esemplare tra modernità e tradizione.
Il premio “architettura vernacolare” segnala uno straordinario episodio dell’architettura “without architect”: le case-torre della Svanezia, nel versante georgiano della catena del Caucaso.
Una preziosa testimonianza storica della tradizione tipologica e costruttiva in pietra che sta per confrontarsi con il nuovo che avanza.

La forma del Premio è costituita dalla pubblicazione di un prestigioso volume contenente un’ampia documentazione delle opere premiate e numerosi saggi critici e storici di eminenti personalità del mondo dell’architettura.
Durante la 46ª Marmomacc, il Premio Internazionale Architetture di Pietra sarà al centro degli eventi culturali programmati per “Marmomacc Architettura Design” e verrà articolato in due eventi: Mostra dei lavori premiati e Cerimonia ufficiale di proclamazione dei vincitori.

GIURIA

Francesco Dal Co
Direttore di Casabella
Thomas Herzog
Facoltà di Architettura, Monaco
Juan José Lahuerta
Facoltà di Architettura, Barcellona
Alessandro Mendini
Architetto, designer, artista e teorico
Vincenzo Pavan
Facoltà di Architettura, Ferrara

EVENTI

21-24 settembre 2011: Mostra dei lavori premiati, allestita presso il padiglione 7B della Fiera di Verona, insieme ad altre esposizioni di architettura e design.
La Mostra è formata da disegni, foto, modelli, video e materiali lapidei impiegati nelle opere.

sabato 24 settembre 2011: Cerimonia ufficiale di proclamazione dei vincitori, che avrà luogo presso il Museo di Castelvecchio di Verona alla presenza delle Autorità, degli autori delle opere selezionate, dei loro committenti, della Giuria e di un folto pubblico di architetti, personalità della cultura ed operatori del settore del marmo.

OPERE PREMIATE


Jacob-und-Wilhelm-Grimm-Zentrum, Berlino, Germania, 2006/2009 © by Stefan Müller

MAX DUDLER
Jacob-und-Wilhelm-Grimm-Zentrum
Berlino, Germania, 2006-2009

Motivazione della Giuria
L’opera, che riunisce in un unico edificio tutte le sedi bibliotecarie della Humboldt Universität di Berlino, finora disseminate nel territorio urbano, inserisce nel tessuto edilizio un compatto volume litico di grande dimensione dotandolo di sorprendente trasparenza e apertura. Ciò è dovuto alla ricerca di proporzioni e ritmi nelle facciate, le quali includono nei vari livelli dell’edificio delle sequenze di aperture verticali formate da fitte pilastrature di diversi moduli, che creano un controllato dinamismo nel corpo monolitico dell’edificio. La pietra calcarea di Spessart che riveste le facciate, resa scabra da getti d’acqua ad alta pressione, contribuisce in modo determinante all’idea di solidità che l’edificio intende comunicare.

Descrizione
Lo Jacob-und-Wilhelm-Grimm-Zentrum è stato realizzato come biblioteca centrale e raccolta della collezione dei media della Humboldt Universität di Berlino. Con due milioni e mezzo di opere e 500 postazioni telematiche, può accogliere contemporaneamente 750 studiosi.
La chiarezza distributiva e l’organizzazione dei percorsi permettono un immediato orientamento al visitatore che può muoversi liberamente sia in orizzontale che in verticale. Un ampio atrio a doppia altezza, fa da filtro tra l’esterno e l’interno, una moderna stoà, dove intessere relazioni e discussioni. Da qui il pubblico può accedere alle sale di lettura e agli spazi individuali per lo studio, ambienti comunque permeabili alla vista e in costante dialogo con la città. Una reinvenzione del concetto di biblioteca a cui però non mancano rimandi alla tradizione e ai materiali delle biblioteche antiche, come l’uso della pietra nella forma strutturale trilitica in facciata e del legno nei rivestimenti e nei pavimenti delle sale di lettura.

Materiali lapidei principali
Pietra Calcarea di Spessart


Complesso residenziale a Puente Sarela, Santiago de Compostela, Spagna, 2005/2009
© by Lluís Casals

VICTOR LÓPEZ COTELO
Complesso residenziale a Puente Sarela
Santiago de Compostela, Spagna, 2005-2009

Motivazione della Giuria
Il progetto realizza, in prossimità del centro storico di Santiago de Compostela, un programma di riabilitazione urbana a carattere residenziale su una edificazione preesistente recuperando le vestigia di una antica fabbrica in rovina. Sfuggendo la autoreferenzialità che contraddistingue alcune opere architettoniche recentemente realizzate nella capitale galiziana, López Cotelo adotta un atteggiamento misurato e rispettoso del contesto esistente intervenendo con strutture leggere sui massicci muri di granito. Attraverso una serie di misurati percorsi lapidei che collegano i dislivelli del terreno e grazie a opportune integrazioni murarie in granito locale il progetto ricollega gli edifici vecchi e nuovi alla dimensione urbana.

Descrizione
Lo studio López Cotelo ha operato a Santiago de Compostela una attenta riqualificazione di un complesso di edificazione storica esistente completandolo con nuove costruzioni. L’intervento riguarda il recupero di un’antica conceria dismessa e del contesto dove era inserita, rispettando e interpretando con un linguaggio moderno gli elementi tipici delle costruzioni industriali e del paesaggio rurale gallego. Gli edifici della vecchia fabbrica sono raggruppati in due complessi vicini: la fabbrica, con il suo reticolo di pilastri di pietra, vicino al fiume; il mulino e la casa del mugnaio, su un terreno più in alto. L’intervento, molto rispettoso, è stato finalizzato al recupero delle peculiarità proprie dell’architettura industriale. Per il blocco degli appartamenti di nuova costruzione, l’architetto utilizza pietre di recupero nel basamento che sormonta con un corpo leggero in vetro e chiude con copertura zincata. La pavimentazione esterna in pietra sottolinea il carattere “rurale” dell’intervento e collega l’esistente e il nuovo in un unicum di alta qualità formale.

Materiali lapidei principali
Granito locale


River Terminal and Visitor Centre, Linzhi, Tibet, 2008-2009 © by Chen Su

STANDARDARCHITECTURE
River Terminal and Visitor Centre
Linzhi, Tibet, Cina, 2008-2009

Motivazione della Giuria
Tre interventi a supporto di un percorso che lungo lo Yaluntzangpu collega il fiume con alcuni villaggi nella regione tibetana di Linzhi mettono in relazione le istanze del “credo” architettonico dello studio Standardarchitecture con la cultura litica del vernacolo locale. I due Visitor Centre e il River Terminal interpretano rivitalizzandola l’architettura di pietra tradizionale senza concessioni al pittoresco, ma al contrario elaborando in modo nuovo certe applicazioni desunte dalle culture locali, come le pigmentazioni vivacemente cromatiche ottenute con polveri naturali applicate direttamente sulla superficie delle pietre. L’essenzialità formale e la misurata logica costruttiva sono alla base di una architettura solida, sostenibile e integrata con l’ambiente.

Descrizione
Caratteristiche che accomunano le tre opere costruite in Tibet dallo studio dei giovani architetti cinesi sono la completa integrazione nel paesaggio circostante, l’uso di materiali locali e di pietre raccolte nelle vicinanze, l’impiego di tecniche tradizionali da parte di maestranze tibetane.
L’imbarcadero situato alla fermata più remota sul fiume Yaluntzangpu, è caratterizzato da una serie di rampe che risalgono dall’acqua. La costruzione, piuttosto spartana, fornisce i servizi essenziali, biglietteria e toilettes, e un eventuale riparo per la notte ai viaggiatori locali e ai turisti che non riescono a partire per le avverse condizioni del tempo.
Il Visitor Centre Namchabawa, sorge su un declivio lungo lo stesso fiume e ai piedi di un monte alto 7782 metri. Il blocco di 1500 mq, appare come una visione arcaica, con una serie di muri ancorati al declivio e quasi privi di aperture. E’ un centro di informazioni e base d’appoggio per i turisti ed inoltre punto di aggregazione per la popolazione locale.
Il Niyang River Visitor Centre è una costruzione minimale, con volumi semplici scanditi da profonde aperture da cui penetra la luce del sole con diverse angolature, creando percezioni sempre diverse. Le transizioni di colori evidenziano le transizioni geometriche dello spazio.

Materiali lapidei principali
Pietra locale


Centro ricerche e monitoraggio di Laguna Furnas, Isole Azzorre, Portogallo, 2008-2010 © by FG+SG Fernando e Sergio Guerra

AIRES MATEUS & ASSOCIADOS
Centro ricerche e monitoraggio di Laguna Furnas
Isole Azzorre, Portogallo, 2008-2010

Motivazione della Giuria
Due piccoli volumi dalle geometrie essenziali, incastonati in uno straordinario habitat naturale, fissano i luoghi di osservazione e di studio del parco di Laguna Furnas, un cratere vulcanico coperto da una lussureggiante vegetazione. La pietra basaltica locale, impiegata nel rivestimento esterno in tessiture parallele omogenee che dai muri perimetrali salgono sul tetto, accentua le leggere distorsioni dei volumi rendendo ambigua la loro forma.
Un’opera in cui la straordinaria precisione progettuale in ogni minuto dettaglio si rivela indispensabile a ottenere la misteriosa potenza che gli edifici comunicano.

Descrizione
Il progetto intende evocare nella forma, con volumi semplici e compatti, e nel materiale, pietra basaltica locale, il paesaggio architettonico delle Azzorre. Il complesso comprende piccoli edifici con funzione di studio e di alloggio inseriti in uno straordinario habitat naturalistico, Laguna Furnas.
Il Centro Ricerche si caratterizza per la presenza di uno spazio intermedio tra l’esterno e l’interno, il patio, che risulta come una sottrazione di volume, concepito quasi come una scultura, un blocco di materia scavato per far entrare la luce. All’interno del patio si svelano le facciate interne e la distribuzione dell’edificio. Il fabbricato per gli alloggi temporanei si presenta compatto e diviso simmetricamente in quattro unità con accessi dai quattro lati derivati dall’orientamento dei raggi solari.
L’aspetto monolitico degli edifici è ottenuto con un rivestimento in pietra basaltica applicato su un guscio continuo di cemento. Alla totalità lapidea dell’esterno corrisponde una totalità lignea dell’interno.

Materiali lapidei principali
Pietra vulcanica locale


Tempio di Shiva, Mumbai, India, 2010 © by Sameep Padora e Edmund Sumner

SAMEEP PADORA & ASSOCIATES
Tempio di Shiva
Wadeshwar, Maharashtra, India, 2010

Motivazione della Giuria
Proseguendo nella ricerca iniziata nella precedente edizione del Premio, la Giuria ha deciso di premiare un’opera minimale, lontana dai riflettori e dagli esibizionismi, ma con un profondo senso di spiritualità e di gratuità (Shramdaan). Il progetto infatti è stato donato dall’architetto Padora alla comunità Indù, le maestranze hanno prestato la loro opera oltre l’orario di lavoro, una cava ha fornito le pietre per la costruzione per offrire alla popolazione un luogo di culto perfettamente inserito e integrato nel paesaggio, dove “gli alberi fanno da pareti e il cielo da tetto”. Un’opera che coniuga in modo esemplare una sofisticata procedura riduttiva intellettuale con le risorse e i saperi artigianali del territorio.

Descrizione
Il tempio sorge in un contesto paesaggistico spettacolare, su una collina alberata che domina il lago Andhra, irraggiando un senso di sacro isolamento. Ad una prima lettura del progetto, il Tempio di Shiva può sembrare un tempio di antica origine, andato in rovina, riscoperto e risistemato per gli usi della comunità Indù presente. La torre di pietra basaltica, la shikhara, riprende i concetti della costruzione tradizionale degli edifici sacri e mantiene tutti gli elementi simbolici, spogliati, per motivi di risparmio sui materiali e sulla manodopera, dalle decorazioni e dagli abbellimenti. Unica concessione alla modernità il portico in legno di quercia rivestito d’acciaio, ad altezza ribassata per invitare il visitatore ad inchinarsi davanti alla divinità. La luce penetra dall’alto attraverso un oculo nel cuore della oscura garbhagriha (il sancta sanctorum). Sulla cima del tetto si trova il Kalash in ashtadhatu, un amalgama di otto differenti metalli (oro, argento, rame, zinco, piombo, stagno, ferro e mercurio) la cui presenza rende sacro un luogo per gli Induisti. La pietra basaltica, spesso impiegata nelle costruzioni locali, proviene da una cava situata a circa 60 km dal sito ed è stata posata da maestranze di tagliapietre e muratori locali.

Materiali lapidei utilizzati
Pietra basaltica

PREMIO “AD MEMORIAM”


Case di pietra, Grecia, 1962-1978 © by Aris e Dimitri Konstantinidis

ARIS KONSTANTINIDIS (1913-1993)
Case di pietra
Grecia, 1962-1978

Motivazione della Giuria
Collocata in un delicato equilibrio tra il razionalismo ellenico degli anni Trenta e Quaranta e il modernismo vernacolare di Pikionis, l’architettura di Aris Konstantinidis appartiene a quel settore del pensiero architettonico che trova nella logica del procedimento costruttivo la ragione dell’esito formale dell’opera. In questo senso non è mai folclorica, e l’uso della pietra locale nelle sue case sul Mediterraneo, come quelle di Anávyssos, di Spétses e di Egina, non richiama la forma delle costruzioni rurali ma ne utilizza il sapere costruttivo che le ha prodotte, affidando a una filosofia vicina al pensiero miesiano la composizione degli spazi e dei ritmi. Una lezione sulla tettonica quella di Konstantinidis che ci porta a riflettere sulla ricchezza e complessità delle forme semplici.

Descrizione
Konstantinidis costruisce le sue case in pietra solo quando sono inserite in un contesto di naturalità, dove il suolo è roccioso ed esistono delle cave nelle vicinanze e dove l’uomo ha già marchiato il territorio con elementi antropici (camminamenti, muretti, ovili) in blocchi appena sbozzati o in pietrame a secco.
La pietra viene usata da Konstantinidis come la usano da millenni i capomastri, i contadini e i pastori, sfruttando le caratteristiche funzionali e dimensionali del materiale, nonché la sua economicità e possibilità di riuso. Per progettare una casa riprende i criteri di proporzione e di rispondenza alle necessità già seguiti e rispettati da tempo immemorabile dagli anonimi costruttori che hanno reso particolare e unico il paesaggio elladico. Le sue case in pietra sembrano fiorire dal terreno come una pianta, integrandosi in maniera mirabile nel paesaggio circostante.

Materiali lapidei principali
Pietra locale

PREMIO ARCHITETTURA VERNACOLARE


CASE-TORRE DELLA SVANEZIA, Georgia © by Fondazione Sella

CASE-TORRE DELLA SVANEZIA
Georgia

Motivazione della Giuria
Inseriti nello straordinario paesaggio montuoso del Caucaso, i raggruppamenti di case-torre che caratterizzano gli insediamenti dell’Alta Svanezia costituiscono un esempio unico di architettura vernacolare di pietra. La loro duplice funzione abitativa e difensiva ha origini antiche, ma è a partire dal secolo XII, all’epoca dell’invasione dei Mongoli, che questa tipologia si diffonde nelle comunità della Valle dell’Inguri. L’antichità degli edifici e l’alta qualità paesaggistica ne hanno determinato l’iscrizione nella World Heritage List dell’Unesco. Il Premio intende indagare e approfondire l’originalità del sistema insediativo e costruttivo in relazione al sito.

Descrizione
La Svanezia, regione già conosciuta nell’antichità come Colchide per la leggenda del Vello d’Oro e citata da Strabone nel I secolo d.C., è situata alle pendici dell’altissima catena montuosa del Grande Caucaso. Di difficile accessibilità, è stata preservata proprio a causa dell’isolamento che ha permesso di conservare villaggi medievali con le tipiche case a torre (Mestia, Ushguli e Latali).
La caratteristica delle case svane è la torre, a pianta quadrangolare (5×5 m) con una forma piramidale tronca alta circa 25 m, solitamente a quattro piani, di cui solo l’ultimo ha delle piccole feritoie. Generalmente l’abitazione tradizionale della famiglia svana (denominata Machubi) è una grande costruzione su due piani. Il pianterreno è utilizzato per il bestiame, il primo piano per l’abitazione ed il fienile. In generale alla casa è annessa la torre. A volte le famiglie svane ragruppavano fino a trenta o persino cento membri. Possiamo ancora trovare queste enormi residenze nella comunità di Mulakhi, dove un muro alto tre metri circonda la zona residenziale del clan Kaldani.

Materiali lapidei principali
Pietra locale

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