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19 gennaio 2008

Progetti

La Ciudad del Medio Ambiente di Santomera
Adhocmsl, Best Before, Modostudio, Barbarela studio

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Alcune immagini di progetto vincitore

Nell’anno 2007 un raggruppamento di progettisti tra cui Modostudio con sede a Roma partecipa e vince il concorso di idee bandito dalla città di Santomera, nella Murcia in Spagna. Il bando ha per oggetto la realizzazione di una cittadella vocata alla sostenibilità, all’ecologia, all’ambiente. Per tale cittadella l’amministrazione locale presceglie il sito di un’area estrattiva non più in attività: è infatti la Murcia regione ricca di vene di graniti e marmi (di cui ci si è in parte già occupati all’interno del blog per i progetti di Campo Baeza e Sancho Madridejos). A seguire, alle immagini ed alla descrizione di progetto forniteci dagli studi lasciamo il racconto della proposta di concorso, certamente suscettibile d’opinioni varie di condivisione o di contrarietà. Interessante però ci pare la formula del concorso sul recupero d’area estrattiva, finalmente finalizzato quanto a destinazione d’uso e non genericamente aperto, come sovente capita a verificare i bandi nazionali, a raccogliere così idee dai progettisti non solo sul come fare ma sul cosa fare, estendendo la richiesta forse in modo poco controllabile dalla scala dell’architettura a quella della pianificazione territoriale.
Preliminarmente al progetto, sono esposti gli elementi d’analisi fondamentali, tra cui principalmente la mappatura dei fattori di rischio, al fine di regimentare a controllo antropico lo stato di totale naturalità a cui sono lasciate soprattutto le creste più alte dei fronti di cava, a prevenirne distacchi e smottamenti improvvisi che possano rovinare sulle nuove attrezzature, come già s’è visto per il progetto alla cava dismessa delle Rocce Rosse di Arbatax.
Poi la proposta del raggruppamento vincitore certamente sfrutta le possibilità suggestive dei fronti di cava e dei lasciti d’attività industriale come scenografia naturale-artificiale entro cui operare, ma anche tenta il superamento facendo propri i luoghi di scavo, per implementarne gli spazi e svelare nuove possibilità di fruizione: è così che i cunicoli compenetranti il fronte di cava non sono recuperati a soli musei di sè stessi, ma sono accessi ai nuovi spazi interni in cui sono allocate le principali attività didattiche e museali al coperto, con l’ovvia necessità d’esplorare la via di sistemi specifici d’aerazione ed illuminazione e di indagarne nuove tipologie.

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La mappa delle sorgenti di rischio

l concorso prevede il recupero di una cava di pietra nella regione della Murcia. Il progetto, oltre a generare un recupero ambientale di alta qualità, crea una serie di spazi all’interno dei quali verranno previste attività finalizzate all’approfondimento delle tematiche ambientali: una vera e propria città dell’ecologia.
L’area sarà suddivisa in diversi ambiti architettonicamente differenziati che ospiteranno rispettivamente:
1. Centro di formazione ecologica: obiettivo fondamentale sarà disegnare, sperimentare e diffondere programmi di sensibilizzazione, educazione e formazione ambientale che favoriscano uno sviluppo sostenibile. Ci saranno spazi come aule di formazione, sale di proiezione, sale per conferenze, aree residenziali, ristorante, parcheggi, aree verdi.
2. Scuola regionale di caccia e pesca: garantirà la formazione teorica e pratica per cacciatori e pescatori che richiedono la loro prima licenza annuale. Contiene una scuola di quattro aule con capacità per 40 persone ognuno: biblioteca, uffici, aula magna, ricezione e archivi.
3. Scuola di prevenzione ed estinzione incendi: la sua finalità principale sarà migliorare la formazione dei professionisti in materia di prevenzione ed estinzione d’incendi, oltre a sensibilizzare la popolazione sull’importanza di questi fenomeni nella Regione della Murcia. Contiene un’aula magna e un’aula di formazione, uffici, magazzini, spogliatoi, parcheggi etc. Dispone inoltre di un campo di pratica di 600 mq, con idranti e serbatoi d’acqua.
4. Museo forestale: Si tratta di una istituzione nazionale con sede nella Regione della Murcia che ha lo scopo di acquisire, conservare, diffondere, ricercare ed esibire ogni elemento che abbia un rapporto diretto con l’ambito forestale spagnolo. È costituito da quattro grandi spazi per esposizioni permanenti sui boschi della Spagna, una sala dedicata all’utilizzazione dei beni forestali, un’altra dedicata alle azioni di conservazione del medio forestale e una terza sala dedicata alle professioni forestali in Spagna. Inoltre si prevede un’area per un workshop di restauro ambientale permanente e una sala per mostre itineranti.

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La planimetria generale di progetto

photogallery

Località: Santomera, Spagna
Committente: Città di Santomera
Tipologia: concorso internazionale di progettazione – progetto vincitore
Superficie: 130 Ha
Importo lavori: € 16.000.000,00
Anno: 2007
Design team: Adhocmsl (Juan Antonio Sánchez, Miguel Mesa del Castillo, Riccardo Crespi), Best Before (Enrique Nieto), Modostudio (Fabio Cibinel, Roberto Laurenti, Giorgio Martocchia), Barbarela studio (Juan Carlos Castro)
Ingegneria forestale: Victor Manuel Castillo Sánchez
Biologia: Dott.ssa Maria Dolores Martínez-Mena García
Strutture: Ing. Julián Pèrez Castillo

di Alberto Ferraresi

(Vai al sito della regione Murcia)
(Vai al sito di Modostudio)
(Vai al progetto di Campo Baeza)
(Vai al progetto di Sancho Madridejos)
(Vai al post delle Rocce Rosse)
(Vai al sito di Ad-hoc Studio)
(Vai al sito di Best before)
(Vai al sito di Barbarela Studio)

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Casa S(3) a Capurso, Bari (2003-2005)
di NETTI ARCHITETTI (Lorenzo Netti e Gloria A. Valente)

English version

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Prospetto dell’abitazione

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La casa S(3) è costruita sul limitare Ovest dell’abitato di Capurso nell’hinterland di Bari. Il lotto, di forma trapezoidale ha due lati adiacenti strade pubbliche e due disposti lungo confini di proprietà private: ad Est in aderenza con un’altra abitazione e a Sud con la rampa di un’autorimessa interrata.
La ridotta superficie coperta dell’abitazione è all’origine delle scelte compositive che hanno guidato il progetto: la sovrapposizione per piani degli ambienti abitabili e la collocazione estroversa delle parti accessorie della casa.
Gli elementi che identificano il nuovo edificio e determinano il suo aspetto sono:
la scala addossata al fronte Nord in parte ‘coperta’ alla vista dalla parete libera che prolunga il fronte principale e piega all’apice del fabbricato;
la pensilina, attraversata da un albero, collocata all’angolo tra le due strade in continuità con il balcone del primo piano e con il muro basso della recinzione;
il sistema regolare dei sei vani porta-finestra della facciata (tre al piano rialzato per l’ingresso principale dell’abitazione, per il soggiorno e la sala pranzo e tre al primo piano per ognuna delle camere da letto);
la ‘trincea’ lungo il confine Sud illumina il piano seminterrato destinato ad ospitare un ufficio aperto al pubblico;
le aperture nell’alto muro d’ambito della terrazza lungo i fronti Sud e Ovest.
Questi elementi sono disposti lungo le linee di inviluppo della pianta e marcano i fronti del corpo di fabbrica prospicienti le strade e dalle quali si arretrano di 4 metri in osservanza di una norma del PRG.

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Assonometrie di progetto

La casa si sviluppa su quattro livelli resi indipendenti dalla scala esterna ma collegati da un ascensore, come asse dei collegamenti e delle distribuzioni interne.
Al piano seminterrato si accede in maniera indipendente dalla scala esterna. Il piano rialzato è costituito da un’ampia ‘navata’ con soggiorno e zona pranzo con annessi cucina e servizi collocati, come agli altri piani, nella parte irregolare della casa in aderenza con il confine Est. Al piano primo si accede anche dalla scala esterna comune a tutti i livelli e dall’ascensore. Gli ambienti di questo livello sono occupati dalle camere da letto.
L’attico è destinato agli ospiti. L’ampio terrazzo-giardino, corrispondente alle camere del primo piano, è perimetrato da alte pareti per serrare il volume dell’intero edificio e salvaguardare la privacy degli astanti. La sezione trasversale dell’edificio evidenzia i quattro livelli e gli accorgimenti adottati per meglio articolare le loro funzioni, in modo particolare:
Il livello rialzato consente una buona illuminazione naturale e l’aerazione del piano seminterrato nonostante l’ampia terrazza in legno che lo collega alla recinzione sulla strada.
Il balcone cavo con estradosso in doghe di legno al primo piano consente il passaggio e la manutenzione di parte degli impianti e risolve anche le questioni inerenti la raccolta delle acque meteoriche e del drenaggio provenienti dalla copertura.

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Visione parziale a livello del balcone-terrazza

photogallery

La terrazza-giardino all’ultimo livello, con piante di essenze mediterranee anche di notevole altezza, regola in modo naturale il clima interno delle camere da letto.
I prospetti sono caratterizzati dalla brillantezza della scialbatura di calce e dal colore bianco di tutte le parti metalliche, opposti alla superficie ambrata, appena levigata della pietra di Trani (parte basamentale, scale e intero fronte Nord) e alle zone vegetali.

SCHEDA DELL’OPERA

denominazione / project title
casa S(3) a Capurso (BA)
committente / client
Silvia Di Tardo e Nicola Sicolo
progetto / design period
2003/2004
realizzazione / construction period
2005
progetto e direzione lavori / architects and site team
Lorenzo Netti e Gloria A. Valente (Netti Architetti)
collaboratori e consulenti / project team
Iolanda Bavaro, Mara Catani, Maria Cirulli
progetto delle strutture / structural engineers
Michele Colasuonno
progetto degli impianti / plan of systems
Studio Magnanimo
impresa di costruzioni / building general contractor
Filippo Chironna|Capurso (Ba)
materiali lapidei utilizzati / stone materials employmed
pietra di Trani
forniture materiali lapidei / stone supplier
Bombacigno Giovanni & Figli srl
installazione materiali lapidei / stone placement
Rocco De Santis|Pasquale Di Fronzo

GLI AUTORI: NETTI ARCHITETTI

Lorenzo Netti, nato a Sammichele di Bari nel 1957, laureato in Architettura a Firenze nel 1981, è docente di Disegno presso il Politecnico di Bari.

Gloria A.Valente,nata a Taranto nel 1958, laureata in Architettura a Firenze nel 1983. Ha insegnato design e architettura degli interni in istituzioni private.

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Nel 1996 sono stati invitati alla ‘VI Mostra Internazionale di Architettura’ della Biennale di Venezia. Hanno ricevuto una Menzione Speciale al Premio ‘Luigi Cosenza 1996′ e sono stati tra i vincitori del concorso internazionale ‘XXXIX’ organizzato dalla Academy of Architecture, Art and Sciences di Los Angeles CA. Nel 2002 hanno partecipato a ‘Lonely living’, nell’ambito della VIII Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. I loro oggetti e progetti sono stati pubblicati da Domus, Casabella, Abitare, Area, d’A, Modulo e sono stati esposti, tra l’altro, nelle mostre itineranti ‘Architettura Italiana Contemporanea’ (1994/95), e ‘Nuova Architettura Italiana’(1996/98).

Note
*Il testo è tratto dal volume di Domenico Potenza, Puglia di Pietra, Regione Puglia, Claudio Grenzi editore, 2007, pp. 143.
Dalla pubblicazione e dalla mostra evento di Marmomacc 2007 intitolata “Puglia di Pietre” e curata dall’arch. Domenico Potenza pubblichiamo in maniera più didascalica ed esplicativa, le opere e i progettisti che fanno parte di questa prima “selezione d’autore”, articolando la descrizione nella presentazione dell’architettura realizzata, del luogo e del contesto in cui l’opera si colloca, dell’idea che ha generato la soluzione progettuale e soprattutto della tecnica e dei materiali utilizzati per realizzare l’opera con indicazioni fornite direttamente dagli stessi progettisti.
Infine, una scheda della realizzazione chiude in maniera tecnica e sintetica tutto quanto c’è ancora da sapere sul progetto e sugli autori di cui viene editata una breve biografia scientifica.
A cura del Laboratorio progetto cultura, responsabile della comunicazione Guseppe Di Lullo.

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14 gennaio 2008

Letture

La Regola dell’arte. Manuale di legislazione urbanistica ed edilizia

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Roberto Gallia
La Regola dell’arte
Manuale di legislazione urbanistica ed edilizia

Roma, 2007 (2° ed.) Edizioni di Legislazione Tecnica,
pp. 223 + CD-Rom (euro 36)

A pochi mesi dall’uscita del manuale, viene proposta la seconda edizione aggiornata e, soprattutto, ampliata nei contenuti e negli orizzonti di conoscenza della pluralità di norme e di tematiche che sovrintendono al governo del territorio, alla gestione delle procedure urbanistiche, alla realizzazione delle costruzioni. Insieme al manuale cartaceo il CD-Rom, allegato al libro, costituisce una ricca banca dati di norme, nazionali e regionali, in materia di urbanistica ed edilizia; completa ben oltre la fascia di prezzo nella quale il volume si colloca.
Il manuale, che non è un testo di diritto in quanto l’attenzione è rivolta prevalentemente alla normativa tecnica, è nato in relazione al Corso che l’Autore ha svolto presso la facoltà di architettura “Ludovico Quaroni” dell’Università La Sapienza di Roma tenuto nell’A.A. 2005-2006 – con un duplice obiettivo. Obiettivi che dovrebbero essere condivisi sia da chi nel mondo delle professioni tecniche già opera, sia da chi in questo mondo aspira ad entrare.
Da una parte, orientare alla comprensione ed all’applicazione delle norme e delle procedure che regolano la gestione del territorio (inteso anche quale fattore della competitività), con riferimento non solo alla finalità della norma ma anche al contesto nel quale la medesima è stata definita ed attuata. Tenendo sempre presente, inoltre, che la legislazione italiana in materia, definita in relazione al principio del buon andamento della Pubblica Amministrazione ed al principio della legittimità ed efficacia dell’azione amministrativa, deve comunque essere armonizzata con la normativa comunitaria, fondata sul principio della tutela della concorrenza.
Dall’altra, individuare le responsabilità professionali all’interno di una società che già oggi, ma sempre di più in futuro, contempla la libera circolazione sia delle merci sia delle persone, e quindi la liberalizzazione del mercato dei servizi anche professionali, creando una concorrenza che non potrà essere regolata solo dai costi, ma dovrà inevitabilmente fondarsi sulla qualità dei servizi prestati. Qualità misurabile in riferimento alla “regola dell’arte” nella realizzazione di un’opera e nella prestazione di un servizio, definita in relazione ai “requisiti di qualità” che la medesima opera e il medesimo servizio devono offrire; requisiti determinati dalla norma (regola), individuata da una fonte giuridica (usi – diritto).
La conoscenza delle norme e delle procedure che regolano il governo del territorio è indispensabile per misurare la qualità della progettazione urbanistica ed edilizia e delle conseguenti realizzazioni fisiche.
La pubblicazione non è (e non vuole essere) un testo di diritto, nè costituire commento alle norme di riferimento proponendosi come un orientamento alla lettura, alla comprensione ed all’applicazione della regolamentazione urbanistica ed edilizia, e la presentazione delle relative norme tecniche; orientamento riferito non solo alla finalità della norma ma anche al contesto nel quale la medesima è stata definita ed attuata. Tenendo sempre presente che la legislazione italiana in materia, definita in relazione al principio del buon andamento della Pubblica Amministrazione ed al principio della legittimità ed efficacia dell’azione amministrativa, deve comunque essere armonizzata con la normativa comunitaria, fondata sul principio della tutela della concorrenza.
La seconda edizione aggiorna e rielabora i temi trattati, tenendo anche conto delle nuove norme regionali.

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Arabescato Corchia

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Cava di marmo Arabescato. Comprensorio del Monte Corchia.

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Ci si avvicina con una sorta di timore reverenziale ai materiali apuani….
La bellezza del materiale da sempre scelto nel tempo da popoli e uomini con grandi tradizioni e conoscenze scultoree….
La bellezza dei bacini estrattivi, così violentemente e autoritariamente unici…in nessun luogo al mondo – basti pensare alla triste malinconia che incute Potosì, in Bolivia – la ferita dell’estrazione si autoalimenta ad amplifica la selvaggia bellezza di queste montagne uniche, nella loro perfezione, dalle quali fin dai tempi più antichi si è estratto “il” marmo, da sempre genericamente conosciuto come “Marmo di Carrara” anche se, sull’intero massiccio apuano, sono svariate le varietà commerciali estratte, differenti a seconda del loro bacino di provenienza. Ecco allora i materiali di Colonnata, dei Fantiscritti, di Torano, di Orto di Donna, di Vagli del monte Altissimo e del monte Corchia….
E proprio da questo splendido bacino estrattivo riprendiamo il nostro lavoro sulle pietre d’Italia, con l’Arabescato Corchia.

Descrizione macroscopica
L’arabescato Corchia è un materiale lapideo metamorfico, olocristallino a grana fine, con colore di fondo bianco caratterizzato da venature di color grigio-azzurro che ci permette di descriverlo quale una breccia a fondo bianco con venature irregolari grigie. I costituenti bianchi tendono ad avere un andamento più o meno sottile ed allungato secondo un piano definito “verso”: quasi una tramatura che delimita e racchiude i bianchi elementi di marmo.
Il materiale ha grana fine e le venature, che tendono ad anastomizzarsi, hanno dimensioni variabili tra millimetriche e centimetriche.

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Immagini dell’Arabescato Corchia allo stereomicroscopio: in alto il marmo fotografato a 7 ingrandimenti; in basso, aumentando gli ingrandimenti fino a 40, diventa possibile apprezzare alcuni dei costituenti delle venature del marmo. Per esempio i cristalli di forma cubica e di colore giallino sono costituiti da pirite.

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Descrizione microscopica
L’arabescato Corchia è un litotipo metamorfico grano – eteroblastico viste le differenti dimensioni dei blasti che lo costituiscono.
La tessitura è scistoso lineata e zonata in quanto caratterizzata da venature che tendono ad anastomizzarsi e da una variabilità del materiale strettamente collegata al variare delle dimensioni dei suoi costituenti.
Dal punto di vista dimensionale, infatti, la roccia è definibile eterogenea poichè gli individui che la costituiscono possono variare da 20 micron a circa 1 mm.I costituenti della roccia sono dati da Calcite, minerali opachi, Quarzo, Muscovite, Feldspati e Zirconi.
Calcite: (circa il 95 % dei costituenti la sezione sottile secondo stima visiva). Durezza 3 della scala di Mohs.
È il costituente fondamentale della roccia e presenta localmente condizioni strutturali tra esse particolarmente differenti. Si presenta quasi sempre in individui tendenzialmente allungati che sono sempre isoorientati
In coincidenza di quelli che sono macroscopicamente i clasti di colore bianco, essa è di colore bianco e raggiunge le sue dimensioni massime che possono essere pari a 900 – 1000 micron (0.9 ÷ 1 mm). In queste porzioni di roccia i cristalli sono perfettamente limpidi e quasi completamente privi di inclusi, con microstruttura granoblastica tendente all’allungato e con interfacce rettilinee. Attorno a questi clasti con costituenti limpidi ed isoorientati, si osservano ancora cristalli calcitici, ma caratterizzati da dimensioni nettamente minori (solitamente pari a 20 ÷ 40 micron), sempre allungati ed isoorientati, con microstruttura peciloblastica in quanto solitamente intorbiditi da abbondanti opachi di pirite. Il loro aspetto tende a presentarsi spesso indistinto e con interfacce non rettilinee. In queste parti del lapideo, che coincidono macroscopicamente alle venature della roccia, gli individui cristallini risultano essere generalmente deformati ed associati a pirite, muscovite zirconi e quarzo. Tali venature possono localmente presentare ulteriori deformazioni e pieghettature.
Spesso in mezzo a venature tra esse ravvicinate si può notare la presenza di mosaici calcitici costituiti da cristalli di calcite pecilitici con dimensioni medie pari a qualche centinaio di micron, ma caratterizzati da interfacce lobate se non ameboidali. Anche le altre tipologie di cristalli qui associati alla calcite sono generalmente anedrali (privi cioè di forma propria) e deformati.
All’interno di queste porzioni di roccia è inoltre possibile rinvenire frammenti di marmo che hanno subito una apparente rotazione rispetto l’evento deformativo;

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Aspetto dell’Arabescato al microscopio a luce polarizzata a 20 ingrandimenti e a Nicols incrociati. Un cristallo di quarzo euedrale è di formazione sin o post cinematica, esso infatti ha forma propria e non presenta tracce di deformazione.

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Minerali opachi: (circa il 2 % dei costituenti la sezione sottile secondo stima visiva). Durezza 6 ÷ 6,5 della scala di Mohs.
Sono presenti quale minuta granulazione prevalentemente costituita da pirite. Essi sono solitamente associati ai microcristalli di calcite con la quale formano quelle che macroscopicamente sono le venature assieme anche a minuscole lacinie di Muscovite isoorientate e agli Zirconi. Hanno dimensioni solitamente micrometriche;
Quarzo: (circa il 2 % dei costituenti la sezione sottile secondo stima visiva). Durezza 7 della scala di Mohs.
Anche esso presenta abito e microstrutture differente a seconda della sua posizione all’interno del litotipo: se è assieme alla calcite limpida all’interno dei clasti, ha forme euedrali o subeuedrali con interfacce più o meno rettilinee, è solitamente non deformato e con inclusi. In coincidenza delle venature, invece, è anedrale, con bordi lobati, deformato e con estinzione ondulata;
Muscovite: (circa l’1 % dei costituenti la sezione sottile secondo stima visiva). Durezza 2,5 ÷ 3 della scala di Mohs.
È presente esclusivamente all’interno delle venature come minute lacinie talora deformate e con andamento generalmente sub parallelo alle venature medesime.
La rimanente parte dei costituenti la roccia è data da Zirconi (durezza 7,5 della scala di Mohs) sempre associati ai costituenti le venature, ed in special modo a quelle con più alto tenore di opachi, e da Feldspati (durezza 5,5 ÷ 6 della scala di Mohs), abbastanza rari ma perfettamente riconoscibili per le loro tipiche geminazioni. Il fatto che non siano deformati, fa ipotizzare che siano di origine sin o post cinematica.
Discontinuità: non si apprezza la presenza di pori (“taroli”) superficiali, mentre le discontinuità presenti sono caratterizzate dalle venature ben apprezzabili anche macroscopicamente. Tali venature, che interessano tutto l’ammasso roccioso, sono costituite da associazione di minerali opachi piritici, individui calcitici con dimensioni solitamente pari a 20 ÷40 micron, lacinie muscovitiche, quarzo euedrale e zirconi. Tali venature hanno andamento irregolare ed isoorientato.
Alterazione: assente

Definizione petrografica* (secondo EN12670): MARMO (Metamorphic Rocks Classification Charts)

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Carta geologica d’Italia . Foglio 96 Massa.
Clikka sull’immagine per ingrandirla

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Arabescato Corchia. Geologia
La situazione geologica apuana è sicuramente alquanto complicata in quanto le formazioni che vi affiorano appartengono a differenti unità a struttura complessa che hanno subito una altrettanto complessa evoluzione tettonica che si è sviluppata durante l’Era Cenozoica, nell’Oligocene superiore, in una età stimata pari a 34 -27 milioni di anni quando, dopo un primo evento compressivo collisionale che generò le prime condizioni di deformazione e metamorfismo con un “raddoppio” della successione toscana, seguì una seconda fase sempre deformativa ma a questo punto collegata ad una condizione tettonico – distensiva che provocò il sollevamento di unità strutturali profonde a quel punto già metamorfosate.
Le Alpi Apuane possono essere considerate un bell’esempio di “finestra tettonica”, con l’affioramento dell’Autoctono Apuano, metamorfico, circondato dai terreni non metamorfici della Falda Toscana, ad essa sovrascorsa. Tra il nucleo autoctono metamorfico e l’unità sovra scorsa si trovano due complessi di scaglie tettoniche con caratteri di metamorfismo intermedio, mentre tettonicamente sovrapposte alla falda toscana si trovano unità anche esse alloctone che provengono dal dominio ligure.
In termini molto semplici, quindi, se sui vuole cercare di ricostruire la condizione di formazione dell’area Apuana, possiamo verosimilmente ipotizzare che fino al Terziario fossero ancora presenti in condizione pressochè indisturbata, la Falda Toscana e, direttamente ad est, l’Autoctono Apuano, entrambe simili come condizione di sedimentazione in ambiente marino. Nell’oligocene superiore, però, si sono impostate condizioni compressive che hanno agito in maniera differenziata sulle varie falde di sedimentazione. A questo punto, quindi, nell’olocene superiore la Falda Toscana si è scollata dal basamento e, scorrendo sulle evaporiti del Norico , si è sovrapposta sull’Autoctono Apuano assieme, per parte, all’Unità di Massa che però affiora solo nella zona occidentale della finestra tettonica e all’Unità Ligure che rimane però a contorno della finestra tettonica toscana.
Successivamente, dopo questa prima fase compressiva si è instaurata una fase distensiva che ha provocato l’esposizione della zona metamorfica per denudazione e sollevamento connessi con ulteriore assottigliamento crostale (Pliocene –Pleistocene) in quella che alcuni interpretano come una “pop-up structure”. Durante tutto questo periodo che va dall’ Oligocene superiore (27 MA) fino al Tortoniano (10 MA) che durante l’orogenesi ha provocato sul nucleo Apuano un metamorfismo di bassa pressione e bassa temperatura (facies di Scisti Verdi), si sono sovrapposti almeno due eventi deformativi, dei quali uno ha generato strutture Adriatico-vergenti, mentre il secondo ha impostato strutture Tirreno-vergenti. La più recente tettonica distensiva con direzione appenninica (NW-SE) ha dissezionato la struttura di sovrascorrimento secondo l’attuale direzione di allungamento della finestra tettonica Apuana e sovrimponendosi agli assi di deformazione precedenti complicando in maniera ancor maggiore la storia evolutiva e conoscitiva di tutta la zona.

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Arabescato Corchia levigato e lucidato.

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Le caratteristiche fisico-meccaniche dell’Arabescato Corchia
Nella tabella si riportano dati tecnici di bibliografia riguardanti l’Arabescato Corchia

Massa volumica apparente (kg/m3) 2700
Coefficiente di imbibizione (%) 0,18
Resistenza alla Compressione (kg/cm2) 1.033 kg/cm2
Resistenza alla Compressione dopo gelo (kg/cm2) 940 kg/cm3
Resistenza alla Flessione (kg/cm2) 135 kg/cm2
Coefficiente di dilatazione lineare termica (x 10-6 x°C-1) 5,4
Resistenza all’urto (cm) 51
Resistenza all’usura per attrito radente 0,55

Tratto da A.A.V.V. per I.C.E. (1982)– Marmi Italiani – F.lli Vallardi ed., Milano

di Anna Maria Ferrari
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I campioni di Arabescato Corchia utilizzati per l’analisi petrografica sono stati gentilmente forniti da SAVEMA S.p.A.
Vai a: Savema.com

Note
* Numero accettazione campioni 204.
(1) Metodo d’analisi: EN 12407:2007 Natural stone test methods – Petrographic examination. Strumento: Stereo microscopio Olympus SZX-FOF 4J02049). Analisi effettuata su lastrine differenti di materiale tal quale. Operatore: Dr. Anna Maria Ferrari.
(2) Metodo d’analisi: EN 12407:2007 Natural stone test methods – Petrographic examination. Strumento. Microscopio a luce polarizzata Olympus BX51TRF 4M23804. Analisi effettuata su 2 sezioni sottili di dimensione standard. Operatore: Dr. Anna Maria Ferrari.

Bibliografia
AA.VV. – Carta Geologica d’Italia Foglio 96 MASSA ;
AA.VV. – Guida Generale Marmi Graniti Pietre – Editoriale Globo s.r.l.. Milano;
AA.VV. per I.C.E. (1982)– Marmi Italiani – F.lli Vallardi ed., Milano;
AA.VV. (1982) – Natural Stones - Studio Marmo s.r.l. Querceta, Lucca;
AA.VV. (1989) – Manuale dei Marmi, pietre, graniti – 3° Voll. – F.lli Vallardi ed., Milano;
AA.VV. (1971) – Note illustrative della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000 – (Roma Nuova Tecnica Grafica Carta Geologica d’Italia;-
AA.VV. (2005) – Ante et post Lunam. Reimpiego e ripresa estrattiva dei marmi apuani
AA.VV. (2005) – Carta Geologica Regionale – Regione Toscana , Università Toscane e CNR-IGG, scala 1:10.000, tvv. Varie;
Angeli O. (2006) – Lavorare liberi. L’avventura della Cooperativa Condomini di Levigliani dalle origini al cinquantesimo di fondazione – 173 pp. Soc. Cooperativa Condomini di Levigliani, Levigliani;
Bartelletti A., Amorfini A (a cura di) per l’istituzione del “Parco Archeologico delle Alpi Apuane” convegno di studi tenutosi a Marina di Carrara il 04 /06/2005;
Blanco G. (1991)- Pavimenti e rivestimenti lapidei – 295 pp. La Nuova Italia Scientifica, Roma;
Carmignani L. (1997) – Carta Geologica delle Alpi Apuane – Dip.to di Scienze della Terra dell’Università di Siena, scala 1:25.000, tvv.8;
Carmignani L. et alia (2000) – Carta Geologica del Parco delle Alpi Apuane – Parco Alpi Apuane e Dip.to di Scienze della Terra dell’Università di Siena, scala 1:50.000, tvv.2;
Dolci E. (1980) – “Carrara Cave Antiche” Materiali Archeologici, Comune di Carrara, dei residui recuperabili. Documento Preliminare – Allegato F Settore II- Materiali Storici;
ERTAG (1980) – Schede merceologiche – Regione Toscana, Firenze;
Matteoli S. (2005) – I marmi arabescati della Versilia - archÆdilia n° 10, febbraio 2005;
Pieri Mario (1954) – La scala delle qualità e le varietà nei marmi italiani – Hoepli ed., Milano;
Pieri Mario (1964) – I marmi d’Italia – Hoepli ed., Milano;
Pieri Mario (1966) – Marmologia. Dizionario di marmi e graniti italiani ed esteri – Hoepli ed., Milano;
Rodolico F.(1965) – Le pietre delle città d’Italia – Le Monnier, Firenze
Vianelli M., Sivelli M. (1982) – Abissi delle Alpi Apuane. Guida Speleologica – SSI, Litografia Lorenzini – Bologna.

www.geotecnologie.unisi.it
www.marmiapuane.info
www.unipg.it/denz/gloria/Ipert/APUANE-descrizione.html

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Giorgio Bianchini a capo di IMM e Carrarafiere*
Le mie idee

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Stefano De Franceschi: Presidente, carenze del passato hanno determinato una progressiva perdita di interesse nei confronti della fiera. La dirigenza in tempi recenti ha compiuto grandi sforzi per ridare all’evento un nuovo impulso, ma di strada ancora ce n’è ancora da fare. Di recente è stato deciso di fare un passo storico, ovvero procedere alla biennalizzazione della fiera.

Giorgio Bianchini: “Più che di carenze penso che si debba parlare di cambiamenti importanti avvenuti sui mercati mondiali ed anche nel panorama fieristico internazionale che hanno fatto sì che un evento che si svolge da ben 28 anni abbia bisogno di una revisione profonda.
Il proliferare di manifestazioni nel mondo nell’ultimo decennio ha drenato visitatori ed espositori. Oggi noi siamo collocati, a livello di calendario fieristico, in situazione di debolezza rispetto ad altri eventi internazionali di settore. Il grande lavoro svolto da IMM e dagli amministratori che mi hanno preceduto, sia in termini organizzativi che strutturali, si è dimostrato purtroppo insufficiente per il rilancio della manifestazione. Per queste ragioni abbiamo lavorato di concerto con le aziende del Distretto lapideo Apuo-Versiliese e ci siamo confrontati sulle possibili strategie future. Da questo confronto è scaturita la decisione di biennalizzare l’evento Marmotec, una decisione molto sofferta ma che tutti dobbiamo vivere in senso positivo. Riteniamo infatti che, concentrando gli sforzi sull’evento biennale, rivedendo alcune impostazioni di fondi, unendo le forze con il territorio e le istituzioni sia locali che regionali, si possa dar vita ad una fiera che, nel periodo di svolgimento, concentri su Carrara l’attenzione del settore lapideo e dei macchinari a livello internazionale.

SDF: Altre iniziative suggerite sono il “Club degli espositori” (ovvero il caso in cui è IMM che acquista lo spazio in una altra fiera, ridistribuendolo poi alle aziende del comprensorio che partecipano), ed un accordo strategico con la Fiera di Milano. Cosa ne pensa?
G.B: La domanda pone problemi che sono alla nostra attenzione, come appena detto. Anzi mi preme evidenziare come rispetto al problema delle alleanze con altri poli fieristici italiani abbiamo agito in questo senso, ove possibile, anche negli anni passati, non solo per il settore lapideo ma in generale come strategia complessiva per lo sviluppo del sistema della nostra fiera. La presenza di CarraraFiere all’interno degli organi di direzione dell’Associazione Enti Fieristici Italiani va proprio in questa direzione. Rispetto a quello che voi chiamate “Club degli espositori” suppongo che vi riferiate in sostanza al ruolo operativo e propositivo che potrebbe svolgere CarraraFiere nell’accomunare in un’area espositiva unica il Sistema Toscano del settore lapideo in occasione di eventi fieristici all’estero. E’ una proposta interessante che va analizzata anche in relazione al rapporto che abbiamo con la Regione Toscana e Toscana Promozione. Certamente la biennalizzazione apre possibilità di collaborazione con la Fiera di Norimberga che si svolgerà nell’anno in cui non si svolgerà Marmotec. Abbiamo gi preso contatto con i responsabili di Norimberga e a brevissimo ci incontreremo per analizzare le possibilità di collaborazione. Ci ha fatto molto piacere anche il nuovo approccio collaborativo che abbiamo percepito, e che è stato anche espresso in un’intervista, da parte del Presidente e del Direttore Generale della Fiera di Verona. Anche con loro cercheremo punti di contatto che possano far crescere entrambe le manifestazioni del lapideo e che potrebbero anche allargarsi ad altre fiere di settori diversi. Per quanto riguarda la Fiera di Milano in specifico, penso che le dimensioni e le problematiche di quell’ente siano tali da rendere piuttosto difficile una collaborazione. Vedremo magari più in là nel tempo.

SDF: Internet, foto digitale e tv hanno rivoluzionato il sistema commercio. Che significato ha l’evento “fiera” inteso come esposizione.
G.B: Nel recente passato sono stato frequentatore assiduo di fiere, come imprenditore, espositore, visitatore specialistico e semplice curioso. L’esperienza diretta mi ha sempre confortato sul fatto che da una fiera, sempre che si parli di eventi di livello accettabile, si porta sempre a casa qualche spunto interessante e, a volte, contatti estremamente importanti. Le nuove tecnologie aiutano a ridurre i tempi e a volte anche gli spazi, ma non potranno mai sostituire la percezione diretta degli eventi, delle persone e delle cose. Per questa ragione non ritengo che il prodotto ‘fiera’ sia alla fine del proprio ciclo di vita, tutt’altro. E’ chiaro però che anche questo prodotto deve fare i conti con la concorrenza e con i cambiamenti avvenuti nel commercio mondiale e quindi deve sempre rinnovarsi e stare al passo coi tempi.

SDF: Due mesi di lavoro alla Presidenza bastano per individuare le difficoltà da superare e gli aspetti positivi da coltivare e sviluppare. Quali gli uni e quali gli altri.
G.B: Credo sia necessario più tempo per avere un quadro completo. Stiamo parlando di un Gruppo (Internazionale Marmo Macchine, Carrara Fiere e Carrara Congressi) che agisce in un mercato, quello delle fiere, che ha caratteristiche quantomeno speciali. L’attività di promozione del settore lapideo svolta da IMM è anch’essa particolare per sua natura, per non parlare della congressistica. A tutto questo aggiungiamo che gli azionisti principali sono la Regione Toscana, le Province di Massa Carrara e Lucca, i Comuni di Carrara e Massa, e la Cassa di Risparmio di Carrara. Gli argomenti sul tavolo, anche scottanti, sono diversi e per alcuni dobbiamo fornire risposte rapide. La struttura aziendale è di livello elevato e questo mi dà molta fiducia per il lavoro da svolgere, mentre il centro fieristico, per le sue dimensioni e la sua qualità, è un punto di forza che dobbiamo utilizzare al meglio. In sintesi posso dire che vi sono molte difficoltà e molti argomenti caldi nel breve periodo ma guardo al futuro con ottimismo.

SDF: La sua tesi alla Bocconi era sull’internazionalizzazione. Se ne fa un gran parlare, ma le aziende hanno le idee confuse sul vero significato, specialmente le piccole.
G.B: La mia tesi risale a 22 anni fa. Il tema dello sviluppo internazionale era già focale allora ed oggi è diventato una necessità assoluta. E’ più facile attaccare nuovi mercati anche lontani ma certamente vi sono dimensioni di impresa per cui questa attività risulta, nonostante internet e voli low cost, estremamente costosa. Purtroppo vi sono settori industriali dove una dimensione minima è una condizione necessaria e sufficiente per poter stare
nel mercato. I processi di aggregazione di cui tanto si parla sono a volte l’unico modo per poter competere con concorrenti, spesso esteri, più grandi e più strutturati di noi. In Italia abbiamo un approccio molto individualistico all’azienda che a lungo termine ci renderà subalterni a molti altri paesi se non prendiamo rapide contromisure e soprattutto se non cambiamo questo atteggiamento di fondo.

SDF: Ha lavorato anche nella moda. Quali insegnamenti le ha trasmesso questo mondo tutto particolare, ma che è una delle massime espressioni del “Made in Italy”?
G.B: Gli insegnamenti che rimangono molto radicati dalle mie esperienze con Valentino e con Ferragamo sono innanzitutto l’importanza del ‘brand’, il marchio. Le aziende del lusso (non solo della moda) investono cifre da capogiro per nutrire il mito del marchio e, nel lungo termine, questo investimento si rivela sempre il più corretto. Il marketing sul prodotto è importantissimo, ma viene dopo il ‘brand’ che non deve essere solo apparenza, ma tanta sostanza. L’azienda è tutta tesa all’esaltazione del marchio ancora prima che del prodotto. Si arriva a situazioni dove chi lavora in azienda si sente parte del marchio e lo fa suo anche come comportamenti all’esterno. Altro aspetto che mi è sembrato essenziale è l’attenzione ai dettagli in tutte le attività aziendali, la ricerca della perfezione ed il gusto infinito per il bello che certi creativi hanno innato. Da ultimo un grande insegnamento è stata le gestione dei rapporti con azionisti non facili, coi quali aspetti tecnici e aspetti di relazione interpersonale si equivalevano in importanza.

SDF: Dal 1987 al 1990 è stato a Los Angeles per realizzare studi di mercato e della concorrenza ed e strategie competitive per produttori italiani negli USA. Che caratteristiche ha oggi il mercato USA che resta nel bene o nel male quello di riferimento per le economie mondiali?
G.B: Ho frequentato di recente il mercato americano e ne ho tratto la sensazione di un mercato sempre molto interessante e aperto. Rimane però ancora un mercato difficile, con alti e bassi imprevedibili e controparti non certo facili da trattare. Torniamo al concetto già espresso di dimensione minima: per trarre il massimo vantaggio da un mercato come quello avere le ’spalle larghe’ è certamente un vantaggio non indifferente.


Giorgio Bianchini, nasce nel 1962 a Carrara; è sposato con due figli. Si laurea nel 1985 in Economia e Finanza Aziendale alla Bocconi di Milano con una tesi sulle strategie d’internazionalizzazione. Dal 2005 è socio e amministratore delle società del Gruppo Benetti (Benetti Impianti, Benetti Macchine, Bendiam e Bencore).
Fra i principali incarichi ricoperti: Direttore finanziario del gruppo Nautors’ Swan Firenze (Gruppo Ferragamo) che produce e vende barche a vela di lusso, Direttore finanziario di Astaldi Spa, impresa di costruzioni di Roma, Direttore finanza e controllo di Valentino Spa, Roma, Consulente di direzione aziendale Gruppo CAST, Consulenza di direzione. Nel 1987-98 è stato consulente presso l’ufficio CAST di Los Angeles per la realizzazione di studi di mercato, concorrenza ed elaborazione di strategie competitive per produttori italiani negli Stati Uniti, e Co-ordinator of international operations alla Perfect Data Corporation di Los Angeles, azienda specializzata in accessori per computer.
È stato eletto nel luglio 2007 Presidente dell’Internazionale Marmi e Macchine Carrara Spa e successivamente Presidente di CarraraFiere la società totalmente controllata da IMM che gestisce il complesso fieristico e le manifestazioni.
L’assemblea dei soci IMM ha nominato il CDA che, per i prossimi tre anni, sarà composto da Giorgio Bianchini e Aldo Canali in rappresentanza del Comune di Carrara, da Patrizia Vianello e Giorgio Carletti (nominati dalla Regione Toscana), da Giancarlo Bernieri (in rappresentanza della Provincia di Ms Carrara) da Loris Barsi (CCIAA Lucca) e da Andrea Valsega nominato dalla CR di Carrara come principale socio privato della società. Il numero dei consiglieri passa da ventitrè a sette, con una larga presenza di imprenditori. Su proposta del sindaco di Carrara, Angelo Zubbani, l’assemblea ha nominato anche Loris Barsi come vice presidente. Forte riduzione per i compensi degli amministratori che passano, per il presidente da 32.000 a 12.000 euro annui (lordi). Non previsti compensi per la vicepresidenza vice presidente. Gettone presenza dei consiglieri da 130 a 100 euro a seduta.

* L’intervista è stata pubblicata su Versilia Produce Ottobre 2007. Si ringrazia Cosmave e Stefano De Franceschi, autore dell’intervista, per la disponibilità alla rieditazione

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Cave di Fantiano, Taranto
U.T.C.-Settore LL. PP. di Grottaglie e d_progetti DONATI D’ELIA Associati

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La planimetria generale di progetto

E’ la gravina un crepaccio, una sorta di burrone anche molto profondo, scavato dalla penetrazione delle acque nella roccia calcarea. La Puglia ne è ricca in virtù della specifica formazione geomorfologica, con la conseguente assenza di una ben definita idrografia superficiale in favore di falde e serbatoi d’acqua in profondità (l’argomento è già introdotto in precedente post: Omaggio al Salento). Fuori terra il paesaggio si sfaccetta dunque nella serie di conformazioni tipiche quali ad esempio, oltre alla gravina, il cosiddetto pulo (ad esempio di Altamura, di Andria, di Molfetta) paragonabile alle doline carsiche. Oltre a questo, vi sono gli interventi antropici, spesso orientati a vedere nella ricchezza di materiale lapideo d’origine calcarea la facile opportunità estrattiva. S’incontrano allora sovente sul territorio siti solitamente organizzati secondo la tipologia della cava a fossa: sono esse cave generalmente inserite in un contesto pianeggiante caratterizzate dall’avere i quattro fronti ad un livello inferiore al piano di campagna circostante, e vengono classificate in base alla profondità. E’ così che da una stima superficiale si rileva in Puglia un numero di cave in disuso maggiore di quelle in attività. Rimandando per l’approfondimento ad un articolo di Antonio Aprigliano, nella sola provincia di Bari si contano più di 600 cave abbandonate, nella provincia di Lecce vi sono all’incirca 20 cave abbandonate per ogni 100 Kmq, Taranto ne conta 13 per ogni 100 Kmq, Foggia e Brindisi meno di 10; la maggior parte di questi siti risulta non avere specifici utilizzi.
Il caso di Fantiano nei pressi di Grottaglie può allora risultare emblematico quale segno d’inversione di direzione. In virtù forse della consistenza paesaggistica di per sè già monumentale ed a fronte anche dei solleciti derivanti da utilizzi impropri delle aree dismesse d’attività estrattiva alle finalità della discarica non regolamentata, gli enti territoriali ai vari livelli dal regionale al locale intraprendono dall’anno 2004 la strada dell’intervento di riqualificazione. Esso riguarda area molto ampia: circa 8 ettari a nord-ovest dell’abitato di Grottaglie, a loro volta abitati in passato fino al consolidarsi del centro urbano adiacente. L’attività estrattiva vi ha funzionato tra gli anni ‘50 e ‘70 di secolo scorso, permettendo d’ottenere discreti quantitativi di conci di tufo e sabbia calcarenitica.
Parallelamente al progetto, la comunicazione degli studi e degli approfondimenti alla base dell’attività di recupero, così come delle modalità del recupero stesso, risulta importante per la condivisione da parte della comunità. Non secondaria a questo scopo è la realizzazione del sito apposito cui si rimanda per approfondimenti anche storici sul caso.
Estrapoliamo infine alcuni passi della relazione di progetto per migliore descrizione delle opere.

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La collocazione dell’area

(…) Le analisi dell’area d’intervento mostrano la coesistenza di zone coltivate ad oliveto, del bosco di Pino d’Aleppo coincidente con la Gravina e le cave.
Si rileva un caratteristico paesaggio fatto di natura ma anche di suggestive forme e presenze architettoniche, resti di antiche presenze (le Grotte) e di più recenti attività estrattive (le Cave) che hanno modificato in modo sostanziale il paesaggio, diventandone parte costitutiva. Gli scarti della produzione, depositati in strati ed in cumuli, raggiungono dimensioni a volte impressionanti, addolciti nei decenni successivi dall’azione degli agenti atmosferici. Il contesto naturale appare segnato da sbancamenti, rilevati, cumuli di materiale sterile prodotto nei procedimenti di estrazione. Le masse più rilevanti e le depressioni formatesi in tutto il periodo di attività della cava, interagiscono con i torrioni (monoliti) di calcarenite rimasti, perchè non idonei allo sfruttamento.
(…) La realizzazione di un Parco Attrezzato per attività teatrali, culturali, spettacolari e del tempo libero nelle Cave di Fantiano, quale intervento di risanamento, recupero, riqualificazione e valorizzazione di tale vasta area, rappresenta l’occasione per costituire, a livello territoriale, un sistema integrato di spazi polivalenti attrezzati per la collettività.
(…) Dall’area di sedime, ove attualmente è presente la depressione del terreno oggetto di discarica abusiva, si prevede la realizzazione di una cavea che utilizzerà in parte i gradoni esistenti (oggetto della lavorazione estrattiva) ed in continuità con questi, iterando il “segno” si realizzeranno le ulteriori gradinate sempre in tufo (riutilizzando in massima parte quelli sparsi ancora presenti nel sito).
Le sedute per gli spettatori saranno realizzate in blocchi squadrati di pietra calcarea del tipo locale, mentre i gradini di smistamento saranno realizzati con mattoni in cotto tipici della produzione ceramica locale. Pertanto, sia altimetricamente che planimetricamente la cavea si adagerà ed integrerà in modo assolutamente rispettoso lo stato dei luoghi. Al di sotto di una parte di tale cavea (come fosse un’opera ipogea) saranno realizzati i servizi igienici degli spettatori e le centrali tecnologiche, sfruttando, altresì parti del vuoto costituito dalla depressione del terreno da bonificare.
Per quanto concerne invece il palcoscenico e il blocco dei camerini e servizi per gli artisti/addetti, questi saranno ubicati a ridosso dell’attuale fronte di cava, che costituirà la quinta naturale per le rappresentazioni spettacolari.
La quota altimetrica del palcoscenico e l’ingombro planimetrico dello stesso elemento coincide con l’attuale banco tufaceo e materiale di risulta presente ai piedi del fronte cava, Si prevede infatti la pulizia di dette superfetazioni e la realizzazione del palcoscenico, risagomando tale piano, il cui calpestio avrà finitura con listoni di legno trattato per esterno. Posteriormente al palcoscenico si realizzerà il blocco di camerini e servizi per gli artisti ed addetti.
Tale manufatto interamente realizzato con blocchi di tufo a vista (utilizzando ove possibile i conci presenti in loco), rispetterà l’ingombro attualmente rappresentato dall’esistente banco di cava, integrandosi pertanto in modo completo all’intorno paesaggistico.
(…)

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L’anticipazione dell’area adibita a rappresentazioni pubbliche

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Progetto: U.T.C. Settore LL.PP. Comune di Grottaglie, d_progetti DONATI D’ELIA Associati

Collaboratori: Geom. Angelo Di Bello, Geom. Vincenzo Latenza, Patrizia Donati, Arch. Alessandro Fischetti, Ing. Gerardo Bonomo, P.I. Marcelo Perrini, Carlo Siciliano, Roberto D’Elia, Chicco Raschillà.

Geologia: Geol. Jean Vincent C.A. Stefani

Fattibilità ambientale: Agr. Pietro Tripaldi

Consulenza pubblico spettacolo: Ing. Pier Paolo Raho, P.I. Luigi Calabretti

di Alberto Ferraresi

(Vai al post Omaggio al Salento)
(Vai al sito del Pulo di Altamura)
(Vai al sito del Pulo di Molfetta)
(Vai all’articolo di Antonio Aprigliano)
(Vai al sito delle Cave di Fantiano)
(Vai alle fotografie della Gravina di Fantiano)

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2 gennaio 2008

Eventi

ARQUITECTURA ESPAÑOLA
Il linguaggio della pietra tra costruzione e figurazione

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Ingresso alla Mostra organizzata da Vincenzo Pavan in Marmomacc 2007

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Una mostra può diventare un’importante occasione per dare spazio al dibattito e alla discussione sull’architettura. La scelta della Spagna, considerato uno dei paesi più dinamici dal punto di vista della cultura architettonica e progettuale, costituisce una sorta di strumento critico per leggere le trasformazioni intercorse negli ultimi dieci anni e indagare le ragioni profonde di questo successo. Sono state selezionate quindici opere di architetti appartenenti a diverse generazioni e a diverse realtà geografiche, ma accomunati tutti nel rivendicare con l’uso del materiale lapideo i principi inalterabili di bellezza, utilità e solidità, e nel rifuggire quelli più attuali di superficialità, ambiguità e fragilità. Il loro lavoro infatti, pur mantenendo le inevitabili specificità del progetto e del luogo, testimonia una continua tensione nel rendere più profondo il vero significato di una disciplina che incide sempre di più sulla società civile e che sempre più spesso si vuole elevare alla categoria dell’arte.
Questo modo di presentare l’architettura permette di individuare tendenze, sfumature e contrasti nell’impiego di un linguaggio lapideo che appare sempre più diversificato e aperto alle nuove sperimentazioni consentite dall’evoluzione tecnica tecnologica. In questo periodo si sono infatti moltiplicate le tendenze: a quelle tradizionali del rivestimento di pietra secondo un linguaggio minimale e purista, si è affiancato l’impiego di piani litici traslucidi e di elementi massivi, strutturali e di rivestimento, che confermano il preciso ruolo tettonico del materiale lapideo.

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F.Alonso, casa di Puerta da Hierro, Madrid, 1985
Picado – De Blas Arquitectos, Teatro e Auditorium, San Lorenzo de el Escorial, 2006

Per capire questa evoluzione è tuttavia necessario comprendere la specificità dell’architettura in Spagna rispetto al resto dell’Europa, per evitare facili generalizzazioni e banali luoghi comuni, riconoscendo come il linguaggio legato all’uso della pietra non nasca da scelte superficialmente ed esclusivamente estetiche, ma trovi la propria ragione d’essere in precisi intenti figurativi e di rappresentazione dell’architettura stessa, che si fondono con le scelte costruttive e le basilari esigenze pratiche dell’architettura perchè, come scrive L. Kahn, “nell’architettura di pietra, la singola pietra diventa più importante della casa. La pietra e il sistema architettonico erano una sola cosa”.
Nel 1968, quando sulla Spagna gravava ancora il muro dell’isolamento che pdivideva la società dal resto d’Europa, Vittorio Gregotti scriveva “In Spagna c’è una specie di silenzio, di spazio immobile, figurativamente antico, estraneo all’ansia trasparente e al movimento dello spazio centroeuropeo da cui nasce l’architettura moderna”. Oggi a distanza di quaranta anni quel muro è crollato, la Spagna e la sua società sono integrati in Europa, gli architetti spagnoli sono chiamati ad insegnare nelle più prestigiose università europee ed americane mentre alle loro architetture sono stati dedicati libri, riviste, convegni e mostre in tutto il mondo. Tuttavia è rimasto qualcosa di questa inclinazione al silenzio nel loro metodo progettuale che preferisce scelte elementari e minimali che corrispondono al motto di epoca barocca “il buono, se è breve, è doppiamente buono”, dove l’obiettivo di questa “brevità” ricorda molto da vicino il più moderno e noto “less is more”, ma ci ricorda anche valori quali la durata e la solidità costruttiva, concetti che di fronte all’odierna e imperante ansia per la novità ci appaiono ancora più antichi e necessari.

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C. Ferrater, Casa Togomago, Ibiza, 2001
Palerm & Tabares de Nava Arquitectos,telier della Fondazione “C. Manrique”, Lanzarote, 2004

A questo punto è fondamentale ribadire alcune delle ragioni profonde del successo che attraversa l’architettura in Spagna, ragioni di natura diversa e che affondano tutte nella storia spagnola del XX secolo e nella sua realtà politica, economica e sociale.
In primo luogo c’è stato il paziente lavoro culturale e professionale di un’intera generazione di architetti (A. de la Sota, F.J. Saenz de Oiza, J.A. Coderch, O. Bohigas e J.M. Garcia de Paredes) che, distante dal franchismo da un punto di vista intellettuale, ha permesso di gettare le basi di un insegnamento universitario di altissima qualità. La preparazione degli architetti spagnoli si distingue infatti per la perfetta armonia tra un sapere tecnico, che fornisce loro un continuo controllo razionale sul processo progettuale, e una ricerca teorica e compositiva, che riguarda sia la composizione architettonica in senso stretto che quella su scala urbana e ambientale. Il senso della disciplina acquisito durante gli studi consente loro di valutare e gestire con sicurezza le influenze esterne e gli stimoli della storia e del luogo, elementi che, diventando materia di progetto, permettono di sviluppare un rapporto istintivo che annulla il tempo e le contingenze, facendo riemergere i nuclei fondativi dell’architettura stessa quali spazio, luogo e costruzione. Questo si è trasformato nel tempo in una capacità di proiettare l’essenza del passato nel presente rimanendo, per usare un’espressione di Fernando Tavora, “tradizionalmente moderni” e sottoponendola al confronto con le ricerche contemporanee, sia quelle legate allo spazio architettonico generato dal telaio strutturale, che quelle legate alla sua definizione e ai materiali.
Un’altra ragione risiede nel “Patto Sociale” che ha consentito agli architetti di realizzare qualsiasi edificio, dal disegno di progetto al collaudo, ma sotto la loro diretta responsabilità. Questo essere responsabili sotto ogni aspetto comportò per loro la necessità di avere competenze professionali le più complete possibili, sia quelle tecniche che quelle artistiche, e a considerarle tutte parte integrante del progetto.
La preparazione universitaria e la continua pratica progettuale hanno consentito ai progettisti di realizzare opere aderenti alla realtà sociale ed economica in cui intervengono, fino a creare un’architettura diffusa e condivisa da gran parte della società spagnola. Questo ha determinato da una parte lo svilupparsi di una committenza “illuminata” e di una pubblica amministrazione sensibile ai problemi culturali e pratici che l’architettura stessa propone, mentre dall’altra ha garantito l’elevata professionalità degli architetti che, consapevoli delle conseguenze materiali dell’architettura, si sono organizzati in collegi professionali che favoriscono la qualità del prodotto e il cui statuto è determinante nella definizione di una modalità condivisa.

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R.Moneo, Municipio, Murcia, 1998
C. Portela, casa rurale, Galizia, 1979

Il successo della loro architettura risiede anche in un altro aspetto culturale: l’abbandono da parte degli architetti spagnoli delle posizioni avanguardiste e la perdita di qualsiasi pretesa di trasformare programmaticamente la realtà. Questo atteggiamento culturale ha consentito l’affermarsi di un’architettura che è razionale e reale allo stesso tempo: razionale nel senso che il moderno continua ad essere la base di partenza, non da un punto di vista esclusivamente stilistico, ma da un punto di vista metodologico che facendo proprie anche le critiche del post-moderno, ha evitato il rischio di dare vita alle illusioni utopistiche che entrambe le correnti possono generare. Da questo contatto con l’oggettività della disciplina architettonica deriva l’aggettivo di reale che, come sostiene I. de Solà Morales, “non è norma stilistica ma è un riconoscimento delle circostanze quotidiane che fanno da contrappeso al razionale ed evitano le astrazioni a cui il razionalismo potrebbe indurre”.
Questo realismo si manifesta ad esempio nell’uso ricco di immaginazione dei materiali tradizionali ai quali è affidata una precisa funzione espressiva che evita di legarsi ai materiali tipici di una modernità superficiale e dimostra come le proposte progettuali della contemporaneità in campo spaziale e compositivo siano realizzabili anche con materiali tradizionali e tecniche antiche. Questa consapevolezza è stata favorita dalla struttura economica del paese, dove si è conservata un’arte muraria che pratica la costruzione di muri con malta, mattoni o pietra, al posto del montaggio a secco di elementi prefabbricati, con notevoli conseguenze sull’immagine che l’architettura trasmette di sè.
Il rispetto per le condizioni oggettive del fare architettura non limita tuttavia la loro capacità creativa, ma iniziando il discorso progettuale dalla realtà urbana e sociale, sono capaci di rispondere alle sfide della contemporaneità e alle difficoltà che ogni progetto implica. Questa creatività si manifesta ad esempio nel particolare modo di intendere il restauro, sia del singolo monumento che di un brano di città che la storia ha consegnato. Ristrutturazioni, ampliamenti e trasformazioni di manufatti storici o più semplicemente dell’esistente vengono affrontate senza l’imbarazzo per il nuovo e la soggezione per l’antico, ma stabilendo un costruttivo dialogo tra il presente ed il passato, nel quale nulla è stato perduto e dove non si rimpiange nulla, ma con il quale si è trasformata l’architettura in qualcosa di diverso, ora per giustapposizione, ora per stratificazione dei diversi ambiti, e nel quale continuità significa assimilazione.

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Moneo, Municipio, Logroño, 1976
A. de la Sota, Sede del Gobierno Civil, Terragona, 1957

A questo punto è lecito chiedersi se esiste un linguaggio architettonico spagnolo, intendendo per linguaggio un “sistema di segni, simboli e regole per mezzo dei quali avviene qualsiasi forma di comunicazione”. Fare questo in un panorama architettonico globale che tende a omologare può portare all’individuazione di un presunto “stile Spagnolo” comodo da esportare in altre realtà storiche e culturali diverse, dove tuttavia il rischio maggiore diventa quello di perdere l’elemento “sintattico” del fare architettura in Spagna e quindi il significato stesso che la disciplina ha qui raggiunto. Essi infatti hanno saputo, con una paziente ricerca interiore, smussare gli aspetti più spigolosi del razionalismo, mentre l’architettura è stata riconnessa con il passato, la società e l’ambiente, attraverso un dibattito culturale che ha fatto “parlare” di architettura gran parte del paese. Questo dialogo, che nel corso dei decenni si è arricchito diventando una conversazione a più voci, ha consentito di individuare le coordinate entro cui muoversi: un’indagine scientifica che indaga, esplora e scopre i limiti della disciplina, (materiali, tecniche costruttive, composizione), e la creazione artistica che fa della poesia il mezzo per riconciliare le necessità pratiche dell’architettura con quelle spirituali dell’uomo.

Angelo Bertolazzi

Leggi anche La natural seduccion de la piedra

(Vai a Marmomacc)

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29 dicembre 2007

Pietre dell'identità Progetti

Il piazzale Rocce Rosse ad Arbatax
Gaetano Lixi – STUDIO CINQUANTUNOUNDICI S.r.l.

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Alcune simulazioni di progetto

In Ogliastra il terreno è aspro e normalmente montuoso: la regione si estende infatti nella zona centro-orientale della Sardegna tra il Golfo di Orosei ed il Monte Ferru, con le alture della Barbagia a schiacciare lingue più docili di terra verso il litorale tirrenico. Qui, al centro dell’Isola ed in prossimità dell’unico porto di rilievo, accanto ai moli di Arbatax in prossimità del mare si trova un’area destinata in secolo scorso ad attività estrattiva. Non solo graniti ma porfido s’ottengono da questo luogo di cava (con un click una foto storica), per altro nella sua qualità più tipica di colore rosso: nel nome risuona infatti la radice vera del porfido, comune alla natura porfirica ed alla porpora, dovuta alle cromie rosse comprese nell’impasto eminentemente vulcanico.
La cava risulta dismessa dai tempi tutto sommato recenti del completamento ai lavori del porto. Essa è in parte riassorbita visivamente dalla ruvidezza del paesaggio montano sardo sul lato del fronte di cava. Tra questa ed il litorale, il piano di cava è invece stato ricoperto da riporti al fine di rendere la superficie rapidamente utilizzabile. Da allora l’attività delle amministrazioni locali ha favorito per così dire il reintegro della zona, finalizzandola ad attività pubbliche tramite le quali ora la comunità locale ha familiarizzato con gli assetti recenti, preferendo la continuità nell’utilizzo alla semplice rinaturalizzazione vegetale. Particolarmente note sono le manifestazioni di musica blues nella scenografia delle Rocce Rosse.
Creare dunque per quest’area un assetto stabile utile alla fruizione pubblica è possibile, ma occorre in primo luogo porre in sicurezza un fronte di cava tanto naturale quanto, per così dire, vivo per via delle frequenti possibilità di movimento e frana, particolarmente dalle bordure più alte della scarpata poste ad un’altezza di circa 30 m sul mare. Seguendo quindi la traccia offerta dalla relazione tecnica fornitaci dallo studio incaricato dell’arch. Lixi, è stato eseguito un rilevamento litologico e geostrutturale di dettaglio della parete rocciosa cui ha fatto seguito, lungo le sezioni rappresentative, lo studio di simulazioni cinematiche relative alla caduta massi.

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Un’anticipazione del risultato finale (Click sull’immagine per una vista della scenografia naturale del luogo)

Le ipotesi delle traiettorie e l’andamento delle energie dei massi sono state eseguite su n° 7 sezioni, scelte tra le più rappresentative nei tratti considerati a rischio e utilizzando il metodo della caduta singola. (…) si è imposto, secondo normativa, un valore beta pari a 45° il massimo angolo d’inclinazione del versante sotto il quale avviene il passaggio da un moto di saltellamento a un moto di rotolamento; il raggio medio del masso come distanza minima per impedire di passare alla fase di saltellamento.
Per l’angolo d’uscita si è utilizzato il metodo “Random”; i punti di partenza della caduta sono stati posti in corrispondenza delle pareti, ipotizzando che il distacco possa avvenire ad altezze differenti, compresa quella più critica, ovvero dal bordo della scarpata.
La simulazione è avvenuta in due fasi: nella prima si è simulata la caduta senza la posa di barriere, nella seconda fase si è posizionata la barriera adeguando l’altezza al superamento per proiezione. Per ciascuna sezione sono state eseguite circa 100 simulazioni di caduta.

Il rilievo e le rielaborazioni d’analisi finalizzate al progetto hanno quindi permesso di censire zone diverse dell’area di cava, su cui intervenire nei modi più convenienti in funzione della specificità di ciascuno, quali fasciature, chiodature e reti ancorate nei tratti di fronte più aspro, mentre risultano più indicate sole barriere paramassi in rilevato a ridosso delle creste più basse, se non addirittura uniche risagomature del terreno finalizzate alla dissipazione dell’energia di rotolamento.
E’ anche in quest’ultimo modo che l’attività antropica e le caratteristiche del paesaggio naturale del sito s’intrecciano, per iniziare nuova fase di vita comune. Il progetto desidera infatti ora riplasmare, ora consolidare plasticamente il calpestio, sulla base di quanto emerge dal letto di cava preesistente. Le linee del nuovo piano in accostamento al litorale sfaccettano con tagli netti e distesi i dossi – parte naturali e parte artificiali – alle spalle del bagnasciuga, come a richiamare visivamente un nastro pieghettato ed appoggiato al terreno, con sensibilità vicina al fare artistico quale è quella dell’arch. Lixi. Anche in questo senso deriva al luogo un principio d’ordine, pur nell’articolazione e nelle peculiarità naturali dell’area specifica.
Nel medesimo gesto d’appropriazione al luogo mediante il piano orizzontale, i progettisti individuano ulteriore chiave della ricerca d’equilibrio col paesaggio. Complice anche la volontà di recupero dei materiali di scarto delle lavorazioni e delle graniglie ai piedi del fronte di cava, s’imposta una campagna di prove e schedature, finalizzata al reperimento delle sabbie di derivazione lapidea locale più adatte alla produzione ed all’invecchiamento di mattonelle di progetto, deputate alla ricopertura di tutti i nuovi piani di calpestio.

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Il fronte di cava

photogallery

Progetto:
Arch. Gaetano Lixi
Ing. Ginevra Balletto
Ing. Enrichetto Piroddi
Arch. Fabio Balia
Arch. Jorge Burguez

Cronologia progetto:
2004-2005

Localizzazione:
Arbatax

di Alberto Ferraresi

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Rettorato della Universidade Nova, Lisbona (1998-1999)
di Manuel e Francisco Aires Mateus*

English Version

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Veduta generale del Rettorato universitario

Due caratteristiche specifiche rendono esemplare l’opera dei fratelli Aires Mateus. La prima è legata al valore urbano dell’intervento: un’operazione insediativa molto delicata per la morfologia del luogo, per le preesistenze storiche del contesto come il Collegio dei Gesuiti e il parco di Monsanto; la seconda al ruolo istituzionale che l’edificio rappresenta per la città trattandosi del Rettorato della Universidade Nova di Lisbona.
Alto valore disciplinare assume, poi, in sè, la carica innovativa dell’opera. I volumi raccolgono lo spazio come le sculture del basco Chillida dove le incisioni nel pieno assegnano pari importanza ai vuoti rispetto alla materia che li contiene. I corpi architettonici sono chiari e ben saldi, ma anche ambivalenti e si trasformano – se traguardati da particolari angolazioni dello spazio urbano – in “fogli sottili” posti ad avvolgere lo spazio, oppure ad “aprirsi” attraverso sottili fessure. In questo quadro generale s’iscrive l’uso della pietra, l’unico materiale declinato a vista per dare carattere e permanenza a questo luogo pubblico della città.
Ad un’analisi attenta si coglie il principio che alimenta la concezione dell’intero intervento affidato alla continuità delle superfici che generano l’opera sotto due aspetti: urbano e architettonico.
Nella soluzione avanzata dai Mateus il Rettorato è un unico corpo di fabbrica (caratterizzato da un volume con spessore costante di undici metri) piegato ad L con il lato verticale alto fino alla gronda dell’adiacente Collegio dei Gesuiti e il lato corto posto a formare la piattaforma basamentale orizzontale adagiata sul terreno. Un angolo retto, chiarissimo in sezione, che ridefinisce chiaramente gli spazi esistenti e i rapporti urbani. Un unitario volume rivestito omogeneamente di pietra chiara. La forma scultorea, elementare, incastrata nel pendio, rende la nuova istituzione universitaria parte dell’orografia urbana circostante.
Il volume verticale accoglie gli uffici mentre il plateau orizzontale, che assume come copertura la piazza e come fronte la scala monumentale, contiene funzioni diversificate: ingressi, foyer, sale riunioni e sale conferenze. Al fine di mantenere la continuità spaziale fra i due corpi di fabbrica viene strutturato, nel punto di cerniera, uno spazio articolato a tutta altezza collegato allo spazio fluido del foyer al piano terra.

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La suggestiva captazione della luce zenitale

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Spazi di distribuzione interni

All’interno si riceve l’emozione di percorrere un grande spazio orizzontale che si ripiega, improvvisamente, a cambiare direzione e sviluppo per essere proiettato in alto, verso la luce fatta discendere scenograficamente dalla sommità del corpo verticale. All’esterno, l’intonazione perentoria, rende il volume verticale più leggero e maestoso allo stesso tempo legandolo indissolubilmente con quello orizzontale; il solido tridimensionale si trasforma – se guardato frontalmente dalla piazza – in “superfici bidimensionali” (in realtà spesse 45 cm) alimentate dal disegno del rivestimento litico in lastre orizzontali. Metaforicamente un unico foglio ripiegato che – agganciato al lato cieco della rampa – sale verticalmente, chiude la copertura in alto, scende (animato dai chiaroscuri degli sfondamenti parietali) fino al piano terra, continuando, poi, con la superficie del suolo, nella pavimentazione della piazza. In questo modo il foglio ripiegato, visto lateralmente, è una linea e rende il fronte della gradinata permeabile ed aperto: da un lato, il vuoto della loggia vetrata e filtrante verso l’interno; dall’altro la scalinata, “stilobate” della piazza.
La precisione geometrica dei volumi e gli effetti pieno-vuoto che ne derivano favoriscono una lettura unitaria e solida della complessità del polo universitario.
La superficie lapidea del rivestimento, ottenuto con lastre di spessore di 3 cm, è costruita attraverso un disegno tessiturale (che ricorda le pavimentazioni in pietra a correre) impostato su corsi orizzontali con altezze differenziate e giunti verticali sfalsati. Il tocco magistrale di questo intervento si condensa nelle aperture in forma di tagli praticati sulla superficie del volume emergente; le incisioni orizzontali, da parte a parte, interrompendo virtualmente il piano litico risolvono – figurativamente e funzionalmente – anche il rapporto fra parete, basamento e pavimento della piazza.

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Scorci del volume verticale che contiene gli uffici del Rettorato

photogallery

Contemporaneamente, nello spirito della continuità delle superfici, le aperture degli uffici sulla facciata prospiciente piazza sono ricavate sostituendo direttamente alcuni tratti di corsi orizzontali di pietra con lastre di vetro a filo. Nella “facciata libera” così concepita, viene abolito ogni riferimento alle strutture portanti, sapientemente poste in secondo piano, assegnando alla composizione della parete, una connotazione grafica fortemente debitoria dei “segni scuri”, di diverso spessore, che incisi sulla materia si distendono con ritmo orizzontale sul fronte respingendo ogni riferimento alla verticalità. Le aperture, di altezze diverse, sembrano appartenere alle stratificazioni litiche del rivestimento distribuite liberamente ignare l’una dell’altra. Dietro il vetro a filo, che garantisce la continuità parietale, gli imbotti delle finestre sono di metallo scuro e risultano parte integrante dell’infisso arretrato. In questo modo lo strato litico perde ogni spessore diventando “grafica pura” e felice icona dell’intervento.

Gabriele Lelli

*Il saggio è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L’architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624.

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23 dicembre 2007

Ri_editazioni

RACCONTI DI PIETRA*
Madre, Abraccio, Casa, Forza, Silenzio, Rispetto, Bellezza, Architettura, Unicità, Patrimonio non rinnovabile

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Foto Palmalisa Zantedeschi

Abbraccio
Una tenue carezza, un lieve tepore, amicizia, amore.
Camminando per le assolate vie di campagna costeggio bianchi muri di pietra su cui giacciono, immobili e svagate, lucertole insonnolite. Le fronde rade e cadenti dei salici mi attorniano, mentre una mano leggera sento che si poggia sulla mia spalla. Mi volto e non vedo nessuno, mi guardo intorno: sola.
Il frusciare dei pioppi nell’aria odorosa di vento alimenta il mio respiro, indirizza il cammino e segna il mio destino. Fra realtà e fantasia, fervida immaginazione si confonde con inquieto e presente pensare, creando palpitazioni, accesi focolai di gioie e dolori.
È il sole che mi cinge e mi avvolge, cullandomi nel suo infinito essere astrale. Mistero e poesia, spensieratezza e malinconia: un abbraccio sublime, soffice e nebbioso come l’aria di primavera, soave, affettuoso e suadente come un candido petalo in fiore. Nel suo felice connubio rivivo primordi di vita e passione, attimi di esistenza segreta nascosti dietro tremori e paure, rubati alla tristezza per seguire un sentiero comune.
Non sono più sola: intorno a me c’è luce, calore profondo che irradia il mio volto come quello di mille altre persone, fascio di stelle che si poggia lieve sulla natura e sul creato, indistintamente. Non valgono razze, generi e stili; ogni diversità si stempera e si acquieta nella magia di un’anima universale, che restituisce dignità e presenza, diritto di esistenza.
Ma improvviso mi sorge un dubbio, mi attanaglia un irrisolto pensiero:
“Amante segreto e universale, che regali armonia, dispensi pace e tranquillità, chi ti ha mandato sulla terra? Chi ti ha indicato la strada, sporca e fangosa, ripida e impervia, per giungere al nostro umile, disprezzato e crudele mondo?”
Un bianco afflato di nuvole risponde, facendo spirare tiepido scirocco africano e fresco maestrale dal sapore di mare:
“Ho scelto con ardore di donare ogni mio raggio e ogni mio bagliore a voi. Che il mio abbraccio vi porti consiglio, che la consapevolezza del mio sentire infonda in voi clemenza e bontà. Che vi aiuti a far nascere dalla terra ricchi frutti, con i quali sfamare popoli bisognosi. Il fuoco che splende in me alimenti le vostre case, bruci la vostra legna e nutra le vostre affaticate membra. Ma bando alla cattiveria e al dolore! Che fra di voi non ci siano mai conflitti e ostilità, ma solo quiete e integrazione. Che il mio dolce amplesso vi ispiri, che possiate stringervi, proteggervi l’un l’altro scacciando il freddo di solitudini e incomprensioni, vincendo ogni affanno e preoccupazione.”
“E come faremo, mio intrepido signore, a spezzare le forti catene della nostra incivile ostinazione, che ci comanda ricchezza a tutti i costi, successo anche a mezzo di prevaricazione?”
“Ricetta universale purtroppo non v’è, per l’ascesi fino al sommo piacere; ma mi appello al vostro buon cuore, e che sia di buon auspicio l’augurio che vi faccio: predico un futuro roseo, col solo, nobile gesto di un semplice abbraccio.”

Nicoletta Gemignani

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* Racconti di pietra, testi di Alfonso Acocella e Nicoletta Gemignani, foto di Palmalisa Zantedeschi

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