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26 aprile 2011

Opere Murarie

Muri ad emplecton*

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Dettaglio di muro ad emplecton nel quartiere meridionale di Velia (ph. A. Acocella)

L’architettura dell’ellenismo, dalla fine del IV sec. a.C., conserva e ripropone i materiali e i modi costruttivi tipicamente greci sia pur con una propensione ad un loro uso meno convenzionale, adattandoli alle diverse condizioni e risorse locali, vista l’ulteriore estensione geografica assunta dalla koinè ellenizzante dopo la morte di Alessandro Magno. Ciò che, invece, rappresenta un elemento di sostanziale innovazione è l’allargamento delle soluzioni tecniche in uso sia attraverso inediti impieghi dei materiali già sperimentati, che mediante l’introduzione di nuovi materiali e procedimenti costruttivi.
La pietra e il marmo rimangono i “materiali nobili” per eccellenza degli edifici ellenistici più importanti, anche se legno ed argilla cruda (quest’ultima, a volte, “amorfa” da predisporre entro casseformi, altre “formata” in mattoni regolari parallepipedi) costituiranno le materie maggiormente impiegate nell’edilizia minore; il loro uso si estenderà addirittura all’architettura maggiore visto il notevole aumento del numero e della varietà delle tipologie urbane a cui l’architettura della tarda grecità dedicherà particolare cura progettuale e costruttiva senza poter assolvere a tali allargati programmi realizzativi sempre con strutture di pietra. Ci riferiamo, in particolare, all’importanza assunta dagli edifici civili quali ginnasi, palestre, strutture amministrative e di commercio, stoà.
Benché ritenute molto importanti all’interno della società ellenistica è realisticamente impensabile poter trattare tutte queste “nuove” tipologie al pari dell’architettura monumentale sacra realizzandole in pietra; modi costruttivi spesso compositi (fatti di legno, di muri di argilla intonacati con limitati elementi di pietra) alimenteranno la maggior parte dei programmi ellenistici. La pietra continuerà, in particolare, a svolgere un ruolo significativo nei colonnati di stoà, peristili, agorà e nell’architettura più autenticamente monumentale
Anche sotto l’ellenismo il materiale lapideo viene prevalentemente lavorato; abbandonato l’uso di pietre grezze (che nelle epoche precedenti avevano trovano un largo impiego, soprattutto nelle opere rustiche, in combinazione con l’argilla che ne avvolge i volumi informi dando vita a murature regolarizzate nella loro geometria di elevazione) il materiale litoide viene normalmente “sbozzato” con livelli maggiori o minori di “finezza”; tale passione e consuetudine all’impiego della pietra si registra soprattutto nelle aree del Mediterraneo orientale.
I massi grossolanamente riconfigurati continuano ad essere impiegati, attraverso l’opera poligonale, solo in generi architettonici speciali quali fortificazioni, terrazze, sostruzioni. Blocchi stereotomici perfettamente pareggiati di calcare duro, o addirittura di marmo, invece, permangono – attraverso le tipiche modalità e le apparecchiature dell’opera quadrata – ad alimentare i programmi “artistici” di alta rappresentatività. La posa a secco dei conci rimane il sistema prevalente dell’architettura fine e monumentale; quando le condizioni di esercizio statico lo richiedono, ad integrazione della perfetta lavorazione dei blocchi lapidei, vengono inserite, fra concio e concio, grappe orizzontali o tasselli verticali di ferrofissati con piombo.

«Le commessure sono precise anche in epoca ellenistica; l’anathyrosis, cioè il leggero ribassamento delle superfici di congiunzione, viene realizzata regolarmente. In generale la lavorazione artigianale delle pietre da costruzione continua a mostrare un livello assai alto; forse è un pò venuta meno solo la passione per il dettaglio degli artigiani delle epoche precedenti. L’esecuzione imprecisa e davvero disordinata diventa comunque tipica degli ambienti culturali periferici, dove conta soltanto che l’impressione generale “vada”. In Italia, per esempio, vengono accettate a cuor leggero anche sensibili differenze di misure tra interassi ordinati di colonne e simili, una cosa del tutto impensabile nell’ambito greco più stretto».1


Restituzione grafica di un muro ad emplecton dal Ninfeo del Letoon di Xanto

All’interno della tradizione costruttiva ellenica bisogna evidenziare a questo punto della nostra trattazione lo sviluppo di un procedimento composito dell’opera muraria, impiegato in Grecia sin dall’epoca arcaica e nota col nome di emplecton (émplekton), che sta ad individuare una tipologia speciale di “struttura a riempimento”.
Fra due pareti formate da blocchi regolari di pietra che fungono da rivestimento a forte spessore, si predispone un riempimento di materiali meno pregiati (elementi lapidei di scarto, terra, argilla, ma anche pietrisco e malta, soprattutto nel tardo ellenismo); tale mistura di materiali eterogenei individua il vero emplecton che, per estensione terminologica, designerà attraverso la trattatistica ellenistica il tipo specifico di muratura mista. La si ritrova al Pireo, a Pergamo, a Mileto.
Di questa particolare tipologia muraria ci sono state restituite, dai vari siti archeologici, due varianti: l’emplecton semplice e quello a diatoni (díatonoi); la seconda risulta maggiormente resistente in quanto le pareti murarie di pietra sono concatenate reciprocamente mediante blocchi lapidei trasversali, della lunghezza uguale all’intero spessore del muro; tale soluzione di collegamento è documentata sin dall’epoca classica.
Perfette e solide mura ad emplecton sono rinvenibili anche sul suolo italico ellenizzato all’interno delle colonie greche: è il caso di Velia, città fondata dai Focei poco a sud di Poseidonia, dove poderose mura urbiche circondano il quartiere mercantile proteggendolo dal mare.
Sempre a Velia si può registrare, nei decenni a cavallo fra il IV e i III sec. a.C., una ulteriore e significativa innovazione tecnica a cui la ricerca archeologica ha prestato sinora scarsa attenzione. All’interno dei due possenti bastioni in blocchi litici montati a secco posti a proteggere in forma di antemurali la famosa Porta Rosa (che ostenta, in bella stereotomia, il primo arco di tradizione greca a sud di Roma) si rileva un grande riempimento formato da un misto di frammenti di pietra e di “terra”; ciò che però sembra distinguere tale aggregato è la sua particolare consistenza che si presenta assai compatta al punto da rendere coesi e “cementati” fra loro i vari elementi costitutivi. L’ipotesi è che si tratti di calce spenta la quale, utilizzata insieme ad inerti fini (sabbia), abbia dato vita, in forma pionieristica, ad una malta (o comunque ad una miscela simile a quella che poi sarà la malta campana e romana) utilizzata – sempre a Velia, ancora una volta, con caratteri di innovazione – anche come legante nei primi muri di mattoni in laterizio cotto che la storia costruttiva italica ci ha restituito.


Muratura composita in opus incertum nel santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina (ph. A. Acocella)

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Ci siamo soffermati abbastanza sulle innovazioni tecniche riscontrabili nella città fondata dai Focei poiché, nell’insieme, ci avvertono che una tradizione dell’opera muraria – quella della grecità arcaica e classica – ha codificato ampiamente il proprio statuto costruttivo mentre un’altra, su apporti e stimoli ellenistici, si sta per dischiudere nell’area campana trasferendone, poi, la linea avanzata della sperimentazione e dell’innovazione tecnologica al mondo romano vero “interprete” dell’opera muraria a concrezione. E’ nella regione campana (in particolare nelle aree fertili che si affacciano sul golfo greco-sannitico di Napoli) che, lungo il III sec. a.C., verrà scoperta e subito valorizzata una materia che entrerà a far parte, insieme alla calce, della preparazione di una malta molto speciale.
Si tratta, com’è noto, della pozzolana (da pulvis puteolanus, visto che i depositi più noti sono localizzati nel territorio di Pozzuoli) un sedimento litico di deposizione vulcanica sottoforma di lapillo minuto, con eccezionali caratteristiche di coesività conferite dall’elevato contenuto di silice. Tale sostanza rappresenterà un componente fondamentale per la preparazione della malta romana (l’opus caementicium) che andrà a modificare sostanzialmente, lungo il III e il II sec. a.C., la concezione strutturale dell’opera muraria e con essa la stessa idea di architettura ereditata dalla tradizione greca di tipo plastico-lineare che, pur assorbita e frequentemente riproposta all’interno di programmi monumentali, non costituirà più l’unica anima (né la principale) dei nuovi svolgimenti impressi da Roma al settore delle grandi costruzioni.
Ritornando alla malta, contrassegnata da una lenta ma crescente “fortuna”, affidiamo la descrizione delle tappe significative di tale cammino all’analisi acuta di Hans Lauter:

«Dapprima essa sostituì nei muri di pietre irregolari il più antico riempimento d’argilla; le sue qualità consentirono di fare a meno di allineare e adeguare con molta precisione i singoli blocchi, dal momento che la massa lega e tiene assieme il tutto. Questa fase è attestata da alcuni edifici d’uso del Foro di Paestum costruiti nel primo periodo della colonia romana, certo intorno alla metà del III secolo a.C. Assai presto seguì il passo evolutivo successivo, la scoperta della muratura a sacco.
Piccole pietre maneggevoli vengono messe in opera fino a una certa altezza come una doppia cortina e quindi il loro interno viene colmato con una miscela di malta e pietrisco; si prosegue poi con l’erezione di un’altra fascia della cortina e così via. Nel realizzare le cortine, che Vitruvio definisce significativamente “ortostati”, si curava che le commessure delle pietre piccole delineassero sui lati esterni in vista un bel motivo a reticolo, anche se casualmente non sistematico. Era nato l’opus incertum. Già a partire dal 193 a.C. a Roma fu costruito in questa nuova tecnica il grande magazzino della Porticus Aemilia al porto del Tevere.
Non è necessario descrivere qui in dettaglio la sua marcia trionfale in Campania e nel Lazio, che ne fece di fatto la tecnica costruttiva dominante del tardo ellenismo locale. L’opus incertum è solido e impermeabile; con esso si poteva costruire in altezza, velocemente e in grande, tutte caratteristiche queste che andavano incontro nella maniera migliore alle esigenze dei “romani”».2


Tomba di Cecilia Metella a Roma. In basso, il nucleo strutturale concretizio (ph. A. Acocella)

L’interesse mostrato per la tipologia dell’emplecton sia da Vitruvio che, poi, da Plinio nelle loro opere teoriche è dovuto, molto probabilmente, all’aspirazione di voler rintracciare un antecedente nobile di tradizione greca per il “romano” opus caementicium quale procedimento di costruzione basato sull’uso di pietrame minuto informe (caementa) annegato, insieme alla malta, all’interno di cortine murarie (realizzate per due secoli unicamente con elementi di pietra e, poi, con laterizi cotti) che fungono da casseforma e da paramento, spesso, lasciato a vista. Il successo che incontra l’opus caementicium porterà alla progressiva perdita del primato da parte della concezione costruttiva in pietra alla “maniera greca” facendo parallelamente crescere una visione dell’architettura come struttura involucrante uno spazio interno progressivamente dilatato basata su strutture di concrezione che spesso ne definiscono i limiti attraverso superfici – sia in pianta che in copertura – non più solo “in piano” ma anche, ricorrentemente, in curva.
È soprattutto nel II sec. a.C., con il generale mutare dell’equilibrio politico ed economico nel Mediterraneo a seguito del fenomeno di espansione militare romana, che si affievolisce la lunga tradizione costruttiva all’uso massivo, strutturale ed omogeneo della pietra. Si aprono così, con gli ingegneri e i costruttori romani, nuovi fronti applicativi per gli stessi materiali lapidei, ricchi di inaspettati risultati per l’architettura.

Alfonso Acocella

Note:
* Il saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.
1 Hans Lauter, “Materiale e tecnica” p.52, in L’architettura dell’Ellenismo, Milano, Longanesi, 1999 (ed. or. Die Architektur des Hellenismus, 1986), pp. 296.
2 Hans Lauter, “Materiale e tecnica” p.59, in L’architettura dell’Ellenismo, Milano, Longanesi, 1999 (ed. or. Die Architektur des Hellenismus, 1986), pp. 296.

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22 aprile 2011

XfafX

XfafX Festival to design today

La Facoltà di Architettura di Ferrara
La Facoltà di Architettura di Ferrara, istituita nel 1987, fu aperta ufficialmente con il primo corso di studi nell’A.A. 1991-1992.
Seppur circoscritta all’arco di soli venti anni la storia della facoltà ferrarese è estremamente densa di avvenimenti, scelte qualificanti, risultati riconosciuti, reputazione acquisita sul piano nazionale e internazionale.
La scuola ha puntato sul rapporto diretto e collaborativo tra studenti ed insegnanti impegnandosi nel sostenere con continuità lo sforzo strategico di reclutare docenti giovani attingendo liberamente e dinamicamente al mondo professionale, indirizzandone poi molti stabilmente alla carriera accademica; docenti, in ogni caso motivati, presenti nella didattica e attivi nel campo della ricerca architettonica.
Altrettanto costante è stato lo sforzo di selezionare un insieme qualificato di studenti rimodulando, anno per anno, le relative modalità di accesso e il numero degli iscritti da ammettere al corso di studi in funzione delle modificazioni indotte dalle varie riforme dell’ordinamento universitario nazionale e degli spazi progressivamente resi disponibili con l’avanzamento dei lavori di recupero del vasto complesso edilizio gravitante intorno al fulcro monumentale di Palazzo Tassoni Estense.
La Facoltà di Architettura di Ferrara, al fine di garantire un adeguato raccordo tra la formazione universitaria e il mondo del lavoro, ha avviato attività di tirocinio e corsi di perfezionamento post-laurea in settori disciplinari di particolare attualità e rilevanza, consentendo l’aggiornamento e il subitaneo inserimento dei laureati nel mondo professionale.
Nella consapevolezza dell’evoluzione che contraddistingue lo scenario della società contemporanea, la Facoltà di Architettura di Ferrara stimola gli studenti a compiere esperienze di formazione all’estero promuovendo un elevato numero di borse di studio. I rapporti e gli scambi internazionali sono intensi: appartengono a quattordici paesi della Comunità Europea le Università con le quali si attuano programmi Socrates/Erasmus e numerose sono le iniziative di collaborazione con Università del Sud America, Nord America e Nuova Zelanda.
Da anni la Facoltà di Architettura di Ferrara è ai vertici delle classifiche di qualità CENSIS che valutano gli Atenei del Paese, risultando ripetutamente prima fra le Facoltà italiane di Architettura. I risultati positivi, ampiamente confermati nel tempo, sono sostenuti da una concezione organizzativa e da una politica gestionale finalizzata a perseguire gli obiettivi prefissati, monitorati anno per anno, nella didattica e nella ricerca.
Con A.A. 2009-2010 l’offerta didattica della Facoltà di Architettura di Ferrara si è arricchita del Corso di laurea triennale in Design del prodotto industriale.
Tale nuovo Corso si inscrive in un asset strategico orientato a coniugare, sinergicamente, le realtà produttive degli ambiti territoriali di riferimento dell’Emilia Romagna – caratterizzati dai distretti di filiera della ceramica, dell’automobilismo, della moda, dell’arredamento – e quelle del Made in Italy più in generale attraverso l’apporto delle risorse immateriali della ricerca, dell’innovazione sia essa tecnologica, formale, culturale. Il Corso prevede un numero programmato di 50 studenti per anno con un totale di 150 inscritti nel triennio di laurea.
Valorizzando i punti di forza, la reputazione e il prestigio acquisiti, la Facoltà di Architettura di Ferrara intende aprirsi all’esterno, ancor più di quanto ha già fatto finora, e promuovere collaborazioni con Istituzioni, Committenze pubbliche e private, Associazioni di categoria, Organizzazioni di produzione finalizzate allo svolgimento di ricerche, di progetti formativi e culturali istituzionali.

Prof. Graziano Trippa
Preside Facoltà di Architettura di Ferrara

Prof. Alfonso Acocella
Responsabile scientifico e organizzativo XfafX 2011-2012
Responsabile Relazioni esterne e Comunicazione FAF


Palazzo Tassoni. Facoltà di Architettura di Ferrara

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Facoltà di Architettura di Ferrara

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SITdA Società Italiana della Tecnologia dell’Architettura

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Il Casone
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18 aprile 2011

Design litico

Tutto quello che non ti aspetti da una parete in pietra


Bamboo

Per chi ancora pensa alla pietra come a un materiale ‘classico’ e poco versatile nell’ambito del rivestimento parietale, Citco con il design di Ferruccio Laviani ha messo a punto una serie di pannelli dalle texture più varie e sorprendenti, che se da un lato imitano altri materiali in un processo di mimesi formale (come nel caso della parete Bamboo), dall’altro strizzano l’occhio a divertenti soluzioni optical e tattili di grande plasticità, combinati con metalli quali rame, ottone, acciaio.

Prendiamo ad esempio la parete Bamboo: sistema realizzato con moduli che riprendono la forma naturale del bambù, permette di allestire ambientazioni molto particolari con un materiale ad elevata resistenza e durabilità quale la pietra calcarea Desert Honey.


Camelia

O ancora, la parete Camelia presenta una particolare trattamento superficiale con fiori modellati ad altorilievo su pannelli di marmo Imperial Black, generando un effetto estremamente decorativo, la cui delicatezza rende quasi morbido il marmo. L’altorilievo è ottenuto per incisione meccanica a partire da pannelli dello spessore di 5 cm; i fiori vengono scolpiti fino a spiccare su una base di 2 cm di fondo.
Materiali e dimensioni sono sempre personalizzabili, permettendo sia di realizzare ambienti unici, altamente caratteristici, sia di ottenere progetti su misura e secondo le richieste del cliente.


Chachemire Paisley

D’ispirazione indiana e persiana il suggestivo motivo cachemire – paisley in inglese – è un decoro tra i più conosciuti della tradizione botanica orientale; il pattern Paisley è realizzato in bassorilievo per incisione meccanica su immacolati pannelli in marmo bianco Sivec. Questo particolare tipo di marmo originario della Macedonia, poco venato e di un bianco quasi assoluto, si presta particolarmente ad evidenziare gli effetti chiaroscurali del decoro.


Senso

Infine, la proposta Senso della collezione Metal and Marble si ispira ai motivi pop astratti e caleidoscopici degli anni Settanta e alle geometrie dei quadri optical di Victor Vasarely, l’artista che portò all’attenzione di un vasto pubblico la OP ART, una sorta di simulazione della terza dimensione ottenuta attraverso la deformazione che fa percepire “l’effetto sfera”. Senso suggerisce infatti quasi un movimento rotazionale, combinandosi nel decoro di pietra e metallo. L’intarsio a motivi circolari e a spirale è realizzato con onice tanzania, particolarmente brillante, marmo bianco Sivec e acciaio, e viene realizzato a mano assemblando tutti i materiali. Solo successivamente questi vengono levigati meccanicamente fino ad ottenere una superficie perfettamente liscia e continua senza commettiture e ruvidità al tatto tra un materiale e l’altro.

Eugenia Valacchi

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15 aprile 2011

Osservatorio Litico

Kokaistudios, PKU Università di Legge,
Pechino, Cina 2010

Kokaistudios è una realtà professionale fondata a Venezia nel 2000 dagli architetti Filippo Gabbiani e Andrea Destefanis. L’obiettivo principale dello studio, composto da un team giovane, multidisciplinare e flessibile, è garantire le risposte più adeguate – in termini di design e progettazione architettonica – alle complesse esigenze della società contemporanea e futura.
Nel 2002 Kokaistudios ha stabilito una propria sede permanente con uno staff di 20 architetti e designers a Shanghai, intraprendendo con entusiasmo le più diverse sfide progettuali e ottenendo numerosi autorevoli riconoscimenti internazionali.
Nel 2007 l’Università di Pechino, insieme a una prestigiosa fondazione americana, ha incaricato lo studio di realizzare il progetto per la nuova sede della Facoltà di Legge, all’interno dello storico campus di una delle più importanti università della Cina. Le particolarità del contesto, di grande pregio storico e qualità paesaggistica, hanno imposto una doverosa riflessione sul linguaggio da adottare per consentire un corretto e armonioso inserimento dell’opera ex novo nel sito.
L’edificio presenta un volume solido e compatto – imposto dai vincoli urbanistici e dalle concrete esigenze funzionali della facoltà – efficacemente valorizzato da un uso espressivo dei materiali. Le rigorose superfici esterne rivestite in pietra locale fungono da “filtro luminoso” diffondendo negli ambienti interni una suggestiva luce naturale. L‘attenzione alla massima flessibilità nell’uso degli spazi, agli aspetti di sostenibilità ambientale, al controllo dei costi di gestione denuncia un iter progettuale complesso e responsabilmente ragionato in tutte le sue fasi, dall’ideazione all’esecuzione.

di Chiara Testoni

photogallery

Kokaistudios, PKU Università di Legge, Pechino, Cina 2010
progettista: Kokaistudios
localizzazione: Pechino, China
team: Andrea Destefanis, Filippo Gabbiani, Li Wei, Fang Wei Yi, Liu Wen Wen, Yu Feng
progettazione: 2007
esecuzione: 2010
referente architettonico locale: BIAD
strutture: BIAD
impianti: BIAD
superficie: ca. 10.000 mq

Recapito
Kokaistudios

West Gate, 2/F, Anfu Road 201,
200031 Shanghai P.R.C.
Tel: 0086 021 64730937
Fax: 0086 021 64731037
www.kokaistudios.com
info@kokaistudios.com

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12 aprile 2011

Opere di Architettura

Casa Miggiano a Otranto
di Umberto Riva


Dettaglio della facciata della casa

«Non ho idee progettuali a priori; l’idea nasce sempre da suggestioni: un paesaggio, il rapporto con una persona. Non calo l’architettura in un luogo; è il luogo che mi dice cosa fare. (…) Quando ho costruito Casa Miggiano, mi è capitato che qualcuno mi dicesse: “Questa casa è strana, non si capisce cosa ricordi”. Io speravo mi dicessero che, a suo modo, ricorda una masseria pugliese; sarebbe stato il migliore dei complimenti. Ho sempre guardato con attenzione le masserie, gli stazzi; sono edifici in cui non esiste una netta distinzione tra l’abitare dentro e l’abitare fuori. C’è una oculatezza nel progettare le aperture, nel dosare l’intensità e la qualità della luce; una capacità di lasciare risuonare all’interno della densità luminosa esterna»1.
Nel Salento, dove roccia e mare sono presenze costanti del paesaggio, Umberto Riva realizza alla metà degli anni ‘90 questa piccola casa, un volume elementare spaccato sul fronte dall’incunearsi di una corte a pianta ogivale che apre la vista alle lontananze del Golfo di Otranto.


Piante e sezioni longitudinali di Casa Miggiano

Numerose sono le suggestioni tratte dalla tradizione architettonica pugliese: il tema della corte interesterna scavata nel corpo compatto dell’edificio; il disegno del giardino chiuso da muretti e sopraelevato rispetto alla quota del pergolato d’ingresso; le coperture a terrazze piane e l’uso dei materiali lapidei locali.
Grazie al tufo salentino, facilmente lavorabile con semplici utensili da falegname, Riva può dar corpo ad una scatola muraria portante di matrice cubica, ammorbidita nella sua solidità da angoli mai perfettamente retti e incisa da incavi dove le ombre si insinuano, quasi a testimoniare che l’assolutezza stereometrica non è l’affermazione fondante del progetto. È ancora il tufo, ridotto in polvere e mescolato a calce ed ossidi secondo la consuetudine delle maestranze locali, a conferire agli intonaci stesi su tutti i prospetti quella pastosità materica e cromatica che sola si adatta all’intensa luce mediterranea.


Vista della casa e del pergolato d’ingresso

Alla tradizione del luogo si riferisce anche l’impiego decorativo della pietra leccese con la sua grana frequentemente punteggiata da fossili affioranti. Tale materiale litico, in forma di liste sottili o lastre di dimensioni maggiori, commenta i volumi della casa sottolineandone gli spigoli, le linee di raccordo tra piani verticali e orizzontali, e rivestendo in parte la facciata principale. Si tratta dello stesso calcare argilloso di colore paglierino utilizzato nei tetti piani lastricati tipici della zona.
Nella Casa Miggiano queste coperture orizzontali praticabili rimangono a prescindere dalla mancanza delle tradizionali strutture voltate sottostanti. Umberto Riva mantiene tali superfici piatte e sfalsate su quote diverse per dar vita ad un sistema di terrazze e camere senza soffitto in cui il volume architettonico si sfrangia, come se fosse incompiuto, perdendosi nell’azzurro del cielo.

di Davide Turrini

Vai a: Umberto Riva

Note
1 Vitangelo Ardito, Giovanni Leoni (a cura di), “Progettare è servire. Conversazione con Umberto Riva”, Area n.52, 2000, pp. 106-113.

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