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5 settembre 2010

Pietre d`Italia

Le cave di Fantiscritti


Il bassorilievo cosiddetto dei “Fantiscritti”, III secolo d.C. (Accademia di Belle Arti, Carrara)

Le cave di marmo bianco di Fantiscritti si trovano sulle Apuane, in provincia di Carrara. Il loro nome deriva dall’appellativo dato ad un’edicola scolpita su una parete di una delle cave, datata 203-212 d.C. e custodita dal 1864 all’Accademia di Belle Arti di Carrara, ma fino a quella data ben visibile sulla parete rocciosa e tanto celebre da essere conosciuta anche da Giambologna e Canova, come testimoniano le ‘firme’ dei due artisti, poste ai fianchi delle colonnette scolpite insieme a quelle di altre decine di meno noti visitatori.
Proprio la quantità di ‘firme’ (“scritti”), assieme all’erronea identificazione dei personaggi scolpiti (vi sono raffigurati Ercole, Bacco e Giove come rappresentazione divina di Settimio Severo e dei suoi figli Caracalla e Geta, che furono tuttavia scambiati per dei fanciulli, dei “fanti”) ha portato, nei secoli, al toponimo dell’intera cava.


L’esterno delle cave: si intravede, sulla sinistra, la cava ‘a gradoni’ a cielo aperto

Le cave, a 450 mt sul livello del mare, si raggiungono seguendo il corso del torrente Carrione fino ai ponti di Vara, solcati un tempo dalla ferrovia utilizzata per il trasporto del marmo (la cosiddetta “Marmifera Privata”), in attività dal 1876 al 1964 e oggi riconvertita ad una duplice funzione, dopo che il trasporto su gomma ha causato il generale declino di quello su ferro: la ferrovia è diventata una strada molto suggestiva che attraversa la Galleria Vara e collega con Tarnone, mentre il tunnel che attraversava la montagna si è rivelato un utile (e unico) ingresso per sfruttare un filone marmifero situato nel cuore della montagna, a 400 metri dalla cima. Questa cava ‘interna’, del tutto differente dalle cave a gradoni e a cielo aperto disseminate lungo tutto l’arco delle Apuane, è unica al mondo; è articolata in una serie di enormi ‘ambienti’ suddivisi da giganteschi pilastri di circa 10-15 metri di lato, poiché il ‘soffitto’ marmoreo non può superare i 25-30 metri di luce libera (è facile immaginare il valore originariamente empirico di tali misure, ricavate, si ha il sospetto, dopo vari incidenti sul lavoro; oggi un’equipe di ingegneri e geologi ne garantisce con verifiche regolari la stabilità). Ha una temperatura di 16 gradi centigradi costanti e al lavoro quotidiano dei “marmorari” si accompagna da qualche anno la possibilità di visite guidate, che la rendono finalmente
fruibile ad un vasto pubblico di curiosi e non solamente agli addetti ai lavori.


La cava di Fantiscritti, interno quasi ‘lunare’: siamo completamente circondati da marmo.

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In una cava interna come quella di Fantiscritti il metodo di taglio ed estrazione del marmo può procedere rigorosamente solo in senso laterale e verso il basso, per non interferire con le escavazioni della cava a cielo aperto soprastante: si devono mantenere infatti circa 250 metri di materiale verticale tra la cava interna e quella esterna, per non comprometterne il delicato equilibrio statico.

La cava ospita tutti i moderni strumenti di escavazione, tra cui il più importante – per la sua rilevanzastorica – è senz’altro il filo elicoidale, rivoluzionaria tecnica ottocentesca consistente nella torsione adelica di tre fili di acciaio fino a produrre un cavo di 4–6 mm di diametro, le cui scanalature trasportano e distribuiscono, lungo il taglio eseguito dal cavo, l’acqua e la sabbia silicea, (in origine proveniente dal lago di Massaciuccoli e principale responsabile delle gravi complicazioni polmonari cui gli operai erano soggetti) che servono come abrasivi. Il filo elicoidale, lungo in genere alcune centinaia di metri, si muove ad una
velocità di 5–6 m/s, mentre incide il marmo ad un ritmo di 20 cm l’ora. Il suo funzionamento è strettamente legato a quello della puleggia penetrante, ovvero un’enorme ‘sega’ d’acciaio (lunga fino a tre metri) che presenta, sulla circonferenza, una scanalatura e piccoli denti diamantati. La puleggia scorre su una macchinetta, uno strumento a cremagliera che ne provoca il regolare e continuo abbassamento, e assolve così a due funzioni: scava nel marmo e vi introduce, attraverso la scanalatura, il filo elicoidale che taglia definitivamente il blocco. Attualmente, l’uso del filo diamantato (un cavo d’acciaio intervallato da pezzi di diamante sintetico) ha soppiantato il filo elicoidale, anche se l’iniziale facilità di sganciamento del cavo ha causato non pochi disagi per la sicurezza sul lavoro. Una volta ‘tagliato’ il blocco, questo viene per così dire ribaltato su un letto di detriti e fango appositamente sistemato alla sua base per evitare la violenta caduta del marmo sul marmo, che ne provocherebbe la rottura; da qui, il blocco viene trasportato su gomma all’esterno della cava per mezzo della galleria di cui già si è parlato.


Antichi strumenti esposti al museo delle cave

All’esterno della cava, i proprietari (si tratta infatti di una cava privata) hanno allestito un piccolo ma interessante museo, dove possiamo prendere visione degli antichi utensili e strumenti usati per l’estrazione e la lavorazione del marmo. Una curiosità: con grande orgoglio, i carraresi ci ricordano, attraverso fotografie e iscrizioni celebrative, che il taglio delle pietre del grande tempio di Abu Simbel (Egitto), dovuto alla costruzione della diga di Assuan e di un bacino artificiale, e dunque alla conseguente necessità di ‘traslare’ l’intero tempio che altrimenti sarebbe rimasto sommerso, fu effettuato da maestranze guidate da abili cavatori di Carrara, tra il 1964 e il 1968.

di Eugenia Valacchi


Una foto d’epoca a ricordo della grande impresa compiuta ad Abu Simbel tra il 1964 e il 1968

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2 settembre 2010

News

17th International Course on Stone Conservation

Dates: 13 April – 1 July 2011
Place: ICCROM, Rome, Italy

Partners
ICCROM
Getty Conservation Institute

Background
In many regions of the world stone was historically the predominant material used for building and artistic purposes. Accordingly, the conservation and maintenance of architectural and decorative stone is a core activity in such regions. Factors such as climate change, pollution, use demands, lack of maintenance, and inappropriate past treatments present challenges for the conservation of stone buildings, structures and objects. In addition to these factors, the decline in traditional building techniques, craft practices and repair methods is also threatening our ability to sustain stone structures and objects into the future. These conservation issues require a multidisciplinary approach that involves professionals, craftspeople, policy makers and owners.
The International Course on Stone Conservation was created in 1976, and 16 courses have successfully been conducted between then and 2009 in Venice, Italy. The recently relaunched course, which will take place in Rome in 2011, reflects advances in practice, science, and technology, including the integration of practical methodologies for stone conservation on sites, buildings and structures.

For further information click here

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31 agosto 2010

News

MARMOMACC MEETS DESIGN 2010
IRREGOLARE-ECCEZIONALE: Inspiration

In una società in cui globalizzazione diventa sinonimo di continuo confronto con l’altro, in cui tensione è preludio di nuovi equilibri e in cui la libertà di movimento e pensiero – amplificate in modo un tempo impensabile dalle nuove tecnologie – sono riconosciute come diritti imprescindibili, i principi di simmetria, rigore, uniformità e prevedibilità – che per interi decenni hanno ubiquitariamente contraddistinto creatività e produzione – appaiono retaggi del passato.
Il pluralismo culturale, sociale ed esistenziale, l’accoglimento delle fertili istanze proposte dal nuovo e dal diverso, la necessità e la volontà dell’individuo di far valere la propria voce e le proprie esigenze portano infatti a una progressiva predilezione verso tutto ciò che da un lato emerge e si distingue, dall’altro consente immedesimazione, espressione, personalizzazione.
Ciò diventa vero anche nel caso dei materiali. Come fossero umani, contraddistinti da un carattere e da un DNA originali, legno, ferro e marmo chiedono attenzioni particolari, conoscenze specifiche, abilità dettate dalla cura e dall’esperienza. Sono materiali naturali, che pretendono di essere amati e conosciuti, oggi riscoperti proprio per la particolarità e l’irregolarità che esprimono in antitesi all’uniformità, alla perfezione e alla governabilità che hanno dettato per lungo tempo la supremazia dei materiali artificiali.
In tale contesto, l’annuale appuntamento con Marmomacc Meets Design, curato da Evelina Bazzo, sceglie di proporre ad aziende e progettisti, come territorio d’indagine, una rilettura delle potenzialità dei materiali lapidei proprio all’insegna del binomio Irregolare-Eccezionale:
- l’irregolarità come atipicità e difformità percettive e sensoriali, pur nella nobiltà e nel pregio che da sempre contraddistinguono il marmo e la pietra: quasi a risalire verso il “non finito” per tornare ad arricchire il processo industriale di una componente artigianale, tattile, naturale, “originaria” ancor prima che originale;
- l’eccezionalità come unicità, irripetibilità, singolarità, vocazione alla creatività, ispirazione a una “poetica della differenza” capace di abbandonare le rassicuranti forme della logica geometrica in favore – all’insegna di sensibilità e profondità – dell’intelligenza emotiva.

DESIGNER E AZIENDE
Per il quarto anno consecutivo, Marmomacc Meets Design pone al centro la sua formula vincente: proporre nuove prospettive per il settore del marmo e della pietra, con l’obiettivo che evoluzione
e progettualità nascano e si sviluppino in diretto e costante rapporto con il sistema produttivo.
Il lusinghiero successo riscosso dalle precedenti edizioni è confermato dalla partecipazione, nel 2010, non solo di aziende che costituiscono ormai presenze “storiche” all’interno dell’evento, ma anche di nuove realtà che – all’insegna dell’innovazione – per la prima volta decidono di misurarsi con un progetto che di anno in anno riesce a catalizzare crescenti interesse e visibilità.
Al tradizionale binomio azienda-design si assoceranno infine nel 2010 due nuove iniziative, che ampliano l’attenzione di Marmomacc Meets Design alla scala urbana e regionale.
L’Accademia di Architettura di Mendrisio, nel suo annuale progetto di esplorazione
e riqualificazione che vede nel 2010 protagonista la città di Varese, sceglie Marmomacc per studiare – con Riccardo Blumer – un progetto di arredo urbano in botticino che vede il diretto coinvolgimento del Consorzio Marmisti Bresciani.
Regione Puglia, promosso dall’Area Politiche per lo Sviluppo il Lavoro e l’Innovazione della Regione, assocerà invece a quattro tra le più note e utilizzate pietre pugliesi la progettualità di altrettante giovani promesse del design, che hanno però già riscosso importanti riconoscimenti da parte di critica e aziende.
Il nuovo tema da indagare sarà IRREGOLARE-ECCEZIONALE: all’insegna dell’atipicità percettiva e sensoriale e dell’unicità intesa non solo come ritorno a una componente naturale e “originaria”, ma anche come individualità e personalizzazione.

Designer e aziende:
Patricia Urquiola con Budri,
Luca Scacchetti con Finstone S.A.R.L.,
Aldo Cibic con Grassi Pietre,
Giovanni Vragnaz con Iaconcig,
Thomas Sandell con Marsotto,
Marco Piva con MGM Furnari,
Manuel Aires Mateus con Pibamarmi,
Enrico Tonucci con Stonehenge
Riccardo Blumer e l’Accademia di Architettura di Mendrisio con Consorzio Marmisti Bresciani
Tomás Alonso, Stefan Diez, Luca Nichetto, Philippe Nigro con Regione Puglia

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3 agosto 2010

Opere di Architettura

OPERA HOUSE Oslo, Norvegia, 2008*
Snøhetta

English version

Premio e Atlante Marmomacc

Pietra di ghiaccio
Rispetto all’abituale castità figurativa dell’architettura norvegese, il teatro dell’Opera di Oslo presenta i caratteri di una rappresentazione che drammatizza il tema della forma urbana trasformando il fronte del porto nel palcoscenico della nostalgia nordica per il sud e della contemporanea attrazione per l’infinito, come fissato in maniera inequivocabile sulla tela di “Das Eismeer”- il mare dei ghiacci – da Caspar David Friedrich. L’eternità dei ghiacciai che stringe nella sua morsa la vita, soffocando (ma forse anche preservando per sempre) il relitto della nave “Speranza” a memoria delle ottocentesche spedizioni di ricerca al Polo Nord. Proteso sul fiordo nell’area di Biorvika, il Teatro dell’Opera prolunga l’immagine della terraferma sul mare proponendo lo spazio sociale al di fuori del teatro come un artificio che consenta di far percepire ai visitatori il filo sottile dell’acqua per secoli tenuta lontana dalla riva dalle attrezzature del porto. Simulando con abilità le schegge di ghiaccio di Caspar David, mette in scena l’ossessione del sublime nordico, riconvertendone il segno tragico del disastro annunciato nel piacevole stordimento di un uno spazio inatteso e quasi da esplorare. In tal modo, allo spettacolo regolato all’interno si contrappone all’esterno il movimento spontaneo della vita, il pigro vagabondare della folla nelle giornate di sole, il rito dell’adorazione del sole che rievoca nelle temperature polari l’iconografia mediterranea della piazza italiana. è questa la novità tipologica introdotta da Snøhetta: non una scultura appoggiata al suolo, ma una manipolazione del suolo attraverso un disegno a pieghe e a fratture che si distende come un velo – o un tappeto, per usare la loro metafora – ad accogliere i passanti facendoli protagonisti di un nuovo paesaggio. Il Teatro dell’Opera è infatti un esperimento di architettura urbana, che pone con il ridisegno del waterfront le fondazioni per lo sviluppo di un’area un tempo marginale. Come dimostrano le storie di Genova o di Napoli, di Trieste o di Amburgo, le città portuali sono quelle dove per lunga tradizione il mare è stato solo il limite esterno di una fabbrica a cielo aperto: cantiere del lavoro, spazio di mediazioni e transazioni.
Nel 2010 la cintura di traffico pesante che ancora separa il mare dal centro di Oslo sarà convogliata entro un tunnel sotterraneo che renderà inutile il ponte pedonale che oggi rappresenta il principale connettore tra i due ambiti e metterà a disposizione della città una vastissima area destinata a polo culturale e ricreativo, di cui la linea frastagliata del Teatro rimarrà come corona e come skyline, cioe? elemento ordinatore di una costellazione di musei e fondazioni.
Negli anni ‘50, Alvar Aalto comincio? a porre con forza un tema – “la decadenza degli edifici pubblici”- che a piu? di mezzo secolo di distanza possiamo riguardare come profetico e di grande attualità. Deprecando la sparizione della tradizionale gerarchia urbana della città europea sotto l’influsso dell’americanizzazione, il maestro finlandese insisteva sulla necessità di ricreare le condizioni per il rifiorire di quella cultura sociale dello spazio collettivo attraverso l’enfasi degli edifici culturali e istituzionali. Contraddicendo apparentemente il suo costante riferimento al paesaggio naturale, insisteva inoltre che questi edifici avessero in se stessi le ragioni della loro fondazione. Cosi? penso? la baia di Helsinky come un Canal Grande nordico, dove architetture monumentali rivestite in candido marmo italiano ripetessero il miracolo di uno spazio dedicato all’identità nazionale e sociale delle comunità. Di quest’Utopia rimase in piedi, come è noto, solo il frammento di Finlandia Talo: ma l’idea non mori?, seppur sottoposta alle critiche di ambientalisti e conservatori. Le superfici di candido marmo italiano che Snøhetta adopera come se fossero banchine di ghiaccio ne sono la dimostrazione piu? evidente, insieme all’associazione di questo materiale con l’essenza stessa della natura pubblica dei luoghi.

Fulvio Irace


Opera House

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Opera House
La progettazione del nuovo teatro dell’opera di Oslo ha preso avvio nel 2000 con un concorso internazionale di idee vinto dallo studio norvegese Snøhetta. Promossa dal ministero della cultura e gestita dall’agenzia governativa dei lavori pubblici Statsbygg, la costruzione dell’edificio è iniziata nel febbraio del 2003 e si è conclusa nel 2007 con la chiusura di un cantiere estremamente articolato; il processo esecutivo ha visto avvicendarsi
oltre 50 imprese, chiamate a realizzare un’opera di grandi dimensioni, particolarmente avanzata dal punto di vista tecnologico e carica di valenze culturali e simboliche, non solo per la città in cui sorge, ma anche per l’intera comunità nazionale norvegese.
Destinato ad accogliere l’attività dell’Opera e del Balletto di Norvegia, il teatro è nato infatti come baricentro di un piu? ampio progetto di riqualificazione urbana del fronte mare di Oslo e sorge dalle acque del fiordo dove si affaccia la città interamente rivestito di marmo bianco apuano, come un tributo monumentale al grande valore assegnato dal Paese scandinavo alla cultura lirica e teatrale.
L’intento dei progettisti di ricreare un frammento di pack artico, una sorta di candido spezzone di banchisa arenato in prossimità della piccola penisola di Bjørvika – luogo di incontro storico per gli abitanti della capitale norvegese – ha dato vita ad un volume architettonico definito da una serie di piani inclinati per lo piu? praticabili come terrazze pubbliche rivolte verso la baia.
All’omogeneità della scorza lapidea di rivestimento esterno, una distesa marmorea continua, variata soltanto nel pattern diversificato di molteplici finiture superficiali, è affidato il trasferimento di una suggestione di massa solida monolitica, generata dalla intersezione di piani dalle giaciture ripetutamente variate, incidenti tra loro secondo spigoli sghembi, mai ortogonali, a formare una grande scogliera ghiacciata, ricca di angolature e dorsali. Tale mega-cristallo emerge dall’elemento liquido instaurando con esso un rapporto complesso; l’architettura si configura al contempo come un segnale paesaggistico distinguibile a grande distanza e come un elemento connettivo urbano che unisce la città all’acqua: il mare specchia la forma litica e la increspa di riflessi luminosi nelle giornate di sole; il marmo bianco
sottilmente venato di grigio si pone in relazione di dualità oppositiva, cromatica e materica, con le cupe acque del fiordo. Progettato da Snøhetta con una raffinata scelta di materiali ed una sicura definizione dei dettagli costruttivi, l’edificio esprime una monumentalità amichevole, ottenuta enfatizzando la dimensione orizzontale piuttosto che lo sviluppo verticale dell’architettura; i concetti di accesso libero e di stimolo all’incontro e all’aggregazione della gente sono alla base della progettazione del grande piano inclinato marmoreo che dalla città consente l’ingresso diretto al teatro, per poi salire, con diversi cambi di pendenza, fino ad una terrazza di copertura praticabile.
L’Opera House accoglie il suo pubblico nel foyer principale attraverso un grande diaframma vetrato, retto da un’esilissima struttura metallica e pensato per comunicare all’esterno un aspetto sempre cangiante; con il trascorrere delle ore del giorno, e al variare delle condizioni meteorologiche, la pelle trasparente muta infatti la sua immagine: appare cosi? plumbea e opaca nelle giornate nuvolose, riflettente con la buona stagione, accesa di una luce dorata dall’imbrunire alle ore notturne. I 38.500 metri quadrati degli spazi interni sono suddivisi in tre sezioni principali: la parte del teatro vero e proprio con due sale distinte da 1.400 e 440 posti dotate di
foyer, biglietterie, guardaroba, bar, ristoranti, servizi e aule per conferenze e attività didattiche; l’area delle sale prove con gli uffici amministrativi; la sezione dedicata ai laboratori di scenografia, sartoria e trucco. All’attenta regia progettuale di Snøhetta va ascritto anche l’allestimento dei foyer e delle sale teatrali, dominato dalla calda presenza del legno di quercia composto a formare ricercate tessiture in rivestimenti dall’andamento sinuoso che dialogano, dialetticamente, con il volto spigoloso del ricoprimento marmoreo esterno.


Tagli e finiture del Marmo Bianco Carrara sugli spazi esterni

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Marmo mediterraneo per i fiordi
L’Opera House di Oslo si affaccia sul porto della capitale norvegese completamente rivestita di Marmo di Carrara ad eccezione di una stretta fascia di base parzialmente immersa nel mare, a diretto contatto con l’acqua salata e con il gelo invernale, e quindi realizzata con un durissimo granito locale. La rigida situazione climatica nordica e
il rapporto di estrema vicinanza con l’ambiente marino, hanno imposto di realizzare il rivestimento con masselli marmorei a spessore al posto delle usuali lastre sottili, limitando inoltre il numero dei giunti tra gli elementi che rappresentano possibili punti deboli nei confronti delle infiltrazione dell’umidità.
Tutto l’edificio è cosi? ricoperto da grandi moduli ricavati da oltre 1.000 blocchi di in un marmo apuano caratterizzato da una grana finissima e dalla pressoche? totale composizione calcitica; gli spessori dei masselli vanno dagli 8 ai 10 cm, fino a raggiungere i 20-30 cm in certi pezzi speciali di bordo o di compluvio e displuvio; molti elementi sono ripiegati a libro e formano angoli che si possono chiudere fino ad un’ampiezza di 45° o aprire fino a 170°. Le dimensioni massime di alcuni moduli raggiungono i 2,3 m di lato. La superficie totale del rivestimento è di oltre 18.000 metri quadrati, la massa di marmo impiegato supera le 8.000 tonnellate. Ad affiancare lo studio di architettura norvegese nella fase esecutiva di un’opera cosi? complessa e innovativa è stata la Campolonghi Italia S.p.A. responsabile di tutto il ciclo produttivo, dalla escavazione per la fornitura del marmo, alla lavorazione del prodotto finito. L’ingegnerizzazione del progetto ha preso avvio dal disegno bidimensionale della tessitura geometrica del rivestimento per arrivare a risolvere la modellazione esecutiva tridimensionale dei pezzi massivi (poi posati con malta o montati a secco su di una sottostruttura metallica); il maggiore nodo problematico da sciogliere ha riguardato la necessità di progettare e conformare lastroni, masselli e pezzi monolitici di forte spessore con cui risolvere salti di quota, variazioni di pendenza, morfologie complesse, limitando il piu? possibile il frazionamento degli elementi e conseguentemente, come detto, la presenza di commessure. Un ulteriore passaggio fondamentale del processo esecutivo ha riguardato la messa a punto di un manuale
della qualità specifico per il progetto, con controlli sul materiale, sulle macchine, sulle lavorazioni, sulle malte cementizie e sui sigillanti sintetici da impiegare per la posa in opera del rivestimento e per la chiusura dei giunti. Una particolare attenzione è stata dedicata alle prove di laboratorio sul marmo: dapprima sono stati fatti test distinti su alcuni siti estrattivi di Carrara, poi, una volta scelta la cava de La Facciata nel bacino di Torano, sono stati eseguiti saggi in diversi punti del fronte di escavazione, ed infine sul materiale estratto sono stati condotti monitoraggi in continuo, attraverso prove fisico- meccaniche specifiche per il clima gelivo norvegese che arriva a minimi di -30° C nei rigori invernali e a massimi di 25° C in estate, con escursioni stagionali di oltre 50°. Il caso dell’Oslo Opera House è esemplificativo di una concezione avanzata della progettazione architettonica e del processo esecutivo che vede il lavoro integrato dello studio d’architettura e di una realtà produttiva capace di risolvere realizzazioni complesse e consistenti su commessa specifica, ingegnerizzando il progetto attraverso lo studio del prototipo, la realizzazione in genere di un mock up al vero del sistema costruttivo, il trasferimento alla linea di produzione industriale, l’ottimizzazione della catena di lavorazione in termini di tempi, risorse umane, abbattimento degli sfridi. In tale contesto i valori della riproduzione seriale sono soppiantati da un adattamento continuo del design, delle lavorazioni, delle stesse macchine alle esigenze del progetto, in un iter che tende a trovare di volta in volta punti di approdo nella standardizzazione di procedure e processi ma che non puo? prescindere da una attenzione continua alle esigenze di “personalizzazione” del prodotto.

Davide Turrini


La rampa d’accesso

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Titolo dell’opera:
The Norwegian National Opera & Ballet
Indirizzo:
Bjørvika, Oslo, Norvegia
Data di progettazione e realizzazione:
2000-2008
Committenti:
Opera House
Ministero della Chiesa e degli Affari Culturali
Committente per la costruzione:
Statsbygg (The Governmental Building Agency)
Utente finale:
The Norwegian National Opera & Ballet
Progettazione:
Snøhetta Kjetil Trædal Thorsen, Tarald Lundevall, Craig Dykers
Collaboratori:
(Snøhetta) Project team: Sigrun Aunan, Simon Ewings, Rune Grasdal, Tom Holtmann, Elaine Molinar, Kari Stensrød, Øystein Tveter, Martin Dietrichson, Ibrahim El Hayawan, Chandani Ratnawira, Harriet Rikheim, Marianne Sætre, Anne-Cecilie Haug, Tine Hegli, Jette Hopp, Zenul Khan, Frank Kristiansen, Cecilia Landmark, Camilla Moneta, Aase Kari Mortensen, Frank Nodland, Andreas Nygaard, Michael Pedersen, Harriet Rikheim, Margit Tidemann Ruud, Knut Tronstad, Tae Young Yoon Team landscape architects: Ragnhild Momrak, Andreas Nypan Team interior architects: Bjørg Aabø, Christina Sletner Artists: Olafur Eliasson, Kristian Blystad, Kalle Grude,Jorunn Sannes, Astrid Løvaas, Kirsten Wagle
Strutture:
Reinertsen Engineering ANS
Impresa di costruzione:
55 imprese
Materiale lapideo utilizzato: Bianco Carrara La Facciata (Pavimentazione e rivestimento)
Fornitura pietra:
Campolonghi Italia, Montignoso (MS)

Cenni biografici
Snøhetta AS è uno studio di architettura con sedi a Oslo, Norvegia, e New York City, USA. Lo studio ha assunto in nome di Snøhetta nel 1987. L’organizzazione attuale è quella stabilita nel 1989.
Alla base del successo internazionale di Snøhetta sta la vittoria, nel 1989, al concorso per la nuova Bibliotheca Alexandrina ad Alessandria d’Egitto, cui avevano partecipato piu? di cinquecento architetti da tutto il mondo. La biblioteca, che è la maggiore al mondo come spazio, è caratterizzata dalla sua forma cilindrica inclinata e sorge fra massicce mura di pietra che presentano segni e simboli di diversi periodi storici e di diverse culture. Snøhetta lavora in un proprio stabile sul fronte d’acqua nella zona dei docks di Oslo. La sede è situata in un vecchio magazzino, staccato dalle aree operative del porto. La tranquillità della posizione e l’open space interno rafforzano la disposizione collaborativa e semplificano la comunicazione e la partecipazione. Snøhetta ha piu? di 120 impiegati di 17 paesi, in un mix ben calibrato per sesso ed età. Un’alta percentuale dello staff sono cittadini di varia nazionalità con esperienza di lavoro negli Stati Uniti e nel Medio Oriente.
Snøhetta ha conquistato una reputazione per aver saputo mantenere un forte rapporto fra paesaggio e architettura in tutti i suoi progetti. Il luogo e il contesto di ogni progetto è considerato unico e fornisce un forte punto di partenza per il disegno. Snøhetta si affida al metodo del lavoro di gruppo durante tutto il processo di progettazione.
Lo studio è interdisciplinare, comprendendo architetti, paesaggisti, interior e industrial designers che lavorano a stretto contatto con artisti e ingegneri come collaboratori autonomi.
Lo studio tiene nel massimo conto le proposte dei vari operatori, dal committente al costruttore. Creando un forte rapporto iniziale, Snøhetta cerca di accordare con l’architettura un’ampia varietà di scelte degli utenti senza sacrificare le qualità individuate.
Snøhetta costruisce nella tradizione democratica delineata dallo sviluppo generale degli ambienti del lavoro norvegesi – una tradizione forte che punta sulla cooperazione come metodo ben collaudato per raggiungere buoni risultati. Ogni membro di un gruppo ha la parola, indipendentemente dal titolo e dalla
posizione. La combinazione di valori democratici e contenuto intellettuale influenza fortemente i processi architettonici di Snøhetta. Snøhetta è oggi fra i venti piu? discussi studi di architettura nel mondo. Negli ultimi dieci anni ha vinto alcuni dei maggiori concorsi di progettazione, dimostrando una predilezione per gli edifici culturali.
L’ultimo progetto completato è quello per la nuova Opera House di Oslo, iniziato nell’aprile 2008. Attualmente Snøhetta sta lavorando a una serie di progetti in diversi paesi, fra i quali un edificio multifunzionale d’ingresso negli Emirati Arabi Uniti, un padiglione museale in memoria dell’11 settembre a New York, e ancora un nuovo centro culturale e museo in Arabia Saudita. Snøhetta ha anche realizzato importanti progetti come l’ambasciata di Norvegia a Berlino, il museo Petter Dass ad Alstadthaug, il Serpentine Pavillon a Londra,
il Sandvika Cultural Centre a Oslo, il municipio di Hamar, il museo della pesca di Karmøy e il museo d’arte di Lillehammer per i giochi olimpici invernali del 1993.

Vai a Snøhetta

*La presente opera architettonica è tratta dal volume Litico Etico Estetico (a cura di Vincenzo Pavan), Faenza, Faenza Industrie Grafiche, 2009, pp. 157 editato in occasione di Marmomacc 2009.
Si ringrazia Verona Fiere e Marmomacc per l’autorizzazione alla rieditazione in rete.

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30 luglio 2010

News

Antiche tecnologie per una nuova architettura

N:EA Napoli:Europa Africa è un’associazione senza scopo di lucro (Onlus) che agisce e lavora nel settore della cooperazione internazionale e dello sviluppo umano, riconosciuta dal 2002 come Organizzazione Non Governativa (ONG) dal Ministero degli Affari Esteri e dall’Unione Europea.
La N:EA nasce a Napoli nel 1987 dalla lunga esperienza di lavoro in Africa dell’architetto Fabrizio Caròla (vincitore nel 1995 dell’Aga Khan Award for Architecture) per contribuire all’incremento di un nuovo dialogo fra l’Europa e l’Africa basato su uno scambievole riconoscimento dei rispettivi valori e qualità.
La N:EA supera le dicotomie di pensiero tra protettore e assistito, tra superiore e inferiore a favore di una concezione paritaria in cui le diverse culture ed esperienze possano scambiarsi e arricchirsi liberamente della loro particolarità e analogie, per dare vita insieme ad una nuova civiltà.
La città di Napoli diviene l’interprete ideale e il punto di riferimento privilegiato di questo processo ritrovando così, allo stesso tempo, il ruolo di centro internazionale di cultura che ha avuto nel passato.

La N:EA organizza cantieri di formazione intitolati “ANTICHE TECNOLOGIE PER UNA NUOVA ARCHITETTURA” e diretti dall’Architetto Fabrizio Caròla.

Due le sedi e le date dei Cantieri di formazione che avranno per oggetto la costruzione di archi, volte e cupole
da lunedì 6 a mercoledì 15 settembre 2010 nel villaggio sperimentale situato in San Potito Sannitico a 3 Km da Piedimonte Matese (CE)
dal 15 Novembre 2010 al 15 febbraio 2011 nei cantieri della N:EA in MALI (Africa Occidentale)

La N:EA invita architetti, ingegneri, geometri (studenti e laureati) e chiunque sia interessato, a partecipare ai corsi al termine dei quali sarà rilasciato un attestato di frequenza.

Per maggiori informazioni scarica il pdf

Vai a N:EA

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