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4 marzo 2008

Eventi

LA MAGIA DELLE SUPERFICI DI PIETRA

magia_superfici.jpg
Jørg Utzon, Casa Can Lis, Maiorca 1970-1973
Clikka sull’immagine per scaricare il poster

LA MAGIA DELLE SUPERFICI DI PIETRA
Lecture di ALFONSO ACOCELLA | Università di Ferrara

5 MARZO 2008 ORE 14 AULA A4
FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI FERRARA
IN COLLABORAZIONE CON VERONAFIERE MARMOMACC
CORSO DI COSTRUZIONI IN PIETRA A.A: 2008-2009
PROF. ALFONSO ACOCELLA PROF. VINCENZO PAVAN

Le atmosfere che percepiamo emotivamente attengono alla nostra sfera sensoriale inscritta in processi alchemici capaci di fondere indissolubilmente entità immateriali e sostanze materiali per poi trasferirle razionalmente nel magazzino della memoria come Superfici ricordo.
A questa Magia - che non appartiene unicamente alla materialità delle superfici di pietra – pensavo quando ho consegnato il titolo della mia conferenza agli organizzatori del Convegno “Le più innovative finiture dei materiali lapidei”
di Pietrasanta del 12 Gennaio 2008 e che ora viene riproposta all’interno del Corso di “Costruzioni in pietra” della FAF.

Alfonso Acocella

Programma del Corso
Lectures
Brand Partners
Atelier di progettazione

In collaborazione con
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Statuario Altissimo

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La Cava Cervaiole nel comprensorio estrattivo del Monte Altissimo.

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“Al paragone con qualsiasi altro marmo se si eccettuano quelli dell’antica Grecia che lo pareggiano ma non lo superano, si nota l’eccezionale bianchezza, la pasta saccaroide per eccellenza e l’assoluta obbedienza ai colpi dello scalpello …” (M. Pieri)
Tra i marmi bianchi lo Statuario è sicuramente uno dei più famosi ed affascinanti e viene estratto sia nelle cave della Versilia che nel bacino di Carrara. Come per tutti i materiali cavati può essere rinvenuto con caratteristiche macroscopiche più o meno variabili. Lo Statuario descritto dal Pieri è infatti di una purezza estrema, bianco avorio con struttura saccaroide, privo di venature, traslucido a bassi spessori; ma si possono trovare anche tipologie leggermente venate, con sottilissime macchiettature che possono localmente presentare un alone rosso bruno. Il materiale può presentare talora una tonalità vagamente carnicina.
Solitamente presente nella parte più alta della successione marmifera, al di sopra dell’arabescato e del bardiglio, può presentarsi in strutture differenti. In alcune aree, infatti, esso si trova intervallato a marmi venati, in alcune cave, invece, come in quella sul Monte Altissimo da dove proviene il nostro campione, esso si presenta in ovuli a struttura rotondeggiante immersi all’interno dei marmi venati.
Dal punto di vista della quantità di materiale estratto, Carrara ha avuto storicamente un ruolo preponderante, tuttavia gli statuari della Versilia si sono sempre distinti per l’elevatissima qualità e sono stati impiegati per grandi opere di architettura fin dal 1500, quando i cittadini di Seravezza, decisero di donare ai fiorentini che ne avevano fatto richiesta, i migliori agri marmiferi estrattivi. Le aree del Monte Altissimo e di Cerasola, quindi, passarono ai Fiorentini i quali vi svilupparono e costruirono nuove vie per la movimentazione dei blocchi.
Si narra che Michelangelo, fino a quegli anni impegnato sul fronte estrattivo a Carrara, sia stato invitato da Papa Leone X a cercare nelle montagne di Pietrasanta e Seravezza quei marmi che erano “della medesima bontà e bellezza” di quelli cavati a Carrara, per poter finire la facciata della Basilica medicea di San Lorenzo. L’invito del Papa non poteva certo essere disatteso e l’artista lavorò duramente per diversi anni alla realizzazione di un sistema viario che consentisse di raggiungere il monte Altissimo. Lo stesso Michelangelo scrive “i marmi che ho cavati sono mirabili benchè io ne abbia pochi” a causa della “malagevolezza del trasporto”. Ma i marmi erano così belli che egli sottoscrisse contratti con i cavatori della zona “ove fosse il marmo bianco atto e scelto per 12 colonne [...] senza peli ben sbozzati per la facciata di San Lorenzo”.
Un implemento del sistema viario fu inoltre favorito dal duca Cosimo I, e questo portò ad un aumento dell’estrazione che subì un drammatico arresto tra Sei e Settecento in seguito alla caduta dei Medici che erano gli artefici del successo degli agri marmiferi versiliesi. La zona cadde nell’oblio fino all’inizio del 1800, quando grandi imprenditori infusero nuova linfa vitale al sistema estrattivo dell’area che presto rifiorì.

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Statuario Altissimo fotografato allo stereomicroscopio a 40 ingrandimenti. All’interno del mosaico cristallino si nota una tenue venatura dovuta alla presenza di microcristalli di colore rossastro.

Descrizione macroscopica
Si tratta di un materiale metamorfico, olocristallino a struttura saccaroide dall’aspetto di colore bianco a grana fine uniforme ed omogenea con locali esili venature giallo bruno e sottili punteggiature submillimetriche scure. Non sono presenti tracce di fratturazioni. La roccia si presenta sana.
Si riga con una lama metallica a giustificare una durezza media dei suoi costituenti pari a 3 della scala di Mohs e reagisce rapidamente in presenza di acido cloridrico ad indicare una composizione prevalentemente calcitica.

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Aspetto del mosaico cristallino che costituisce lo Statuario Altissimo. Nella ripresa a Nicols Incrociati è possibile apprezzare una condizione di isoorientazione dei clasti allungati che si nota grazie al parallelismo delle loro suture. (Microscopio a luce polarizzata, s. s. Nicols incrociati, 2 I.)

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Descrizione microscopica
Microscopicamente la roccia è un litotipo cristalloblastico metamorfico a grana fine, con dimensioni massime pari a 0,8 mm tale per cui la roccia può essere considerata a grana fine. La tessitura è cristalloblastica vagamente lineare, aspetto questo che si può apprezzare per l’allineamento iso direzionale delle suture di compattazione dei blasti. I cristalli hanno forma subedrale, più raramente anedrali o euedrali, ed i contatti sono interlobati o talora ameboidali.
Il componente fondamentale della roccia è dato da calcite, che ne costituisce oltre il 99% dei suoi costituenti mineralogici (durezza 3 della scala di Mohs). Esso presenta due range dimensionali, essendo costituito da cristalli con dimensioni seriate comprese tra 0,5 e 0,8 mm, mentre attorno a questi cristalli di maggiori dimensioni si nota la presenza di individui con dimensioni variabili tra 0,02 e 0,05 mm. I blasti calcitici di dimensioni maggiori sono caratterizzati dalle tipiche tracce di sfaldatura iridescenti, che in alcuni casi possono presentarsi deformate. Sono inoltre presenti in quantità accessorie, minore cioè dell’1%, inclusi microscopici che possono localmente intorbidire alcuni degli individui generando macroscopicamente un aspetto di venatura indistinta e che, a causa delle loro dimensioni non sono riconoscibili. Si osserva anche la presenza di rari minerali opachi submicroscopici che a luce riflessa appaiono e costituiti da probabile magnetite grigia con moderata lucentezza metallica, attorniata da probabile ematite, rossastra interstiziali, che si presentano microgranulari o globosi.
Discontinuità: non si notano tracce di porosità presenti nella roccia, nè tracce di fratture che interessano il mosaico cristallino, si può però notare la presenza di un allineamento delle suture dei vari cristalli che costituiscono la roccia.
Alterazione: non si notano tracce di alterazione.

Definizione petrografica* (secondo EN12670): MARMO (Metamorphic Rocks Classification Charts)

Statuario Altissimo. Geologia
Per quanto riguarda la geologia dei marmi apuani, occorre evidenziare che essi sono caratterizzati tutti da una costante omogeneità genetica. La differenza che si può apprezzare nelle varie tipologie commerciali dei materiali è prevalentemente riferibile alla composizione della roccia sedimentaria di base che ha successivamente subito gli eventi metamorfici. Ad una composizione costituita esclusivamente da un materiale calcareo privo di concentrazioni di ossidi o altre impurità corrisponde, ad evento metamorfico effettuato, un materiale come il bianco statuario. Se invece la roccia sedimentaria iniziale era composizionalmente ibrida, il risultato finale diverrà una roccia più o meno venata.
L’evento deformativo si è quindi sovrimposto evolvendosi in maniera costante ed omogenea in tutta la zona delle Alpi Apuane.

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Carta Geologica d’Italia, foglio 96, Massa. Clikka per ingrandire l’immagine

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La geologia apuana risulta essere comunque alquanto complicata in quanto le formazioni che vi affiorano appartengono a differenti unità a struttura complessa che hanno subito una altrettanto complessa evoluzione tettonica che si è sviluppata durante l’Era Cenozoica, nell’Oligocene superiore, in una età stimata pari a 34 -27 milioni di anni quando, dopo un primo evento compressivo collisionale che generò le prime condizioni di deformazione e metamorfismo con un “raddoppio” della successione toscana, seguì una seconda fase sempre deformativa ma a questo punto collegata ad una condizione tettonico – distensiva che provocò il sollevamento di unità strutturali profonde a quel punto già metamorfosate.
Le Alpi Apuane possono essere considerate un bell’esempio di “finestra tettonica”, con l’affioramento dell’Autoctono Apuano, metamorfico, circondato dai terreni non metamorfici della Falda Toscana, ad essa sovrascorsa. Tra il nucleo autoctono metamorfico e l’unità sovra scorsa si trovano due complessi di scaglie tettoniche con caratteri di metamorfismo intermedio, mentre tettonicamente sovrapposte alla falda toscana si trovano unità anche esse alloctone che provengono dal dominio ligure.
In termini molto semplici, quindi, se sui vuole cercare di ricostruire la condizione di formazione dell’area Apuana, possiamo verosimilmente ipotizzare che fino al Terziario fossero ancora presenti in condizione pressochè indisturbata, la Falda Toscana e, direttamente ad est, l’Autoctono Apuano, entrambe simili come condizione di sedimentazione in ambiente marino. Nell’oligocene superiore, però, si sono impostate condizioni compressive che hanno agito in maniera differenziata sulle varie falde di sedimentazione. A questo punto, quindi, nell’olocene superiore la Falda Toscana si è scollata dal basamento e, scorrendo sulle evaporiti del Norico , si è sovrapposta sull’Autoctono Apuano assieme, per parte, all’Unità di Massa che però affiora solo nella zona occidentale della finestra tettonica e all’Unità Ligure che rimane però a contorno della finestra tettonica toscana.
Successivamente, dopo questa prima fase compressiva si è instaurata una fase distensiva che ha provocato l’esposizione della zona metamorfica per denudazione e sollevamento connessi con ulteriore assottigliamento crostale (Pliocene –Pleistocene) in quella che alcuni interpretano come una “pop-up structure”. Durante tutto questo periodo che va dall’ Oligocene superiore (27 MA) fino al Tortoniano (10 MA) che durante l’orogenesi ha provocato sul nucleo Apuano un metamorfismo di bassa pressione e bassa temperatura (facies di Scisti Verdi), si sono sovrapposti almeno due eventi deformativi, dei quali uno ha generato strutture Adriatico-vergenti, mentre il secondo ha impostato strutture Tirreno-vergenti. La più recente tettonica distensiva con direzione appenninica (NW-SE) ha dissezionato la struttura di sovrascorrimento secondo l’attuale direzione di allungamento della finestra tettonica Apuana e sovrimponendosi agli assi di deformazione precedenti complicando in maniera ancor maggiore la storia evolutiva e conoscitiva di tutta la zona.

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Cava Cervaiole: intercettazione di una cavità carsica in fase di progressione dell’attività estrattiva.

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Le cave dello Statuario
Differenti sono le cave da cui viene o veniva estratto lo Statuario. Esse fanno riferimento ai comprensori di Seravezza, Massa e Carrara. I campioni analizzati in sezione sottile provengono dal Monte Altissimo, Cava Cervaiole. Tale definizione areale di provenienza è importantissima perchè il materiale può presentare minime modificazioni allorquando provenga da zone differenti. Come accade in tutte le cave del mondo anche il giacimento delle Cervaiole presenta a tratti impurezze e discontinuità che i sapienti cavatori dell’Altissimo grazie ad una secolare esperienza continuamente supportata da innovativi metodi di analisi ed escavazione della pietra sanno riconoscere per ottimizzare l’attività estrattiva e selezionare materiali di altissima qualità da inviare sui mercati di tutto il mondo.
Impurezze di composizione, ad esempio, si traducono quasi sempre nella presenza di macchie macroscopicamente incompatibili con la commercializzazione del materiale. Se si ha la presenza di dolomite che intorbidisce il marmo di colore marrone si parla, in gergo toscano, di durea, o di frescume se tali impurità non sono comunque eccessive, se invece è di colore grigio scuro si parla di tarso. Se gli inclusi sono silicatici, quarzo o calcedonio, si parla di duri. Oppure ancora di taroli, piccole cavità di esigue dimensioni, o ancora di lucciche, in coincidenza di piccoli pori totalmente o parzialmente cristallizzate da calcite, chiamate stelle qualora esse siano costituite da quarzo; o ancora le salici, venature verticali molto lunghe con inclusioni di calcite o di altri cristalli; le macchie lenti, dovute alla concentrazione di fillosilicati, le macchie tabaccose, dovute a macchie e venature giallognole, simili a stiloliti, le tarme, riconducibili a dissoluzioni carsiche, il marmo cotto, porzione del marmo alterato che acquisisce un colore bianco latte ed una tipica tessitura sfatticcia. Per non parlare delle fessurazioni più o meno visibili: i peli, i peli furbi, i peli chiusi detti anche fili, sedute o scarpine…. e la presenza di pirite e siderite che possono alterare ossidandosi e provocando macchie di ruggine i tabacchi. E come non ricordare le aperture di cavità carsiche intercettate con l’evoluzione dalla attività estrattiva e dovute al discioglimento del calcare da parte dell’acqua… Le grotte, gioie e dolori delle Apuane che hanno mosso guerre neanche tanto intestine… gioia degli speleologi, che hanno riconosciuto il complesso carsico Apuano tra i più estesi e belli del mondo, dolori dei cavatori, che hanno spesso dovuto interrompere il loro lavoro per i lunghi periodi di scontri avuti con gli ambientalisti.
A tutte queste discontinuità puntuali che generalmente abbassano il valore economico del materiale, vanno aggiunte quelle discontinuità che solitamente su scala macroscopica influiscono sulla attività estrattiva e che, pur non influenzando le caratteristiche fisico meccaniche del materiale, vanno valutate ed interpretate per ottimizzare l’attività di cava stessa.

Composizione chimica generale di un marmo Statuario apuano
(% in peso)

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da Ferrari A.M., Meggiolaro V. (1992) – Bianco Carrara Statuario – AZ Marmi n 74/75, pp. 53-56.

I dati relativi la composizione chimica e mineralogica del campione in analisi rispecchiano i valori medi di analisi di bibliografia pubblicate che attestano la percentuale della calcite pari a circa il 99% con minime percentuali di altri componenti. Le composizioni relative i componenti accessori che sono la causa prima delle venature, tendono a calare mano a mano esse stesse calano.

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Statuario Altissimo, levigato e lucidato.

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Le caratteristiche fisico-meccaniche dello Statuario Altissimo
Nella tabella si riportano dati tecnici di bibliografia riguardanti il materiale.

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da Blanco G. (1991) – Pavimenti e rivestimenti lapidei – 295 pp. La Nuova Italia Scientifica, Roma.

Usi e trattamenti del materiale
I marmi bianchi hanno da sempre affascinato per il loro abbagliante lucore. Essi costituiscono circa il 5% della intera produzione estrattiva apuana che avviene principalmente per mezzo di blocchi informi e semi informi, pur non mancando, comunque una produzione di blocchi riquadrati.
Le caratteristiche peculiari di questo materiale fanno sì che esso trovi un impiego d’elezione per statuaria e decorazioni vista l’assenza di imperfezioni e venature oltrechè per la grana associata alla omogeneità che ben si presta al lavoro dello scalpello. Lo statuario altissimo viene inoltre ampiamente utilizzato per rivestimenti e pavimentazioni di pregio.
Se utilizzato per arredi fissi e piani di appoggio come tutti i materiali lo statuario può macchiarsi se posto a contatto con prodotti quali vino, tè, inchiostro, unto. Inoltre essendo costituito da carbonato di calcio che reagisce sciogliendosi se posto a contatto con prodotto anticalcarei, è importante pulirlo evitando prodotti aggressivi. Anche il contatto prolungato con aceto, succo di limone, frutta o bevande a base di cola può intaccare la lucentezza del marmo. Per la pulizia può essere impiegato del buon sapone di Marsiglia neutro, evitando anche di utilizzare prodotti a base di candeggina non purificata che potrebbe rilasciare agenti macchianti. Esiste comunque, ed è sempre più perfezionata, la possibilità di trattare superficialmente marmi quali lo Statuario che acquisiscono una elevata tenacità e capacità di resistenza alle macchie senza che il materiale medesimo col tempo subisca antiestetici ingiallimenti.

di Anna Maria Ferrari
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I campioni di Statuario Altissimo utilizzati per l’analisi petrografica sono stati gentilmente forniti da HENRAUX S.p.A.
Vai a: www.henraux.it

Note
* Numero accettazione campioni 204.
(1) Metodo d’analisi: EN 12407:2007 Natural stone test methods – Petrographic examination. Strumento: Stereo microscopio Olympus SZX-FOF 4J02049). Analisi effettuata su lastrine differenti di materiale tal quale. Operatore: Dr. Anna Maria Ferrari.
(2) Metodo d’analisi: EN 12407:2007 Natural stone test methods – Petrographic examination. Strumento. Microscopio a luce polarizzata Olympus BX51TRF 4M23804. Analisi effettuata su 2 sezioni sottili di dimensione standard. Operatore: Dr. Anna Maria Ferrari.

Bibliografia
A.A.V.V. – Carta Geologica d’Italia Foglio 96 MASSA ;
A.A.V.V. – Guida Generale Marmi Graniti Pietre – Editoriale Globo s.r.l.. Milano;
A.A.V.V. per I.C.E. (1982)– Marmi Italiani – F.lli Vallardi ed., Milano;
A.A.V.V. (1982) – Natural Stones – Studio Marmo s.r.l. Querceta, Lucca;
A.A.V.V.(1989) – Manuale dei Marmi, pietre, graniti -3° Voll.- F.lli Vallardi ed., Milano;
AAVV (1971) – Note illustrative della Carta Geologica d’Italia alla scala 1:100.000 – (Roma Nuova Tecnica Grafica Carta Geologica d’Italia;-
A.A.V.V. (2005) – Ante et post Lunam Reimpiego e ripresa estrattiva dei marmi apuani;
Bartelletti A., Amorfini A (a cura di) per l’istituzione del “Parco Archeologico delle Alpi Apuane” convegno di studi tenutosi a Marina di Carrara il 04 /06/2005;
A.A.V.V. (2005) – Carta Geologica Regionale – Regione Toscana , Università Toscane e CNR-IGG, scala 1:10.000, tvv. Varie;
Blanco G. (1991)- Pavimenti e rivestimenti lapidei – 295 pp. La Nuova Italia Scientifica, Roma;
Blanco G. (1999)- DAP Dizionario dell’Architettura di Pietra – Carocci ed., Roma
Bradley F. (1998) – Le cave di Marmo di Carrara. Guida ai materiali e produttori- pp 110, Studio Marmo, IMM Carrara;
Carmignani L. (1997) – Carta Geologica delle Alpi Apuane – Dip.to di Scienze della Terra dell’Università di Siena, scala 1:25.000, tvv.8;
Carmignani L. et alia (2000) – Carta Geologica del Parco delle Alpi Apuane – Parco Alpi Apuane e Dip.to di Scienze della Terra dell’Università di Siena, scala 1:50.000, tvv.2;
Dolci E. (1980) – “Carrara Cave Antiche” Materiali Archeologici, Comune di Carrara, dei residui recuperabili. Documento Preliminare – Allegato F Settore II- Materiali Storici;
ERTAG (1980) – Schede merceologiche – Regione Toscana, Firenze;
Ferrari A.M., Meggiolaro V.(1992)- Bianco Carrara Statuario –AZ Marmi n 74/75, pp 53–56
Ferrari A.M. (2008) – Arabescato Corchia – Lithospedia blog
Meccheri M. (200) – I Marmi del Carrarese: Carta geologico strutturale delle Varietà merceologiche – Convegno sulle pietre Ornamentali, GEAM, Torino (28-29/11/200
Pandolfi D. e O. (1989) – La cava – Belforte Grafica, Livorno
Matteoli S. (2005) – I marmi arabescati della Versilia – archÆdilia n° 10, febbraio 2005;
Oriente A. (2006) – Lavorare liberi. L’avventura della Cooperativa Condomini di Levigliani dalle origini al Cinquantesimo di fondazione – 170 pp, Soc. Cooperativa fra i Condomini Lavoratori dei Beni Sociali di Levigliani A.R.L., Tipografia San Marco, LU
Pieri Mario (1954) – La scala delle qualità e le varietà nei marmi italiani – Hoepli ed., Milano;
Pieri Mario (1964) – I marmi d’Italia – Hoepli ed., Milano;
Pieri Mario (1966) – Marmologia. Dizionario di marmi e graniti italiani ed esteri – Hoepli ed., Milano;
Primavori P. (1997) – I materiali lapidei ornamentali: marmi graniti e pietre – pp 224, ETS Pisa;
Primavori P. (2004) – Il Primavori. Lessico del Settore Lapideo – 416 Zusi Editori, Verona.
Rodolico F.(1965) – Le pietre delle città d’Italia – Le Monnier, Firenze
Vianelli M., Sivelli M. (1982) – Abissi delle Alpi Apuane. Guida Speleologica – SSI, Litografia Lorenzini – Bologna.

www.geotecnologie.unisi.it
www.marmiapuane.info
www.unipg.it/denz/gloria/Ipert/APUANE-descrizione.html

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26 febbraio 2008

Paesaggi di Pietra

Architettura vernacolare della Lessinia
Una lezione sulla pietra

English version

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Lessinia Occidentale. Cave (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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Racconta Bernard Rudofsky, raffinato studioso e pioniere dell’”architettura vernacolare”, come avesse dovuto attendere oltre venti anni perchè una istituzione culturalmente disinibita come il Museum of Modern Art di New York, alla continua ricerca di temi alternativi per i suoi eventi, decidesse di realizzare la proposta da lui avanzata nel 1941 al Dipartimento di Architettura del museo stesso di una mostra sulle “meraviglie dell’architettura spontanea”, quanto di più anticonformista si potesse ideare in questo campo. Certamente l’assenza di paternità, o comunque di illustri pedigree, in costruzioni come gli edifici in terra del Mali o i villaggi trogloditici del Maghreb, o i muri ciclopici di Cuzco in Perù, o gli alloggi scavati nei fantastici coni di pietra della Cappadocia, induceva a un pesante pregiudizio sull’esposizione di queste opere ancorchè innegabilmente clamorose sul piano dell’immagine. Ma ancora più sorprendente è il motivo di questa lunga reticenza dovuta, come ricorda lo stesso Rudofsky, al contenuto della mostra “ritenuto inadatto per un museo che si consacrava all’arte moderna, anzi, se mai era considerato anti-moderno”.1
Grazie all’appoggio di alcuni maestri come Sert, Ponti, Neutra, Tange e Gropius, finalmente nel 1964, sotto l’appropriato e provocatorio titolo di “Architecture Without Architects”, la mostra fu aperta al MOMA con grande successo e in seguito portata in un lungo e fortunato tour in più di ottanta musei e gallerie nel mondo.
Ad una attesa di riconoscimento ancora più lunga, che ne mette in dubbio la sopravvivenza, sembrano invece destinate le costruzioni in pietra della Lessinia, tra le più geniali e creative testimonianze dell’architettura vernacolare, paragonabili a una gigantesca opera collettiva di Land Art integrata a un paesaggio di montagna di straordinaria bellezza.
Nel contesto nazionale – ormai sensibilizzato e teso a valorizzare come preziose risorse siti e opere della cultura lapidea contadina, dai Trulli della Valle d’Itria, inseriti nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, alle costruzioni di pietra della Val Bavona nella Svizzera italiana, insignite del prestigioso Premio Carlo Scarpa – appare inspiegabile e macroscopica svista ignorare un caso inedito di uso dei materiali lapidei come quello rappresentato dall’architettura di pietra della Lessinia.
Ma in cosa consiste l’originalità lessinica? Alla base di tutto sta la geologia, un lascito singolare della natura che, nella vasta area di altipiani prealpini discendenti verso la pianura veronese, ha disseminato in bancate due tipi di rocce formatesi in epoche diverse ma rese simili dalla loro conformazione fisica: la Scaglia Rossa Veneta, chiamata comunemente Pietra di Prun, e il Rosso Ammonitico, più universalmente conosciuto come Marmo Rosso Verona. Entrambi si presentano sotto forma di sottili strati lapidei sovrapposti, separati da un velo di argilla che ne rende agevole lo scollamento. La natura ha in un certo senso fornito agli abitanti di questi luoghi un materiale lapideo già “tagliato”, pronto quindi ad essere sezionato in lastre di diverse dimensioni, anche molto grandi, particolarmente adatte ad ogni necessità costruttiva.
La materia di cui questo “lastame” si compone – resti di conchiglie, frammenti vegetali, piccoli organismi marini – racchiude forme di vita pietrificate in antichissime epoche geologiche che affiorano sulle facce di giacitura offrendo sotto l’effetto della luce solare preziose superfici “come pagine miniate di una biblioteca a falde”.2
Con un materiale così raffinato e sensuale anonimi scalpellini, muratori e contadini, hanno per secoli integralmente costruito case, stalle, fienili, muri divisori, e qualsiasi altra cosa servisse alla loro vita realizzando un linguaggio costruttivo specifico, unico e originale.
Il modo stesso con cui si praticava l’attività estrattiva in galleria, riservata alla parte più pregiata del “lastame” destinata alla commercializzazione e dismessa negli anni Cinquanta del Novecento, ha lasciato delle affascinanti e fantastiche architetture ipogee: grandi spazi a pianta basilicale con soffitti lapidei retti da possenti pilastri dalle forme irregolari e bizzarre, ottenute per sottrazione di materiale, seguendo una logica rigorosa di funzionalità e ottimizzazione della produzione.
Per la perfetta coincidenza tra programma funzionale e forma architettonica ottenuta, le cave in galleria di Prun costituiscono la rappresentazione più alta dell’architettura di pietra della Lessinia, in un certo senso la sua espressione monumentale.
Molte culture costruttive popolari si esprimono attraverso i materiali lapidei ma nessun’altra nello “stile” lessinico. Mentre la muratura stratificata a conci è comune a varie costruzioni montane europee, la lastra come monolite diviene nella Lessinia l’elemento ordinatore dell’architettura e del paesaggio.

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Lessinia Occidentale. Architetture (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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Posta in senso inclinato traccia dall’alto la griglia dei tetti spartita modularmente da nitide tavole di pietra di grande misura sormontate da lastre coprigiunto di modulo inferiore, mentre posata orizzontalmente a terra scandisce lo spazio delle aie nelle corti rurali in continuità con i pavimenti lapidei degli interni degli edifici.
Erette in verticale e conficcate nel terreno, le lastre si trasformano in elementi portanti assolvendo, analogamente ai moderni pannelli prefabbricati in cemento, al compito di struttura e di tamponamento per costruzioni complementari come depositi di attrezzi, ripari e piccole stalle per animali da cortile. Più frequentemente l’uso verticale delle lastre è applicato ai muri divisori delle proprietà che segnano sui sinuosi declivi dei pascoli una rete di tracciati regolari in un singolare contrasto di geometrie.
L’uso molteplice e integrato del monolite lapideo configura i tratti essenziali della originale identità dell’architettura lessinica: la sua nuda essenzialità, la razionalità combinatoria delle lastre, il purismo delle superfici, l’assenza di decorazione o di elementi architettonici superflui, il senso di arcaica potenza e di preziosa matericità. Un insieme di elementi che pongono questa architettura in immediata sintonia con la nostra sensibilità contemporanea.
Ad una analisi più articolata l’identità originaria si differenzia però in diversi linguaggi le cui variazioni sono in relazione alla posizione geografica dei siti, al loro rapporto con le giaciture geologiche, con le posizioni altimetriche, con l’influenza di altre culture e con il mutare delle esigenze produttive.
L’elemento di maggiore incidenza nella distinzione identitaria resta però quello basilare: la geologia, che divide la Lessinia in senso meridiano in due grandi aree contrassegnate dalla presenza dei due tipi di pietra “lasteolare”. La parte occidentale dominata dal biancore luminoso della Pietra di Prun e quella orientale dalla potenza materica del Rosso Ammonitico. Una sommatoria dei due caratteri si è invece formata sugli altipiani prativi – ovvero nell’alta Lessinia – che ospitano l’alpeggio e l’allevamento transumante.
Tra queste è l’area occidentale, compresa tra Prun, Sant’Anna d’Alfaedo e Breonio, dove si colloca il bacino estrattivo più importante del territorio veronese, ad esprimere in modo più coerente i tratti originali dell’architettura lessinica.
Qui la pietra, nella sua singolare conformazione lasteolare straordinariamente regolare e facilmente lavorabile, ha favorito l’affermarsi di regole costruttive e compositive che hanno segnato in modo inconfondibile il linguaggio architettonico. A partire dalle murature a conci degli edifici, dove la regolarità del materiale ha prodotto delle textures murarie così perfette da far quasi coincidere l’allineamento dei corsi con gli strati della roccia sezionati nelle cave. Su queste cortine compatte si compongono le aperture con la giustapposizione trilitica delle lastre, spesso sovrastate dal “triangolo di scarico” delle forze e dei pesi che evoca l’archetipo del timpano classico. E’ quanto osserva Christian Norberg-Schulz sui linguaggi vernacolari dell’architettura quando individua nelle costruzioni lapidee lessinesi un “classicismo latente” in contrasto con il “romanticismo” della struttura lignea a traliccio diffuso nell’Europa centrale, e nota come in queste opere contadine “le cose appaiono veramente collocate al posto giusto e ogni elemento, per l’indiscussa verticalità o orizzontalità, contribuisce a un gioco di forme naturale ed equilibrato, riflettendo l’intenzione fondamentale dell’architettura di pietra alla contrapposizione di portante e portato”.3
La permanenza del sapere costruttivo e delle regole della pietra in Lessinia ha consentito anche in epoca relativamente recente, quando ancora non era iniziata quella “mutazione genetica” distruttiva delle tecniche e dei materiali da costruzione tradizionali, di sviluppare in modo coerente e creativo i processi e le forme di una solida razionalità costruttiva. Quando alla fine degli anni Trenta del Novecento nuovi sistemi di raccolta e di stoccaggio del fieno richiesero aperture di dimensioni maggiori nelle pareti delle stalle, la risposta statica alle sollecitazioni di peso sugli architravi più ampi fu l’invenzione di elementi compositivi nuovi di straordinaria originalità formale come la sovrapposizione di timpani e aperture minori per alleggerire il peso della muratura soprastante.

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Lessinia Orientale. Architetture (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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Connotazioni diverse acquistano invece il paesaggio e l’architettura nell’area orientale compresa tra i centri di Boscochiesanuova, Roverè e Velo dove il Rosso Ammonitico con la sua conformazione più compatta e “rocciosa”,e la colorazione intensa rosso-rosata, ha dato luogo a uno “stile” litico più arcaico e possente.
L’irregolarità e l’ispessimento stratigrafico del materiale, la sua minore disponibilità e la compresenza di altri tipi di rocce ha prodotto nuove “invenzioni” strutturali come le lastre impilate verticalmente a cerniera sugli spigoli delle murature. Un principio costruttivo peculiare di queste aree lessiniche dove l’imperfezione del tessuto lapideo murario è controbilanciata nei punti critici della costruzione, gli angoli delle pareti, da lastroni di pietra posizionati “a coltello”, uno sull’altro con facce alternate ad immorsare i due corpi murari.
Su questo principio costruttivo si eleva un piccolo ma straordinario edificio, la stalla del Modesto – recentemente incluso nel Premio Internazionale Architetture di Pietra di Marmomacc – che coniuga il linguaggio lapideo alle tecniche delle costruzioni lignee. In questa opera intensamente poetica tutte le pareti sono realizzate con enormi lastre “a coltello” tra loro sormontate e legate sugli spigoli con un efficace e ingegnoso sistema, che ricorda l’incastro d’angolo dei tronchi nelle costruzioni di montagna.
A questa componente concettuale “lignea” appartiene anche uno dei tratti caratteristici dell’architettura orientale lessinica, ossia la conformazione dei tetti di molte costruzioni rurali come stalle e fienili, i quali costituiscono la figura architettonica tipica dell’area. Si tratta della cosiddetta “tesa gotica”, una doppia inclinazione del tetto che genera un profilo spezzato. In origine le falde con maggiore inclinazione – oggi coperte con lamiere di zinco – possedevano un manto di canna palustre, una consuetudine costruttiva portata dai “cimbri”, popolazioni germaniche anticamente insediate in questa area della Lessinia quando gli altipiani erano coperti di boschi fino ad alte quote.

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Lessinia Orientale. La stalla del Modesto (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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La progressiva trasformazione dalla costruzione lignea a quella lapidea favorita dal progressivo disboscamento ha innescato nei secoli un singolare processo di ibridazione tra i due linguaggi, che le necessità contingenti e i diversi temperamenti dei costruttori hanno reso straordinariamente vario.
Dove il bosco si dirada fino a scomparire e il paesaggio si apre sui grandi pascoli ondulati che si estendono per tutta l’alta Lessinia anche gli interventi umani si diradano e diventano puntiformi, acquistano visibilità in lontananza. La solitudine metafisica dei luoghi si popola di animali al pascolo nel periodo dell’alpeggio e l’architettura diviene ancor più essenziale e arcaica.
L’elemento distintivo delle due culture lessiniche scompare e le malghe, gli ermetici edifici ove si realizza la catena del latte, riacquistano la totale veste pietrificata degli edifici rurali “occidentali”. Ma la struttura è mutata, il compito di reggere il pesante manto di copertura a lastre è assegnato a grandi strutture ad arco “gotico” che consentono all’interno degli edifici ampi spazi continui, simili a navate di chiese romanico-gotiche.

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Alta Lessinia. Architetture (foto: Pietro Savorelli e Vincenzo Pavan)

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Questa architettura di pietra così possente e arcaica, così moderna nella sua essenzialità e nel rigore funzionale e costruttivo, così priva dell’isterica ricerca formale degli architetti, si rivela fragile quando le funzioni per cui è stata realizzata vengono meno. L’incomprensione della sua intima bellezza la espone alle distruttive alterazioni, non inevitabili, che comportano le modificazioni d’uso, oltre che all’abbandono e alla sua regressione alla “condizione di natura” ossia al crollo e alla totale dissoluzione.
Il suo recupero intelligente può invece trasformarsi in una lezione permanente per gli architetti d’oggi spesso disorientati e travolti dall’ossessivo cambiare delle mode e dai formalismi delle nuove star.

Vincenzo Pavan

Note
1Bernard Rudofsky, Le meraviglie dell’architettura spontanea, Bari 1979
2Doina Uricariu, “Casa di Pietra, Pietra di Prun”, in A.A.V.V. Architettura Scavata, Verona 2002
3Christian Norberg Schulz, Architettura: presenza, linguaggio e luogo, Milano 1996

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25 febbraio 2008

Eventi

PIETRA DELLA LESSINIA
Viaggio di studio

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PIETRA DELLA LESSINIA | Sant’Anna d’Alfaedo (VR)
VIAGGIO DI STUDIO

28 FEBBRAIO 2008 | Partenza ore 8,30 Via dei Baluardi Angolo Via Quartieri (FE)
FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI FERRARA
IN COLLABORAZIONE CON VERONAFIERE MARMOMACC
CORSO DI COSTRUZIONI IN PIETRA A. A: 2008-2009
PROF. ALFONSO ACOCELLA PROF. VINCENZO PAVAN

L’Azienda
La società “Pietra della Lessinia s.r.l.” trae le sue origini da Luciano, Luigi ed Adriano Quintarelli, quando nella prima metà degli anni Sessanta del Novecento operava artigianalmente nel settore della trasformazione della pietra.
La dedizione e l’esperienza dei Quintarelli, sfociata in maestria della lavorazione della pietra dei monti della Lessinia, si trasferisce negli anni ai figli ed ai nipoti. Nei primi anni Ottanta si valorizza la conoscenza, la perizia e la capacità accumulata negli anni attraverso la fondazione della società “Pietra della Lessinia s.r.l.”
La creazione della nuova società segna il passaggio da un ambito prettamente artigianale verso una dimensione più moderna e dinamica, senza però dimenticare di mantenere vive quelle tradizioni e quelle tecniche di lavorazione che hanno reso così caratteristiche le creazioni realizzate lungo la prima fase di vita della struttura produttiva sotto la famiglia Quintarelli. Il risultato è un perfetto mix delle potenzialità consentite dai moderni macchinari guidati da operatori qualificati e i magisteri del saper fare artigianale.
Oggi la società “Pietra della Lessinia s.r.l.” ha sede in S.Anna d’Alfaedo in provincia di Verona e più precisamente in località Schioppo dove fu costruito il primo capannone di lavorazione, a sottolineare la continuità e il radicamento alle radici da cui nasce.
Negli anni la società “Pietra della Lessinia s.r.l.” ha saputo farsi apprezzare localmente e nel mondo, per le sue lavorazioni, sempre particolari ed accurate che continuano a contraddistinguerla. Pochi esempi sono sufficienti al fine di evidenziare la vasta gamma di opere ed installazioni realizzate: il Lungolago di Lazise in provincia di Verona, la pavimentazione di Piazza Vittorio Emanuele in Modena, la Sinagoga in Israele nella città di Telaviv dell’architetto svizzero Mario Botta, un importante progetto F.A.O. ed una grande realizzazione residenziale in Kuwait. Sono stati realizzati, inoltre, impegnativi rivestimenti con tecnica di pareti ventilate: Centro Commerciale a Castel d’Azzano, Biscottificio Baroni di Albaredo d’Adige, Hotel a Cesenatico, pavimentazione Airport Center di Villafranca (VR).
Le lavorazioni realizzate dalla società che conferiscono specificità alla pietra della Lessinia sono in finitura lucida, patinata, anticata, sabbiata, fiammata, rullata (anche a mano), bocciardata (anche a mano). Nella ricerca della qualità totale, la società si è certificata secondo la Norma DIN ISO 9001: 2000 certificato n. 71 100 C 227.

www.pietradellalessinia.com

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24 febbraio 2008

Eventi

TESTI FRATELLI
Viaggio di studio

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TESTI FRATELLI | Sant’Ambrogio di Valpolicella (VR)
VIAGGIO DI STUDIO

28 FEBBRAIO 2008 | Partenza ore 8,30 Via dei Baluardi Angolo Via Quartieri (FE)
FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI FERRARA
IN COLLABORAZIONE CON VERONAFIERE MARMOMACC
CORSO DI COSTRUZIONI IN PIETRA A. A: 2008-2009
PROF. ALFONSO ACOCELLA PROF. VINCENZO PAVAN

L’azienda
Leader internazionale nel settore delle forniture di pietra naturale per progetti su misura, TESTI GROUP è composto da sette aziende, che consentono la produzione a ciclo completo.
Marmi e graniti ricercati in tutto il mondo arrivano in Italia per essere lavorati dopo essere stati testati dai numerosi uffici acquisti. Esperti collaudatori, distribuiti nei vari continenti, consentono al Gruppo di mantenere un costante controllo e monitoraggio qualitativo delle fonti di approvvigionamento.
La “perla” nelle lavorazioni artistiche è TESTI FRATELLI, fondata nel 1910, ormai diventata punto di riferimento per componenti naturali di alta qualità destinati ad architetture pubbliche e private, ville, alberghi di lusso, yacht. La gamma dei litotipi disponibili include 320 tipi di marmi e graniti lavorati in pavimenti, scale, bagni, halls, sale conferenze, monumenti, fontane, colonne, intarsi e decori, rivestimenti interni ed elementi speciali.
TESTI FRATELLI ha sviluppato e presenta l’esclusiva “HYPERWAVE”: la serie di superfici tridimensionali che rivoluzionano la concezione espressiva dei rivestimenti, delle pavimentazioni, del design in marmo e pietra naturale.

www.testigroup.com

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22 febbraio 2008

Ri_editazioni

RACCONTI DI PIETRA*
Madre, Abbraccio, Casa, Forza, Silenzio, Rispetto, Bellezza, Architettura, Unicità, Patrimonio non rinnovabile

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Foto Palmalisa Zantedeschi

Silenzio
È nel silenzio interiore che si virtualizza il passato e il presente nell’avvenire, la stasi nel movimento futuro.
L’atmosfera di sospensione è lo spazio dell’anima dove si sedimentano le emozioni, mentre la mente “gira” quando tutto apparentemente sembra fermo e muto.
Il nostro presente tecnologico è diventato un mondo “senza silenzio”; rumori e frastuoni al plurale, come pure invadenti immagini e infinite parole, riempiono l’etere e l’ambiente esistenziale – sia della vita pubblica che privata degli uomini – erodendo lo spazio dell’interiorità, dell’introspezione.
Si spiega facilmente allora perchè il silenzio sia diventato “bene prezioso” (si parla addirittura di “lusso contemporaneo”) e, conseguentemente, “merce” in vendita per alcuni settori dell’economia globale.
Catene di alberghi, conventi e monasteri spogli che accolgono ospiti laici; stazioni termali defilate, mete turistiche estreme, montagne e altipiani lontani, deserti (a breve lo stesso spazio celeste) ripropongono la condizione del silenzio come fuga dalla vita contemporanea, erogandola “a tempo” e “a pagamento”. Il silenzio è venduto per il suo valore terapeutico, catartico, rigenerante del corpo e della mente.
Ma il silenzio non è semplice mancanza di rumori, quanto una questione di sospensione e di empatia interiore. Uno stato magico dell’anima attraverso cui si riesce a respingere in sottofondo la pressione di suoni, parole, immagini, corpi, incombenze.
Quale silenzio ancora è possibile ricercare fra le mille voci e le mille immagini che frammentano l’esperienza del tempo contemporaneo ?
Oggi siamo tutti sotto la cappa di un rumore mediatico dove un’immanente energia informativa, carica, densa, pervasiva è sprigionata da un network globale che incombe sul cielo delle nostre città, e che ora ha iniziato anche ad espandersi sui territori del paesaggio quieto, silenzioso delle campagne.
Affiora un’immagine nella nostra mente.
È l’immagine legata ai nostri figli e alla loro difficile ricerca interiore; li intravediamo “nomadi” – come d’altronde tutti noi, oramai – ad attraversare (senza abitare più) città e territori diventati d’un colpo caotici, affollati, rumorosi.

Alfonso Acocella

Note
* Racconti di pietra, testi di Alfonso Acocella e Nicoletta Gemignani, foto di Palmalisa Zantedeschi

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20 febbraio 2008

Eventi

KENGO KUMA. PERCORSI LITICI: DA STONE MUSEUM A STONE PAVILLON

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KENGO KUMA. PERCORSI LITICI: DA STONE MUSEUM A STONE PAVILLON
Lecture di Luigi AlIni | Università di Catania

21 FEBBRAIO 2008 ORE 10 AULA A4
FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI FERRARA
IN COLLABORAZIONE CON VERONAFIERE MARMOMACC
CORSO DI COSTRUZIONI IN PIETRA A.A: 2008-2009
PROF. ALFONSO ACOCELLA PROF. VINCENZO PAVAN

Ritorno ai materiali
“Nel corso degli anni novanta ho visitato moltissimi luoghi alla ricerca della concretezza della sostanza, desideroso di sperimentarne le possibilità. Questo girovagare mi ha consentito di conoscere molte sostanze interessanti e di lavorare in modo serio “insieme” alla sostanza. Ripensando adesso a queste occasioni, mi rendo conto che sono tutte capitate per caso. Non ero tanto io a cercarla attivamente, guidato da un concetto, quanto piuttosto la sostanza a venirmi incontro. Io sono sempre stato passivo, era sempre la sostanza a piombare su di me. All’inizio la mia reazione era invariabilmente: “cosa? Devo lavorare con questo materiale ?”, ma dopo qualche tempo la sensazione di disagio si trasformava in affetto. Sviluppavo un forte legame con la sostanza. Probabilmente è per questo che sono riuscito ad agire su di essa con una notevole libertà, come un dilettante, senza sentirmi legato a metodi già esistenti.(…)
Nello Stone Museum ho incontrato la sostanza denominata pietra. La pietra era un altro materiale che non prediligevo o che, per essere onesto, non amavo granchè”.

Continua: Pensare i materiali. Pensare la pietra

Kengo Kuma
Vai anche a: SOFT-STONE. Origami di pietra
Vai anche a: SOFT-STONE. Fluttuanti spazi dedalici

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19 febbraio 2008

Eventi

ARCHITETTURA E LINGUAGGIO DELLA PIETRA

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ARCHITETTURA E LINGUAGGIO DELLA PIETRA
Lecture di Vincenzo Pavan | Università di Ferrara

20 FEBBRAIO 2008 ORE 16 AULA A4
FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI FERRARA
IN COLLABORAZIONE CON VERONAFIERE MARMOMACC
CORSO DI COSTRUZIONI IN PIETRA A.A: 2008-2009
PROF. ALFONSO ACOCELLA PROF. VINCENZO PAVAN

Leggerezza, gravità, colore, texture. I materiali lapidei partecipano all’opera architettonica con propri linguaggi che entrano in una relazione complessa con la forma architettonica, l’impianto strutturale e i sistemi costruttivi. Imparare i codici con cui si costruisce la grammatica e la sintassi di questi linguaggi è un passaggio imprescindibile del sapere, e una acquisizione fondamentale per dare carattere e identità all’architettura di pietra.
La condizione di rapida mutevolezza dell’architettura odierna ci impone di considerare continuamente aperta la ricerca sul linguaggio della pietra e ci spinge verso nuovi orizzonti della forma e della costruzione. Compito questo che richiede un intenso rapporto tra sapere e saper fare, tra il pensiero dell’architetto e l’esperienza del mondo produttivo.

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19 febbraio 2008

Eventi

RIABILITARE LO STILE LITICO. Un progetto culturale di terzo millenio

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RIABILITARE LO STILE LITICO
Lecture di ALFONSO ACOCELLA | Università di Ferrara

20 FEBBRAIO 2008 ORE 14 AULA A4
FACOLTA’ DI ARCHITETTURA DI FERRARA
IN COLLABORAZIONE CON VERONAFIERE MARMOMACC
CORSO DI COSTRUZIONI IN PIETRA A.A: 2008-2009
PROF. ALFONSO ACOCELLA PROF. VINCENZO PAVAN

2004-2006. I libri: L’architettura di pietra_ Stone Architecture
“Il punto di partenza del progetto culturale di riabilitazione delle Pietre d’Italia all’interno dell’architettura contemporanea è stato il varo di una ricerca pluriennale promossa dalla Lucense di Lucca avviata nel 1999 e sfociata nel 2004 nella pubblicazione del libro L’architettura di pietra. Antichi e nuovi magisteri costruttivi, editato da Lucense-Alinea.

Il valore e il senso più autentico del libro è quello di aver voluto “riunire” e “condensare” in un unico volume i fondamenti teorici, i modi applicativi, le testimonianze più significative dell’architettura antica e di quella contemporanea per sottoporli all’attenzione generale della cultura nazionale avviando l’azione difficile del riconoscimento dei valori e delle qualità di uno dei materiali principali – se non “il materiale principe” in assoluto – dell’architettura di ogni tempo.”

Alfonso Acocella

Continua: Pietre d’Italia I Parte

Leggi anche:
Pietre d’Italia II Parte


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16 febbraio 2008

Opere di Architettura

Piazza Catuma ad Andria (BAT) (2000-2006)
di Mauro Saito – Studio Saito

English version

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Vista notturna

L’area interessata, già Largo “Catuma”, è da sempre per la città di Andria la piazza più rappresentativa, dove i presidi del potere temporale e spirituale sono rappresentati dal Palazzo Ducale e dal Vescovado, e si estende per mq. 6.070. La vocazione pubblica della piazza, già sede di fiere di bestiame e di mercati, luogo di contrattazione bracciantile, è tutt’oggi confermata come luogo di riunioni civiche e politiche, teatro di feste patronali, sede di spettacoli all’aperto.
La piazza esigeva una ridefinizione morfologica nel rispetto dell’identità culturale del sito. Il tema per la sistemazione della piazza, ha assunto il fascino di una relazione produttiva da ricercare fra il progetto contemporaneo e la città storica. Allo stimolo proveniente dalla lettura del tessuto del centro storico e delle sue immediate espansioni, il progetto ha inteso rispondere con segni semplici e rifondativi che nel rispetto della peculiare connotazione di grande vuoto della piazza e delle necessità funzionali giornaliere e festive, conferiscono al luogo nuovi significati e pregnanti forme simboliche.
L’idea progettuale consiste nel restituire senso ed identità alla piazza, caratterizzata prima dei lavori, da una banale forma poligonale allineata ai palazzi circostanti, attraverso una forma primaria, l’ellisse orientata lungo l’asse Nord-Sud, trattenuta da una “zolla” esterna legata al sistema viario che la relaziona al resto della città. La “zolla”, in pietra calcarea nuova e di recupero, emerge dal sottosuolo e stacca l’ellisse, in pietra lavica, dal perimetro urbano conferendole un’autorevole leggerezza.
La parte ellittica centrale è costituita da basole di pietra lavica disposte lungo una trama fondata sull’asse di composizione con diverse ramificazioni. Intorno all’ellisse, si dispone una zolla, un poligono irregolare, pavimentato con basole di pietra calcarea (di recupero da quelle esistenti nella attuale sede stradale). La nuova fontana in sostituzione di quella esistente è costituita da una vasca e un muro di sfondo.

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Disegni esecutivi della piazza

Le opere artistiche, ad opera di Mauro Lovi, di finitura della fontana sono integrate nel disegno della stessa e concorrono a rifondare il luogo della piazza, utilizzando rispettivamente i temi di figure mitologiche propiziatrici e scene di cultura contadina. Per la pavimentazione delle strade intorno alla piazza, con i relativi marciapiedi, lungo i quali sono disposti altri lampioni di illuminazione, sono state previste basole di pietra lavica lavorate a mano alla punta grossa.
L’idea fondativa del progetto è quella di creare una piazza di pietra, che tramite un lato alberato, una fontana urbana e caratteristici elementi di arredo, rappresenti uno scenario di tradizione mediterranea di luogo aperto e invitante all’incontro, alla sosta, all’evento, perchè proprio il recupero delle basole tradizionali esistenti in loco (di origine vulcanica o calcarea) costituisce uno dei punti irrinunciabili del metodo progettuale.

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Dettaglio delle pavimentazioni

photogallery

L’utilizzazione di materiali lapidei ipotizzata dal progetto, intende continuare una tradizione di trasformazione del territorio, antichissima, di cui si vuole far parte. La pavimentazione prevista in pietra di Minervino Murge e in pietra lavica dell’Etna è stata scelta dopo accurate indagini su campioni e in cava. Le basole della pavimentazione della piazza sono in massello lavorato con vari trattamenti di superficie (alla punta grossa o media di piccone), così da offrire un’omogeneità di immagine con tutti i particolari di arredo urbano.

SCHEDA DELL’OPERA
denominazione / project title
piazza Catuma a Andria (BAT)
committente / client
Amministrazione Comunale di Andria
progetto / design period
2000/2004
realizzazione / construction period
2005/2006
progetto e direzione lavori / architects and site team
Mauro Sàito (capogruppo), Riccardo Calvano, Pietro Cupertino, Lorenzo Gerardi, Leopoldo Gigliobianco, Antonio Stragapede
collaboratori e consulenti / project team
opere artistiche / artistic works Mauro Lovi
impresa di costruzioni / building general contractor
Bepa s.r.l.|Melfi (Pz)
Alfa Costruzioni|Andria (BAT)
materiali lapidei utilizzati / stone materials employmed
pietra di Minervino Murge, pietra lavica dell’Etna
forniture materiali lapidei / stone supplier
Ditta F.lli Di Leo|Trani (BAT)
installazione materiali lapidei / stone placement
Bepa s.r.l.|Melfi (Pz)
Alfa Costruzioni|Andria (BAT)

L’AUTORE

Mauro Sàito è nato a Roma nel 1951. Ha studiato alla T.U. di Berlino e si è laureato negli anni settanta a Roma.

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Negli anni ‘80-’90, alterna alla professione l’insegnamento presso la Facoltà di Ingegneria di Potenza (1987-90) e la Facoltà di Architettura di Bari (1994-99). Dal 2002 apre un’altro studio a Bari. Partecipa con successo a concorsi nazionali e internazionali. Progetta e realizza edifici pubblici e privati, residenze sperimentali e turistiche, centri commerciali, sistemazioni di piazze, porti e lungomare in Puglia Basilicata, Molise, Campania, Calabria, Lazio ed Emilia Romagna. E’ stato invitato alla VI Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (1996), sezione italiana. Nel 2000 riceve la menzione speciale Premio Gubbio – ANCSA per la riqualificazione del Borgo La Martella a Matera e il restauro della Chiesa di Ludovico Quaroni. Suoi progetti e realizzazioni sono stati presentati su riviste italiane e straniere e su opere monografiche.


Note

* Il testo è tratto dal volume di Domenico Potenza, Puglia di Pietra, Regione Puglia, Claudio Grenzi editore, 2007, pp. 143. Dalla pubblicazione e dalla mostra evento di Marmomacc 2007 intitolata “Puglia di Pietre” e curata dall’arch. Domenico Potenza pubblichiamo in maniera più didascalica ed esplicativa, le opere e i progettisti che fanno parte di questa prima “selezione d’autore”, articolando la descrizione nella presentazione dell’architettura realizzata, del luogo e del contesto in cui l’opera si colloca, dell’idea che ha generato la soluzione progettuale e soprattutto della tecnica e dei materiali utilizzati per realizzare l’opera con indicazioni fornite direttamente dagli stessi progettisti. Infine, una scheda della realizzazione chiude in maniera tecnica e sintetica tutto quanto c’è ancora da sapere sul progetto e sugli autori di cui viene editata una breve biografia scientifica.

A cura del Laboratorio Progetto Cultura, responsabile della comunicazione Giuseppe Di Lullo.

(Vai al sito Mario Saito)

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