maggio: 2015
L M M G V S D
« apr    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

Ultimi articoli

Ultimi commenti

Rubriche

Pubblico dei lettori

 

rss

 

Notizie

28 giugno 2010

News

Quando design e materia si incontrano

photogallery

Mariano Biazzi Alcantara (Studiogiallo Architettura di Cremona) firma il divertente I-Stone®, prodotto dal marchio B-Stone® di Buzzetti Marmi e presentato all’evento Start! del Fuorisalone 2010; si tratta di un diffusore audio (speaker) in pietra o marmo, da collegare tramite un piccolo cavo al proprio I-Pod, dall’estrema facilità di utilizzo e di trasporto (è un cubo di 7 cm di lato). Simpatico gadget nato all’insegna della leggerezza e del divertimento, I-Stone® è tuttavia un’occasione per riflettere sulla duttilità semantica di materiali, quali pietra e marmo di Carrara, tradizionalmente associati all’architettura e a sistemi costruttivi a grande scala. La potenzialità della pietra naturale, nelle sue varianti Pietra Serena o Lavagna, con le sue molteplici possibilità di lavorazione, viene infatti messa in atto a tradurre un oggetto di uso comune, ma figlio del più contemporaneo vivere tecnologico; così i materiali della grande tradizione costruttiva si integrano con i nuovi, trovando un insolito impiego e una linfa inattesa nella progettazione di oggetti che ci accompagnino nella quotidianità. La sua estrema leggerezza (pesa circa 400 gr.) e la semplicità del design accattivante lo rendono una piacevole novità nel panorama dell’oggettistica d’arredo, così come altri due prodotti del marchio B-Stone® presentati al Fuorisalone 2010, ovvero B-Lampa®, lampada da tavolo, e B-Sound®, HI-FI con tecnologia touch applicata, entrambi disegnati da Kodooldesign di Milano.

E. V.

commenti ( 0 )

25 giugno 2010

Opere di Architettura

Due residenze a Merano


Vista dei due edifici. Da sinistra: casa De Biasi e casa Lazzari.

Le arenarie de Il Casone partecipano al mix materico proposto negli interni di due abitazioni a Merano.

Casa Lazzari
L’edificio si legge come ambiente unico, in cui i pochi volumi emergenti dalla superficie di base articolano lo spazio, pur garantendo la continuità percettiva e l’unitarietà. Le emergenze visive sono quasi sempre costituite da componenti d’arredo: per il soggiorno un parallelepipedo lapideo con funzione di camino, un’isola centrale quale cucina, un tavolo e un divano; per la camera, il letto, ed i sanitari per il bagno. Gli elementi rimangono sotto la linea dello sguardo, che è dunque libero di spaziare nell’ambiente. Poche eccezioni sono rappresentate da alcuni setti murari e dal volume cementizio che nasconde la scala di collegamento ai due piani dell’edificio.
Il progetto, con pochi materiali, indaga le gradazioni cromatiche della gamma del grigio, dal bianco al nero. Al piano terra fanno eccezione i pavimenti in pietra del tipo crema fiorito ed un muro realizzato con blocchi scuri di pietra a spacco, che dal cancello di ingresso si estende fino a diventare muro solido della casa e penetra sino al cuore della zona giorno, a creare l’immediata relazione tra interno ed esterno.
Il pianerottolo d’arrivo al piano superiore affaccia sul doppio volume con vista sul soggiorno e distribuisce gli ambienti, in cui s’accentua la tonalità crema: diventa preponderante nel bagno, dove la stessa pietra dei calpestii è impiegata per il rivestimento di tutte le superfici e come piano orizzontale monolitico del lavabo.
I materiali dell’involucro dell’edificio sono ridotti al minimo numero: cemento armato a vista e cristallo, dosati in proporzioni inverse sui due livelli. Al piano terra prevalgono le superfici trasparenti, mentre quello superiore appare solido e monolitico, lievemente in aggetto rispetto al piano inferiore, con tre sole aperture.
I colori dell’esterno virano decisamente verso le gradazioni calde del giallo e del marrone: ai toni del muro a spacco si sposano il lastricato lapideo in accordo con l’interno, il selciato scuro ed il pavimento in doghe lignee che dal soggiorno conduce alla piscina.


I volumi puri nel soggiorno Lazzari.

photogallery

Casa De Biasi
Le lastre di pietra disposte secondo tracciati regolari delimitano terrazzamenti che superano lievi differenze di quota, tanto nel giardino quanto nella zona giorno dell’edificio, instaurando un’immediata corrispondenza tra i due ambiti. Se all’esterno si tratta di dislivelli naturali dovuti all’orografia del terreno, la scelta di riproporre una disposizione su quote diverse anche all’interno è finalizzata proprio a favorire tale correlazione.
L’individualità dei due ambiti, d’altro canto, è raggiunta accostando alla pietra componenti naturali diversi per le due situazioni: erba nel giardino, legno nel soggiorno.
Sull’esterno si alternano pochi elementi: il vetro delle grandi aperture realizzate soprattutto al piano terra, l’alluminio del sistema di frangisole e, infine, il materiale lapideo che veste gran parte delle superfici opache: giallo etrusco posato in lastre rettangolari, montate e secco.
L’uso della pietra è elemento imprescindibile dell’identità della residenza De Biasi di Merano, fondamentale per garantire l’unità della percezione spaziale. L’impressione si conferma man mano che ci si addentra nel cuore dell’edificio: superati i muri rosso vermiglio che delimitano la zona pranzo verso l’interno, la pietra del tipo crema fiorito diventa l’unico materiale utilizzato per i rivestimenti. Si tratta di una superficie continua che, senza giunti né fughe, si estende per tutti i piani, seguendo ora l’orizzontalità dei pavimenti, ora gli scatti verticali delle scale.
La sensazione che si ricava è quello di uno spazio stabile e ordinato, in cui l’unico elemento mutevole è l’andamento delle ombre generate dai frangisole in alluminio a protezione delle grandi aperture sui fronti.
All’interno dei bagni il ruolo del materiale lapideo si afferma ulteriormente: oltre ad estendersi per rivestire pareti e arredi, la conformazione stessa dell’ambiente, fatta con i suoi aggetti e nicchie, è come ricavata per sottrazione di materiale da un enorme monolite.


Corpo scala e pavimentazione in casa De Biasi.

photogallery

di Gaia Govoni

Vai al sito Casone

commenti ( 0 )

23 giugno 2010

Eventi

Shigeru Ban in conferenza a Ferrara.
“Works and humanitarian activities”

mercoledì 30 giugno 2010
ore 15,30: lecture “Works and humanitarian activities”
ore 17,30: cerimonia ufficiale di premiazione

Facoltà di Architettura di Ferrara
Palazzo Tassoni, Salone d’Onore,
Via della Ghiara 36, Ferrara

L’architetto Shigeru Ban sarà protagonista della cerimonia di premiazione della VII edizione del “Premio Internazionale Architettura Sostenibile Fassa Bortolo” che si terrà il 30 giugno presso la Facoltà di Architettura di Ferrara, nella nuova ala recentemente restaurata di Palazzo Tassoni. In tale occasione il maestro giapponese, vincitore della Medaglia d’Oro con l’opera “Haesley Nine Bridges Club House” (Yeoju, Corea del Sud, 2009), progettata insieme allo studio Kyeong Sik Yoon (Kaci International), terrà la conferenza dall’esplicativo titolo “Works and humanitarian activities”: proprio gli interventi e le ricerche nel campo delle soluzioni di emergenza e aiuto umanitario hanno infatti contraddistinto l’impegno recente di Ban, come nel caso degli interventi di ricostruzione dopo il terremoto di Kobe del 1995, della realizzazione di edifici temporanei in Rwanda e Sri Lanka e del progetto per la sede del conservatorio dell’Aquila, dopo il terremoto del 2009.
La presente edizione del Premio “Fassa Bortolo” si segnala per il considerevole numero di iscrizioni (184 iscritti di cui 74 per la sezione “Opere Realizzate”, 110 per la sezione “Tesi di Laurea”) e per l’ampio respiro della competizione che ha coinvolto concorrenti provenienti da ben 30 diverse nazioni del mondo.
La giuria del Premio è stata presieduta anche quest’anno dal Prof. Thomas Herzog ed è stata composta da  architetti di fama internazionale e considerevole esperienza nel settore (arch. Alexandros Tombazis, Grecia, arch. Juhani Pallasmaa, Finlandia), da un docente della Facoltà di Architettura di Ferrara (prof. Nicola Marzot) e dal segretario del Premio (prof. Gianluca Minguzzi).


Kyeong Sik Yoon (Kaci International) + Shigeru Ban Haesley Nine Bridges Club House (Yeoju, Corea del Sud)

photogallery

L’opera di Shigeru Ban, uno dei protagonisti indiscussi e sicuramente più originali del panorama architettonico contemporaneo, è fortemente caratterizzata, oltre che da una estrema sensibilità umana in termini di impegno sociale, anche da un profondo rispetto per l’ambiente declinato attraverso una costante tensione verso un’architettura concretamente “eco sostenibile” .
Da anni, infatti, Ban conduce un’intensa ricerca professionale nell’ambito di tecnologie costruttive altamente innovative che, attraverso l’utilizzo di materiali semplici, riciclabili e dalle sorprendenti possibilità d’impiego sia in termini figurativi che strutturali (quali legno, carta, cartone, bambù, alluminio,…), sono finalizzate alla riduzione dei costi e dei tempi di costruzione e alla minimizzazione del dispendio energetico.
L’intervento grazie al quale Ban si è aggiudicato la Medaglia d’Oro del Premio “Fassa Bortolo” consiste nella realizzazione di tre fabbricati ad uso club house all’interno di un complesso sportivo vicino a Seoul. In ogni edificio è riproposto l’impiego in chiave moderna delle tecniche costruttive tradizionali della Corea del Sud, dalla copertura naturalmente ventilata a maglia esagonale in legno che ricorda i tradizionali cuscini estivi coreani, alla struttura in acciaio di piccolo passo, a quella in cemento armato.

Shigeru Ban nasce a Tokyo nel 1957. Trasferitosi negli Stati Uniti per ragioni di studio, consegue la laurea in architettura nel 1984, dopo aver studiato al Southern California Institute of Architecture e alla Cooper Union School of Architecture.
Dal 1982 al 1983 è stato apprendista di Arata Isozaki, prima di aprire un proprio studio a Tokyo nel 1985. Durante gli anni novanta ha insegnato in varie istituzioni universitarie giapponesi (Tama University Yokohama National University, Nihon University). Nel 1996 ha ricevuto il Kansai Architect Grand Prize e ha vinto il primo premio nella Mainichi Advertisement Design Competition. Dal 1995 al 1999 è stato consulente dell’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti per i Rifugiati. Dal 2000 affianca all’attività professionale un intenso impegno didattico presso alcune delle sedi universitarie più prestigiose del mondo (Columbia University, Harvard,…).

L’atteso intervento di Shigeru Ban è previsto per le ore 15.30 mentre la cerimonia ufficiale di premiazione si terrà alle ore 17.30.
L’accesso all’evento è gratuito (per informazioni contattare la segreteria del Premio al numero 0532 293636).
Si richiede comunicazione di partecipazione per esigenze organizzative tramite la compilazione dell’apposita cedola in allegato, da spedire via fax o e-mail a: unimark@tsc4.com

Per approfondimenti:
www.premioarchitettura.it
www.fassabortolo.com
www.shigerubanarchitects.com
www.kaci-int.com

di Chiara Testoni

Scarica la cedola di prenotazione alla conferenza di Shigeru Ban

commenti ( 0 )

21 giugno 2010

Pietre d`Italia

L’essenza delle arenarie

La capacità di scelta è una peculiarità del progettista considerando che l’edificio è come un corpo, e, “come tutti gli altri corpi consiste di disegno e materia: il primo elemento è in questo caso opera dell’ingegno, l’altro è prodotto dalla buona natura; l’uno necessita di una mente raziocinante, per l’altro si pone il problema del reperimento e della scelta” (Leon Battista Alberti, 1484).
Usare le pietre naturali significa conoscerne le prestazioni e cogliere le suggestioni che queste offrono; scegliere consapevolmente una pietra comporta la richiesta di specifiche prestazioni e di definiti caratteri formali necessari per ottenere le valenze estetiche desiderate considerando anche che le lavorazioni industriali del materiale implementano ulteriormente la già ampia variabilità naturale del materiale migliorandone, in alcuni casi, le prestazioni.
Il caratteristico aspetto naturalmente neutrale delle arenarie è più facilmente percepibile conoscendo innanzitutto la loro orogenesi per processi di sedimentazione clastica di sabbie a comporre varie tessiture dai colori omogenei.
Risalire all’origine primaria di una roccia permette di comprendere le principali proprietà tecniche che, mediate con la scala e le conoscenze disciplinari, permettono di cogliere il fascino di ogni singolo litotipo calandosi nella dimensione inorganica di una materia che nasce con la terra di cui compone la crosta con continui processi di disgregazione e ricomposizione a formare rocce più o meno preziose, più o meno resistenti, più o meno colorate, più o meno luccicanti, più o meno lavorabili, ecc..
Processi millenari che lasciano il segno nella pietra e che dalla pietra possono arrivare all’architettura attraverso scelte ponderate che partono dal presupposto che non esiste in assoluto un litotipo migliore di un altro. Le pietre sono frammenti di roccia estratti, più o meno superficialmente, dalla crosta terrestre la cui origine primaria è legata a fenomeni di solidificazione del magma interno allo stato fuso; la composizione, la struttura e le caratteristiche dei singoli litotipi dipendono dalle fasi del processo di solidificazione e dai successivi fenomeni di ricomposizione, sedimentazione e metamorfismo che danno origine a specie litoidi con analogie genetiche e prestazionali.

Le arenarie sono pietre derivate dalla sedimentazione di sabbie di varia origine e sono facilmente riconoscibili per l’omogeneità di tessitura in cui si riconoscono i grani, clasti di media dimensione. Tale peculiarità è evidente comparando le arenarie con le altre pietre di origine magmatica o fortemente metamorfosate come ad esempio i graniti composti da granuli grossi e compatti, i marmi ricchi di venature e variamente colorati, i travertini forati in superficie, ecc., e con altre pietre sedimentarie generate da processi bio-chimici come i calcari e le dolomie, composte da granuli grossolani come i conglomerati o molto fini come le pietre argillose.
Il confronto visivo con altri litotipi esalta l’essenza sabbiosa delle arenarie che in epoca classica venivano chiamate “Arenarius” ossia della sabbia. Dal latino deriva il nome italiano “Arenaria” e spagnolo “Arenisca” mentre il nome tedesco “Sandstein” e inglese “Sandstone” rimandano direttamente al loro essere pietre di sabbia.
Dal punto di vista petrografico, nella categoria delle rocce sedimentarie, la dimensione e la forma dei clasti, ossia dei granuli di sabbia, definisce la tipologia di materiale in quanto determinano la tessitura finale del deposito sedimentato; quella stessa tessitura che differenzia le arenarie dalle altre rocce sedimentarie e le arenarie tra di loro.
Identificata la classe delle arenarie risulta quindi importante capire anche come l’ambiente di formazione e le fasi di processo abbiano influito sulla composizione specifica del filone di estrazione. Pensiamo ad una distesa di sabbia ed immaginiamo che diventi solida, il risultato è un blocco di arenaria; è evidente che il blocco assume un aspetto differente a seconda dell’ambiente in cui si è formato (abissale, glaciale, desertico, alluvionale palustre, lacustre o di transizione -litorale marino, deltizio o lagunare-), della composizione della sabbia più o meno ricca di minerali ed ossidi, e per i fattori che sono subentrati in fase deposizionale e di cementazione (temperatura e pressione, moto dell’acqua, ecc.); in pratica ogni arenaria porta scritto nella struttura la propria storia. Ad esempio un’arenaria generata dalla sedimentazione di sabbie formatesi in ambiente abissale successivamente a fenomeni franosi non avrà presenti dei fossili bensì includerà tra i clasti cristalli di calcite luccicanti e frammenti di gusci; diversamente la presenza di materie organiche fossilizzate che richiedono particolari processi di ossigenazione dichiarano la probabile origine da sabbie carbonatiche di ambienti corallini. Nelle arenarie difficilmente si rinvengono fossili più facilmente presenti in pietre sedimentarie clastiche a grana molto fine quali ad esempio le Marne o segni di frattura ed inclusioni caratterizzanti presenti ad esempio nelle Pietre Paesine.
Anche il colore nelle gradazioni naturali del grigio, rosso, giallo dipende prevalentemente dalla composizione degli elementi che costituiscono le pietre che possono assumere sfumature omogenee o pezzate con linee privilegiate di colorazione in dipendenza anche dai fattori ambientali d’origine e di formazione che alternano diversi valori di ossidazione, come ad esempio le arenarie che si formano in ambienti di transizione in un’alternanza di fasi sottomarine e terrestri.

La colorazione è la caratteristica delle arenarie più facilmente osservabile e dipende:
dall’effetto complessivo dei colori dei clasti e del materiale che eventualmente li riveste (ossido di ferro, carbone organico, ecc.);
dal colore del legante che unisce i clasti;
dalla quantità di grani più piccoli che riempiono gli spazi tra i clasti (a parità di composizione i grani fini sono molto più scuri).
Ad esempio il colore rosso delle arenarie può dipendere dal materiale di origine quali le terre rosse continentali oppure dall’accumulo di sedimenti in condizioni ossidanti; analogamente la presenza di ossidi di ferro quali la brumite, il solfuro di ferro, la pirite, ecc., accentua le colorazioni rossastre generando in alcuni casi linee privilegiate tendenti al blu, mentre la presenza di carbone organico scurisce omogeneamente l’impasto.
Infine i processi di sedimentazione differenziati arricchiscono di effetti particolari le arenarie disegnando linee e fasce sinuose; tali discontinuità possono però costituire delle possibili superfici di frattura analogamente a quanto accade in presenza di venature bianche originatesi in seguito a fenomeni carbonatici di deposizione.
La stratificazione, se evidente, crea affascinanti disegni orditi secondo depositi incrociati quando sono riscontrate in sedimenti depositati su pendii oppure gradati se i granuli più grandi e pesanti si sono disposti prima di quelli leggeri; stilotiti sono invece quelle linee sinuose che si formano dopo la sedimentazione con ulteriori processi di sedimentazione.
Le arenarie sono sabbie di pietra dure e durevoli, reperibili e facilmente lavorabili e, se correttamente selezionate, lavorate e assemblate in soluzioni tecniche adeguate possono essere un ottimo materiale da rivestimento anche in ambienti aggressivi.
Solo quando la sedimentazione è avvenuta in modo incoerente unendo piani di materiali differenti le arenarie perdono la loro caratteristica resistenza sfaldandosi; quando l’arenaria si rompe la superficie di rottura ha un aspetto granulare in quanto si spezza solo il cemento mentre i clasti rimangono intatti tanto da sembrare quasi un materiale ricomposto industriale.
In questo senso si attribuisce alle arenarie anche la definizione di pietra neutra omogenea chiamata dai francesi “Gres” con lo stesso nome con cui vengono indicate le terrecotte; si tratta però di una omogeneità che accomuna i diversi litotipi di arenaria tra loro differenti per componenti, struttura e tessitura.
Le arenarie sono molteplici e come i prodotti industriali sono disponibili con diverse composizioni, forme e finiture a seconda delle esigenze del progetto; in questo senso le arenarie possono essere considerate un prodotto flessibile la cui conformità è garantita dalle produzioni fin dalle prime fasi di estrazione.
La qualità delle arenarie, come già evidenziato, non dipende solo dalla natura ma anche dalle lavorazioni effettuate, mentre la qualità dell’elemento tecnico in arenaria dipende dalla corretta valutazione delle prestazioni del materiale e dalle tecnologie di posa adottate che devono rispettare i vincoli determinati dal materiale stesso.

Dalla ricerca sviluppata nell’ambito della convenzione di ricerca “Manuale multimediale per la progettazione di sistemi in pietra arenaria” dell’azienda Il Casone con il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell’Università degli Studi di Udine (Christina Conti, ricercatore in Tecnologia dell’architettura dell’Università degli Studi di Udine, responsabile scientifico)

commenti ( 0 )

18 giugno 2010

Opere di Architettura

Azahar Headquarters a Castellòn, Spagna
Carlos Ferrater e Nùria Ayala


Gli Azahar HQ ed il paesaggio montano immediatamente alle loro spalle.

Solo il colore distingue l’architettura dal paesaggio, ma gli Azahar Headquarters sono un pezzo vero di montagna, di roccia affiorante a pochi passi dalle vette più alte dei Monti Universali.
È difficile stabilire, nella storia dell’architettura, quando realmente nasca la strategia progettuale dell’inserimento nel paesaggio perseguito per forma e volumi, a ricercare un livello d’integrazione di tipo persino simbiotico, ma certamente la Spagna offre una tradizione recente e forte in questo senso, di cui è un esempio, calzante per l’allusione ai profili montani, pur diverso nei tratti e nella riuscita, la stazione ferroviaria di Basilea ad opera di Cruz y Ortiz del 1997.
Fra le molte opere di Carlos Ferrater, a prima vista le ricerche proposte dall’architetto al Parco della scienza a Granada ed alla Casa per un fotografo a Tarragona paiono felicemente ritornare, per comporsi a nuova sintesi nel progetto di Castellòn. La pianta e gli alzati plasmati in base agli andamenti del terreno, ricondotti a geometrie note e proposti secondo cromie che sinceramente dichiarano la mano dell’uomo, conducono agli Azahar HQ, introducendoli. L’ampliamento del giardino botanico di Barcellona è invece il magistrale banco di prova per misurarsi con le sistemazioni esterne, con i caratteri più intimi dei percorsi nella natura e con la gestione delle forme organiche nelle diverse fasi di progetto.
Il richiamo visivo immediato alla skyline dell’intorno più prossimo, anziché possibili allusioni più sottili e poste sul solo piano grafico o concettuale, fanno trapelare il modo giocoso, per così dire, d’approccio all’atto creativo, il divertimento e lo stimolo compositivo continuo, suscitati da ogni occasione di progetto all’architetto. Complici risultano la ricchezza di panorami ancora incontaminati e soprattutto le quantità di luce implementate dai riflessi dei diversi mari, di cui è capace la penisola iberica. Luce naturale, color bianco e giaciture organiche di setti ed orizzontamenti sono quindi gli ingredienti del progetto. Il modo in cui ai raggi solari è concesso d’entrare da squarci, o da fenditure, o da ampie vetrate improvvise, oppure ancora da accessi nascosti e ritmati, rende le realizzazioni uniche in ogni momento del giorno.


Uno scatto fotografico dell’ampio spazio distributivo interno.

All’interno degli Azahar Headquarters i pavimenti, superfici di contatto col suolo, sono invece in pietra grigia, come a dire: roccia su roccia. L’edificio, con certa sorpresa per l’osservatore esterno a cui appare come una struttura più compatta, presenta uno sviluppo planimetrico ad “ H ”, con corpi di fabbrica distesi principalmente secondo la giacitura est-ovest, che concedono al cielo ed agli elementi naturali di penetrare ed avvicinarsi fino al suo cuore, al centro dell’intervento costruito.
In una di queste due insenature artificiali il terreno è completamente acquisito agli usi dell’uomo, pavimentandolo. Ne riesce una sorta di piccola piazza, piacevole spazio riabilitativo a cui affacciarsi fra le superfici del lavoro, in cui la posa del calpestio prevede la geometria precisa ed ordinata del lastrico entro un perimetro di segno organico. Le lastre sono rettangolari, a correre secondo la giacitura nord-sud, con sormonto fra loro in mezzeria nel susseguirsi dei corsi; alcune si dotano di inserti luminosi al centro, individuate con alternanza regolare entro l’univoco disegno.
All’interno, al coperto, il tappeto lapideo prosegue la trama dell’esterno, ma senza inserti luminosi, poiché la scenografia della luce è in questo caso orchestrata dosando gli accessi del solo irraggiamento naturale, e caratterizzandoli ricercando effetti di nascondimento e di sorpresa. Il piano orizzontale di camminamento, sul quale liberamente si dispongono le partizioni verticali, è grigio e omogeneo. Per maggior contrasto emergono le nervature bianche dei piani inclinati di copertura e gli scatti verticali di scale e rivestimenti di parete.
Nell’altra delle due insenature, planimetricamente simmetrica alla prima, la natura preserva il suo spazio, salvo una bordura di camminamento. In questo marciapiede antistante gli spazi di lavoro, la posa è ortogonale alla giacitura delle vetrate perimetrali.
L’intervento si caratterizza per lo sviluppo di spazi privati sia all’aperto sia al coperto. I volumi costruiti scavano un piano entro terra, per poi distribuirsi al livello di campagna e, in piccola parte, anche al piano primo. All’interno Il Casone ha fornito lastre di pietra serena levigata in 2 cm di spessore, all’esterno in 3 cm di spessore lastre sabbiate di arenaria extraforte.


La piazzetta esterna ed il suo calpestio lapideo.

photogallery

di Alberto Ferraresi

Vai al sito di Azahar Group
Vai al sito di Carlos Ferrater
Vai al sito del Casone

commenti ( 0 )

stampa

torna su