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18 maggio 2010

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MARMOMACC 2010
La conferenza stampa

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15 maggio 2010

News

MOSTRA “HYBRID AND FLEXIBLE”

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Marmomacc Meets Design
MOSTRA “HYBRID AND FLEXIBLE”
La Triennale di Milano ospita la mostra “Hybrid and Flexible” promossa da Marmomacc
14-19 aprile 2010

Marmomacc – Mostra Internazionale di Pietre, Design e Tecnologie promossa da VeronaFiere – ha inaugurato in Triennale durante la settimana del Salone del Mobile di Milano la Mostra “Hybrid and Flexible”, progetto a cura di Evelina Bazzo e con allestimento di Cibic Workshop, che si propone come annuale appuntamento tra marmo, pietra e design.
Nel contesto delle tante pregevoli mostre che hanno arricchito la Triennale nella settimana del Salone, “Hybrid and Flexible” ha contribuito a motivare le migliaia di visitatori che confermano con la loro presenza il valore delle proposte espositive.

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Designer e aziende espositrici: Patricia Urquiola con Budri, Marco Piva con Cava Romana, Marta Laudani e Marco Romanelli con Consorzio Pietre & Dintorni, Luca Scacchetti con Grassi Pietre, James Irvine con Marsotto, Michele De Lucchi con MGM Furnari, Alberto Campo Baeza e Philippe Nigro con Piba Marmi, Aldo Cibic con Santa Margherita.

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“Hybrid and Flexible”. Il tema è ambizioso, affascinante, intrigante e per questo ideale alle molteplici interpretazioni progettuali e specificità aziendali. Far diventare flessibile, duttile non solo la materia, quanto l’approccio progettuale, ovvero, piegare e condurre la tecnologia verso nuove sfide. La volontà del progetto si fonda sulla contaminazione di materiali, di processi produttivi, di estetiche, e vuole considerare la mutazione e la metamorfosi di forme e stili e la trasformazione dei processi culturali e creativi. La trasversalità viene qui riconosciuta come uno dei veri momenti di sviluppo, in cui il design opera nuove sintesi tra processi lavorativi, tecnologia e comportamenti. Il tema della flessibilità si interseca inoltre, con il tema della sostenibilità in quanto garante di una condizione di più felice investimento delle risorse.

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14 maggio 2010

Pietre d`Italia

L’azienda per la ricerca

La conoscenza dei materiali e dei processi produttivi è fondamento per una corretta composizione considerando che “le forme si sono sviluppate a partire dalla possibilità di applicazione e dal processo costruttivo propri di ogni singolo materiale, si sono sviluppate con il materiale e attraverso il materiale”. Quando Adolf Loos formulò questo pensiero la forte spinta derivata dalla prima fase di industrializzazione dei processi edilizi invitava i progettisti ad una sperimentazione continua in giochi sapienti di invenzione e ridefinizione delle regole d’arte; allora si sperimentava sul linguaggio con particolari vincoli di una industrializzazione seriale che proprio perchè legata alle logiche dei grandi numeri contribuì all’evoluzione del comparto lapideo durante il secolo scorso senza stravolgerlo radicalmente bensì ponendo le basi necessarie all’innovazione successiva, concretizzatasi nel secolo attuale, conseguentemente all’informatizzazione dei processi di lavorazione. Oggi la pietra, alla pari degli altri materiali, può essere plasmata a piacimento; i vincoli di realizzazione derivano dall’essenza della materia e non più dalle possibilità di trasformazione e di applicazione che per secoli hanno condotto le esperienze costruttive “con il materiale ed attraverso il materiale”.

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Cave di pietra serena a Firenzuola di IL CASONE (foto: A. Acocella)

I paradigmi del progetto sono mutati verso nuovi linguaggi la cui correttezza deriva dalla sapiente capacità dei progettisti di coniugare la semantica tradizionale con quella attuale le cui regole stilistiche sono sempre di più condizionate dalle nuove tendenze internazionali. Con riferimento al contesto più ampio della produzione architettonica in generale si rileva come l’informatizzazione abbia comportato la revisione dei paradigmi stilistici in una logica di un linguaggio universale. Nel comparto lapideo ciò ha portato all’internazionalizzazione anche di quei litotipi tradizionalmente più vincolati al territorio come ad esempio le arenarie usate non più solo perchè facilmente reperibili in prossimità dei cantieri bensì per le loro peculiari caratteristiche particolarmente rispondenti ai codici architettonici attuali. Le arenarie si contraddistinguono per una naturale omogeneità che narra, a seconda dei componenti e delle tessiture, la storia dei diversi sedimenti; un fascino naturale che si riesce ad apprezzare conoscendo la genesi che forma pietre compatte originate da depositi di sabbie in ambienti diversi, caratterizzate da cromie naturali segnate dalla presenza di inclusioni di vario genere e da linee deposizionali più o meno marcate.
In questo contesto si colloca il lavoro di ricerca promosso dalla azienda Il Casone sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell’Università degli Studi di Udine indirizzato alla messa a punto di una guida che presenti le arenarie, pietre naturali, e fornisca in chiave contemporanea le indicazioni tecniche per la realizzazione di progetti ideati dando forma ad una materia divenuta particolarmente plasmabile in seguito ai nuovi sistemi di produzione. Con l’intento di far conoscere le arenarie nel processo attuale con riferimento al comparto nazionale rivolto ad una produzione internazionale l’obiettivo è di fornire uno strumento operativo per i progettisti, una sorta di “guida all’uso delle arenarie” nell’accezione attuale attribuita alla manualistica che, confrontandosi con la flessibilità delle produzioni, supera la logica delle “soluzioni conformi” proponendo la riorganizzazione delle informazioni funzionali alla messa a punto di elaborati esecutivi realizzati con prodotti ad hoc per specifici interventi.
La ricerca sviluppata da Christina Conti, ricercatore di Tecnologia dell’architettura, con l’attento contributo dell’azienda Il Casone e la collaborazione degli architetti Giovanna Astolfo, Pietro Bernardis e Francesco Steccanella, dottorandi in Ingegneria Civile Ambientale Architettura dell’Università degli Studi di Udine, fa parte di un più grande e comune obiettivo di studio dell’ “universo litico” promosso dal Prof. Alfonso Acocella dell’Università degli Studi di Ferrara, costante riferimento scientifico.

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Cave di pietra serena a Firenzuola di IL CASONE (foto: A. Acocella)

Dalla ricerca sviluppata nell’ambito della convenzione di ricerca “Manuale multimediale per la progettazione di sistemi in pietra arenaria” dell’azienda Il Casone con il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell’Università degli Studi di Udine (Christina Conti, ricercatore in Tecnologia dell’architettura dell’Università degli Studi di Udine, responsabile scientifico)

di Christina Conti

Vai al sito Casone

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12 maggio 2010

News

DIGITAL MATERIALITY IN ARCHITECTURE
Fabio Gramazio | Gramazio & Kohler

La Facoltà di Architettura di Ferrara, nell’ambito delle attività svolte dai centri di ricerca e formazione Material Design all’interno del corso “Costruzioni in Pietra” (prof. Alfonso Acocella), dei “Laboratori di Progettazione Architettonica 3” (proff. Alessandro Massarente, Sergio Zanichelli, Andrea De Eccher) e dei “Laboratori di Costruzione dell’Architettura 2” (proff. Roberto Di Giulio, Alberto Piancastelli, Giulio Felli), ospita la conferenza dell’architetto svizzero Fabio Gramazio, dello studio “Gramazio & Kohler – Architecture and Urbanism” di Zurigo.

Il lavoro di Gramazio e Kohler, docenti di Architettura e Fabbricazione Digitale dell’Istituto di Tecnologia della Svizzera Federale di Zurigo (EHT), indaga le intrinseche connessioni tra potenzialità tecnologiche dei materiali da costruzione e processi ideativi ed esecutivi interamente digitalizzati.
Nella concezione di un criterio “algoritmico” su base integralmente informatica che controlla l’intero percorso progettuale dalla composizione, alla rappresentazione, alla produzione ed esecuzione, i due progettisti aprono un esplicito scenario di avanguardia in materia di impiego di nuove tecnologie e al contempo di interpretazione innovativa dei materiali tradizionali: a tale proposito Gramazio & Kohler hanno messo a punto, nell’ambito dell’attività di ricerca, un sistema robotizzato già esposto allo “SwissBau 2007” in grado di assemblare a scala reale, grazie a un braccio meccanico di 3 metri su un percorso lineare di 7 metri e a una velocità di 2 m/s, strutture traforate di pannelli e tamponamenti di vari materiali modulari (calcestruzzo, laterizio, …), con infinite possibilità di montaggio e caratterizzazione figurativa del linguaggio architettonico.

Lo scopo della ricerca dei due architetti svizzeri è pervenire a una produzione di elementi architettonici interamente robotizzata, a beneficio sia di un processo produttivo più veloce ed economico e di un notevole incremento della semplicità operativa, sia dell’esplorazione di nuove potenzialità poetiche ed espressive legate alle specifiche potenzialità dei materiali.

La loro attività professionale include il Museo di Storia Naturale (San Gallo, 2009), la fondazione Tanzhaus per la danza contemporanea (Zurigo 2005-2007), la cantina Gantenbein (Fläsch, Svizzera, 2006), il sistema d’illuminazione per la Bahnhofstrasse (Zurigo 2005), una casa privata (Riedikon, 2004-2009), lo sWISH* Pavilion all’Esposizione Svizzera Nazionale “Expo 02”.

Fabio Gramazio si laurea in architettura all’EHT di Zurigo nel 1996. Dal 1996 al 2000 è stato collaboratore scientifico del Professor Gerhard Schmitt all’ETH di Zurigo.
Matthias Kohler si laurea in architettura all’EHT di Zurigo nel 1996. Dal 1997 al 1998 è stato collaboratore scientifico del professor Marc Angélil e dal 1999 al 2000 del professor Greg Lynn all’EHT di Zurigo.
Dal 2000, Gramazio e Kohler sono partners dello Studio associato “Office for Architecture and Urbanism Gramazio & Kohler” a Zurigo.
Dal 2005 Fabio Gramazio e Matthias Kohler sono ricercatori nell’ambito del progetto “Architecture and Digital Fabrication” presso il Dipartimento di Architettura dell’ ETH di Zurigo.

di Chiara Testoni

Conferenza: mercoledì 19 Maggio 2009
Facoltà di Architettura di Ferrara

Via Quartieri 8, Ferrara
0RE 16.30 | AULA MAGNA D3

Per approfondimenti:
www.materialdesign.it
www.gramaziokohler.com

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7 maggio 2010

News

Think Tank. Tre progetti per il design contemporaneo

Durante la Settimana del Design 2010 la rivista Interni ha trasformato i cortili dell’Università Statale di Milano “in un grande serbatoio per il pensiero contemporaneo”. Quindici designer di fama internazionale hanno interpretato il tema del Think Tank attraverso una serie di proposte che univano qualità spaziali, espositive e concettuali all’interno di una prestigiosa cornice storica legata alla cultura come, appunto, l’insieme dei cortili dell’Università Statale. Molte le proposte, accattivanti ed evocative, tra cui tre, in particolare, hanno attratto la nostra attenzione. Tre soluzioni presentate all’interno di spazi storici re-interpretati grazie alla potenza immaginativa del design.

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CCCWall” di Kengo Kuma. ph. Peppe Maisto

Casalgrande Ceramic Cloud Wall ad opera dell’architetto giapponese Kengo Kuma – di cui questo sito ha già editato una prima presentazione – è un’installazione minimale e poetica giocata sulla precisa collocazione di frammenti ceramici e pietre. Un layer di fibra di organza divide in diagonale uno dei quattro cortiletti del Filarete, quello chiamato “Bagni delle donne” che si raggiunge dopo una serie di passaggi intermedi rispetto alla Cortile d’Onore del complesso universitario. Un luogo silenzioso e raccolto al cui interno Kuma ha immaginato due nuovi spazi triangolari, dividendo il rettangolo delimitato dal quadriportico in due figure simmetriche, che si mantengono sempre in relazione con la pianta originale grazie alla leggerezza dell’organza che contemporaneamente vela e svela lo spazio. La cortina funge da parete semitrasparente durante le ore diurne, mentre si trasforma in un vero e proprio screen durante la notte sul quale vengono proiettati dei video. Di notte sulla tela, che scende come una cascata leggera a marcare i due setti materici, sono proiettati dei racconti per immagini che rivelano vuoti e pieni, giochi di luce e ombra alterando le reali dimensioni del layer. Attraverso un’accelerazione dei frame di immagini la proiezione mostra il passare del tempo nell’arco di una giornata. La cortina divide il cortile in due giardini in cui pezzi di ceramica e sassi silicei sottolineano similitudini e contrapposizioni, metafora del concetto orientale di Yin e Yang. Lungo la loggia è allestita una sequenza di installazioni in alcune delle stanze che si affacciano sul cortile e che collegano l’opera milanese site specific a quella emiliana presente presso la sede dell’azienda – che quest’anno celebra i suoi cinquant’ anni – attraverso una serie di video e di live-cam.

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“House of Stone” di John Pawson. ph. Sergio Anelli

Dall’apologia della non-materia alla forza concreta ma minimalista della casa primigenia di John Pawson. In direzione diametralmente opposta rispetto ai cortili del Filerete si trova infatti il cortile Settecento al cui interno l’architetto e designer inglese ha realizzato per l’azienda toscana Salvatori un archetipo di abitazione interamente composto con una innovativa pietra: Lithoverde. “Il minimum – scriveva qualche anno fa Pawson in un suo famoso libro – può essere definito come la perfezione che un oggetto raggiunge quando non è più possibile migliorarlo per sottrazione. E questa idea è certamente alla base del padiglione House of Stone da lui concepito. L’architettura di John Pawson non ha bisogno di presentazioni. Il suo nome, ormai da anni legato ad un’estetica minimalista e sobria, è sempre rimasto estraneo alla cultura del jet-set preferendole una pratica professionale rigorosa e coerente. Ancora più prezioso appare dunque il coinvolgimento dell’architetto inglese all’interno di questa manifestazione che lo vede, per la prima volta, impegnato nella realizzazione di un padiglione temporaneo in Italia. L’idea alla base di questo intervento è di una efficace semplicità ma si basa al contempo su ricerche tecnologiche avanzate. Pawson ha disegnato una casa primigenia composta da lastre di pietra tagliate in modo da far penetrare la luce esterna come all’interno di un luogo sacro, in cui le gradazioni dello spazio siano la risultante del rapporto tra materia e illuminazione. L’effetto notturno, al contrario, mostra una sagoma elegante e scura dal cui interno fuoriescono raggi luminosi che rischiarano la corte circostante. Il materiale con cui il padiglione è stato realizzato è di nuovissima concezione. Lithoverde è composta per il 99,9% da lastre di scarto – che abitualmente richiedono grande dispendio di energia e di costi per essere eliminate – e solo per uno 0,1% da una resina naturale che funge da collante per consentirne una maggiore solidità.

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“House of Stone” di John Pawson. ph. Sergio Anelli

Con uno sguardo sofisticato ed esperto John Pawson ha tradotto in questa installazione alcuni temi cari all’arte contemporanea. Il rispettoso e quasi sacrale amore per la materia dello scultore spagnolo Eduardo Chillida così come i détournements applicati da Gordon Matta-Clark alle sue opere. I noti tagli che l’artista americano operò su molti edifici abbandonati vengono qui ripresi e sublimati attraverso la creazione di un edificio simbolico. La semplicità ed il rigore della forma racchiusa nello scrigno storico del Cortile Settecentesco entra in un suggestivo contrasto con le infinite variazioni della luce e con le preziose mutazioni cromatiche di una pietra che viene qui presentata in esclusiva.

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“The Wooden Beacons” di Matteo Thun. ph. Sergio Anelli

Presso il portico del Richini – il progettista della chiesa secentesca SS. Annunziata attigua al cortile d’Onore – Matteo Thun designer e architetto altoatesino impegnato ormai da anni nella progettazione sostenibile e Consuelo Castiglioni la raffinata fashion designer di Marni hanno ideato The Wooden Beacons (I fari di legno). L’installazione interroga lo spettatore – che è chiamato a compiere un percorso esperienziale all’interno delle diverse parti che compongono l’opera – riguardo il processo di gestione dell’intero ciclo di vita di un prodotto. Dal suo concepimento attraverso la formulazione formale e la produzione passando per l’assistenza da parte della catena commerciale fino allo smaltimento. L’installazione coniuga architettura e moda, che condividono, all’interno della ricerca per la sostenibilità, valori fondamentali come la salvaguardia dell’ambiente. In questo spirito l’installazione è realizzata principalmente in legno mentre le parti “attive” sono indicate attraverso l’uso di altri materiali come carta, tessuti, plastica, semi, corno, legno, crine e resine.
L’installazione è formata da tre parti disgiunte che possono essere guardate, attraversate, toccate e annusate. Questa scelta nasce dal bisogno di esplicitare una interazione fra architettura, intesa come parte “hardware” della composizione ed elementi decorativi interni, percepiti come “software”. I tre grandi elementi “hardware” sono le gabbie composte in legno, chiamati “fari”. Realizzati in legno di quercia rossa americana (American red oak), una qualità che offre texture molto intense, è stato fornito dall’American Hardwood Export Council. Mentre gli elementi decorativi “software” interni ai fari sono stati realizzati da Marni, in tre tipi di materiali. Diversi elementi sono stati composti con gli stessi materiali usati per creare gioielli, tessuti per confezionare abiti e accessori e cartamodelli – le sagome di carta che i designer usano per tagliare gli articoli di abbigliamento: tutti provenienti dall’archivio della maison.
Il primo “faro” si configura come una gabbia di legno per carta modelli su cui sono state appese, attraverso l’utilizzo di semplici fili metallici, diverse sagome in carta. Il secondo “faro” è una gabbia di legno che contiene balle di stoffa avvolte in pezze più grandi sistemate liberamente all’interno. Il terzo “faro”, più sofisticato, è una gabbia di legno che contiene gli elementi con cui vengono costituiti i bijoux. Una quarta installazione si trova invece nel cortile del negozio di Marni in via della Spiga: tavole di legno di noce americano (American walnut wood) disposte in verticale, in modo casuale creano un percorso onirico. In modo divertito e consapevole i due designer hanno portato l’attenzione dello spettatore su di un tema attuale e problematico: la storia degli oggetti. Non intesa, qui, come storia estetica o fattuale ma come vero e proprio percorso di vita. Non è un caso se questo stesso tema è stato l’oggetto della conferenza organizzata dal Sole Ventiquattr’ore proprio nella settimana del design. Ma, la descrizione di questo evento, sarà l’oggetto del prossimo post…

Elisa Poli

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