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18 aprile 2011

Design litico

Tutto quello che non ti aspetti da una parete in pietra


Bamboo

Per chi ancora pensa alla pietra come a un materiale ‘classico’ e poco versatile nell’ambito del rivestimento parietale, Citco con il design di Ferruccio Laviani ha messo a punto una serie di pannelli dalle texture più varie e sorprendenti, che se da un lato imitano altri materiali in un processo di mimesi formale (come nel caso della parete Bamboo), dall’altro strizzano l’occhio a divertenti soluzioni optical e tattili di grande plasticità, combinati con metalli quali rame, ottone, acciaio.

Prendiamo ad esempio la parete Bamboo: sistema realizzato con moduli che riprendono la forma naturale del bambù, permette di allestire ambientazioni molto particolari con un materiale ad elevata resistenza e durabilità quale la pietra calcarea Desert Honey.


Camelia

O ancora, la parete Camelia presenta una particolare trattamento superficiale con fiori modellati ad altorilievo su pannelli di marmo Imperial Black, generando un effetto estremamente decorativo, la cui delicatezza rende quasi morbido il marmo. L’altorilievo è ottenuto per incisione meccanica a partire da pannelli dello spessore di 5 cm; i fiori vengono scolpiti fino a spiccare su una base di 2 cm di fondo.
Materiali e dimensioni sono sempre personalizzabili, permettendo sia di realizzare ambienti unici, altamente caratteristici, sia di ottenere progetti su misura e secondo le richieste del cliente.


Chachemire Paisley

D’ispirazione indiana e persiana il suggestivo motivo cachemire – paisley in inglese – è un decoro tra i più conosciuti della tradizione botanica orientale; il pattern Paisley è realizzato in bassorilievo per incisione meccanica su immacolati pannelli in marmo bianco Sivec. Questo particolare tipo di marmo originario della Macedonia, poco venato e di un bianco quasi assoluto, si presta particolarmente ad evidenziare gli effetti chiaroscurali del decoro.


Senso

Infine, la proposta Senso della collezione Metal and Marble si ispira ai motivi pop astratti e caleidoscopici degli anni Settanta e alle geometrie dei quadri optical di Victor Vasarely, l’artista che portò all’attenzione di un vasto pubblico la OP ART, una sorta di simulazione della terza dimensione ottenuta attraverso la deformazione che fa percepire “l’effetto sfera”. Senso suggerisce infatti quasi un movimento rotazionale, combinandosi nel decoro di pietra e metallo. L’intarsio a motivi circolari e a spirale è realizzato con onice tanzania, particolarmente brillante, marmo bianco Sivec e acciaio, e viene realizzato a mano assemblando tutti i materiali. Solo successivamente questi vengono levigati meccanicamente fino ad ottenere una superficie perfettamente liscia e continua senza commettiture e ruvidità al tatto tra un materiale e l’altro.

Eugenia Valacchi

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15 aprile 2011

Osservatorio Litico

Kokaistudios, PKU Università di Legge,
Pechino, Cina 2010

Kokaistudios è una realtà professionale fondata a Venezia nel 2000 dagli architetti Filippo Gabbiani e Andrea Destefanis. L’obiettivo principale dello studio, composto da un team giovane, multidisciplinare e flessibile, è garantire le risposte più adeguate – in termini di design e progettazione architettonica – alle complesse esigenze della società contemporanea e futura.
Nel 2002 Kokaistudios ha stabilito una propria sede permanente con uno staff di 20 architetti e designers a Shanghai, intraprendendo con entusiasmo le più diverse sfide progettuali e ottenendo numerosi autorevoli riconoscimenti internazionali.
Nel 2007 l’Università di Pechino, insieme a una prestigiosa fondazione americana, ha incaricato lo studio di realizzare il progetto per la nuova sede della Facoltà di Legge, all’interno dello storico campus di una delle più importanti università della Cina. Le particolarità del contesto, di grande pregio storico e qualità paesaggistica, hanno imposto una doverosa riflessione sul linguaggio da adottare per consentire un corretto e armonioso inserimento dell’opera ex novo nel sito.
L’edificio presenta un volume solido e compatto – imposto dai vincoli urbanistici e dalle concrete esigenze funzionali della facoltà – efficacemente valorizzato da un uso espressivo dei materiali. Le rigorose superfici esterne rivestite in pietra locale fungono da “filtro luminoso” diffondendo negli ambienti interni una suggestiva luce naturale. L‘attenzione alla massima flessibilità nell’uso degli spazi, agli aspetti di sostenibilità ambientale, al controllo dei costi di gestione denuncia un iter progettuale complesso e responsabilmente ragionato in tutte le sue fasi, dall’ideazione all’esecuzione.

di Chiara Testoni

photogallery

Kokaistudios, PKU Università di Legge, Pechino, Cina 2010
progettista: Kokaistudios
localizzazione: Pechino, China
team: Andrea Destefanis, Filippo Gabbiani, Li Wei, Fang Wei Yi, Liu Wen Wen, Yu Feng
progettazione: 2007
esecuzione: 2010
referente architettonico locale: BIAD
strutture: BIAD
impianti: BIAD
superficie: ca. 10.000 mq

Recapito
Kokaistudios

West Gate, 2/F, Anfu Road 201,
200031 Shanghai P.R.C.
Tel: 0086 021 64730937
Fax: 0086 021 64731037
www.kokaistudios.com
info@kokaistudios.com

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12 aprile 2011

Opere di Architettura

Casa Miggiano a Otranto
di Umberto Riva


Dettaglio della facciata della casa

«Non ho idee progettuali a priori; l’idea nasce sempre da suggestioni: un paesaggio, il rapporto con una persona. Non calo l’architettura in un luogo; è il luogo che mi dice cosa fare. (…) Quando ho costruito Casa Miggiano, mi è capitato che qualcuno mi dicesse: “Questa casa è strana, non si capisce cosa ricordi”. Io speravo mi dicessero che, a suo modo, ricorda una masseria pugliese; sarebbe stato il migliore dei complimenti. Ho sempre guardato con attenzione le masserie, gli stazzi; sono edifici in cui non esiste una netta distinzione tra l’abitare dentro e l’abitare fuori. C’è una oculatezza nel progettare le aperture, nel dosare l’intensità e la qualità della luce; una capacità di lasciare risuonare all’interno della densità luminosa esterna»1.
Nel Salento, dove roccia e mare sono presenze costanti del paesaggio, Umberto Riva realizza alla metà degli anni ‘90 questa piccola casa, un volume elementare spaccato sul fronte dall’incunearsi di una corte a pianta ogivale che apre la vista alle lontananze del Golfo di Otranto.


Piante e sezioni longitudinali di Casa Miggiano

Numerose sono le suggestioni tratte dalla tradizione architettonica pugliese: il tema della corte interesterna scavata nel corpo compatto dell’edificio; il disegno del giardino chiuso da muretti e sopraelevato rispetto alla quota del pergolato d’ingresso; le coperture a terrazze piane e l’uso dei materiali lapidei locali.
Grazie al tufo salentino, facilmente lavorabile con semplici utensili da falegname, Riva può dar corpo ad una scatola muraria portante di matrice cubica, ammorbidita nella sua solidità da angoli mai perfettamente retti e incisa da incavi dove le ombre si insinuano, quasi a testimoniare che l’assolutezza stereometrica non è l’affermazione fondante del progetto. È ancora il tufo, ridotto in polvere e mescolato a calce ed ossidi secondo la consuetudine delle maestranze locali, a conferire agli intonaci stesi su tutti i prospetti quella pastosità materica e cromatica che sola si adatta all’intensa luce mediterranea.


Vista della casa e del pergolato d’ingresso

Alla tradizione del luogo si riferisce anche l’impiego decorativo della pietra leccese con la sua grana frequentemente punteggiata da fossili affioranti. Tale materiale litico, in forma di liste sottili o lastre di dimensioni maggiori, commenta i volumi della casa sottolineandone gli spigoli, le linee di raccordo tra piani verticali e orizzontali, e rivestendo in parte la facciata principale. Si tratta dello stesso calcare argilloso di colore paglierino utilizzato nei tetti piani lastricati tipici della zona.
Nella Casa Miggiano queste coperture orizzontali praticabili rimangono a prescindere dalla mancanza delle tradizionali strutture voltate sottostanti. Umberto Riva mantiene tali superfici piatte e sfalsate su quote diverse per dar vita ad un sistema di terrazze e camere senza soffitto in cui il volume architettonico si sfrangia, come se fosse incompiuto, perdendosi nell’azzurro del cielo.

di Davide Turrini

Vai a: Umberto Riva

Note
1 Vitangelo Ardito, Giovanni Leoni (a cura di), “Progettare è servire. Conversazione con Umberto Riva”, Area n.52, 2000, pp. 106-113.

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11 aprile 2011

News

VITTORIO SAVI ARCHITETTO / INTELLETTUALE / NARRATORE
Fidenza ricorda un concittadino illustre

Giovedi 14 aprile alle 16, presso il Ridotto del Teatro Magnani
Interverranno: il Sindaco di Fidenza Mario Cantini, Adolfo Natalini (Architetto, docente di Progettazione all’ Università di Firenze), Maria Pia Bariggi (docente e studiosa di Storia della Letteratura), Paolo Barbaro (storico della Fotografia), Piero Orlandi (Architetto, Responsabile del servizio beni architettonici dell’ IBC Emilia Romagna).
Seguirà la proiezione di
Buongiorno Architettura, Buonanotte Architettura, audiovisivo sull’ Architettura in Emilia Romagna, da un’ idea di Vittorio Savi e Piero Orlandi, Regia di Francesco Lauber, 2005

Così scrisse l’ amico e collega Adolfo Natalini, all’ indomani della scoparsa di Vittorio Savi: “Era un architetto che aveva costruito poco perché non sopportava la distanza tra teoria e pratica, tra la bellezza delle idee e la durezza della costruzione. Era stato architetto per interposta persona ispirando architetture con una sorta di critica preventiva a giovani architetti dei quali indirizzava lucidamente i percorsi. Era nato il 18 settembre 1948 a Fidenza e continuava ad amarla ricambiato. Ogni visita alla sua città (era impegnato in progetti per il centro storico) era per Vittorio, diventato fiorentino con frequentazioni internazionali, un ritorno a casa sia per la profonda conoscenza della città che per la calda rete di amicizie che lo avvolgeva. Vittorio Savi ha insegnato Estetica al Dams di Bologna e Storia dell’ Architettura Moderna a Mendrisio e Ferrara: è stato per moltissimi anni un docente amatissimo, con una produzione scientifica esposta in convegni in tutta Europa. Di sterminate letture era nutrita la sua scrittura, coltissima, criptica ed elegante; ne erano nutriti anche i suoi interventi e presentazioni. Spesso iniziava a parlare di cose così lontane dall’ argomento che tutti si chiedevano dove volesse arrivare; poi, come un prestigiatore, tirava fuori l’ asso dalla manica e concludeva centrando il bersaglio con una bravura che obbligava all’ applauso. Vittorio Savi aveva poco più di 27 anni quando terminava (nel 1975) il suo saggio fondamentale L’ architettura di Aldo Rossi, il primo sul grande architetto con illuminanti intuizioni. Nel 1985 usciva il suo straordinario romanzo indiziario di architettura sulla Nuova Stazione di Firenze intitolato “De auctore”. Nel 1992 pubblicava “Rain Check”, definendola la sua prima opera letteraria e, nel 1995, “Finesecolo”, un libro di poesia e, in quarta di copertina, si autodefiniva “architetto, critico dell’ architettura e narratore in versi e prosa”. Tra questi tre libri e successivamente ha dato alle stampe innumerevoli saggi, recensioni, presentazioni che trascendevano i limiti dei rispettivi generi. Vittorio Savi è morto nella sua amata casa, alta sulla collina di Doccia, vegliato dalla sua famiglia e dai suoi libri, di prima mattina, il 7 gennaio 2011.”

L’ incontro fidentino, voluto da una gruppo di amici e dall’ Amministrazione Comunale, più che una commemorazione intende essere il tornare a fare i conti con la figura complessa e sfaccettata di un intellettuale difficilmente definibile. Sarà il dialogo di amici, collaboratori, colleghi, su alcuni dei campi in cui Vittorio Savi è incisivamente intervenuto e entro cui ha saputo tracciare nuove connessioni, lasciando sempre un segno discreto quanto profondo: la teoria e la pratica dell’ Architettura, le forme della parola scritta e parlata, l’ immagine come pensiero in atto sul mondo esterno, il territorio come luogo della relazione infinita, sempre storica e sempre contemporanea, tra architettura e paesaggio.

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4 aprile 2011

Pietre d`Italia

Camini in pietra serena nelle residenze fiorentine rinascimentali


Frammento di fronte di camino della seconda metà del Quattrocento, palazzo Vecchietti, Firenze

Se gli elementi architettonici che si mostrano quale struttura dell’edificio fiorentino sono costituiti, tra il Quattro e il Cinquecento, per lo più di pietra serena, questo vale anche per tutte quelle cornici volte a proteggere, sottolineare e ornare interruzioni delle superfici murarie come fori dei caminetti, porte e finestre.

Una premessa: il camino a ridosso della parete
Un fascino particolare lo riservano gli antichi camini che, nella forma ai nostri occhi più tradizionale, nascono solo a partire dal Trecento. Non è infatti la parete muraria ad accogliere in origine il focolare domestico – unico dell’abitazione concepito sia per il riscaldamento della casa che per la cottura del cibo – ma un’area centrale di una stanza a questo dedicata che assume la denominazione di “caminata”1. Sprovvisto di cappa, l’ambiente è spesso posizionato all’ultimo piano dell’edificio o in un locale isolato, permettendo al fumo di uscire da un foro ricavato al centro del soffitto o dagli interstizi esistenti tra le tegole della copertura.
A partire dal Trecento il focolare per il riscaldamento inizia a differenziarsi da quello utilizzato per la preparazione delle vivande, contemporaneamente questo viene addossato alla parete che accoglie una canna fumaria utile all’eliminazione dei fumi. Il nuovo camino – proveniente quasi certamente dal nord Europa (e per questo spesso descritto come “francescho”, cioè “alla francese”2) – giungerà, attraverso successive elaborazioni, all’attuale conformazione.
È interessante osservare la “riduzione” della tridimensionalità dello spazio domestico dedicato al fuoco – capace di permettere un movimento a 360° intorno ad esso – a un’area incassata in uno dei muri che costituiscono l’ambiente in cui questo si trova. Se ad una prima analisi tale spostamento può apparire come una diminuzione della possibilità di fruire di questa fonte di calore, una riflessione più ampia permette di comprendere come l’apparente riduzione non sia altro che un importante miglioramento tecnico oltre che un allargamento funzionale.
La nuova dimensione permette al camino di coesistere con altri elementi dell’abitazione e di essere quindi inserito in ambienti non più concepiti esclusivamente in base alla sua presenza ma dedicati a funzioni diverse. Inoltre, la biforcazione funzionale che vede da una parte il camino per la cottura del cibo e dall’altra quello per il riscaldamento degli ambienti porta il focolare della casa a non essere più unico ma ad essere presente contemporaneamente in più stanze divenendo elemento di arredo capace di arricchirsi di nuove suggestioni legate all’essere il risultato di un progetto di design, oltre che spazio di aggregazione degli abitanti della casa e affascinante punto di osservazione del fuoco in perenne mutamento.

Come accennato, la “fusione” del camino con il muro avviene gradualmente, come gradualmente avviene l’acquisizione della sua nuova posizione da parte dell’architettura italiana. È lo stesso Leon Battista Alberti ad affermare, nel suo De re aedificatoria portato a termine nel 1452, che nel corso del Trecento alcune zone dell’Italia centro-settentrionale introducono nei propri edifici il camino addossato al muro mentre il resto della penisola – in particolare per quanto riguarda le abitazioni più umili, sempre più frequentemente costruite in pietra o mattoni e quindi meno soggette agli incendi tanto assidui fino a quel momento – si allinea gradualmente a questo cambiamento nel secolo successivo. I trattatisti cominciano a occuparsi anche di questo elemento dell’abitazione sottolineandone il carattere architettonico e conseguentemente il fatto che anche nella loro progettazione è necessario seguire le regole degli ordini classici3.
I conci di pietra cominciano ad assumere importanza plastica e compositiva anche in questo nuovo elemento di arredo. Inizialmente questo avviene attraverso mensole e architravi molto lineari posizionate a sostegno delle cappe – costruite esternamente alla parete – che conducono il fumo all’interno della cavità muraria (questi focolari assumono il nome di “camini a padiglione”). Il forte aggetto dal filo del muro della cappa, a imbuto piramidale o conico, oltre a contribuire all’inefficienza del tiraggio per la mancanza di protezione sui due lati, rende infatti necessaria la costruzione di grandi mensole che le sostengano. Queste, solitamente in pietra serena, rimangono molto lineari lasciando spazio a stemmi e simboli araldici delle famiglie di appartenenza dipinti in policromia sulla superficie intonacata delle cappe stesse4.


Paolo Uccello, Miracolo dell’Ostia Profanata, 1468

Elementi in pietra serena nei camini fiorentini
A Firenze, le prime testimonianze di camini addossati alla parete risalgono all’inizio del Trecento; secondo la Cronichetta di Memorie famigliari di Neri degli Strinati – risalente al 1302 – un camino a parete si trova nel palazzo fiorentino di famiglia5. Successivamente, è Giovanni da Milano a offrirci una nuova immagine di un camino fiorentino – purtroppo ormai in parte cancellata – in una delle scene affrescate nella Cappella Rinuccini della basilica di Santa Croce, databile all’incirca al 1365.
Nel 1578, poi, il Palazzo del Podestà accoglie nuovamente un camino costruito in stile medievale attraverso la composizione di conci di pietra serena. Schiapparelli scrive: “Il vero aspetto del camino a cappa in uso nelle sale fiorentine del trecento, noi lo ricercheremo piuttosto in quello di pietra serena, così severo ed elegante ad un tempo, che adorna la sala detta del Duca d’Atene nel Palazzo del Podestà. Sebbene costruito nel 1478 (sic) dallo scalpellino Lorenzo d’Andrea Guardiani, esso conserva infatti nelle linee e negli ornati le caratteristiche dello stile gotico: certo perché si volle metterlo in armonia colle forme e la decorazione dell’ambiente. Sulle sue spallette, foggiate a modo di colonnine, poggiano due beccatelli riccamente scolpiti, i quali, protendendosi in fuori reggono alla lor volta il grande padiglione piramidale: lo stemma gentilizio del Podestà Toscano (durante il cui reggimento fu fatto il camino) sormontato dall’elmo e la cimiero, grandeggia nel mezzo del piano inclinato della cappa, sotto la quale gira un fregio con sette formelle scolpite”6.


Camino della Sala dei Pappagalli, Palazzo Davanzati, Firenze, 1395 circa

La pietra serena viene utilizzata in maniera cospicua anche nella costruzione dei camini, ma se in queste prime tipologie si limita a modellarsi nei conci lineari e privi di decorazioni che formano architravi, mensole ed eventuali piedritti, è nel corso del Quattrocento che, in particolare a Firenze, questa materia assume un ruolo determinante nella caratterizzazione di questo elemento al contempo funzionale e di arredo.
Nel Quattrocento il camino inizia a occupare una maggiore profondità della parete togliendo meno spazio alla stanza che lo ospita. Gradualmente il camino diventa sempre più incassato nel muro provocando una diminuzione delle dimensioni della cappa che, a Firenze più che nelle altre città, tende a sparire. Firenze si fa precorritrice del camino architravato che sarà apprezzato, nei secoli successivi, per la sua eleganza formale7.
La bocca del camino diventa un taglio nel muro e il suo architrave, non più sorretto da mensole, poggia su due stipiti posizionati sul suo stesso piano di aggetto tanto da formare un unico elemento litico. Nella maggior parte dei casi questo è scolpito in blocchi di pietra serena, materia che ancora una volta diviene identificativa di un luogo mostrandosi capace di modellarsi secondo il rinnovato classicismo fiorentino piuttosto che seguendo quelle che sono le evoluzioni decorative della seconda metà del Quattrocento e del secolo successivo, volte a trasformare le mostre dei camini in monumentali complessi scultorei.
Se infatti fino agli anni Cinquanta del Quattrocento i caminetti mantengono forme piuttosto severe, dalla seconda metà del secolo i palazzi fiorentini cominciano a introdurre all’interno delle proprie sale grandi ed eleganti camini riccamente decorati. A dimostrazione del progresso tecnico volto a favorire il comfort della casa e dell’ostentazione del lusso, la residenza aristocratica introduce nelle proprie stanze di rappresentanza, ma anche negli ambienti privati, questo nuovo elemento che diventa al contempo oggetto di design ed elemento architettonico affidato ad architetti e scultori di primo livello.
Nel Rinascimento fiorentino tutti gli elementi che formano il camino – architrave, piedritti che lo sostengono e piano di fondo – si arricchiscono di una ricca plastica decorativa ispirata al repertorio architettonico. Dalla fine del Quattrocento, in particolare, le ampie dimensioni che assumono questi manufatti contribuiscono a renderne maestosa l’immagine. La morbidezza e la forza della pietra serena vi rendono possibile la modellazione di modanature, dentellature o pregevoli bassorilievi che richiamano antichi sarcofagi. A Firenze, grazie al moltiplicarsi di ricche residenze private, li troviamo a ornare preziosi camini in svariati esempi, spesso progettati dallo stesso architetto artefice del progetto della residenza dove viene costruito.


Camino di Palazzo Gondi, Giuliano da Sangallo; camino di Palazzo Borgherini, Benedetto da Rovezzano

Uno degli esemplari fiorentini più rappresentativi è quello realizzato su progetto di Giuliano da Sangallo per Palazzo Gondi8. Risalente agli ultimi anni del Quattrocento e costruito interamente in pietra serena, questo camino è una vera e propria composizione architettonica di piedritti sorreggenti una trabeazione orizzontale. Modanature e apparato decorativo lo mostrano come risultato di un accurato studio compositivo oltre che di un’abile opera scultorea. Due balaustri decorati a motivi vegetali fiancheggiano la cornice del focolare e sostengono un fregio riccamente ornato con divinità marine in trionfo scolpite a bassorilievo e una cornice modanata su cui poggiano lateralmente le statue in terracotta dipinta di Ercole e Sansone. L’incavo del focolare ospita ai lati due nicchie semicircolari terminanti superiormente con due calotte a conchiglia, le stesse del camino che si trova nella villa medicea di Careggi, realizzato nel 1462, per il cui progetto è infatti possibile ipotizzare una presenza di Giuliano da Sangallo9.
Per Palazzo Borgherini Benedetto da Rovezzano scolpisce nella prima metà del Cinquecento un camino oggi conservato presso il Museo Nazionale del Bargello. Il manufatto, in pietra serena, sembra rifarsi al camino Gondi, anche se con dimensioni leggermente minori. Le balaustre si semplificano in semplici colonnine decorate a motivi vegetali, sorreggenti un primo fregio scolpito con scene di guerra e un secondo dove è narrata la storia del re Creso.
Molteplici altri camini architravati in pietra serena arricchiscono le sale dei palazzi fiorentini: architetti e scultori come i da Maiano e i fratelli da Settignano li realizzano per i committenti più importanti della città10. L’antica stanza di Francesca Bentivoglio di Palazzo Manfredi era originariamente arricchita da un camino prodotto dalla bottega dei da Settignano, ornato da candelabri laterali a festoni e da due putti alati che sorreggono una ghirlanda. Anche palazzo Strozzi ne conserva uno di dimensioni monumentali interamente scolpito in conci di pietra serena che formano un originale bugnato a incorniciare la bocca del focolare11.


Camino di Desiderio da Settignano, Londra, Victoria and Albert Museum

Gli artisti fiorentini si specializzano talmente tanto nella modellazione degli elementi compositivi in pietra serena che formano questi splendidi camini, da esportarne i modelli non solo nel resto dell’Italia ma anche al di fuori dei suoi confini, come ci mostrano i camini della Sala della Jole e della Sala delle Armi (1455-60) del Palazzo Ducale di Urbino, in pietra di Cisana, che sembrano essere stati realizzati dall’architetto e scultore fiorentino Michele di Giovanni da Fiesole.

di Sara Benzi

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Note
1 Nel 1265 circa, Nicola Pisano scolpisce l’Arca di San Domenico nell’omonima chiesa bolognese; in una delle formelle è possibile notare la presenza di un camino posto al centro di una stanza.
2 Cfr. A. Schiaparelli, La casa fiorentina e i suoi arredi nei secoli XIV e XV, G. C. Sansoni, Firenze, 1908, vol. 1, pp. 96, 97. A p. 96 si legge: “[…] in una lettera di Niccolò Acciaiuoli riguardante i lavori della Certosa di Val d’Ema (del 14 marzo 1356) leggiamo: “Io credo bene che in questa estate si doverà potere fare la logia, la sala e la cucina, e sia la cucina a due camini franceschi” Lo stesso “camino francesco” lo ritroviamo citato relativamente al palazzo pratese di Francesco Datini.
3 Dalla seconda metà del Quattrocento il camino diventa oggetto di analisi e dettami da parte dei trattatisti che lo inseriscono tra gli elementi che architetti e costruttori devono progettare e realizzare secondo precise tecniche e regole compositive. Il De re edificatoria di Leon Battista Alberti (1452), i Trattati di architettura ingegneria e arte militare di Francesco di Giorgio Martini (1502), Le regole generali di architettura di Sebastiano Serlio (1537), i Quattro Libri dell’Architettura di Andrea Palladio (1570) e L’Idea dell’Architettura Universale di Vincenzo Scamozzi (1615) presentano il caminetto tra gli elementi che contribuiscono al comfort dell’abitazione.
4 Una testimonianza iconografica significativa che ci mostra il loro utilizzo alla fine Trecento la troviamo nel Miracolo dell’Ostia Profanata, dipinto da Paolo Uccello nel 1468 con l’intento di narrare una vicenda, si dice, accaduta nella Francia del 1290: in due scene troviamo la presenza di un grande camino a padiglione sostenuto da mensole.
5 Cfr. A. Schiaparelli, op. cit., pp. 88-113; G. Cantelli, “La vita sociale e la nuova dimensione dell’abitare”, in A. Restucci (a cura di), L’architettura civile in Toscana. Il Rinascimento, Amilcare Pizzi, Cinisello Balsamo – Milano, 1995, p. 338.
6 A. Schiaparelli, op. cit., pp. 103, 104.
7 Cfr.: C. Paolini, D. Rapino, Il fuoco in casa. Camini e altri accorgimenti per riscaldarsi nella Firenze antica, Ed. Polistampa, Firenze, 2005. Per un approfondimento sul tema si veda anche: M. Forni, “La “ricerca del paradiso perduto”. Sistemi passivi, camini, stufe e impianti ad aria tra Cinquecento e Settecento”, in A. Visconti, a cura di, Il legno brucia: l’energia del fuoco nel mondo naturale e nella storia civile, Atti del convegno tenutosi a Milano il 20 e 21 settembre 2007, nella serie Natura – Rivista di Scienze Naturali, Società Italiana di Scienze Naturali e Museo Civico di Storia Naturale di Milano, Milano, giugno 2008, vol. 98, Fasc. I, pp. 181-196; A.F. Freyrie, Camini e caminetti dal Rinascimento a oggi, Giovanni Vecchi Editore, Milano, 1994.
8 Relativamente a questo camino, che misura 420 cm di larghezza per 480 cm di altezza (comprese le statue), parla lo stesso Vasari scrivendo: “[un cammino]molto ricco d’intagli e tanto vario di componimento e bello che non se ne’era insino allora veduto un simile, ne’ con tanta copia di figure” (G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti Pittori Scultori e Architettori, a cura di P. Barocchi R. Bettarini, Firenze, 1984, vol. IV, p. 137).
9 Cfr.: F. Gurrieri, “Il camino di sala della villa di Careggi”, in La Toscana al tempo di Lorenzo il Magnifico. Politica Economia Cultura Arte, Atti del Convegno di Studi promosso dalle Università di Firenze, Pisa e Siena, 5-8 novembre 1992, Pacini editore, Pisa, 1996, vol. I, pp. 69-72.
10 Cfr.: L.Pellegrini, “La produzione di camini a Firenze nel primo Rinascimento”, in D. Lamberini, M. Lorri, R. Lunardi (a cura di), Giuliano e la bottega dei da Maiano, Atti del Convegno Internazionale di Studi tenutosi a Fiesole il 13-15 giugno 1991, Octavo Franco Cantini Editore, Firenze, 1994, pp. 209-215.
11 Questo camino è forse attribuibile a Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, lo stesso architetto che dal 1490 dirige i lavori di costruzione del palazzo; il camino, tuttavia, presenta una scritta incisa all’interno della cappa che fa sorgere alcuni sull’autenticità del manufatto; vi si legge: “Montato il caminetto nel 1887 il mese di marzio. Finito il giorno 14 del detto Mese”. Cfr.: A. Piscopiello, “Camini rinascimentali dal Quattrocento al primo Cinquecento”, in Quasar, Quaderni di Storia dell’Architettura e restauro, Saggi di letteratura architettonica, Angelo Pontecorboli Editore, Firenze, agosto-dicembre 1999, Serie di Storia, 1999, n. 22, pp. 105-113; D. Lamberini, Un “monte di saxi” nuovi. I restauri di Palazzo Strozzi nella Firenze post-unitaria e fascista, in Palazzo Strozzi. Metà Millennio 1489-1989, Atti del Convegno di Studi, Firenze 3-6 luglio 1989, Roma 1991, pp. 214-242.

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